Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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martedì 7 marzo 2017
giovedì 23 febbraio 2017
Mercoledì del Nastro Azzurro. 1 marzo 2017 ore 17
ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
FRA COMBATTENTI DECORATI AL V.M.
(Ente Morale R.D. 31 maggio 1928 n. 1308)
Piazza Galeno, 1 - 00162 ROMA
Federazione Provinciale di
Roma
Roma,
22
febbraio 2017
Comunicato Stampa
Mercoledì 1 marzo 2017
presso la Sala Convegni dell'Istituto
del Nastro Azzurro Piazza Galeno,1 – Roma
dalle ore 17,00 alle ore 19,00
si terrà il 6° incontro del 2° ciclo
de "I Mercoledì
del Nastro Azzurro"
verranno presentati i volumi
'Caschi Blu Italiani'
'ReportagEsercito'
a cura di 'Informazioni
della Difesa'
rivista
dello Stato Maggiore della Difesa
Interverranno:
Stefano Pighini, Tommaso Gramiccia,
Massimo Coltrinari, Mario Renna, Giuseppe Tarantino
info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
lunedì 13 febbraio 2017
Un aiuto da Tripoli
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Nelle acque territoriali ci saranno mezzi e personale di Tripoli per evitare espatri illegali, intervenire per il salvataggio, Sar, delle persone trasportate su imbarcazioni insicure ed arrestare gli scafisti. Oltre le 12 miglia opereranno le navi Ue ed italiane. Qualunque misura si adotti, il rispetto dei diritti umani sarà comunque una precondizione ed un impegno che tutti gli attori della partita dovranno far rispettare. Relazione speciale italo-libica Il Memorandum d’intesa firmato da Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017, rivitalizza, nella parte relativa all’immigrazione clandestina, lo storico Trattato italo-libico di Bengasi del 2008 confermando le tesi espresse su queste pagine da Natalino >Ronzitti. L’accordo non prevede misure di cooperazione navale, a differenza dei memorandum stipulati con Gheddafi relativi agli immediati riaccompagnamenti in Libia dei migranti salvati. Come si ricorderà, durante la loro applicazione ci fu il ritorno forzato a Tripoli di persone imbarcate su Unità Sar italiane; evento che portò la Corte europea dei diritti dell’uomo, Cedu, a condannare l’Italia per forme di espulsione collettiva verso un Paese “non sicuro”, in violazione del principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951. Per rafforzare la sovranità libica, l’Italia s’impegna ora - oltre che a finanziare la costruzione di “campi di accoglienza temporanea” ed un sistema di controllo dei confini meridional i- a cedere Unità guardiacoste alle Forze marittime tripoline addestrando il personale. L’ombrello dell’Ue L’Ue si assume la piena responsabilità di sostenere Tripoli accettando le richieste di intangibilità della propria sovranità territoriale. Il Consiglio europeo ha quindi accantonato l’ipotesi di passare alla fase (2B) di intervento in acque territoriali libiche delle unità navali partecipanti all’Operazione Eu Navfor Med Sophia che dovrebbero neutralizzare sin dalla partenza i barconi degli scafisti. Le navi europee impegnate in tale operazione continueranno quindi (lo stanno già facendo) nella formazione della Guardia costiera e della Marina di Tripoli e nella sorveglianza delle acque internazionali, anche ai fini Sar, avendo a bordo personale della Guardia di frontiera e costiera europea che dovrebbe svolgere compiti ancora da definire. Il modello dell’Egeo, in cui unità greche - con il supporto della Nato - riaccompagnano in Turchia le persone salvate, è risultato impraticabile, benché inizialmente preso in considerazione. Esso avrebbe infatti comportato un vulnus della sovranità libica ed avrebbe esposto i Paesi Ue al rischio di essere condannati dalla Cedu per forme di respingimento collettivo. Diritti umani e Sar Il portavoce per il Sud Europa dell’Alto commissariato per i rifugiati, UnHcr, ha paventato violazioni ai diritti umani nei confronti delle persone (salvate in mare e non) che saranno in futuro custodite nei centri di accoglienza libici. Il rischio è reale, visti i precedenti di Gheddafi e l’instabilità dell’attuale situazione, ma bisogna considerare quello che resta ancora da fare. Oltre ad un’azione di persuasione dell’Ue verso Tripoli perché aderisca alla Convenzione di Ginevra, c’è da aspettarsi che successivamente l’UnHcr stipuli un accordo, come fatto con la Turchia, per un proprio coinvolgimento nella gestione di detti centri, nell’avvio di procedure selettive di verifica in loco del diritto a status di rifugiato e nell’apertura di corridoi umanitari che permettano ai richiedenti asilo di entrare legalmente in Europa. Una volta sciolti questi nodi umanitari si potrà decidere se riportare in Libia le persone soccorse da navi Ue - anche con l’ausilio di Ong molto attive nel Sar - in zone vicine alle acque libiche. Non avrebbe infatti senso continuare a sbarcarli in Italia per non alimentare il circuito perverso dei trafficanti, anche se c’è chi pensa che sia nostro interesse continuare a farlo. Si ipotizza che una possibile alternativa alla Libia, siano Tunisia, Algeria o Egitto. Malta, Italia, Ue Il ruolo, pragmatico e propositivo de La Valletta nella gestione delle relazioni con Tripoli è stato eccellente permettendo ad Italia ed Ue di raggiungere il risultato sperato. Malta potrebbe giocare altre carte durante il semestre Ue, magari cercando di coinvolgere la Cirenaica - grazie ai buoni rapporti con il Parlamento di Tobruk - nel controllo dei flussi migratori, ad evitare che si aprano nuove rotte ad oriente. Per aiutare l’Italia ad assolvere il suo gravoso compito di principale autorità di salvataggio marittimo del Mediterraneo, Malta potrebbe inoltre lanciare un’iniziativa di cooperazione nel Sar, tentando anche di raggiungere un’intesa per la definizione, su base consensuale da parte dei Paesi coinvolti, del luogo dove sbarcare i migranti soccorsi aldilà delle acque libiche. L’obiettivo è fare della Libia un Paese dotato di proprie capacità marittime. La Marina di Gheddafi, in parte addestrata in Italia, cercava di fare del suo meglio. Non ci sono alternative alla speranza che la nuova Libia, grazie all’Ue, all’Italia, a Malta ed alle sinergie con i Paesi confinanti, riacquisti ora il controllo delle coste e del mare: questo è il presupposto per il conseguimento di quell’integrità territoriale che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in più risoluzioni, continua a perseguire. Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto in diritto marittimo. |
venerdì 10 febbraio 2017
Il servizio militare obligatorio di 19 mesi.
