Translate

martedì 7 marzo 2017

Difesa: questa NATO come sarà?

L’ora di Trump
Sicurezza: per una Nato più pragmatica
Andrea Manciulli
03/03/2017
 più piccolopiù grande
La condizione necessaria per rilanciare l'Alleanza atlantica è lavorare per rispondere meglio agli incredibili e rilevanti mutamenti degli scenari di sicurezza. Questo è stato, pertanto, il filo conduttore dell’ultima riunione a Bruxelles dei ministri della Difesa durante la quale sono state affrontate, come di consueto, le questioni legate a flessibilità e deterrenza, ma dalla quale è emerso un approccio più pragmatico in termini di lotta al terrorismo, sicurezza cibernetica e dispiegamento di nuove forze di dissuasione.

A tratti simile alla portata dei Vertici, la ministeriale di febbraio ha inciso in maniera notevole sul confronto dialettico del quale è tornata ad essere protagonista l’Alleanza atlantica, complice il cambio di Amministrazione statunitense e il timore di un disimpegno di Washington da questioni che non afferiscano direttamente i suoi interessi.

L’incontro di Mattis con i colleghi europei
Alla richiesta avanzata dagli alleati europei di rassicurazione e chiarezza sulle intenzioni statunitensi, il segretario alla Difesa Usa James Mattis ha risposto confermando il forte sostegno all’Alleanza atlantica e sollevando, al contempo, una questione non nuova, che attiene alla giusta ripartizione degli oneri all'interno dell'Alleanza e a un maggior impegno per fare fronte ai costi del dispositivo militare.

Un’impostazione che potrebbe apparire ai meno attenti un “do ut des”, ma che si conferma una delle componenti più concrete ed essenziali in funzione di un processo di pianificazione della difesa Nato che garantisca l'interoperabilità e il più efficiente sfruttamento del pieno potenziale delle risorse dell’Alleanza.

In realtà, infatti, quello che a molti è apparso come un ultimatum lanciato dal segretario alla Difesa Usa, e la cui sostanza è stata rimarcata anche dal nuovo presidente in occasione del suo primo discorso al Congresso, è un richiamo costante ad un impegno assunto 60 anni fa in direzione di una difesa collettiva che gli alleati, a partire da quelli europei, dovrebbero rispettare aderendo più convintamente al progetto di smart defence, attraverso una sincronizzazione delle priorità nazionali con gli obiettivi definiti dall’Alleanza, nonché mettendo a fattore comune le risorse e condividendo iniziative di innovazione.

Valorizzare atlanticismo ed europeismo
In questo, l’atlanticismo del nostro Paese passa anche attraverso il tentativo di sensibilizzare l’animo più propriamente europeista, sia lanciando il progetto di una Schengen della Difesa, sia proponendo ad esempio, nel momento in cui apparisse praticabile, uno scorporo dai vincoli europei di bilancio delle spese militari attinenti al piano della difesa europea.

Ancora, la serietà dell’impegno italiano si evince anche dal piano di riorganizzazione delle Forze Armate iniziato con il Libro Bianco e proseguito con il decreto ministeriale in procinto di passare al vaglio della Camera.

La rilevanza della ministeriale di Bruxelles si evidenzia anche nella sottolineatura posta al carattere difensivo e alla logica securitaria, sottesa alle ragioni costituenti della Nato, elemento che assume ulteriore importanza se contestualizzato rispetto all’attuale quadro geopolitico di riferimento.

Progressi dopo il Vertice di Varsavia
I nuovi progressi relativi al dispiegamento di nuove forze di dissuasione in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, guidati attualmente da Gran Bretagna, Canada, Germania e Stati Uniti, in base al meccanismo di rotazione del battlegroup adottato tra le misure del vertice Nato di Varsavia nel luglio 2016, confermano la risposta dell’Alleanza rispetto alla richiesta di sicurezza lungo la parte orientale del territorio alleato.

Analogamente si procede sul piano cibernetico (è stato siglato, ad esempio, un Political Framework Agreement con la Finlandia, senza dimenticare la sigla del Cyber Defence Pledge e della collaborazione con l’Unione europea raggiunta in occasione del Vertice di Varsavia), che ad oggi rappresenta la minaccia più insidiosa in un contesto privo di codificazione internazionale e ricco di profili di criticità e che, pertanto, contribuisce ad arricchire il dibattito relativo al ripensamento del ruolo complessivo e alle capacità dell’Alleanza atlantica.

Joint Force Command-Naples
Sul piano della situation awarenesse preventivo, un importante segnale di cooperazione è giunto in merito all’impegno nel contrasto al terrorismo internazionale e all’adozione della proposta italiana di costituire un centro di raccordo anti-terrorismo nel nostro Paese presso il Joint Force Command-Naples.

Si tratta di una decisione molto importante per almeno tre ordini di motivi. Il primo, operativo, in quanto il Comando congiunto interforze di Napoli costituirà il punto di riferimento di una serie di attività che vanno dal coordinamento delle informazioni sui Paesi di crisi, dalla Libia all’Iraq e dunque alla considerazione delle situazioni locali, al coordinamento delle operazioni che attengono il quadrante Sud, comprese le operazioni di capacity-building che già la Nato conduce.

Il secondo, di natura strategica, attiene alla riconsiderazione ed evoluzione del ruolo della Nato, in linea con quanto detto sul piano cibernetico, relativamente alle strategie da intraprendere in un contesto geopolitico segnato da dinamiche profondamente aggressive, e per fronteggiare l’emergere di nuove minacce, anche non tradizionali e asimmetriche.

Infine, il terzo attiene alla considerazione e al riconoscimento del contributo apportato dall’Italia. Soprattutto negli ultimi anni, il nostro Paese, assieme alla determinante partecipazione alle missioni e operazioni internazionali, ha svolto un’intensa attività volta a riequilibrare e reindirizzare l’Alleanza atlantica sugli interessi del Mediterraneo, aprendo anche canali di dialogo e cooperazione nel quadro delle relazioni di partenariato con i paesi della sponda Sud.

Il Mediterraneo è senza dubbio l’area dove si concentra una percentuale non esigua di interessi italiani, ma anche dove convogliano numerose preoccupazioni per la sicurezza. Il bisogno che l’Alleanza atlantica, così come l’Europa, spostino di più la loro attenzione sullo scenario di crisi che riguarda il loro versante meridionale deriva anche dalla consapevolezza che la stabilità del Mare Nostrum è nevralgica per la stabilità regionale ed euro-atlantica.

In questo senso, sarebbe immeritevole non ricalcare il richiamo d’attenzione fatto dall’Italia sul fenomeno del terrorismo di matrice jihadista e dei foreign fighters, che pongono alla Nato e all’Europa una minaccia a 360 gradi. La costituzione dell’hub antiterrorismo a Napoli sia, quindi, un grande motivo di orgoglio per il nostro Paese.

Ma ora spetta a tutta l’Alleanza lavorare affinché la decisione veda la sua adeguata implementazione. Al contempo, affinché la Nato continui ad affermarsi come il più grande successo di difesa internazionale, è bene che il dibattito sul rilancio dell’Alleanza non resti sterile, ma che si promuovano e si attuino nuove idee basate al contempo sui valori costituenti il legame transatlantico e le sfide attuali e future alla sicurezza.

Andrea Manciulli, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato.

giovedì 23 febbraio 2017

Mercoledì del Nastro Azzurro. 1 marzo 2017 ore 17

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO

FRA COMBATTENTI DECORATI AL V.M.

(Ente Morale R.D. 31 maggio 1928 n. 1308)
Piazza Galeno, 1 - 00162 ROMA


Federazione Provinciale di Roma Roma,
 22 febbraio 2017

Comunicato Stampa



Mercoledì 1 marzo 2017
presso la Sala Convegni dell'Istituto del Nastro Azzurro Piazza Galeno,1 – Roma
dalle ore 17,00 alle ore 19,00
si terrà il 6° incontro del 2° ciclo
de "I Mercoledì del Nastro Azzurro"

verranno presentati i volumi
'Caschi Blu Italiani'

'ReportagEsercito'

a cura di 'Informazioni della Difesa'
rivista dello Stato Maggiore della Difesa


Interverranno:
Stefano Pighini, Tommaso Gramiccia, Massimo Coltrinari, Mario Renna, Giuseppe Tarantino


info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

lunedì 13 febbraio 2017

Un aiuto da Tripoli

Migranti
Ue: Malta, Tripoli in mare contro scafisti
Fabio Caffio
06/02/2017
 più piccolopiù grande
La Libia di Serraj torna al passato impegnandosi, come già fece Gheddafi, a fermare gli espatri irregolari dalle sue coste. Questa volta l’intesa non è solo bilaterale con l’Italia. L’Unione europea, Ue, con la Dichiarazione di Malta (del 3 febbraio 2017), ha garantito il suo sostegno a Tripoli per il controllo delle proprie frontiere marittime. L’attività di sorveglianza interna che verrà svolta è tuttavia definibile come blocco solo in senso figurato.

