| ||||||||
Fascino per gli uomini forti Basta uno sguardo all’agenda del presidente statunitense per rendersi conto dell’incertezza e dell’imprevedibilità delle relazioni internazionali dell’attuale Amministrazione. Il viaggio di Trump - la mappa del tour presidenziale Prima di partire, Trump incontrerà, questa settimana a Washington, il presidente turco RecepTayyipErdogan, uno degli uomini forti – come il presidente egiziano Abd al-Fattahal-Sisi, già ricevuto alla Casa Bianca – per cui mostra una certa fascinazione. Si sono raffreddati, invece, gli entusiasmi per il presidente filippino dai modi spicci Rodrigo Duterte, che fa sapere che potrebbe non andare negli Stati Uniti perché ha “troppi impegni”. Il primo faccia a faccia col presidente russo Vladimir Putin non è invece stato ancora annunciato: reso più ostico dal colpo di freno al miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca legato al Russia-gate sul fronte interno e alla Siria su quello esterno, l’incontro potrebbe avvenire a margine del G20 di Amburgo a luglio, anche se un anticipo non è escluso, almeno secondo fonti di stampa russe. Il percorso in Medio Oriente Prima tappa della prima missione all’estero di Donald Trump sarà, dunque, l’Arabia Saudita: scelta che suscita subito sorpresa e interrogativi, perché si tratta sì di un tradizionale alleato degli Stati Uniti, ma anche di un Paese dal ruolo non limpido nella lotta contro il terrorismo e divisivo nella regione, nella chiave del persistente confronto tra le monarchie sunnite e il regime teocratico sciita iraniano, che si riflette anche nelle situazioni in Iraq e in Siria, oltre che nel conflitto nello Yemen. Ma la tappa più attesa nella regione è quella tra Israele e Palestina; un passo – per alcuni esperti – verso la nuova iniziativadi pace degli Stati Uniti per la soluzione del conflitto israelo-palestinese annunciatada Trump il 3 maggio scorso, dopo aver ricevuto il presidente palestinese Abu Mazen. L’iniziativa, che pareva azzardata, improvvisatae in contrasto con l’approccio apertamente filo-israeliano fino ad allora tenuto dalla sua Amministrazione, potrebbe dunque concretizzarsi. I palestinesi anzi cavalcano - e forse mettono alla prova - la disponibilità statunitense, prospettando addirittura nell’occasione un vertice a tre. Gli israeliani sono più riservati e fanno sapere che Trump, appena sbarcato in Israele, andrà al Muro del Pianto con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, entrambi ebrei religiosi – Kushner è pure suo consigliere per il Medio Oriente -. Non si attendono, invece, sviluppi nel tormentone dello spostamento dell’ambasciata degli Usa a Gerusalemme. Cruciale nella missione potrebbe diventare il discorso che Trump farà alla Rocca di Masada, antica e fascinosa fortezza ebraica sul Mar Morto: il discorso di Masada starà alla politica mediorientale dell’Amministrazione Trump come il discorso del Cairo del 4 giugno 2009 stette a quella dell’Amministrazione Obama. Resta da vedere se, contrariamente a quello di Obama, sarà poi seguito da fatti concreti. A Bruxelles tra Ue e Nato Nel pomeriggio del 24, Trump sarà a Bruxelles, dove sarà ricevuto da re Filippo nel Palazzo Reale, nel cuore della capitale belga. Il 25, il presidente americano incontrerà nell’Europa Building i leader delle istituzioni Ue, specie il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. A seguire, Trump parteciperà al Vertice Nato: un’occasione per riaffermare l’importanza dell’Alleanza, che da obsoleta è ora ritenuta essenziale nella lotta contro il terrorismo, ma anche per ribadire che i partner devono fare di più – leggi, pagare di più – per la sicurezza comune. La tappa di Bruxelles è segnata, in qualche misura, almeno nella sua preparazione, dal fatto che, durante i suoi primi cento giorni, ormai abbondantemente superati, Trump s’è ‘dimenticato’, o ha semplicemente trascurato, di nominare i rappresentanti permanenti degli Stati Uniti presso la Ue e la Nato. Alla Nato, l’ambasciatore Douglas Lute, un ex generale nominato da Barack Obama e insediatosi nel 2013, ha lasciato la guida della delegazione all’incaricato d’affari Earle Litzenberger. All’Ue, l’ambasciatore Anthony Gardner s’è dimesso a gennaio e la Rappresentanza è attualmente retta dall’incaricato d’affari Adam Shub. S’era parlato, all’Ue, di Ted Malloch, uno che dovunque spara a zero contro l’Unione e l’euro, suscitando reazioni piccate al Parlamento europeo e nelle capitali dei 27. In una lettera pubblicata dalla rivista londinese ‘The Parliament Magazine’, Malloch sostiene che l’Ue “è diventata non democratica, gonfia di burocrazia e di anti-americanismo rampante”; e afferma che “gli Usa dovrebbero praticare con l’Europa maggiore commercio bilaterale e dichiarare la propria ferma opposizione a un’Europa federale, dicendo un preciso ‘no’ a un unico euro-governo”. E, prima, intervistato da ‘Der Spiegel’, Malloch aveva definito l’euro “un esperimento imperfetto” – “se sedessi al tavolo d’una banca d’investimenti, ci punterei contro” – e la Brexit la prima di altre uscite. Perchégli Usa devono “collaborare in bilaterale coi singoli Stati Ue”? Perché così “ci