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Staffetta di 5 donne a capo della Difesa Nel 2015 il Ministro della Difesa aveva sottolineato come fosse tangibile la necessità dell'esercito di operare una riforma del personale militare per poter utilizzare al meglio gli armamenti altamente tecnologici impiegando il personale maggiormente adatto all'utilizzo del sistema d'arma specifico. In tal modo, disponendo l'esercito di un bacino di reclute maggiormente variegato, il sistema di difesa norvegese risulta più atto a formarsi adeguatamente per far fronte alle sfide nazionali e internazionali. Il motivo di questa decisione risiede dunque nella volontà di poter avere accesso alle capacità migliori dalla propria popolazione, indifferentemente dal sesso del cittadino, puntando ad avere circa il 20 per cento di donne nel 2020. Inoltre, la decisione approvata con larga maggioranza in parlamento (solo 6 voti contrari su 102) di estendere il servizio militare obbligatorio anche alle donne è volta a facilitare l'eguaglianza di genere con un occhio attento alle pari opportunità. La decisione di estendere l’obbligatorietà del servizio militare alle donne arriva in un Paese che dal 2001 ha posto alla guida del proprio ministero della Difesa una donna. Negli ultimi 16 anni il ministero è stato guidato da cinque donne e ciò ha certamente facilitato la decisione nel senso di permettere al sesso femminile pari opportunità ad ogni livello. Ad ogni modo, è da sottolineare il fatto che tale decisione non andrà ad incidere sul numero totale di coscritti, bensì sulla loro composizione. Pertanto, solamente un sesto degli uomini e delle donne rientranti nella fascia d’età di coscrizione può essere effettivamente integrato nelle forze armate. Il servizio militare obbligatorio mantiene pertanto una parte di volontarietà, consentendo di reclutare primariamente le persone effettivamente interessate alla vita militare, pur dovendo gli altri rimanere a disposizione in caso di necessità, risolvendo in tal modo problemi legati ai costi di gestione e al mantenimento delle Forze Armate. Ciononostante, non sono mancate le critiche sul merito e sulle ripercussioni pratiche della decisione parlamentare norvegese. L’associazione in difesa dei diritti delle donne, Norsk Kvinnesaksforening si è battuta contro il servizio obbligatorio femminile facendo leva sul concetto che uguaglianza dei diritti non significa dover necessariamente considerare uomo e donna uguali in tutto e per tutto. Secondo l’associazione, nel processo decisionale bisognerebbe tener conto delle necessità femminili e pensare a soluzioni ottimali per permettere a chi nell’esercito di poter, eventualmente, portare avanti una gravidanza o di poter altresì accedere alle più alte cariche nelle Forze Armate, ancora per la maggior parte dei casi appannaggio maschile. Altro punto contrario alla decisione attiene alle soluzioni dei dormitori misti (due donne e quattro uomini per stanza) dell’esercito norvegese e a casi riportati di aggressione verbale e fisica subita dalle giovani reclute donne norvegesi. Donne ed esercito, altro passo verso la parità di genere La Norvegia è l’unico Paese europeo e primo Paese Nato ad aver deciso di estendere il servizio militare obbligatorio alle donne. Più spesso si è parlato invece della possibilità per le donne di arruolarsi volontariamente nell’esercito, seppur questa decisione sia arrivata in momenti diversi tra i Paesi europei. Prima delle rispettive legislazioni nazionali in merito, le donne avevano diritto di accedere ai ranghi dell’esercito solo ed esclusivamente per posizioni di assistenza medica e in qualità di membri delle bande dell’esercito. Successivamente però ci si è resi conto del valore aggiunto della presenza femminile tra i ranghi dell’esercito, arrivando a una generale, graduale apertura del mondo militare. Oltre che a costituire un valore aggiunto, la presenza delle donne nell’esercito rappresenta un diritto conquistato verso una parità di genere. In tal senso si espresse la sentenza C-285/98 della corte di giustizia europea in Lussemburgo adita da un giovane cittadina tedesca dopo aver visto il diritto di accedere alla carriera nelle forze armate esserle negato non perché non idonea, ma in quanto donna. La giurisprudenza derivante dalla sentenza del 2000 ha quindi regolato la possibilità per le donne di arruolarsi, oggi norma in Europa. Leva femminile: imposizione o libera scelta? Tra i maggiori stati europei tutti permettono alle donne la possibilità di arruolarsi volontariamente. In Italia l’ingresso delle donne nelle forze armate è possibile dal 2000, con approvazione della legge n. 380 del 20 ottobre 1999. La Francia invece, dove le donne detengono il diritto formale dal 1972 ma dove l’abolizione dei limiti all’ingresso di alcuni ranghi arriva nel 1998, è il Paese europeo a detenere la più alta percentuale di donne nell’esercito. Anche nei Paesi del vecchio continente nei quali permane la leva obbligatoria si decide di optare per la sola coscrizione maschile lasciando facoltà di scelta alle donne - avviene in Svizzera, in Austria, o in Lituania che ha recentemente reintrodotto il servizio militare obbligatorio. L’unico Paese che potrebbe optare per la coscrizione militare universale è la Svezia, ma una decisione è da attendersi non prima del 2018. Data la novità della coscrizione universale obbligatoria norvegese, probabilmente è ancora presto per parlare di storture nel percorso verso la parità di genere in ambito militare. Certo, tra i Paesi con il servizio militare obbligatorio la Norvegia è l’unico ad estenderlo alle donne: avanguardista o eccessivo? Ester Sabatino è Junior Fellow presso il programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@Ester_Sab1). |
Attenti a mangiare!