Nelle acque territoriali ci saranno mezzi e personale di Tripoli per evitare espatri illegali, intervenire per il salvataggio, Sar, delle persone trasportate su imbarcazioni insicure ed arrestare gli scafisti. Oltre le 12 miglia opereranno le navi Ue ed italiane. Qualunque misura si adotti, il rispetto dei diritti umani sarà comunque una precondizione ed un impegno che tutti gli attori della partita dovranno far rispettare.

Relazione speciale italo-libica
Il Memorandum d’intesa firmato da Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017, rivitalizza, nella parte relativa all’immigrazione clandestina, lo storico Trattato italo-libico di Bengasi del 2008 confermando le tesi espresse su queste pagine da Natalino >Ronzitti.

L’accordo non prevede misure di cooperazione navale, a differenza dei memorandum stipulati con Gheddafi relativi agli immediati riaccompagnamenti in Libia dei migranti salvati. Come si ricorderà, durante la loro applicazione ci fu il ritorno forzato a Tripoli di persone imbarcate su Unità Sar italiane; evento che portò la Corte europea dei diritti dell’uomo, Cedu, a condannare l’Italia per forme di espulsione collettiva verso un Paese “non sicuro”, in violazione del principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951.

Per rafforzare la sovranità libica, l’Italia s’impegna ora - oltre che a finanziare la costruzione di “campi di accoglienza temporanea” ed un sistema di controllo dei confini meridional i- a cedere Unità guardiacoste alle Forze marittime tripoline addestrando il personale.

(Fonte: UK Parliament).

L’ombrello dell’Ue
L’Ue si assume la piena responsabilità di sostenere Tripoli accettando le richieste di intangibilità della propria sovranità territoriale. Il Consiglio europeo ha quindi accantonato l’ipotesi di passare alla fase (2B) di intervento in acque territoriali libiche delle unità navali partecipanti all’Operazione Eu Navfor Med Sophia che dovrebbero neutralizzare sin dalla partenza i barconi degli scafisti.

Le navi europee impegnate in tale operazione continueranno quindi (lo stanno già facendo) nella formazione della Guardia costiera e della Marina di Tripoli e nella sorveglianza delle acque internazionali, anche ai fini Sar, avendo a bordo personale della Guardia di frontiera e costiera europea che dovrebbe svolgere compiti ancora da definire.

Il modello dell’Egeo, in cui unità greche - con il supporto della Nato - riaccompagnano in Turchia le persone salvate, è risultato impraticabile, benché inizialmente preso in considerazione. Esso avrebbe infatti comportato un vulnus della sovranità libica ed avrebbe esposto i Paesi Ue al rischio di essere condannati dalla Cedu per forme di respingimento collettivo.

Diritti umani e Sar
Il portavoce per il Sud Europa dell’Alto commissariato per i rifugiati, UnHcr, ha paventato violazioni ai diritti umani nei confronti delle persone (salvate in mare e non) che saranno in futuro custodite nei centri di accoglienza libici.

Il rischio è reale, visti i precedenti di Gheddafi e l’instabilità dell’attuale situazione, ma bisogna considerare quello che resta ancora da fare. Oltre ad un’azione di persuasione dell’Ue verso Tripoli perché aderisca alla Convenzione di Ginevra, c’è da aspettarsi che successivamente l’UnHcr stipuli un accordo, come fatto con la Turchia, per un proprio coinvolgimento nella gestione di detti centri, nell’avvio di procedure selettive di verifica in loco del diritto a status di rifugiato e nell’apertura di corridoi umanitari che permettano ai richiedenti asilo di entrare legalmente in Europa.

Una volta sciolti questi nodi umanitari si potrà decidere se riportare in Libia le persone soccorse da navi Ue - anche con l’ausilio di Ong molto attive nel Sar - in zone vicine alle acque libiche. Non avrebbe infatti senso continuare a sbarcarli in Italia per non alimentare il circuito perverso dei trafficanti, anche se c’è chi pensa che sia nostro interesse continuare a farlo. Si ipotizza che una possibile alternativa alla Libia, siano Tunisia, Algeria o Egitto.

(Fonte: European Council).

Malta, Italia, Ue
Il ruolo, pragmatico e propositivo de La Valletta nella gestione delle relazioni con Tripoli è stato eccellente permettendo ad Italia ed Ue di raggiungere il risultato sperato. Malta potrebbe giocare altre carte durante il semestre Ue, magari cercando di coinvolgere la Cirenaica - grazie ai buoni rapporti con il Parlamento di Tobruk - nel controllo dei flussi migratori, ad evitare che si aprano nuove rotte ad oriente.

Per aiutare l’Italia ad assolvere il suo gravoso compito di principale autorità di salvataggio marittimo del Mediterraneo, Malta potrebbe inoltre lanciare un’iniziativa di cooperazione nel Sar, tentando anche di raggiungere un’intesa per la definizione, su base consensuale da parte dei Paesi coinvolti, del luogo dove sbarcare i migranti soccorsi aldilà delle acque libiche.

L’obiettivo è fare della Libia un Paese dotato di proprie capacità marittime. La Marina di Gheddafi, in parte addestrata in Italia, cercava di fare del suo meglio. Non ci sono alternative alla speranza che la nuova Libia, grazie all’Ue, all’Italia, a Malta ed alle sinergie con i Paesi confinanti, riacquisti ora il controllo delle coste e del mare: questo è il presupposto per il conseguimento di quell’integrità territoriale che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in più risoluzioni, continua a perseguire.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto in diritto marittimo.

venerdì 10 febbraio 2017

Il servizio militare obligatorio di 19 mesi.

Donne e sicurezza internazionale
Norvegia, servizio militare unisex 
Ester Sabatino
27/01/2017
 più piccolopiù grande
La Norvegia ha reso obbligatorio il servizio militare femminile per tutte le donne di età compresa tra i 19 e i 44 anni. Proposto in Parlamento nel 2014 sotto iniziativa del ministro della Difesa norvegese Ine Eriksen Søreide, il servizio militare universale obbligatorio, con durata di 19 mesi, è operativo dall'estate 2016.

Staffetta di 5 donne a capo della Difesa 
Nel 2015 il Ministro della Difesa aveva sottolineato come fosse tangibile la necessità dell'esercito di operare una riforma del personale militare per poter utilizzare al meglio gli armamenti altamente tecnologici impiegando il personale maggiormente adatto all'utilizzo del sistema d'arma specifico.

In tal modo, disponendo l'esercito di un bacino di reclute maggiormente variegato, il sistema di difesa norvegese risulta più atto a formarsi adeguatamente per far fronte alle sfide nazionali e internazionali. Il motivo di questa decisione risiede dunque nella volontà di poter avere accesso alle capacità migliori dalla propria popolazione, indifferentemente dal sesso del cittadino, puntando ad avere circa il 20 per cento di donne nel 2020.

Inoltre, la decisione approvata con larga maggioranza in parlamento (solo 6 voti contrari su 102) di estendere il servizio militare obbligatorio anche alle donne è volta a facilitare l'eguaglianza di genere con un occhio attento alle pari opportunità.

La decisione di estendere l’obbligatorietà del servizio militare alle donne arriva in un Paese che dal 2001 ha posto alla guida del proprio ministero della Difesa una donna. Negli ultimi 16 anni il ministero è stato guidato da cinque donne e ciò ha certamente facilitato la decisione nel senso di permettere al sesso femminile pari opportunità ad ogni livello.