troveremmo in vantaggio”. Un G7 ‘gente che va, gente che viene’ Il giorno dopo, il presidente raggiungerà la Sicilia, dove, a Taormina, si svolgeranno i lavori del G7. Fra i temi controversi, la libertà degli scambi – un valore che l’Amministrazione Trump subordina all’interesse commerciale degli Stati Uniti – e il rispetto degli accordi di Parigi del 2015 sul clima, per rallentare il riscaldamento globale. Sui cambiamenti climatici, le ultime indicazioni sono che gli Stati Uniti non prenderanno posizione fin dopo il G7: “Il presidente continuerà ad ascoltare i pro e i contro”, sul rispetto o meno dell’accordo di Parigi, per arrivare a definire “quel che è il miglior interesse degli Stati Uniti”, fa sapere il suo portavoce Sean Spicer. Un modo anche per evitare che Taormina si trasformi in una ‘sfida all’Ok corral’ ambientale. Un Vertice degli esordienti – ben quattro, oltre a Trump il presidente francese Emmanuel Macron, la premier britannica Theresa May e il padrone di casa e presidente di turno, il premier italiano Paolo Gentiloni – e, nello stesso tempo, di leader che potrebbero essere alla loro ultima esperienza: la May l’8 giugno e Gentiloni tra l’autunno e la primavera sono attesi da scadenze elettorali, come pure l’indiscussa decana di questi Vertici, Angela Merkel – il 23 settembre. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. |
Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
Translate
venerdì 19 maggio 2017
Taormina: il vertice
sabato 13 maggio 2017
L'Italia efficente al lavoro
mercoledì 10 maggio 2017
Roma: una eccellenza italiana
| ||||||||
Unilateralismo italiano È oramai di dominio pubblico, dopo l’audizione del Comandante generale della Guardia costiera alla Commissione Difesa del Senato del 4 maggio, che il Centro nazionale Sar (Mrcc, dall’acronimo inglese) coordina tutte le operazioni nel Mediterraneo centrale, comprese quelle delle Ong, in un’area di circa 1.000.000 di Kmq. Tale area va ben al di là della zona Sar italiana prevista dal Dpr 662-1994 e, scavalcando quella maltese, arriva sino alle coste libiche. Nessuno ha regolamentato una simile situazione, ma essa si è creata di fatto, giorno per giorno, sulla spinta della necessità di salvare migliaia di vite umane. Siamo stati dunque noi a presentarci - di fronte all’indifferenza o all’incapacità di altri - come il principale riferimento nel Sar mediterraneo anche in considerazione degli obblighi giuridici che ricadono sul primo Mrcc che è informato di una situazione di pericolo. È così che l’Italia è giunta a coordinare tutte le operazioni di soccorso davanti alla Libia ed è divenuta l’unico Paese a ricevere nei propri place of safety (1) (Pos) le persone salvate da navi private e da quelle di EunavforMed e Triton. Frontiere marittime europee Frontex è stata trasformata in Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con poteri rafforzati per preservare la libera circolazione nello spazio Schengen minacciata dagli ingressi irregolari. Frontex era nata per attuare respingimenti in mare, ma, mentre la Spagna e la Grecia si sono avvalsi di questa funzione, l’Italia non l’ha mai richiesta pur attuandola per un breve periodo con la Libia. L’impiego in prossimità dell’Italia e di Malta di mezzi di Frontex con l’operazione Triton è stato attuato su nostra richiesta per avere sostegno al Sar, dopo il termine di Mare Nostrum cui l’Ue, come chiarito da Marco del Panta su queste pagine, non aveva voluto partecipare considerandola un “pull factor”. Le navi di Triton, paradossalmente, non differiscono perciò da quelle delle Ngo, se non fosse per i compiti di identificazione dei migranti. Guardia costiera Ue Ben altra sarebbe la situazione del Mediterraneo centrale, se si fosse istituita una forza europea, civile e militare, incentrata sulla Funzione Guardia Costiera, con compiti Sar secondo regole ed assetti comuni. In effetti, il Parlamento europeo - pur non affrontando la questione in tali termini - con la Risoluzione del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo ha considerato il Sar nel quadro della politica di asilo, ritenendo che il rafforzamento dei servizi nazionali sia prioritario per esigenze umanitarie e per specifici obblighi giuridici. Secondo la stessa Risoluzione, l’impiego di mercantili ed Ong nel soccorso non può comunque essere un’opzione alternativa all’organizzazione di un servizio Sar con assetti pubblici. Incertezza zone Sar La necessità per il Mrcc italiano di agire oltre la zona Sar nazionale deriverebbe anche dal fatto che la Libia e la Tunisia non hanno mai istituito proprie zone Sar e che Malta ha difficoltà a definire con noi i limiti della sua zona. Sappiamo della Libia, in cui è in corso un grande sforzo internazionale per dotare il Paese di un’organizzazione statuale, Guardia costiera compresa. Conosciamo le radicate pregiudiziali di Malta che sinora hanno impedito ogni soluzione negoziata per risolvere la sovrapposizione della sua zona Sar con la nostra e stabilire una collaborazione secondo i canoni della Convenzione di Amburgo del 1979. Ma ci meravigliamo che esista un problema con la Tunisia da sempre nostro interlocutore