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La minaccia relativa alla contaminazione dei cibi che mangiamo rientra in questo quadro e anche se non riguarda esattamente il nostro Paese, proviene da un gruppo ‘eco-terrorista’ nato una quindicina di anni fa proprio in Italia e che si è diramato in varie parti del mondo, tra le quali la vicina Grecia. Green Nemesis La Federazione anarchica informale-Fronte Rivoluzionario internazionale (Fai-Irf) aveva minacciato di boicottare alcuni prodotti delle multinazionali Coca-Cola e Nestlè, manomettendo le bottiglie e immettendovi acido cloridrico già nel dicembre 2013, quando aveva causato il ritiro delle bevande dagli scaffali dei negozi di alcune città greche. Nel dicembre 2016 la gamma dei prodotti presi di mira sembra essersi ampliata, includendo anche insalate, passate di pomodoro, maionese, latte e prodotti Unilever e Delta. La minaccia è ancora quella di immettere sul mercato prodotti contaminati con cloro e acido cloridrico senza che le confezioni risultino manomesse. L’obiettivo dell’organizzazione anarchica, nell’ambito del Progetto ‘Green Nemesis’ non è quello di colpire i consumatori, ma di dare luogo ad un sabotaggio economico delle multinazionali e dei grandi gruppi bersaglio dell’azione, considerati responsabili di fare profitti sfruttando i lavoratori, anche minori di età, e di essere tra le società più inquinanti del mondo. La reazione dei soggetti economici colpiti è stata immediata. In un comunicato congiunto, Coca-Cola, Nestlè e Unilever hanno elencato i prodotti ritirati dal mercato nell’area interessata e dato notizia di aver attivato, ciascuna di esse, un numero verde per fornire informazioni ai consumatori. Food terrorism e agroterrorism Il food terrorism è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento del 2002 dal titolo “Terrorist Threats to Food: Guidance for Establishing and Strengthening Prevention and Response Systems” come un atto o una minaccia di contaminazione deliberata di cibo destinato al consumo umano mediante l’impiego di agenti chimici, biologici o radiologici e al fine di causare malattie o morte della popolazione civile e/o di turbare la stabilità sociale, economica o politica. L’agroterrorism, secondo la definizione adottata anche dall’Fbi, è rappresentato dall’introduzione deliberata di una patologia animale o vegetale allo scopo di generare paura, causare danni economici o minacciare la stabilità sociale. Il cibo, dunque, può ben essere un veicolo per atti terroristici finalizzati a scopi politici, come nel caso delle insalate contaminate con la salmonella nello stato dell’Oregon in occasione di elezioni locali nel 1984, o, come nel più recente caso greco, usato allo scopo di compiere sabotaggi economici di gruppi commerciali. Tali azioni terroristiche, inoltre, possono interessare ogni anello della catena alimentare, dai campi alla tavola. Quali strumenti da parte del diritto agroalimentare? Il caso della minaccia in Grecia ci offre l’occasione di svolgere alcune considerazioni sugli strumenti giuridici attualmente in essere per affrontare situazioni di tal genere. La regolamentazione in materia agroalimentare, spesso assai complessa e dettagliata in molti Paesi del mondo, ha, tra l’altro, il ruolo di garantire alimenti sani e sicuri ai consumatori e di permettergli di compiere scelte informate. Esistono, dunque, strumenti posti a tutela della sanità del cibo immesso sul mercato: vi è da chiedersi se risultano adeguati nell’ipotesi di un attacco di food terrorism. Il recente Food Safety Modernization Act, atto normativo in materia di sicurezza alimentare emanato negli Usa nel 2011 prevede, tra le sue regole di esecuzione, delle mitigation strategies finalizzate a proteggere gli alimenti proprio da ‘adulterazioni intenzionali’. Tra le azioni previste vi è la preparazione da parte degli operatori del settore alimentare di un food defense plan, secondo una procedura che ricalca l’Haccp, vale a dire quel sistema per il quale le imprese agroalimentari identificano, valutano e controllano i punti critici di possibile rischio di contaminazione nei propri processi produttivi. La disciplina dell’Unione europea, Ue in materia di food safety è certamente una delle più avanzate al mondo. La sua architettura poggia sul Reg. 178/2002 ed è completata da una serie di atti normativi, tra i quali in primis quelli che formano il c.d. “pacchetto igiene”. Tale strumentario comprende, tra l’altro, il sistema di autocontrollo Haccp che si è menzionato, regole stringenti di tracciabilità dei prodotti dal campo alla tavola e un efficace sistema di allarme rapido che permette, nell’ipotesi in cui vi sia il rischio che un alimento o un mangime comporti un grave pericolo per la salute umana, per la salute degli animali, o per l’ambiente, di adottare misure di emergenza quali, ad esempio, il ritiro del prodotto dal mercato. Si tratta, dunque, di norme che si stanno dimostrando adeguate per le ipotesi di contaminazione accidentale, ma che, in effetti, non sono rivolte a contaminazioni intenzionali, come avviene nei casi di food terrorism. Per tale ragione, probabilmente, sarebbe necessario riflettere sull’opportunità di introdurre, anche nell’Ue misure di food defense, volte cioè alla protezione dei prodotti alimentari da alterazioni intenzionali dovute ad agenti biologici, chimici, fisici o radiologici, che al momento rappresentano solo misure volontarie alle quali aderiscono, ad esempio, gli operatori del settore alimentare che vogliano esportare negli Usa. Mariagrazia Alabrese è ricercatrice in diritto agr |