Ad ogni modo, è da sottolineare il fatto che tale decisione non andrà ad incidere sul numero totale di coscritti, bensì sulla loro composizione. Pertanto, solamente un sesto degli uomini e delle donne rientranti nella fascia d’età di coscrizione può essere effettivamente integrato nelle forze armate.

Il servizio militare obbligatorio mantiene pertanto una parte di volontarietà, consentendo di reclutare primariamente le persone effettivamente interessate alla vita militare, pur dovendo gli altri rimanere a disposizione in caso di necessità, risolvendo in tal modo problemi legati ai costi di gestione e al mantenimento delle Forze Armate.

Ciononostante, non sono mancate le critiche sul merito e sulle ripercussioni pratiche della decisione parlamentare norvegese. L’associazione in difesa dei diritti delle donne, Norsk Kvinnesaksforening si è battuta contro il servizio obbligatorio femminile facendo leva sul concetto che uguaglianza dei diritti non significa dover necessariamente considerare uomo e donna uguali in tutto e per tutto.

Secondo l’associazione, nel processo decisionale bisognerebbe tener conto delle necessità femminili e pensare a soluzioni ottimali per permettere a chi nell’esercito di poter, eventualmente, portare avanti una gravidanza o di poter altresì accedere alle più alte cariche nelle Forze Armate, ancora per la maggior parte dei casi appannaggio maschile.

Altro punto contrario alla decisione attiene alle soluzioni dei dormitori misti (due donne e quattro uomini per stanza) dell’esercito norvegese e a casi riportati di aggressione verbale e fisica subita dalle giovani reclute donne norvegesi.

Donne ed esercito, altro passo verso la parità di genere
La Norvegia è l’unico Paese europeo e primo Paese Nato ad aver deciso di estendere il servizio militare obbligatorio alle donne. Più spesso si è parlato invece della possibilità per le donne di arruolarsi volontariamente nell’esercito, seppur questa decisione sia arrivata in momenti diversi tra i Paesi europei.

Prima delle rispettive legislazioni nazionali in merito, le donne avevano diritto di accedere ai ranghi dell’esercito solo ed esclusivamente per posizioni di assistenza medica e in qualità di membri delle bande dell’esercito. Successivamente però ci si è resi conto del valore aggiunto della presenza femminile tra i ranghi dell’esercito, arrivando a una generale, graduale apertura del mondo militare.

Oltre che a costituire un valore aggiunto, la presenza delle donne nell’esercito rappresenta un diritto conquistato verso una parità di genere. In tal senso si espresse la sentenza C-285/98 della corte di giustizia europea in Lussemburgo adita da un giovane cittadina tedesca dopo aver visto il diritto di accedere alla carriera nelle forze armate esserle negato non perché non idonea, ma in quanto donna. La giurisprudenza derivante dalla sentenza del 2000 ha quindi regolato la possibilità per le donne di arruolarsi, oggi norma in Europa.

Leva femminile: imposizione o libera scelta?
Tra i maggiori stati europei tutti permettono alle donne la possibilità di arruolarsi volontariamente. In Italia l’ingresso delle donne nelle forze armate è possibile dal 2000, con approvazione della legge n. 380 del 20 ottobre 1999.

La Francia invece, dove le donne detengono il diritto formale dal 1972 ma dove l’abolizione dei limiti all’ingresso di alcuni ranghi arriva nel 1998, è il Paese europeo a detenere la più alta percentuale di donne nell’esercito.

Anche nei Paesi del vecchio continente nei quali permane la leva obbligatoria si decide di optare per la sola coscrizione maschile lasciando facoltà di scelta alle donne - avviene in Svizzera, in Austria, o in Lituania che ha recentemente reintrodotto il servizio militare obbligatorio.

L’unico Paese che potrebbe optare per la coscrizione militare universale è la Svezia, ma una decisione è da attendersi non prima del 2018.

Data la novità della coscrizione universale obbligatoria norvegese, probabilmente è ancora presto per parlare di storture nel percorso verso la parità di genere in ambito militare. Certo, tra i Paesi con il servizio militare obbligatorio la Norvegia è l’unico ad estenderlo alle donne: avanguardista o eccessivo?

Ester Sabatino è Junior Fellow presso il programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@Ester_Sab1).

Attenti a mangiare!

Food terrorism 
La minaccia terroristica arriva in tavola
Mariagrazia Alabrese
29/01/2017
 più piccolopiù grande
Il rischio di ‘bioterrorismo’ - vale a dire del rilascio intenzionale di microrganismi patogeni per provocare panico, terrore, morte o malattie, al fine di rivendicazioni politiche, religiose o economiche - è uno dei pericoli più temuti che di tanto in tanto rimbalza nelle notizie dei media.

La minaccia relativa alla contaminazione dei cibi che mangiamo rientra in questo quadro e anche se non riguarda esattamente il nostro Paese, proviene da un gruppo ‘eco-terrorista’ nato una quindicina di anni fa proprio in Italia e che si è diramato in varie parti del mondo, tra le quali la vicina Grecia.

Green Nemesis 
La Federazione anarchica informale-Fronte Rivoluzionario internazionale (Fai-Irf) aveva minacciato di boicottare alcuni prodotti delle multinazionali Coca-Cola e Nestlè, manomettendo le bottiglie e immettendovi acido cloridrico già nel dicembre 2013, quando aveva causato il ritiro delle bevande dagli scaffali dei negozi di alcune città greche.

Nel dicembre 2016 la gamma dei prodotti presi di mira sembra essersi ampliata, includendo anche insalate, passate di pomodoro, maionese, latte e prodotti Unilever e Delta. La minaccia è ancora quella di immettere sul mercato prodotti contaminati con cloro e acido cloridrico senza che le confezioni risultino manomesse.

L’obiettivo dell’organizzazione anarchica, nell’ambito del Progetto ‘Green Nemesis’ non è quello di colpire i consumatori, ma di dare luogo ad un sabotaggio economico delle multinazionali e dei grandi gruppi bersaglio dell’azione, considerati responsabili di fare profitti sfruttando i lavoratori, anche minori di età, e di essere tra le società più inquinanti del mondo.

La reazione dei soggetti economici colpiti è stata immediata. In un comunicato congiunto, Coca-Cola, Nestlè e Unilever hanno elencato i prodotti ritirati dal mercato nell’area interessata e dato notizia di aver attivato, ciascuna di esse, un numero verde per fornire informazioni ai consumatori.

Food terrorism e agroterrorism
Il food terrorism è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento del 2002 dal titolo “Terrorist Threats to Food: Guidance for Establishing and Strengthening Prevention and Response Systems” come un atto o una minaccia di contaminazione deliberata di cibo destinato al consumo umano mediante l’impiego di agenti chimici, biologici o radiologici e al fine di causare malattie o morte della popolazione civile e/o di turbare la stabilità sociale, economica o politica.

L’agroterrorism, secondo la definizione adottata anche dall’Fbi, è rappresentato dall’introduzione deliberata di una patologia animale o vegetale allo scopo di generare paura, causare danni economici o minacciare la stabilità sociale.

Il cibo, dunque, può ben essere un veicolo per atti terroristici finalizzati a scopi politici, come nel caso delle insalate contaminate con la salmonella nello stato dell’Oregon in occasione di elezioni locali nel 1984, o, come nel più recente caso greco, usato allo scopo di compiere sabotaggi economici di gruppi commerciali. Tali azioni terroristiche, inoltre, possono interessare ogni anello della catena alimentare, dai campi alla tavola.

Quali strumenti da parte del diritto agroalimentare?
Il caso della minaccia in Grecia ci offre l’occasione di svolgere alcune considerazioni sugli strumenti giuridici attualmente in essere per affrontare situazioni di tal genere. La regolamentazione in materia agroalimentare, spesso assai complessa e dettagliata in molti Paesi del mondo, ha, tra l’altro, il ruolo di garantire alimenti sani e sicuri ai consumatori e di permettergli di compiere scelte informate.

Esistono, dunque, strumenti posti a tutela della sanità del cibo immesso sul mercato: vi è da chiedersi se risultano adeguati nell’ipotesi di un attacco di food terrorism.

Il recente Food Safety Modernization Act, atto normativo in materia di sicurezza alimentare emanato negli Usa nel 2011 prevede, tra le sue regole di esecuzione, delle mitigation strategies finalizzate a proteggere gli alimenti proprio da ‘adulterazioni intenzionali’.