privilegiato, che nel 2011 concordò di riaccompagnare nei porti di partenza le persone salvate al largo delle proprie coste. Perché, allora, non adire l’Organizzazione Marittima Internazionale per ottenere, sotto la sua egida e con la mediazione dell’Ue, una definizione concordata delle zone Sar mediterranee che elimini ogni residua incertezza e faciliti la cooperazione ? Armonizzazione norme Ue Tra le iniziative che l’Italia dovrebbe considerare vi è anche l’armonizzazione delle norme Ue sugli obblighi di soccorso, sulle sanzioni penali in caso di omissione e sull’organizzazione del Sar. Non si tratterrebbe di attribuire all’Ue una competenza non prevista, ma solo raggiungere standard comuni nello svolgimento di un servizio che la citata Risoluzione del Parlamento europeo considera essenziale. Chiaramente, in parallelo bisognerebbe affrontare il tema della scelta del Pos, in caso di operazioni condotte in zone Sar di Paesi che non possono o non vogliono accettare le persone salvate, anche prevedendo deroghe volontarie al sistema di Dublino. Centralità Italia Le operazioni multinazionali Triton ed Eunavformed ( e domani quella Nato ‘Sea Guardian’) continueranno a trasportare in Italia le persone salvate davanti alla Libia, sotto il coordinamento di Roma. Anche le Ong continueranno a svolgere il loro apprezzato lavoro in ausilio della nostra Guardia costiera, magari agendo in una cornice di verifiche da parte italiana e dei Paesi di bandiera. L’Italia non può tuttavia lasciar perdere l’occasione che le recenti polemiche sul Sar delle Ong hanno creato. S’impone ora una regolamentazione realistica dei limiti delle zone di intervento italiano, degli assetti pubblici disponibili e dei costi necessari, senza fare affidamento eccessivo sulle risorse private di Ong e mercantili che non possono essere considerati un fattore sistemico. Ma soprattutto è necessaria una forte iniziativa euromediterranea per coinvolgere attivamente nel Sar tutti i Paesi rivieraschi secondo principi di condivisione delle risorse e delle responsabilità. (1)La regolamentazione IMO stabilisce che le persone salvate debbano essere portate al più presto in un “place of safety”, luogo sicuro dove siano loro garantiti assistenza, cure, cibo e protezione dei diritti personali, in vista del raggiungimento della meta finale. Fabio Caffio è Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto in diritto marittimo. |
mercoledì 26 aprile 2017
Le lezioni che vengono dall'estero
| ||||||||
La prima è che le famigerate élites possono battere i populisti misurandosi con i problemi che ne alimentano il consenso, ma affrontandoli a viso aperto e senza rincorrerli sul loro terreno. La seconda è che si è probabilmente avviata una profonda ricomposizione del quadro politico, a sinistra ma non solo, i cui effetti si faranno sentire ben oltre la Francia. La terza è che il confronto per il secondo turno si giocherà sul fronte “nazionalismo-apertura al mondo”; in altri termini principalmente sull’Europa e sull’euro. La candidata dell’estrema destra ha scelto questo terreno, spostando l’accento dalla sicurezza e l’ostilità all’immigrazione verso le questioni sociali, nella speranza di rompere l’isolamento e ottenere il consenso di ceti popolari ostili alla globalizzazione. È stato un errore strategico: i tradizionali elettori di sinistra sono ancora in maggioranza fedeli ai valori democratici e quelli di destra, anche se insoddisfatti del funzionamento dell’Ue, non vogliono abbandonare l’euro. Il risultato è stato che ha prevalso il candidato più europeista fra tutti quelli presenti. Con l’elezione francese e dopo quella olandese, la minacciosa marea populista che ha invaso l’Occidente negli ultimi tempi ha forse cominciato a regredire. In Germania, grado d’incertezza inferiore Le elezioni previste in settembre in Germania presentano un grado d’incertezza inferiore. Avranno certo un effetto sul piano interno, ma non muteranno di molto la politica europea del Paese. Dopo una lunga fase d’immobilismo, l’Europa sarà quindi in grado di ripartire, ma bisogna valutarne realisticamente le prospettive. La ripresa del processo d’integrazione dovrà riguardare vari aspetti, come l’immigrazione e la sicurezza, ma sarà centrata sulla governance dell’euro-zona. Sarà però condizionata da una doppia isteresi dovuta alla difficoltà di rimettere in moto processi a lungo arrugginiti. La svolta rappresentata da Macron avrà bisogno di tempo per materializzarsi sia nell’applicazione del programma di riforme, sia per l’emancipazione dal tradizionale e sempre radicato sovranismo francese; molto dipenderà dal risultato delle prossime elezioni legislative e dalla possibilità di riunire una maggioranza presidenziale sufficientemente solida. Inoltre la sfiducia reciproca e i pregiudizi accumulati tra Francia e Germania non si dissiperanno facilmente, anche perché negli ultimi anni sono cresciute anche in Germania resistenze verso una maggiore integrazione. Da Macron lezioni per l’Italia Molto dipenderà dall’effettiva capacita di Macron di attuare il programma di riforme annunciato e dalle proposte concrete che presenterà a Berlino e agli altri