venerdì 27 gennaio 2017
CINA. rapporti con la UE ed il programma Horizon
Roma: prospettive di concentrazione e Difesa
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La frammentazione della base tecnologica e industriale europea è stata ripetutamente indicata come un elemento di debolezza, sia perché spingeva inevitabilmente verso politiche di sostegno nazionale più o meno mascherate e verso una competizione durissima sul mercato internazionale, sia perché la domanda militare europea era insufficiente per sostenere tutti i cantieri. È emblematico che gli unici due programmi intergovernativi navali significativi siano stati fatti fra Italia e Francia per le unità anti-missili Orizzonte e per le fregate multiruolo Fremm, ma che poi proprio queste ultime siano state al centro di un’accesa concorrenza italo-francese. Le due versioni sono notevolmente diverse, con costi conseguentemente differenti. La vicenda conferma che nell’avviare una cooperazione intergovernativa bisogna definire fin dall’inizio una comune politica di esportazione, nella consapevolezza che per mantenere le capacità tecnologiche e industriali è indispensabile accedere al mercato internazionale. Verso un nuovo gruppo europeo In questo quadro va vista la proposta di Fincantieri di acquisire la maggioranza di STX France che opera nei Cantieri di Saint-Nazaire. Quest’asset era controllato da un gruppo coreano concorrente di Fincantieri. Potrebbe quindi tornare all’interno di un gruppo europeo. Il cantiere francese opera su mercati civili e militari. È l’unico in grado di costruire portaerei e ha realizzato diverse unità portaelicotteri d’assalto della classe Mistral, di cui due vendute inizialmente alla Russia, ma poi in seguito all’embargo cedute all’Egitto. Questa valenza militare accentua da una parte il merito strategico dell’operazione di Fincantieri, ma dall’altra ne evidenzia inevitabilmente la sensibilità politica. Non a caso la Francia utilizza, per tutelare i suoi interessi nazionali, non solo il controllo degli investimenti esteri nei settori strategici, ma anche il mantenimento di una quota pubblica significativa (abitualmente un terzo) del capitale. L’Italia è, da questo punto di vista, il Paese europeo più simile alla Francia nell’utilizzare ambedue gli strumenti, anche se la presenza dello Stato italiano è stata in questi ultimi decenni più che altro di garanzia. Non deve quindi meravigliare che il governo francese stia guardando con attenzione alla proposta di Fincantieri sia come azionista sia come garante dei legittimi interessi nazionali francesi. Su questa strada non dovrebbe essere difficile definire gli impegni che il gruppo italiano potrà assumere nei confronti delle Autorità francesi, analogamente a quanto avviene in casi analoghi anche in Italia. Mercato militare e mercato civile Ma il cantiere francese è molto attivo anche sul mercato civile e, in particolare, crocieristico. Ed è soprattutto a questa attività che punta Fincantieri. Il gruppo italiano è già il leader mondiale del settore, ma vuole rafforzarsi ulteriormente. I cantieri francesi rappresentano un’occasione unica per farlo e diventare allo stesso tempo un’impresa transnazionale, mettendo a fattore comune competenze e capacità industriali con un modello di business fortemente proiettato verso una stretta collaborazione con i principali operatori nel settore delle crociere. Su questa strada Fincantieri si sta muovendo da tempo, prima con l’acquisizione nel 2009 dei cantieri Marietta negli Stati Uniti (unità militari) e poi, nel 2012, con quella dei cantieri Vardin Norvegia (piattaforme off-shore), per altro usciti da una negativa esperienza nel gruppo STX. L’esperienza americana rappresenta per Fincantieri un valido biglietto da visita per avere superato l’attenta valutazione delle autorità statunitensi e acquisito, fornendo le necessarie garanzie, la capacità strategica per diventare un importante fornitore del Dipartimento della Difesa. Analogie socio-politiche tra Italia e Francia La gestione degli aspetti socio-politici rappresenta un’altra analogia fra Italia e Francia. Il porto di Saint Nazaire rappresenta un bastione operaio ed è quindi oggetto di attenzione da parte dei vari candidati alle presidenziali francesi. Questo legame del territorio con l’azienda è ben percepibile nella rivendicazione di tornare al vecchio nome dell’azienda, ‘Les Chantiers de l’Atlantique’. Anche da questo punto di vista Fincantieri può rassicurare le Autorità e la stessa opinione pubblica francese, dimostrando come, ovunque operi, ha sempre perseguito una politica di mantenimento dell’occupazione. Tra l’altro per l’azienda italiana la presenza di sindacati forti nonché il necessario accompagnamento politico dell’operazione rappresentano un contesto normale, assolutamente paragonabile con quanto avviene in Italia. Da questo punto di vista il recente incontro fra sindacati