Tra le azioni previste vi è la preparazione da parte degli operatori del settore alimentare di un food defense plan, secondo una procedura che ricalca l’Haccp, vale a dire quel sistema per il quale le imprese agroalimentari identificano, valutano e controllano i punti critici di possibile rischio di contaminazione nei propri processi produttivi.

La disciplina dell’Unione europea, Ue in materia di food safety è certamente una delle più avanzate al mondo. La sua architettura poggia sul Reg. 178/2002 ed è completata da una serie di atti normativi, tra i quali in primis quelli che formano il c.d. “pacchetto igiene”.

Tale strumentario comprende, tra l’altro, il sistema di autocontrollo Haccp che si è menzionato, regole stringenti di tracciabilità dei prodotti dal campo alla tavola e un efficace sistema di allarme rapido che permette, nell’ipotesi in cui vi sia il rischio che un alimento o un mangime comporti un grave pericolo per la salute umana, per la salute degli animali, o per l’ambiente, di adottare misure di emergenza quali, ad esempio, il ritiro del prodotto dal mercato.

Si tratta, dunque, di norme che si stanno dimostrando adeguate per le ipotesi di contaminazione accidentale, ma che, in effetti, non sono rivolte a contaminazioni intenzionali, come avviene nei casi di food terrorism.

Per tale ragione, probabilmente, sarebbe necessario riflettere sull’opportunità di introdurre, anche nell’Ue misure di food defense, volte cioè alla protezione dei prodotti alimentari da alterazioni intenzionali dovute ad agenti biologici, chimici, fisici o radiologici, che al momento rappresentano solo misure volontarie alle quali aderiscono, ad esempio, gli operatori del settore alimentare che vogliano esportare negli Usa.

Mariagrazia Alabrese è ricercatrice in diritto agr

venerdì 27 gennaio 2017

CINA. rapporti con la UE ed il programma Horizon

icerca & Sviluppo
Ue-Cina: obiettivi della cooperazione scientifica
Lorenzo Mariani
24/01/2017
 più piccolopiù grande
Il 2017 segna l’ingresso nel quarto anno del progetto Horizon 2020, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione che punta a sviluppare una nuova eccellenza scientifica che garantisca ai Paesi membri e ai loro partner una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva.

Dopo il successo del VII Programma Quadro per la ricerca, che aveva visto la partecipazione di ben 383 istituti cinesi e lo stanziamento di 55,8 milioni di euro, ad oggi sono state presentate 227 proposte di ricerca provenienti dalla Cina per la partecipazione a 187 diversi progetti.

Per la Cina il partenariato scientifico-tecnologico con l’Europa è un obiettivo strategico di lungo corso. Le relazioni scientifico-tecnologiche tra i due partner, iniziate ufficialmente nel 1983, furono caratterizzate in principio da un rapporto unidirezionale in cui era unicamente l’Europa a mettere a disposizione le proprie conoscenze.

Il rapido sviluppo economico-industriale cinese, tuttavia, portò ben presto alla necessità per l’Unione di creare un quadro normativo che regolasse tale rapporto.

Trent’anni di cooperazione euro-cinese
Venne così siglato nel 1998 l’Accordo di cooperazione scientifica e tecnologica, rinnovato per la terza volta nel 2014, con lo scopo di favorire maggiormente l’interazione tra centri di ricerca, industrie, università e singoli ricercatori di entrambe le aree. A dimostrazione dell’interesse reciproco infuso in questo tipo di collaborazione venne anche istituito un comitato guida congiunto il quale, riunendosi con cadenza annuale, avrebbe aiutato a sviluppare ulteriormente il programma.

La creazione nel 2001 di un ufficio Ue-Cina per la ricerca scientifica con sede a Pechino favorì ulteriormente l’accesso ai progetti di finanziamento europei da parte dei ricercatori cinesi.

Nel processo di implementazione del partenariato venne siglata nel 2005 una dichiarazione congiunta che permise di individuare otto potenziali aree di comune interesse: protezione ambientale; informazione e comunicazioni; cibo, agricoltura e biotecnologie, trasporti e settore aerospaziale (incluso il programma Galileo, il programma di navigazione satellitare europeo alternativo al Gps americano); urbanizzazione; salute; scienze socio-economiche; database per la condivisione dei dati.

Nel 2008 inoltre venne sottoscritto l’Accordo tra la Comunità europea per l’Energia atomica (Euratom) ed il governo della Repubblica popolare cinese per la cooperazione per l’utilizzo pacifico dell’ energia atomica.

La ricerca scientifica in Cina
Nel corso degli ultimi dieci anni la Cina ha più che raddoppiato la propria spesa per la ricerca scientifica, investendo nel solo anno 2014 ben 186 miliardi di euro, il 2,05% del prodotto interno lordo del paese. Attualmente le imprese private contribuiscono per il 77,3% della spesa totale, mentre i finanziamenti da parte delle università e degli istituti di ricerca governativi contano rispettivamente per il 6,9% ed il 14,8%.

Nonostante la Cina sia oggi il secondo Paese per numero di pubblicazioni scientifiche dopo gli Stati Uniti sono ancora molti i problemi con cui la comunità scientifica cinese è costretta a confrontarsi. Nel 2015 è stata avviata dal governo la riforma del Programma nazionale per la ricerca e la tecnologia al fine di facilitare l’accesso ai fondi statali e diminuire le rispettive procedure burocratiche.

Il cambiamento più significativo è stato fino ad ora quello legato al ruolo riservato ai diversi ministeri governativi, i quali perdono il loro ruolo di controllo sui progetti.

Nell’ottobre 2016, inoltre, il Comitato centrale del Partito comunista cinese ed il Consiglio di Stato hanno presentato le linee guida per l’implementazione del 13° piano quinquennale (2016-2020), ponendo maggiore enfasi su quei campi di ricerca collegati ai problemi considerati contingenti nello sviluppo del Paese: agricoltura, urbanizzazione, ambiente ed invecchiamento della popolazione.

I due nuovi programmi di ricerca promossi dal governo di Pechino, Manufacturing 2025 e Internet +, avranno in questo senso lo scopo di promuovere l’integrazione delle nuove tecnologie all’interno del sistema produttivo cinese.

Il ruolo della cooperazione Italia-Cina
Sotto l’egida del progetto Horizon 2020 anche l’Italia ha rafforzato le proprie iniziative di cooperazione con la Cina. Dal 25 al 27 ottobre si è svolta nelle città di Bergamo, Bologna e Napoli, la Italy-China Science Innovation Week, evento unico che ha riunito sotto di sé la settima edizione del China-Italy Innovation Forum e la decima edizione del Sino-Italian Exchange Event.

A conclusione dell’evento, presieduto dall’allora ministro dell’Istruzione Stefania Giannini e dal suo omologo Wan Gang, è stato inaugurato il Centro Italia-Cina di Trasferimento tecnologico, istituto che avrà lo scopo di creare una piattaforma comune per la promozione della cooperazione tra centri di ricerca, università e aziende di entrambi i paesi.

Il crescente interesse mostrato verso il partenariato scientifico-tecnologico tra i Paesi dell’Unione e la Cina è sicuramente un passo avanti nell’integrazione tra i due sistemi. La Cina rimane oggi un attore chiave per lo sviluppo ed il successo dei programma Horizon 2020. Tuttavia tale partnership rappresenta anche una grande sfida per l’Europa, non solo in merito al futuro ruolo della Cina in ambito internazionale, ma soprattutto in relazione alla doppia natura, civile e militare, spesso legata al progresso scientifico.

Il vecchio continente sta anche contribuendo - indirettamente - all’ammodernamento militare della Cina ed in un momento come questo, caratterizzato da un clima di forte insicurezza sul futuro delle relazioni tra Pechino e Washington, la questione rischia di trasformarsi in un elemento di frizione nelle relazioni transatlantiche.

Lorenzo Mariani è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.

Roma: prospettive di concentrazione e Difesa

Fincantieri-STX Saint Nazaire
Un’industria navale europea più forte nel mondo
Jean-Pierre Darnis, Michele Nones
27/01/2017
 più piccolopiù grande
Il processo di concentrazione dell’industria europea dell’aerospazio, sicurezza e difesa, partito venti anni fa, non ha fino ad ora coinvolto il segmento navale.