partner. Quali lezioni per l’Italia? Un po’ di lucidità dovrebbe suggerire che sono molto diverse da quelle che sembra trarne Matteo Renzi. Con la Francia che esce dallo stallo e la Spagna che continua la sua traiettoria positiva, non ha più nessun senso parlare di frattura Nord/Sud. Per prima cosa dovremmo convincerci che esiste ormai uno specifico problema italiano, politico ed economico. Ne consegue che nulla potremo ottenere senza la garanzia di una stabilità politica e della ripresa del processo di riforme interne. In secondo luogo, l’Italia fa bene a mantenere la sua bussola federalista. Tuttavia la ripresa del processo d’integrazione non dipende da un grande rivolgimento del modello istituzionale. Chi continua a sostenere questa ipotesi ottiene solo il risultato di denigrare ulteriormente l’Europa che c’è a beneficio esclusivo dell’euroscetticismo dei populisti. Non ha dunque senso accarezzare fantasie palingenetiche come l’elezione diretta di un presidente, o la convocazione di un’assemblea costituente sul modello di quella americana di Filadelfia. Il funzionalismo, cioè l’idea che le istituzioni si adattano alla soluzione dei problemi e non viceversa è connaturato alla politica. Gli stessi ex coloni americani fecero Filadelfia per risolvere un problema concreto: la fragilità della struttura confederale di fronte alle ingerenze rapaci delle grandi potenze europee. Lo fecero creando inizialmente un minimo di centralizzazione; poi ci vollero 33 emendamenti e una guerra civile per arrivare gradualmente alle istituzioni federali che conosciamo. Tutti concordano che ci vuole più legittimità e capacità d’azione politica nell’Ue. Tuttavia il termine “unione politica” così spesso declamato in Italia evoca l’araba fenice di mozartiana memoria: “che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Perché la discussione possa divenire concreta, bisognerebbe chiarire almeno due cose: una larga disponibilità a consentire importanti condivisioni di sovranità e la possibilità di trovare una sintesi convincente fra la concezione tedesca di “governo delle regole” (esecutivo limitato e Parlamento forte) e quella francese di “governo del Principe” (esecutivo forte con grande potere discrezionale). Gli stessi interrogativi si pongono anche per un “governo economico” dell’euro-zona, ipotesi più limitata e realistica che Macron ha adombrato nel suo programma. Sognare la fine dell’austerità Il terzo errore sarebbe di credere che il nuovo contesto potrà finalmente segnare “la fine dell’austerità”. Prima di tutto, perché l’Italia non ne è mai stata vittima e il nostro grave ritardo nella ripresa economica e occupazionale è prevalentemente dovuto a fattori domestici. Contrariamente alla vulgata prevalente, nel relativo immobilismo che ha caratterizzato il dibattito europeo, l’Italia ha potuto beneficiare largamente della supplenza della Bce nel compensare i vuoti della politica e di una larghissima flessibilità nella gestione dei conti pubblici concessa dalla Commissione (gli abominevoli euroburocrati). Questa situazione è malsana e non può durare. Da un lato genera crescente insofferenza in Germania e in altri Paesi e contribuisce a diminuire la credibilità della Commissione. Dall’altro, non ha contribuito a risolvere i problemi italiani e forse ha addirittura contribuito al rilassamento della pressione per le riforme. Peggio, l’abuso dello scudo europeo è stato accompagnato da un continuo stillicidio di attacchi a Bruxelles che hanno finito per screditare la stessa idea di Europa agli occhi dell’opinione pubblica. Sia la supplenza della Bce, sia la flessibilità sono però destinate a diminuire. È quindi indispensabile che l’Italia partecipi con autorevolezza a un nuovo dibattito che dovrebbe condurre a un sistema più strutturato di governance dell’euro-zona, probabilmente a partire di una troppo ritardata discussione del rapporto dei “5 presidenti”; quel documento, arricchito da altre proposte fra cui forse anche quella di un ministro del Tesoro dell’area euro, resta comunque una base molto utile. Dobbiamo però essere coscienti che il punto d’arrivo sarà forse un sistema più efficiente e orientato alla crescita, ma anche più intransigente nel controllo dell’applicazione delle regole. Il quarto errore è credere che la nostra condizione di padre fondatore e di terza economia dell’area euro ci conceda un diritto di veto e ci renda in un certo senso “indispensabili”. Siamo certamente molto importanti e possiamo essere interlocutori ascoltati, ma ci stiamo avvicinando a un momento in cui il ventaglio delle soluzioni possibili è destinato a restringersi. La comprensibile soddisfazione per la probabile svolta in Francia e la conseguente fine dell’immobilismo, dovrà quindi essere accompagnata da una seria riflessione sulle priorità della nostra politica sia interna sia europea. Immobili, possiamo sognare uno spazio con scelte illimitate; nel momento in cui riprende il movimento, la libertà della fantasia cede il passo alle opzioni più limitate offerte dalla realtà. Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore. | ||||||||
Servizio Militare per tutti. Obbligatorio.