francesi e italiani della cantieristica illustra le problematiche sociali legati a quest’accordo. Il clima elettorale fa però pesare un rischio di strumentalizzazione e potrebbe ricordare la mancata Opa di Enel e Veolia su Suez nel 2006. Il fatto che François Hollande non si ripresenti alla corsa per le presidenziali dovrebbe favorire una certa stabilità dell’azione nelle prossime settimane. Va rilevato un chiaro impegno a favore di una soluzione europea da parte di Christophe Sirugue, sottosegretario all’Industria, che segue il dossier incontrando le varie parti, dai sindacati ai rappresentanti di Fincantieri. Un segnale d’integrazione europea Un altro punto che viene spesso presentato come problematico da parte dei sindacati francesi è il rischio che l’accordo di Fincantieri con China State Shipbuilding possa pesare in termini di trasferimenti di tecnologia verso Oriente. Anche da questo punto di vista, non soltanto si possono utilizzare all’interno di un accordo meccanismi di controllo delle tecnologie ritenute strategiche, ma Fincantieri può anche fare valere la sua esperienza di produzione di tecnologia in Europa e di espansione commerciale su mercati nuovi come quello cinese. Si tratta di una logica ben presente nell’insieme dei gruppi ad elevata tecnologia, come ad esempio Airbus. Per concludere, questa operazione potrebbe portare ad un rafforzamento delle capacità navali europee e rappresentare l’avvio di un processo di ulteriore futuro consolidamento, dando un forte segnale di come l’Europa abbia ripreso a muoversi verso una maggiore integrazione. Infine la riuscita di questa operazione potrebbe essere uno sprone significativo per le relazioni bilaterali fra Italia e Francia. Bisogna, infatti, risalire all’ATR per trovare un esempio di programma tecnologico bilaterale di successo. Negli ultimi tempi, gli investimenti francesi in Italia sono stati spesso percepiti come aggressivi. L’operazione Fincantieri STX rappresenta anche l’opportunità di dare una lettura diversa, un fattore da non sottovalutare per rinforzare la cooperazione europea. Jean Pierre Darnis è direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, Michele Nones è consigliere scientifico dello IAI. |
giovedì 26 gennaio 2017
Il nodo ella difesa italiana.
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Nuove prospettive per il Parlamento Europeo
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Certamente l’Italia può essere soddisfatta di avere finalmente portato sul più alto scranno dell’Assemblea di Strasburgo un proprio rappresentante. Era dal lontano 1979 (prime elezioni dirette) che si attendeva questo evento. Ciò avviene per di più in un momento in cui il paese è tornato ad essere marginale e a subire pressioni da parte di Bruxelles sui propri conti pubblici e perfino sul software di controllo delle emissioni su alcune vetture della Fiat-Chrysler. Ma al di là di questo successo rimane l’interrogativo di fondo, valido per l’intera Unione europea, Ue, sul senso di queste elezioni di “mid term”.Lo scambio di presidenze fra i due maggiori raggruppamenti europei, popolari e socialisti, nel bel mezzo della vita parlamentare ha il sapore di qualcosa di artificioso e in qualche modo ‘burocratico’. Un Parlamento che per tutti i cinque anni della legislatura non può essere sciolto da nessuno e che per di più sceglie i propri presidenti sulla base di un semplice accordo di alternanza per fare contenti i due maggiori partiti fa nascere almeno qualche dubbio sulla sua valenza politica. L’anomalia politica dell’Assemblea europea È questo un vecchio discorso, che però continua a denunciare una certa anomalia del Pe rispetto ai modelli nazionali che i cittadini europei sono abituati a conoscere. Vero che la costruzione dell’Ue non ha caratteri federali ed è quindi lontana dai sistemi politici dei singoli Paesi. Purtuttavia il Parlamento europeo rappresenta, o dovrebbe rappresentare, una rottura nella struttura essenzialmente intergovernativa del sistema decisionale dell’Unione. Dovrebbe, in teoria, essere l’istituzione politica per eccellenza, dove il gioco delle parti si esprime attraverso gli orientamenti ideologico-politici di ciascun raggruppamento, mentre la presidenza dell’Assemblea spetterebbe alla maggioranza parlamentare espressa attraverso le elezioni. Invece, questa spartizione delle responsabilità nel corso della legislatura inquina parzialmente la lotta politica a vantaggio dei compromessi e delle grandi coalizioni fra gli stessi partiti. La minaccia degli euroscettici La ragione, si dice, è che le forze politiche tradizionali devono difendersi dai movimenti euroscettici che minacciano la vita stessa del Parlamento. Ma se questo può essere vero oggi, non lo era anni fa quando nel Parlamento l’unica, o quasi, eccezione partitica controcorrente era rappresentata dai conservatori inglesi che facevano gruppo a parte. Eppure lo scambio di presidenze si faceva ugualmente. Per di più, in questa legislatura la prassi dell’alternanza alla presidenza ha subìto un’ulteriore anomalia. Pur avendo vinto le elezioni del 2014, il Partito popolare europeo ha ceduto il primo turno della presidenza al socialista Martin Schulz: la ragione va ritrovata nella sperimentazione del