La frammentazione della base tecnologica e industriale europea è stata ripetutamente indicata come un elemento di debolezza, sia perché spingeva inevitabilmente verso politiche di sostegno nazionale più o meno mascherate e verso una competizione durissima sul mercato internazionale, sia perché la domanda militare europea era insufficiente per sostenere tutti i cantieri.

È emblematico che gli unici due programmi intergovernativi navali significativi siano stati fatti fra Italia e Francia per le unità anti-missili Orizzonte e per le fregate multiruolo Fremm, ma che poi proprio queste ultime siano state al centro di un’accesa concorrenza italo-francese.

Le due versioni sono notevolmente diverse, con costi conseguentemente differenti. La vicenda conferma che nell’avviare una cooperazione intergovernativa bisogna definire fin dall’inizio una comune politica di esportazione, nella consapevolezza che per mantenere le capacità tecnologiche e industriali è indispensabile accedere al mercato internazionale.

Verso un nuovo gruppo europeo
In questo quadro va vista la proposta di Fincantieri di acquisire la maggioranza di STX France che opera nei Cantieri di Saint-Nazaire. Quest’asset era controllato da un gruppo coreano concorrente di Fincantieri. Potrebbe quindi tornare all’interno di un gruppo europeo.

Il cantiere francese opera su mercati civili e militari. È l’unico in grado di costruire portaerei e ha realizzato diverse unità portaelicotteri d’assalto della classe Mistral, di cui due vendute inizialmente alla Russia, ma poi in seguito all’embargo cedute all’Egitto. Questa valenza militare accentua da una parte il merito strategico dell’operazione di Fincantieri, ma dall’altra ne evidenzia inevitabilmente la sensibilità politica.

Non a caso la Francia utilizza, per tutelare i suoi interessi nazionali, non solo il controllo degli investimenti esteri nei settori strategici, ma anche il mantenimento di una quota pubblica significativa (abitualmente un terzo) del capitale.

L’Italia è, da questo punto di vista, il Paese europeo più simile alla Francia nell’utilizzare ambedue gli strumenti, anche se la presenza dello Stato italiano è stata in questi ultimi decenni più che altro di garanzia.

Non deve quindi meravigliare che il governo francese stia guardando con attenzione alla proposta di Fincantieri sia come azionista sia come garante dei legittimi interessi nazionali francesi. Su questa strada non dovrebbe essere difficile definire gli impegni che il gruppo italiano potrà assumere nei confronti delle Autorità francesi, analogamente a quanto avviene in casi analoghi anche in Italia.

Mercato militare e mercato civile
Ma il cantiere francese è molto attivo anche sul mercato civile e, in particolare, crocieristico. Ed è soprattutto a questa attività che punta Fincantieri. Il gruppo italiano è già il leader mondiale del settore, ma vuole rafforzarsi ulteriormente.

I cantieri francesi rappresentano un’occasione unica per farlo e diventare allo stesso tempo un’impresa transnazionale, mettendo a fattore comune competenze e capacità industriali con un modello di business fortemente proiettato verso una stretta collaborazione con i principali operatori nel settore delle crociere.

Su questa strada Fincantieri si sta muovendo da tempo, prima con l’acquisizione nel 2009 dei cantieri Marietta negli Stati Uniti (unità militari) e poi, nel 2012, con quella dei cantieri Vardin Norvegia (piattaforme off-shore), per altro usciti da una negativa esperienza nel gruppo STX.

L’esperienza americana rappresenta per Fincantieri un valido biglietto da visita per avere superato l’attenta valutazione delle autorità statunitensi e acquisito, fornendo le necessarie garanzie, la capacità strategica per diventare un importante fornitore del Dipartimento della Difesa.

Analogie socio-politiche tra Italia e Francia
La gestione degli aspetti socio-politici rappresenta un’altra analogia fra Italia e Francia. Il porto di Saint Nazaire rappresenta un bastione operaio ed è quindi oggetto di attenzione da parte dei vari candidati alle presidenziali francesi. Questo legame del territorio con l’azienda è ben percepibile nella rivendicazione di tornare al vecchio nome dell’azienda, ‘Les Chantiers de l’Atlantique’.

Anche da questo punto di vista Fincantieri può rassicurare le Autorità e la stessa opinione pubblica francese, dimostrando come, ovunque operi, ha sempre perseguito una politica di mantenimento dell’occupazione.

Tra l’altro per l’azienda italiana la presenza di sindacati forti nonché il necessario accompagnamento politico dell’operazione rappresentano un contesto normale, assolutamente paragonabile con quanto avviene in Italia. Da questo punto di vista il recente incontro fra sindacati francesi e italiani della cantieristica illustra le problematiche sociali legati a quest’accordo.

Il clima elettorale fa però pesare un rischio di strumentalizzazione e potrebbe ricordare la mancata Opa di Enel e Veolia su Suez nel 2006. Il fatto che François Hollande non si ripresenti alla corsa per le presidenziali dovrebbe favorire una certa stabilità dell’azione nelle prossime settimane.

Va rilevato un chiaro impegno a favore di una soluzione europea da parte di Christophe Sirugue, sottosegretario all’Industria, che segue il dossier incontrando le varie parti, dai sindacati ai rappresentanti di Fincantieri.

Un segnale d’integrazione europea
Un altro punto che viene spesso presentato come problematico da parte dei sindacati francesi è il rischio che l’accordo di Fincantieri con China State Shipbuilding possa pesare in termini di trasferimenti di tecnologia verso Oriente.

Anche da questo punto di vista, non soltanto si possono utilizzare all’interno di un accordo meccanismi di controllo delle tecnologie ritenute strategiche, ma Fincantieri può anche fare valere la sua esperienza di produzione di tecnologia in Europa e di espansione commerciale su mercati nuovi come quello cinese. Si tratta di una logica ben presente nell’insieme dei gruppi ad elevata tecnologia, come ad esempio Airbus.

Per concludere, questa operazione potrebbe portare ad un rafforzamento delle capacità navali europee e rappresentare l’avvio di un processo di ulteriore futuro consolidamento, dando un forte segnale di come l’Europa abbia ripreso a muoversi verso una maggiore integrazione.

Infine la riuscita di questa operazione potrebbe essere uno sprone significativo per le relazioni bilaterali fra Italia e Francia. Bisogna, infatti, risalire all’ATR per trovare un esempio di programma tecnologico bilaterale di successo.

Negli ultimi tempi, gli investimenti francesi in Italia sono stati spesso percepiti come aggressivi. L’operazione Fincantieri STX rappresenta anche l’opportunità di dare una lettura diversa, un fattore da non sottovalutare per rinforzare la cooperazione europea.

Jean Pierre Darnis è direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, Michele Nones è consigliere scientifico dello IAI.

giovedì 26 gennaio 2017

Il nodo ella difesa italiana.



Trump, Cameron, M5S
Nato: i dubbi occidentali sull’Alleanza
Alessandro Marrone
20/01/2017
 più piccolopiù grande
La Nato è “obsoleta”? Si merita David Cameron come segretario generale? L’Italia deve uscire dalla Nato? Gli interrogativi sollevati rispettivamente da Donald Trump, dalla stampa britannica (che li attribuisce al governo di Londra) e dal Movimento 5 Stelle testimoniano il bisogno di ripensare e quindi riaffermare il ruolo dell’Alleanza atlantica nel contesto attuale.

La Nato per Trump: “obsoleta” ma “importante”
Gli Stati Uniti sono la guida della Nato, mettendo in campo tra la metà e i due terzi delle capacità militari alleate, assicurando la deterrenza nucleare ed essendo dal secondo dopoguerra il garante della pace in Europa. È quindi ovvio che ruolo attuale e futuro della Nato dipendano in gran parte - ma non esclusivamente - da Washington e in particolare - ma non solo - dalla Casa Bianca.

Durante la campagna elettorale Trump ha giudicato la Nato “obsoleta”, giudizio ribadito in una recente intervista durante la quale ha anche affermato che l’Alleanza “resta molto importante”. L’obsolescenza deriva, secondo il nuovo presidente americano, dal fatto che i Paesi membri (europei) “non pagano quello che dovrebbero pagare”, e che la Nato “non ha saputo occuparsi di terrorismo”.