| ||||||||
La legge che poneva fine alla coscrizione obbligatoria prevedeva infatti la possibilità di reintroduzione della leva in caso di condizione deficitaria delle Forze Armate e della sicurezza in Svezia. Si tratta comunque di una decisione significativa per un Paese la cui politica militare è improntata alla neutralità. Lo stato delle Forze Armate Nel 2015 il governo aveva promosso una commissione d’inchiesta sulla sostenibilità del servizio militare volontario. Secondo i risultati dell’indagine, le Forze Armate svedesi hanno subito un deficit di arruolamenti di circa 1500 persone l’anno. Se lo scorso 2 marzo il governo non avesse preso la decisione di ripristinare il servizio militare, le riserve si sarebbero esaurite entro il 2025, senza considerare il deficit di personale di alto grado che si sarebbe parallelamente prodotto. Alla luce dell’esito negativo dell’inchiesta, non è risultata sufficiente la parziale riattivazione della leva per le ex reclute, per condurre prove ed esercitazioni. Sempre secondo lo studio, la Svezia dovrebbe semmai aumentare il numero di personale da inserire nell’esercito - attualmente vi è un bisogno di circa 4000 reclute all’anno fino al 2019 - fino ad arrivare a 8000 tra uomini e donne nel periodo 2022-2025. Come per il caso norvegese, la Svezia terrà conto, al momento della selezione dei 4000 giovani che inizieranno l’addestramento dalla metà di quest’anno, non solo dell’effettiva capacità fisica dei singoli, ma anche della volontà degli stessi di intraprendere una carriera nell’esercito, con l’intento di coadiuvare le esigenze delle Forze Armate con quelle della fascia di popolazione chiamata. Il ministero della Difesa dovrà certamente tenere in considerazione il livello di paga medio che un giovane lavoratore potrebbe guadagnare qualora decidesse di rimanere nell’esercito. Infatti, ad oggi in Svezia la retribuzione media di un giovane soldato è più bassa di quella di un lavoratore medio della stessa fascia d’età con un impiego civile. Un più basso livello di retribuzione rappresenta un disincentivo per i giovani che si trovano a dover decidere, dopo il periodo di addestramento obbligatorio, se continuare in armi o meno, con la conseguenza che le posizioni di rango superiore potrebbero non essere coperte adeguatamente. La militarizzazione dell’isola di Gotland La decisione di reintrodurre la coscrizione universale arriva a poca distanza da quella relativa alla militarizzazione dell’isola di Gotland. La disposizione del governo è stata annunciata al vertice Nato di Varsavia del luglio 2016 - al quale la Svezia, che dell’Alleanza non è membro, ha partecipato per invito - e prevede lo stanziamento permanente di un battaglione meccanizzato sull’isola. Gotland non è solo l’isola più grande della Svezia, ma anche la più vicina al confine con la Russia e per questo strategicamente importante. Il battaglione, operativo a partire dal 2018, sarà verosimilmente in grado di controllare lo spazio aereo e marittimo, nonché le linee di comunicazione nella parte sud del Baltico. Secondo quanto affermato dal ministro della Difesa Peter Hultqvist ad Oslo lo scorso febbraio, la Svezia sta modificando il proprio apparato di difesa tramite non solo la reintroduzione dell’obbligo del servizio militare, ma anche attraverso modernizzazioni e addestramenti specializzati, come lo stanziamento del battaglione a Gotland. Tutti segnali di risposta alla minaccia percepita da Stoccolma e proveniente dalla Russia. Sicurezza regionale e neutralità Nel formulare le raccomandazioni sul personale, Il resoconto della commissione tiene in considerazione motivazioni di sicurezza nazionale e regionale. La modifica dell’atteggiamento svedese in ambito di difesa è stato reso esplicito già con la decisione di qualche mese fa sull’ampliamento del budget dedicato alla difesa del Paese di circa 500 milioni di corone svedesi. Questa decisione è in linea con il trend svedese degli ultimi anni di incremento della spesa per la difesa. A seguito dell’annessione della Crimea da parte russa, la Svezia, allarmata anche dalla presenza russa nella regione, ha deciso di cambiare la propria postura difensiva. Ad ogni modo, la tradizione di neutralità di Stoccolma non viene intaccata. Neutralità, infatti, non significa impreparazione alla difesa del proprio territorio. Sebbene membro dell’Ue ma non della Nato, il Paese è considerato un partner affidabile dell’Alleanza transatlantica, con la quale Stoccolma ha incentrato la cooperazione