meccanismo degli “spitzencandidaten” per la nomina alla presidenza della Commissione. Con la vittoria dei popolari e la conseguente cooptazione da parte del Consiglio europeo del candidato leader, il popolareJean Claude Juncker, alla testa della Commissione, si è ben pensato di mettere alla presidenza del Pe il candidato dei socialisti, sconfitto nella corsa alla Commissione e rappresentante della minoranza parlamentare. Insomma un gioco di poltrone che risponde sempre alla logica di condivisione di compiti e responsabilità. L’illusione degli ‘spitzencandidaten’ Peccato davvero, perché ci si era illusi che il meccanismo degli ‘spitzencandidaten’ avesse la forza di politicizzare molto di più sia la Commissione e il suo presidente, sia il Parlamento europeo, aprendo la strada ad un confronto duro fra maggioranza e opposizione nel controllare le azioni politiche di Juncker. Nulla di tutto ciò è avvenuto e le vecchie prassi compromissorie all’interno del Pe sono continuate senza alcun vero cambiamento. Ad essere sinceri, la candidatura del socialista Gianni Pittella in contrapposizione al popolare Antonio Tajani aveva il significato di rompere questo anomalo accordo e di fare emergere una logica politica normale di gara per l’elezione del presidente del Parlamento. Si è voluto quindi dare il segnale che le cose possono cambiare e che le vecchie prassi compromissorie non sono scritte nella pietra. Detto questo, la sfida che il nuovo presidente dovrà affrontare nei prossimi due anni e mezzo sarà principalmente politica. Il problema da risolvere non è tanto quello di contrastare i gruppi euroscettici all’interno del Parlamento, ma piuttosto di dare maggiore enfasi alla volontà del Pe di occuparsi delle politiche dell’Unione, di orientarle e controllarle usando al meglio i pochi ma significativi poteri a disposizione. La lotta politica va portata quindi all’esterno dell’Assemblea, moltiplicando i rapporti con i Parlamenti nazionali e cercando sempre di più il contatto con i cittadini ormai profondamente disamorati di un’Unione lontana e incomprensibile. Azione politica che non può prescindere dalla crisi interna dell’Ue, ma neppure dal radicale modificarsi dello scenario internazionale di cui l’elezione di Donald Trump è l’ultima manifestazione. Il Pe e il suo nuovo presidente hanno quindi il dovere di occuparsi meno delle logiche interne e molto di più di escogitare nuove forme di lotta e di un diverso modo di operare per rifondare un’Unione che di procedure e meccanismi anomali può morire. Ci vuole davvero un salto di qualità nel ruolo e nell’immagine del Pe ed è questa la vera sfida che Antonio Tajani dovrà lanciare nella seconda parte di questa legislatura. Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI. | ||||||||
mercoledì 25 gennaio 2017
Roma: il nodo della immigrazione dalla quarta sponda
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Stando alle anticipazioni diffuse dal Viminale, il corollario operativo del documento dovrebbe implicare la riapertura in ogni regione di Centri di identificazione ed espulsione, Cie, il potenziamento degli accordi con i Paesi d’origine per la riammissione dei migranti respinti e il rafforzamento del controllo delle frontiere esterne. Il flop della politica dei rimpatri Piano non proprio avveniristico, si dirà, e che sembra riproporre, seppur con alcuni correttivi in via di definizione, quanto già sperimentato con scarso successo negli ultimi venti anni. Caso lampante, in tal senso è il controverso rilancio dei Cie. Un sistema bollato da più parti come inefficace e descritto da un rapporto di Medici per i Diritti Umani come “congenitamente incapace di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”. Sono state proprio le violazioni e le malversazioni riscontrate in gran parte delle strutture a far sì che, progressivamente, dai 15 centri aperti a partire dal 1999 si arrivasse ai 4 rimasti attivi nell’ultimo anno. Un’agonia decretata anche dall’ultimo rapporto stilato dalla Commissione diritti Umani del Senato che ha evidenziato come il modello Cie abbia disatteso persino il suo principale obiettivo: il rimpatrio dei migranti irregolari. Nel 2015 - evidenzia la commissione - su 34.107 migranti sottoposti a un provvedimento di espulsione dal territorio italiano, 15.979 (circa il 46%) sono stati effettivamente allontanati, mentre 18.128 non hanno mai lasciato il Paese. Un buco nell’acqua che si spiega alla luce della scarsa applicabilità dei pochi accordi bilaterali di riammissione stipulati dall’Italia con i paesi di origine. I costi esosi, la necessità del riconoscimento dell’autorità consolare del Paese di provenienza e i limiti per l’uso coercitivo delle misure di rimpatrio posti dalla direttiva ‘rimpatri’, hanno reso, nei fatti, la politica sui rimpatri un flop. Criticità già espresse dalla roadmap diffusa dal Viminale nel 2015 e che spiegano, in parte, la svolta muscolare del ministero dell’Interno, che ha promesso di presentare in parlamento un Disegno di Legge su immigrazione e sicurezza entro la fine del mese. Nella ridda di anticipazioni e smentite circolate negli ultimi giorni, alcuni elementi sembrano tuttavia definire la linea futura dell’esecutivo sull’immigrazione. Innanzitutto dialogo