La critica di Trump alla Nato non è del tutto nuova, poiché la questione degli scarsi investimenti europei in capacità militari è stata più volte posta dall’Amministrazione di Barack Obama - così come dalle precedenti sin dalla fondazione dell’Alleanza. La novità politicamente rilevante sta piuttosto nel riferimento forte ed esplicito al terrorismo.

Se è vero che la Nato non si è occupata finora direttamente di contrasto al terrorismo islamista, è anche vero che i 14 anni di impegno militare alleato in Afghanistan sono serviti principalmente ad evitare che il Paese asiatico fosse di nuovo un rifugio sicuro per Al Qaeda dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 - attentati per i quali la Nato ha attivato, per la prima volta nella sua storia, l’articolo 5 sulla difesa collettiva.

Di certo, oggi elettorato e opinione pubblica in Europa e Nord America chiedono più sicurezza nei confronti del terrorismo internazionale di matrice islamica. L’Alleanza potrebbe fare di più per soddisfare questa domanda di sicurezza, ad esempio sostenendo concretamente da un lato i Paesi musulmani che contrastano lo Stato islamico e lo jihadismo internazionale e dall’altro l’Ue nel sorvegliare i confini esterni e impedire infiltrazioni terroriste tra i migranti in rotta verso l’Europa.

La critica di Trump risponde ad una logica sempre più chiara della sua presidenza: un mix spinto di nazionalismo e realismo, che giudica irrilevanti attori sovranazionali come l’Ue, considera le alleanze come mero strumento per soddisfare gli immediati interessi nazionali e basa i rapporti internazionali su accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e le singole controparti - Russia in primis.

Il rischio Cameron per la Nato
Un altro punto interrogativo sulla Nato, di ben minore importanza ma non per questo marginale, viene da Londra. Le indiscrezioni su una possibile candidatura dell’ex premier David Cameron al vertice dell’Alleanza sono probabilmente un balloon d’essai, ma l’Italia e gli alleati membri anche dell’Ue non dovrebbero sottovalutarle.

In primo luogo, la Nato non si merita un leader che ha creato il problema Brexit che affliggerà l’Europa per i prossimi anni. Né conviene alla sicurezza europea e alla relativa cooperazione tra Nato e Ue porre al comando della prima il rappresentante di un Paese che vuole uscire dalla seconda.

Inoltre, nel campo della difesa, Cameron è corresponsabile, insieme a Nicolas Sarkozy, di aver voluto un intervento militare per rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi senza farlo seguire da una missione di stabilizzazione del Paese nordafricano: il risultato è stato una Libia a pezzi, che ha alimentato il flusso di migranti verso l’Italia e le infiltrazioni del terrorismo islamico in Nord Africa, mettendo nel frattempo a rischio la sicurezza energetica italiana ed europea.

Infine, durante la Guerra Fredda vi era la prassi di una rotazione del segretario generale tra Paesi europei di diverse aree geografiche, mentre dagli anni ’90 le quattro personalità che hanno ricoperto l’incarico sono venute tutte dal Nord Europa (Gran Bretagna, Olanda, Danimarca e Norvegia) rappresentando giocoforza meno le istanze degli Stati mediterranei del fianco sud - inclusa l’Italia che dal 2012 ha perso anche il posto di Vice-segretario generale mantenuto ininterrottamente dal 1978.

Italia e Nato, c’è movimento
Proprio in Italia è stata di recente riproposta l’idea di ridiscutere la presenza nazionale nella Nato, da parte del Movimento 5 Stelle che critica in particolare l’allargamento dell’Alleanza all’Europa orientale, l’innalzamento della tensione con la Russia e gli interventi militari in Paesi terzi, ventilando un referendum sulla partecipazione italiana all’organizzazione.

Come nel caso di Trump, alcune delle critiche alla Nato sono già state rivolte da altre voci italiane, politiche e non, seppur in termini molto più costruttivi, ad esempio riguardo la necessità di evitare un’escalation con la Russia.

La novità politicamente rilevante sta piuttosto nell’ipotesi di uscire dall’Alleanza. Dopo che sia il Pci ed suoi eredi a sinistra, sia gli eredi del Msi a destra, avevano accettato la Nato come un necessario ed utile framework per la politica di difesa italiana, nessuna forza politica di rilievo aveva rimesso in discussione tale scelta di campo.

Il dibattito aperto da e nel Movimento merita dunque attenzione, in quanto la Nato è servita e serve a soddisfare gli interessi di sicurezza comuni ai suoi stati membri, e la sua utilità strategica dipende quindi dalla capacità di adattarsi sia alle minacce esterne sia alle domande politiche interne - da Washington e dalle altre capitali occidentali. Una capacità che la Nato ha dimostrato in 68 anni di vita, contribuendo ad uno dei periodi di pace più lunghi nella storia del continente europeo, e che può e deve rinnovare oggi.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.

Nuove prospettive per il Parlamento Europeo

Parlamento europeo
Tajani, presidente italiano per salto di qualità
Gianni Bonvicini
19/01/2017
 più piccolopiù grande
Malgrado qualche titolo in più sui giornali per la (ri-) elezione del proprio presidente, il Parlamento europeo continua ad essere un oggetto misterioso e lontano dagli interessi dei cittadini.

Certamente l’Italia può essere soddisfatta di avere finalmente portato sul più alto scranno dell’Assemblea di Strasburgo un proprio rappresentante. Era dal lontano 1979 (prime elezioni dirette) che si attendeva questo evento. Ciò avviene per di più in un momento in cui il paese è tornato ad essere marginale e a subire pressioni da parte di Bruxelles sui propri conti pubblici e perfino sul software di controllo delle emissioni su alcune vetture della Fiat-Chrysler.

Ma al di là di questo successo rimane l’interrogativo di fondo, valido per l’intera Unione europea, Ue, sul senso di queste elezioni di “mid term”.Lo scambio di presidenze fra i due maggiori raggruppamenti europei, popolari e socialisti, nel bel mezzo della vita parlamentare ha il sapore di qualcosa di artificioso e in qualche modo ‘burocratico’.

Un Parlamento che per tutti i cinque anni della legislatura non può essere sciolto da nessuno e che per di più sceglie i propri presidenti sulla base di un semplice accordo di alternanza per fare contenti i due maggiori partiti fa nascere almeno qualche dubbio sulla sua valenza politica.

L’anomalia politica dell’Assemblea europea
È questo un vecchio discorso, che però continua a denunciare una certa anomalia del Pe rispetto ai modelli nazionali che i cittadini europei sono abituati a conoscere. Vero che la costruzione dell’Ue non ha caratteri federali ed è quindi lontana dai sistemi politici dei singoli Paesi. Purtuttavia il Parlamento europeo rappresenta, o dovrebbe rappresentare, una rottura nella struttura essenzialmente intergovernativa del sistema decisionale dell’Unione.

Dovrebbe, in teoria, essere l’istituzione politica per eccellenza, dove il gioco delle parti si esprime attraverso gli orientamenti ideologico-politici di ciascun raggruppamento, mentre la presidenza dell’Assemblea spetterebbe alla maggioranza parlamentare espressa attraverso le elezioni. Invece, questa spartizione delle responsabilità nel corso della legislatura inquina parzialmente la lotta politica a vantaggio dei compromessi e delle grandi coalizioni fra gli stessi partiti.

La minaccia degli euroscettici
La ragione, si dice, è che le forze politiche tradizionali devono difendersi dai movimenti euroscettici che minacciano la vita stessa del Parlamento. Ma se questo può essere vero oggi, non lo era anni fa quando nel Parlamento l’unica, o quasi, eccezione partitica controcorrente era rappresentata dai conservatori inglesi che facevano gruppo a parte. Eppure lo scambio di presidenze si faceva ugualmente.

Per di più, in questa legislatura la prassi dell’alternanza alla presidenza ha subìto un’ulteriore anomalia. Pur avendo vinto le elezioni del 2014, il Partito popolare europeo ha ceduto il primo turno della presidenza al socialista Martin Schulz: la ragione va ritrovata nella sperimentazione del meccanismo degli “spitzencandidaten” per la nomina alla presidenza della Commissione.