nelle missioni di peace-building e peace-keeping in Kosovo e Afghanistan, pur rimanendo il Mar Baltico il principale luogo di interesse per la sicurezza. Data la sua partecipazione attiva nelle operazioni congiunte, la Svezia rientra in uno dei cinque Enhanced Opportunities Partners, cioè uno dei cinque partner con cui l’Allenza intrattiene rapporti di collaborazione bilaterale privilegiati, dando anche la possibilità al Paese di rendere esplicite le sue esigenze di sicurezza. La cooperazione internazionale in materia di difesa è per Stoccolma una garanzia di sicurezza e la presenza della Nato nella regione del Baltico risponde non solo alle esigenze dei membri dell’Alleanza prossimi al vicino orientale, ma anche a quelle del partner svedese. Ester Sabatino è Junior Fellow presso il programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@Ester_Sab1). |
mercoledì 19 aprile 2017
Un G7 da preparare bene
| ||||||||
Il G7, si diceva, ha perso la sua prominenza da che è stato inventato il G20, dove siedono anche le importantissime nuove potenze e l’Asia conta forse più dell’Europa. Certamente i Sette non possono più pretendere di rappresentare il mondo, o anche solo di poterlo guidare, senza la cooperazione degli altri. Ma in compenso, da che la Russia è stata esclusa dal Vertice (che da 8 è tornato a 7), questa è nuovamente la riunione tra gli Usa e i loro maggiori alleati: quella in cui il vecchio, ma pur sempre importantissimo, ‘Occidente’ può decidere quali siano i suoi interessi comuni e se ha una strategia unitaria per affermarli. Ancora alleati?, fin dove e come? Questa insomma rischia di essere la riunione in cui scopriremo fino a che punto e come siamo alleati con Donald Trump. Intanto sappiamo che sui dossier energetici non c’è accordo. Abbiamo ancora alcune settimane per vedere se al Vertice riusciremo a fare di meglio, ma tutto fa pensare che potrebbe essere più produttivo occuparsi di altro, a cominciare da quello che è stato discusso al G7 degli Esteri. Il lungo comunicato contiene cose che piacciono di più agli alleati ed altre che piacciono di più agli americani. Così, ad esempio, i ministri hanno approvato senza riserve l’attacco americano contro la base aerea siriana di Shayat, definendolo “attentamente calibrato, limitato negli obiettivi e rivolto contro siti militari direttamente coinvolti nell’attacco chimico”. Allo stesso tempo, hanno anche sottolineato più volte l’importanza delle Nazioni Unite e in particolare del Meccanismo investigativo congiunto dell’Onu e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che ha più volte accusato il governo siriano di averne fatto uso e che ora è invitato a proseguire nella sua missione di indagine. Peccato che al successivo incontro tra Rex Tillerson e Sergey Lavrov a Mosca, questo tema si sia esaurito in uno sterile muro contro muro. I paletti di un accordo con Trump Nel complesso il G7 degli Esteri ha cercato di individuare alcuni paletti di un possibile accordo ‘occidentale’ con Trump. Tralasciamo molti punti che non sembrano contenere novità di grande rilievo e limitiamoci a sottolineare alcuni aspetti di maggiore interesse. Tutto il comunicato è percorso dalla necessità di dare priorità alla lotta al terrorismo, anche al di là delle sezioni a ciò specificamente dedicate. Semmai una curiosità, che potrebbe nascondere qualche problema politico, deriva dal fatto che a parte il sedicente Stato islamico, cui è dedicata grande attenzione, nel comunicato non si fa mai riferimento diretto ad Al Qaida, neanche quando si tratta di Siria, di Yemen o di Africa, dove pure questa organizzazione terroristica svolge ruoli di rilievo. Molto esplicite e ripetute sono invece le critiche alla Russia, nei cui confronti si riconferma il mantenimento delle attuali “misure restrittive” (sanzioni), per spingerla a “tornare all’interno di un ordine di sicurezza basato su regole” condivise. Nel complesso, pur riconoscendo alla Russia di essere un importante protagonista internazionale e di condividere con Mosca molti comuni interessi, quali la lotta al terrorismo e la non proliferazione nucleare, i Paesi del G7 non accettano in alcun modo l’annessione della Crimea e ritengono che la Russia abbia grandi responsabilità sia in Ucraina che in Siria, che non usa come dovrebbe, o di cui, al contrario, abusa. Poche novità anche per quel che riguarda la Corea del Nord, dove però si riconosce che la sfida lanciata dal regime nord-coreano ha raggiunto nuovi livelli e richiede quindi una “reazione decisa ed efficace”. Poiché sembra impossibile che quel regime si adegui alle richieste di apertura, disarmo e rispetto dei diritti umani avanzate dai paesi del G7, rimane aperta la questione di quale dovrebbe essere la “reazione” di cui sopra. Più tranquilla la posizione sull’Iran dove si conferma l’importanza dell’accordo raggiunto sul nucleare (che dovrà però essere integralmente attuato) e ci si limita a deplorare i test di missili balistici effettuati da Teheran. Piuttosto decisa, anche se di tono nettamente diverso rispetto a quello usato con Mosca, anche la reazione alle rivendicazioni marittime cinesi, ad Est e a Sud. Ci si riferisce ad esempio al giudizio emesso dal Tribunale arbitrale il 12 luglio 2016, sfavorevole alle tesi cinesi, come ad una “utile base” per andare avanti pacificamente, e si ribadisce l’opposizione a iniziative unilaterali. Il comunicato tocca molti altri punti: ad esempio, è interessante una sezione sul cyber (anche se insiste sulla ricerca di regole non obbligatorie), ed è importante una sezione sulla opportunità di rafforzare il sistema Onu di gestione delle crisi. Ma complessivamente questo testo sembra soprattutto voler offrire un ramoscello d’ulivo da parte degli alleati alla nuova Amministrazione americana. Esso suggerisce un possibile compromesso che può consentire all’Occidente di proseguire insieme: salviamo l’alleato Trump (per la nostra stessa tranquillità). Vedremo come andrà a Taormina. Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI. |
venerdì 31 marzo 2017
Leonardo: se ne deve parlare di più
| ||||||||
La rilevanza strategica si ritrova anche nelle produzioni che esprimono una capacità di proiezione internazionale dell'Italia, grazie alla padronanza di tecnologie che sono contenute nelle piattaforme (elicotteri, aerei, satelliti) oppure nei sistemi Ict. Tutto ciò in un’epoca in cui, più che mai, il dominio tecnologico rappresenta un elemento fondamentale per la strategia del sistema-paese che si deve poi confrontare con le nazioni più avanzate. Un mercato che evolve tra Ue e Usa e altrove Leonardo si muove in un mercato internazionale che in questi anni sta cambiando in modo significativo. All’interno dell’Unione europea, le istituzioni, e in particolare la Commissione, si stanno impegnando per favorire l’integrazione del mercato europeo della difesa e della sicurezza attraverso una politica di incentivi. Di qui la previsione di lanciare un programma europeo di ricerca nella difesa con una dotazione di 3,5 miliardi di euro, di cofinanziare la fase di sviluppo dei nuovi programmi di collaborazione europea e di incentivare i relativi investimenti nazionali. In un modo o nell’altro la difesa uscirà, quindi, dai confini delle attività intergovernative e si allargherà alle attività comunitarie. Nel contempo l’Unione perderà un pezzo importante, il Regno Unito (molto rilevante per l’Italia, nei programmi aeronautici, elettronici e missilistici, e per Leonardo, vista la sua forte presenza industriale). Gli Stati Uniti hanno deciso di avviare un nuovo ciclo di investimenti militari, ma hanno scelto di accentuare la chiusura del loro mercato verso i competitori esteri. I gruppi industriali europei già presenti nel mercato americano potranno trarne vantaggi finanziari, ma con limitate prospettive di ritorno tecnologico. Sul mercato internazionale la competizione si farà ancora più feroce in quanto il ciclo di rinnovamento dei maggiori equipaggiamenti da parte degli Stati economicamente forti è in parte già stato avviato e le commesse assegnate, i Paesi produttori di petrolio scontano la caduta del suo prezzo, i vecchi (Russia) e i nuovi fornitori (Brasile, Israele, Cina, Giappone) si fanno strada, gli equipaggiamenti usati ma relativamente nuovi sono largamente disponibili, molti clienti pretendono un coinvolgimento industriale. Le sfide che restano dopo riorganizzazione e riduzione costi Leonardo è stata molto concentrata in questi anni sulla sua riorganizzazione e sulla riduzione dei costi. I risultati potranno essere valutati solo nell’arco dei prossimi anni, ma, inevitabilmente, le energie assorbite da questo sforzo interno sono andate a discapito dello sforzo esterno sia in termini di proiezione sul mercato internazionale, sia di innovazione. Anche di qui le sfide con cui si dovrà misurare il nuovo vertice aziendale. 