interistituzionale. Come evidenziato dal recente vertice interministeriale su sicurezza, immigrazione e Libia, indetto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, la priorità politica è un’azione multilivello che si snodi tanto a livello interno quanto a livello di politica estera. Il ritorno dei Cie e la nascita dei Centri di coordinamento sulla radicalizzazione Sul fronte politica interna, l’appuntamento decisivo è quello della conferenza Stato-Regioni fissata per il 19 gennaio. Il rilancio del modello Cie ha messo sul piede di guerra molti governatori, la cui collaborazione è decisiva sia per far decollare le ambizioni di accoglienza diffusa storicamente caldeggiate dal Viminale, sia per garantire una base operativa ai venti Centri di coordinamento sulla radicalizzazione che secondo i piani del governo dovrebbero insediarsi a livello regionale per monitorare la radicalizzazione e l’estremismo jihadista. Una rete territoriale, che secondo la proposta della Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista risponderebbe ad una centrale operativa insediata permanentemente a Palazzo Chigi. Tema, quello del dialogo con i territori, che torna anche nella strategia identificata dal Consiglio per le relazioni con l’islam italiano, un organo insediato al Viminale per rilanciare il dialogo con la comunità musulmana e far sì che moschee e ministri diventino presidi contro la radicalizzazione soprattutto nelle periferie urbane, area critica su cui stanno convergendo anche le attività della Commissione di inchiesta sulle periferie insediata alla Camera dei Deputati lo scorso agosto. La missione di Minniti a Tripoli Se, al netto delle riottosità degli enti locali, il piano del governo a livello interno sembra piuttosto definito, il fronte dell’azione esterna pare invece essere più claudicante e soprattutto più imprevedibile. Soprattutto perché a oggi il buco nero dell’immigrazione verso l’Italia resta la Libia. Stato fallito uno e trino che vede il generale Khalifa Haftar spadroneggiare in Cirenaica, mentre il presidente incaricato dall’Onu Fayez Al Sarraj tenta di controllare la Tripolitania, cercando di arginare l’espansione delle organizzazioni islamiste che da mesi infiltrano la regione del Fezzan. In un quadro di questo tipo la recente missione di Minniti a Tripoli per definire bilateralmente un’intesa con il governo di unità nazionale di Al-Sarraj volta a stabilizzare il Paese e contenere le migrazioni irregolari e il traffico di esseri umani conferma, per l’ennesima volta, la solitudine dell’Italia nella gestione dei flussi migratori. Persino il golpe tentato soltanto un giorno dopo la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli da un manipolo di miliziani fedeli al vecchio governo islamista di al-Ghawil non ha provocato alcuna reazione congiunta da parte dei Paesi europei. Un’inerzia resa più pesante dalle poche frasi di rito espresse dal Commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos, che, in visita alla Farnesina, si è limitato ad elogiare l’accordo siglato da Minniti con al-Sarraj, senza fare alcun riferimento alle prospettive politiche e operative del piano per Bruxelles. Così mentre dalla Libia, l’ex premier al-Ghawil lancia strali contro l’Italia e bolla la riapertura della rappresentanza diplomatica come una occupazione militare, dalla Farnesina il ministro degli esteri Angelino Alfano lascia intendere, tra le righe, che l’essenza della dimensione esterna della politica migratoria nazionale resta sempre la stessa: il solipsismo. “L’Italia sta lavorando con grande impegno per rafforzare la collaborazione bilaterale sul fronte del controllo dei punti di transito migratorio alla frontiera sud fra Libia e Niger e nel contrasto alla immigrazione illegale e al traffico di essere umani. Quando la Libia sarà in grado di collaborare pienamente su questi temi, ci aspettiamo che l’Unione europea e la comunità Internazionale siano pronte a lanciare programmi di sostegno e iniziative comuni, poiché la partita che si gioca, la giochiamo tutti insieme, nessun Paese escluso”. Scenario futuribile, quello del gioco di squadra, visto che per ora, se fossero confermate le agenzie che si rincorrono da Bruxelles, il piano italiano per la Libia sembrerebbe essersi concluso con il no di al-Sarraj alla proposta di intesa dell'Italia. Tema intricato su cui dovrebbe riferire già lunedì il ministro degli Esteri di Malta George Vella, il cui governo ha la presidenza di turno dell'Unione europea. Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it). |
lunedì 16 gennaio 2017
Europa: 5 Stelle: turbolenze ed interrogativi