Con la vittoria dei popolari e la conseguente cooptazione da parte del Consiglio europeo del candidato leader, il popolareJean Claude Juncker, alla testa della Commissione, si è ben pensato di mettere alla presidenza del Pe il candidato dei socialisti, sconfitto nella corsa alla Commissione e rappresentante della minoranza parlamentare. Insomma un gioco di poltrone che risponde sempre alla logica di condivisione di compiti e responsabilità.

L’illusione degli ‘spitzencandidaten’
Peccato davvero, perché ci si era illusi che il meccanismo degli ‘spitzencandidaten’ avesse la forza di politicizzare molto di più sia la Commissione e il suo presidente, sia il Parlamento europeo, aprendo la strada ad un confronto duro fra maggioranza e opposizione nel controllare le azioni politiche di Juncker. Nulla di tutto ciò è avvenuto e le vecchie prassi compromissorie all’interno del Pe sono continuate senza alcun vero cambiamento.

Ad essere sinceri, la candidatura del socialista Gianni Pittella in contrapposizione al popolare Antonio Tajani aveva il significato di rompere questo anomalo accordo e di fare emergere una logica politica normale di gara per l’elezione del presidente del Parlamento. Si è voluto quindi dare il segnale che le cose possono cambiare e che le vecchie prassi compromissorie non sono scritte nella pietra.

Detto questo, la sfida che il nuovo presidente dovrà affrontare nei prossimi due anni e mezzo sarà principalmente politica. Il problema da risolvere non è tanto quello di contrastare i gruppi euroscettici all’interno del Parlamento, ma piuttosto di dare maggiore enfasi alla volontà del Pe di occuparsi delle politiche dell’Unione, di orientarle e controllarle usando al meglio i pochi ma significativi poteri a disposizione.

La lotta politica va portata quindi all’esterno dell’Assemblea, moltiplicando i rapporti con i Parlamenti nazionali e cercando sempre di più il contatto con i cittadini ormai profondamente disamorati di un’Unione lontana e incomprensibile. Azione politica che non può prescindere dalla crisi interna dell’Ue, ma neppure dal radicale modificarsi dello scenario internazionale di cui l’elezione di Donald Trump è l’ultima manifestazione.

Il Pe e il suo nuovo presidente hanno quindi il dovere di occuparsi meno delle logiche interne e molto di più di escogitare nuove forme di lotta e di un diverso modo di operare per rifondare un’Unione che di procedure e meccanismi anomali può morire. Ci vuole davvero un salto di qualità nel ruolo e nell’immagine del Pe ed è questa la vera sfida che Antonio Tajani dovrà lanciare nella seconda parte di questa legislatura.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.

mercoledì 25 gennaio 2017

Roma: il nodo della immigrazione dalla quarta sponda

Immigrazione
Italia, l’accordo con la Libia non decolla
Enza Roberta Petrillo
15/01/2017
 più piccolopiù grande
Per l’Italia, il 2017 si è aperto con la sfida della gestione dei flussi dei migranti. Proprio il 30 dicembre, una circolare ministeriale siglata dal neoministro dell’Interno Marco Minniti e dal capo della polizia Franco Gabrielli ha sollecitato l’impellenza di dare “massimo impulso all’attività di rintraccio dei cittadini dei Paesi terzi in posizione irregolare”.

Stando alle anticipazioni diffuse dal Viminale, il corollario operativo del documento dovrebbe implicare la riapertura in ogni regione di Centri di identificazione ed espulsione, Cie, il potenziamento degli accordi con i Paesi d’origine per la riammissione dei migranti respinti e il rafforzamento del controllo delle frontiere esterne.

Il flop della politica dei rimpatri
Piano non proprio avveniristico, si dirà, e che sembra riproporre, seppur con alcuni correttivi in via di definizione, quanto già sperimentato con scarso successo negli ultimi venti anni.

Caso lampante, in tal senso è il controverso rilancio dei Cie. Un sistema bollato da più parti come inefficace e descritto da un rapporto di Medici per i Diritti Umani come “congenitamente incapace di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”.

Sono state proprio le violazioni e le malversazioni riscontrate in gran parte delle strutture a far sì che, progressivamente, dai 15 centri aperti a partire dal 1999 si arrivasse ai 4 rimasti attivi nell’ultimo anno.

Un’agonia decretata anche dall’ultimo rapporto stilato dalla Commissione diritti Umani del Senato che ha evidenziato come il modello Cie abbia disatteso persino il suo principale obiettivo: il rimpatrio dei migranti irregolari.

Nel 2015 - evidenzia la commissione - su 34.107 migranti sottoposti a un provvedimento di espulsione dal territorio italiano, 15.979 (circa il 46%) sono stati effettivamente allontanati, mentre 18.128 non hanno mai lasciato il Paese. Un buco nell’acqua che si spiega alla luce della scarsa applicabilità dei pochi accordi bilaterali di riammissione stipulati dall’Italia con i paesi di origine.

I costi esosi, la necessità del riconoscimento dell’autorità consolare del Paese di provenienza e i limiti per l’uso coercitivo delle misure di rimpatrio posti dalla direttiva ‘rimpatri’, hanno reso, nei fatti, la politica sui rimpatri un flop.

Criticità già espresse dalla roadmap diffusa dal Viminale nel 2015 e che spiegano, in parte, la svolta muscolare del ministero dell’Interno, che ha promesso di presentare in parlamento un Disegno di Legge su immigrazione e sicurezza entro la fine del mese.

Nella ridda di anticipazioni e smentite circolate negli ultimi giorni, alcuni elementi sembrano tuttavia definire la linea futura dell’esecutivo sull’immigrazione. Innanzitutto dialogo interistituzionale. Come evidenziato dal recente vertice interministeriale su sicurezza, immigrazione e Libia, indetto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, la priorità politica è un’azione multilivello che si snodi tanto a livello interno quanto a livello di politica estera.

Il ritorno dei Cie e la nascita dei Centri di coordinamento sulla radicalizzazione 
Sul fronte politica interna, l’appuntamento decisivo è quello della conferenza Stato-Regioni fissata per il 19 gennaio. Il rilancio del modello Cie ha messo sul piede di guerra molti governatori, la cui collaborazione è decisiva sia per far decollare le ambizioni di accoglienza diffusa storicamente caldeggiate dal Viminale, sia per garantire una base operativa ai venti Centri di coordinamento sulla radicalizzazione che secondo i piani del governo dovrebbero insediarsi a livello regionale per monitorare la radicalizzazione e l’estremismo jihadista.

Una rete territoriale, che secondo la proposta della Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista risponderebbe ad una centrale operativa insediata permanentemente a Palazzo Chigi.

Tema, quello del dialogo con i territori, che torna anche nella strategia identificata dal Consiglio per le relazioni con l’islam italiano, un organo insediato al Viminale per rilanciare il dialogo con la comunità musulmana e far sì che moschee e ministri diventino presidi contro la radicalizzazione soprattutto nelle periferie urbane, area critica su cui stanno convergendo anche le attività della Commissione di inchiesta sulle periferie insediata alla Camera dei Deputati lo scorso agosto.

La missione di Minniti a Tripoli
Se, al netto delle riottosità degli enti locali, il piano del governo a livello interno sembra piuttosto definito, il fronte dell’azione esterna pare invece essere più claudicante e soprattutto più imprevedibile. Soprattutto perché a oggi il buco nero dell’immigrazione verso l’Italia resta la Libia.

Stato fallito uno e trino che vede il generale Khalifa Haftar spadroneggiare in Cirenaica, mentre il presidente incaricato dall’Onu Fayez Al Sarraj tenta di controllare la Tripolitania, cercando di arginare l’espansione delle organizzazioni islamiste che da mesi infiltrano la regione del Fezzan.

In un quadro di questo tipo la recente missione di Minniti a Tripoli per definire bilateralmente un’intesa con il governo di unità nazionale di Al-Sarraj volta a stabilizzare il Paese e contenere le migrazioni irregolari e il traffico di esseri umani conferma, per l’ennesima volta, la solitudine dell’Italia nella gestione dei flussi migratori.

Persino il golpe tentato soltanto un giorno dopo la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli da un manipolo di miliziani fedeli al vecchio governo islamista di al-Ghawil non ha provocato alcuna reazione congiunta da parte dei Paesi europei.

Un’inerzia resa più pesante dalle poche frasi di rito espresse dal Commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos, che, in visita alla Farnesina, si è limitato ad elogiare l’accordo siglato da Minniti con al-Sarraj, senza fare alcun riferimento alle prospettive politiche e operative del piano per Bruxelles.

Così mentre dalla Libia, l’ex premier al-Ghawil lancia strali contro l’Italia e bolla la riapertura della rappresentanza diplomatica come una occupazione militare, dalla Farnesina il ministro degli esteri Angelino Alfano lascia intendere, tra le righe, che l’essenza della dimensione esterna della politica migratoria nazionale resta sempre la stessa: il solipsismo.

“L’Italia sta lavorando con grande impegno per rafforzare la collaborazione bilaterale sul fronte del controllo dei punti di transito migratorio alla frontiera sud fra Libia e Niger e nel contrasto alla immigrazione illegale e al traffico di essere umani. Quando la Libia sarà in grado di collaborare pienamente su questi temi, ci aspettiamo che l’Unione europea e la comunità Internazionale siano pronte a lanciare programmi di sostegno e iniziative comuni, poiché la partita che si gioca, la giochiamo tutti insieme, nessun Paese escluso”.

Scenario futuribile, quello del gioco di squadra, visto che per ora, se fossero confermate le agenzie che si rincorrono da Bruxelles, il piano italiano per la Libia sembrerebbe essersi concluso con il no di al-Sarraj alla proposta di intesa dell'Italia. Tema intricato su cui dovrebbe riferire già lunedì il ministro degli Esteri di Malta George Vella, il cui governo ha la presidenza di turno dell'Unione europea.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it).

lunedì 16 gennaio 2017

Europa: 5 Stelle: turbolenze ed interrogativi

Parlamento europeo
Grillo incassa lo schiaffo di Verhofstadt e corre da Farage
Eleonora Poli
11/01/2017
più piccolopiù grande
Il fallito accordo tra l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, Alde, e il Movimento 5 Stelle, M5S, ha comprensibilmente suscitato molti interrogativi. Ci si domanda in particolare come un gruppo liberale e sostanzialmente pro-europeo possa aver preso in considerazione di accettare al proprio interno un partito anti-establishment and eurocritico come l’M5S.

Nel testo dell’accordo Alde e M5S dichiaravano di condividere i valori di libertà, uguaglianza e trasparenza, e di voler promuovere un’economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale.

Differenze più che affinità
Ma in effetti i programmi dei due gruppi hanno ben poco in comune. In materia di politica estera, in particolare, divergono su molti punti rilevanti. Come le relazioni con la Russia: laddove il Movimento auspica un rapprochement con Putin, la maggioranza dei membri di Alde è per la linea dura.

Anche le politiche europee promosse o sostenute dai due gruppi sono sostanzialmente diverse. Ad esempio, a parte la green economy e il mercato unico digitale, temi cari sia ad Alde che al Movimento, non ci sono molti altri punti in comune, nemmeno sul fronte delle politiche economiche.

Alde è a favore di privatizzazioni e liberalizzazioni per favorire la competitività e una redistribuzione delle risorse più efficiente. Il Movimento 5 Stelle pone invece una maggiore attenzione alla dimensione sociale promuovendo sia in Italia che nel Parlamento europeo proposte come il reddito universale di cittadinanza.

Inoltre, l’Alde, sostiene la necessità di costruire un’Unione europea, Ue, più democratica tramite il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo anche per consolidare un’identità europea comune. Anche il M5s punta a un’Europa più democratica, ma attraverso l’utilizzo di forme di democrazia diretta che possano favorire la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali europei.

Quest’ultimo punto, che è centrale nel programma del M5S, sarebbe alla base del nuovo gruppo politico che il Movimento potrebbe tentare di lanciare alle prossime elezioni europee, il Movimento di Democrazia Diretta. Inoltre, il M5s è contrario a una maggiore integrazione europea che comporti politiche di austerità e, come da programma, punta non solo a creare un’alleanza anti-austerità fra i Paesi del Sud Europa, ma anche a tenere in Italia un referendum sull’euro.

Divorzio e ripensamento
Di primo acchito non è facile capire perché Grillo e Guy Verhofstadt, leader di Alde, si siano accordati sull’entrata del M5s nel gruppo liberale e il leader del M5S abbia deciso di abbandonare gli euroscettici dell’Europa per la Libertà e Democrazia Diretta, Efdd, guidati dal partito britannico Ukip di Nigel Farage. È degno peraltro di nota che l’aggettivo “Diretta”, era stato voluto proprio da Grillo, dopo le elezioni europee del 2014, come condizione per entrare nel gruppo Efdd.

In realtà il tentativo del M5s di divorziare dall’Efdd aveva varie motivazioni. I pentastellati hanno votato in linea con l’Efdd solo il 20% delle volte.

Inoltre, il gruppo Efdd rischia di sfaldarsi alle prossime elezioni europee. Infatti, con la Brexit e la conseguente uscita di Ukip dal Parlamento europeo, il gruppo non avrebbe più un numero di rappresentanti sufficienti per continuare ad esistere. Secondo il regolamento del Parlamento europeo, infatti, ogni gruppo politico necessita di almeno 25 Parlamentari provenienti da almeno un quarto dei Paesi membri.

L’Ukip conta oggi il maggior numero di parlamentari nel gruppo Efdd (22), seguito dal M5s che ne ha 17. Il resto sono rappresentanti singoli di partiti euroscettici di opposizione di Francia, Svezia, Repubblica Ceca e Lituania.

È proprio per garantire l’esistenza del gruppo e mantenere i finanziamenti parlamentari che il leader di Efdd, Nigel Farage ha deciso, dopo il rifiuto della maggioranza degli eurodeputati Alde di aprire le porte ai pentastellati, di riammettere nel gruppo i 5 stelle.

Questi ultimi, da parte loro, hanno dovuto reiterare la promessa di sostenere un referendum sull’euro. I cinque stelle sono stati costretti anche a rinunciare alla co-presidenza del gruppo, con una secca perdita di influenza politica a livello europeo.

Verhofstadt indebolito
Il tentativo del M5S di allearsi con Alde aveva invece proprio l’obiettivo di accrescere il peso politico del movimento in Europa e di rafforzarne l’immagine in Italia. Con 68 Parlamentari, Alde è infatti il quarto gruppo del Parlamento europeo e avrebbe potuto fornire al Movimento un più efficace palcoscenico politico, oltre a consentirgli di prendere le distanze dalle frange radicalmente euroscettiche dell’Efdd.

Per esempio, come da accordo, Alde avrebbe concesso all'eurodeputato pentastellato, David Borrelli, una delle tre cariche da vicepresidente esecutivo e la presidenza di un gruppo di lavoro sulla democrazia diretta. Forse il connubio con Alde avrebbe anche consentito al Movimento 5 Stelle di attrarre più elettori moderati a livello nazionale.

Infatti, se è vero che Alde è un gruppo in linea con l’establishment europeo, è vero anche che si pone come terza forza, alternativa tanto al S&D, il gruppo socialdemocratico di cui fa parte il Pd, quanto al Partito popolare europeo, di cui fanno parte sia Forza Italia che il Nuovo Centro Destra.

Dal canto suo Alde, con l’entrata del M5S, si sarebbe rafforzato numericamente, acquisendo maggior peso politico all’interno del Parlamento. Il Movimento avrebbe anche sostenuto la candidatura del leader di Alde, l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, alla presidenza del Parlamento europeo, una carica su cui i membri del PE saranno chiamati a votare il 17 gennaio.

Il fallimento dell’intesa ha indubbiamente indebolito Verhofstadt anche in vista della battaglia per la presidenza. I 5 stelle, dal canto loro, sono stati oggetto di diffuse ed aspre critiche in Italia, e non solo, per aver tentato un’alleanza con l’ “establishment”. Nonostante il 78,5% dei membri del M5S si sia espresso a favore dell’alleanza con Alde, la fallita mossa di Grillo viene ora usata per screditare la natura anti-establishment ed eurocritica del Movimento.

Tuttavia, il Movimento 5 Stelle può ancora contare, stando ai sondaggi, sul 30% delle preferenze degli italiani. Se la partita europea per il momento è persa, quella nazionale rimane più che mai aperta.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.