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Nel testo dell’accordo Alde e M5S dichiaravano di condividere i valori di libertà, uguaglianza e trasparenza, e di voler promuovere un’economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale. Differenze più che affinità Ma in effetti i programmi dei due gruppi hanno ben poco in comune. In materia di politica estera, in particolare, divergono su molti punti rilevanti. Come le relazioni con la Russia: laddove il Movimento auspica un rapprochement con Putin, la maggioranza dei membri di Alde è per la linea dura. Anche le politiche europee promosse o sostenute dai due gruppi sono sostanzialmente diverse. Ad esempio, a parte la green economy e il mercato unico digitale, temi cari sia ad Alde che al Movimento, non ci sono molti altri punti in comune, nemmeno sul fronte delle politiche economiche. Alde è a favore di privatizzazioni e liberalizzazioni per favorire la competitività e una redistribuzione delle risorse più efficiente. Il Movimento 5 Stelle pone invece una maggiore attenzione alla dimensione sociale promuovendo sia in Italia che nel Parlamento europeo proposte come il reddito universale di cittadinanza. Inoltre, l’Alde, sostiene la necessità di costruire un’Unione europea, Ue, più democratica tramite il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo anche per consolidare un’identità europea comune. Anche il M5s punta a un’Europa più democratica, ma attraverso l’utilizzo di forme di democrazia diretta che possano favorire la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali europei. Quest’ultimo punto, che è centrale nel programma del M5S, sarebbe alla base del nuovo gruppo politico che il Movimento potrebbe tentare di lanciare alle prossime elezioni europee, il Movimento di Democrazia Diretta. Inoltre, il M5s è contrario a una maggiore integrazione europea che comporti politiche di austerità e, come da programma, punta non solo a creare un’alleanza anti-austerità fra i Paesi del Sud Europa, ma anche a tenere in Italia un referendum sull’euro. Divorzio e ripensamento Di primo acchito non è facile capire perché Grillo e Guy Verhofstadt, leader di Alde, si siano accordati sull’entrata del M5s nel gruppo liberale e il leader del M5S abbia deciso di abbandonare gli euroscettici dell’Europa per la Libertà e Democrazia Diretta, Efdd, guidati dal partito britannico Ukip di Nigel Farage. È degno peraltro di nota che l’aggettivo “Diretta”, era stato voluto proprio da Grillo, dopo le elezioni europee del 2014, come condizione per entrare nel gruppo Efdd. In realtà il tentativo del M5s di divorziare dall’Efdd aveva varie motivazioni. I pentastellati hanno votato in linea con l’Efdd solo il 20% delle volte. Inoltre, il gruppo Efdd rischia di sfaldarsi alle prossime elezioni europee. Infatti, con la Brexit e la conseguente uscita di Ukip dal Parlamento europeo, il gruppo non avrebbe più un numero di rappresentanti sufficienti per continuare ad esistere. Secondo il regolamento del Parlamento europeo, infatti, ogni gruppo politico necessita di almeno 25 Parlamentari provenienti da almeno un quarto dei Paesi membri. L’Ukip conta oggi il maggior numero di parlamentari nel gruppo Efdd (22), seguito dal M5s che ne ha 17. Il resto sono rappresentanti singoli di partiti euroscettici di opposizione di Francia, Svezia, Repubblica Ceca e Lituania. Questi ultimi, da parte loro, hanno dovuto reiterare la promessa di sostenere un referendum sull’euro. I cinque stelle sono stati costretti anche a rinunciare alla co-presidenza del gruppo, con una secca perdita di influenza politica a livello europeo. Verhofstadt indebolito Il tentativo del M5S di allearsi con Alde aveva invece proprio l’obiettivo di accrescere il peso politico del movimento in Europa e di rafforzarne l’immagine in Italia. Con 68 Parlamentari, Alde è infatti il quarto gruppo del Parlamento europeo e avrebbe potuto fornire al Movimento un più efficace palcoscenico politico, oltre a consentirgli di prendere le distanze dalle frange radicalmente euroscettiche dell’Efdd. Per esempio, come da accordo, Alde avrebbe concesso all'eurodeputato pentastellato, David Borrelli, una delle tre cariche da vicepresidente esecutivo e la presidenza di un gruppo di lavoro sulla democrazia diretta. Forse il connubio con Alde avrebbe anche consentito al Movimento 5 Stelle di attrarre più elettori moderati a livello nazionale. Infatti, se è vero che Alde è un gruppo in linea con l’establishment europeo, è vero anche che si pone come terza forza, alternativa tanto al S&D, il gruppo socialdemocratico di cui fa parte il Pd, quanto al Partito popolare europeo, di cui fanno parte sia Forza Italia che il Nuovo Centro Destra. Dal canto suo Alde, con l’entrata del M5S, si sarebbe rafforzato numericamente, acquisendo maggior peso politico all’interno del Parlamento. Il Movimento avrebbe anche sostenuto la candidatura del leader di Alde, l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, alla presidenza del Parlamento europeo, una carica su cui i membri del PE saranno chiamati a votare il 17 gennaio. Il fallimento dell’intesa ha indubbiamente indebolito Verhofstadt anche in vista della battaglia per la presidenza. I 5 stelle, dal canto loro, sono stati oggetto di diffuse ed aspre critiche in Italia, e non solo, per aver tentato un’alleanza con l’ “establishment”. Nonostante il 78,5% dei membri del M5S si sia espresso a favore dell’alleanza con Alde, la fallita mossa di Grillo viene ora usata per screditare la natura anti-establishment ed eurocritica del Movimento. Tuttavia, il Movimento 5 Stelle può ancora contare, stando ai sondaggi, sul 30% delle preferenze degli italiani. Se la partita europea per il momento è persa, quella nazionale rimane più che mai aperta. Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI. |
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