1) La prima sfida da affrontare è quella di rafforzare il portafoglio ordini. Bisogna investire sulla rete commerciale diretta e indiretta, con la consapevolezza che per portare a casa nuovi contratti non basterà il crescente impegno della diplomazia, ma sarà necessario mettere in campo i propri uomini e trovare alleati sul posto. Gli accordi Governo - (come avvenuto per Kuwait e Qatar) sono utili, ma non possono risolvere tutto. Questo rilancio dovrà comunque essere coordinato con il Governo e con il Ministero della Difesa che stanno già sostenendo la proiezione internazionale dell’industria italiana, ma che, in un clima di rinnovata collaborazione, lo potranno fare più sistematicamente. 2) La seconda sfida è quella di assicurare ai clienti un più efficiente supporto logistico. Leonardo sconta colpe del passato, ma non basta cambiare logo per fare dimenticare l’insoddisfazione di alcuni acquirenti. Tempi lunghi ed incerti, un sistema di autorizzazioni all’export complicato e a volte incomprensibile, disattenzione e costi elevati riducono la disponibilità dei mezzi in servizio e rischiano di fare cattiva pubblicità al gruppo. L’innovazione e la dirigenza 3) La terza sfida riguarda la necessità di concentrare le proprie capacità su un numero minore di linee di prodotto. Nessun altro gruppo industriale internazionale ha un ventaglio così grande di prodotti, pur avendo fatturati superiori. Questo comporta che le risorse umane (manageriali, tecniche, commerciali) e quelle finanziarie (ricerca, investimenti) sono distribuite in troppe direzioni e che in ciascuna area si ha una massa critica inferiore a quella dei competitori. In questa razionalizzazione si potrebbero, inoltre, cercare occasioni di integrazione internazionale, attuando una più efficace strategia di alleanze. 4) La quarta sfida tocca l’innovazione ed è legata a quella precedente. Selezionando il portafoglio, le limitate risorse che il Paese può mettere a disposizione per la ricerca tecnologica potranno raggiungere livelli più adeguati, soprattutto se indirizzate a migliorare il posizionamento per partecipare a futuri finanziamenti europei. La definizione di una più chiara ed efficace strategia tecnologica potrà così raccordarsi con la Strategia Tecnologica e Industriale della Difesa, avviata dalla direzione nazionale degli Armamenti come previsto dal Libro Bianco della sicurezza internazionale e della difesa. La sinergia fra Industria e Difesa potrà così rappresentare un'utile contributo anche al processo di ammodernamento del sistema - Paese. 5) La quinta sfida riguarda la dirigenza di Leonardo. È una delle parti più importanti del patrimonio aziendale e deve essere valorizzata. Percorsi di selezione e di crescita basati esclusivamente sulle capacità e sui risultati, assegnazione di incarichi diversi ma coerenti, ringiovanimento dei dirigenti, dovrebbero essere scontati per una società che vuole fare dell’innovazione il suo tratto distintivo. I tempi per questa rivitalizzazione sono però strettissimi. Su questo si gioca il futuro del principale gruppo italiano nel settore delle alte tecnologie. Jean Pierre Darnis è Direttore Programma Sicurezza e Difesa IAI; Michele Nones è Consigliere Scientifico IAI. |
martedì 28 marzo 2017
Il vicino inquieto 4
| ||||||||
Il tempo previsto dalla Costituzione per creare una nuova maggioranza parlamentare è terminato e non vi è alcun segno che l’impasse possa essere presto sbloccata. Sono quindi possibili diversi esiti: dalla formazione di un governo guidato dall’opposizione ad un'ulteriore polarizzazione politica che potrebbe portare allo scontro etnico. Le elezioni del dicembre scorso hanno dato 51 seggi al Vmro-Dpmne, il partito conservatore al governo dal 2006; 49, invece, al maggior partito d’opposizione, il socialdemocratico Sdsm, mentre 10 sono andati al Dui (partner di coalizione del Vmro dal 2008). Vmro e Dui sono quindi riusciti a confermare la maggioranza uscente, ma di appena un seggio, conquistandone 61 sui 120 del Parlamento di Skopje. Nikola Gruevski, leader del Vmro, ha ricevuto un mandato dal presidente Gjorge Ivanov (anch’egli conservatore) per provare a formare un nuovo governo. I negoziati a porte chiuse con il Dui di Ali Ahmeti sono però falliti. La Piattaforma di Tirana Secondo la Costituzione, Ivanov avrebbe quindi dovuto dare un mandato esplorativo al secondo partito maggiormente rappresentato in Parlamento, l’Sdsm. Questo, tuttavia, non è mai avvenuto e, a partire dal 29 gennaio scorso, il Paese vive un nuovo stallo politico e istituzionale. Dopo l’insuccesso del Vmro, Ivanov ha chiesto a Zoran Zaev, a capo dei socialdemocratici, di presentare almeno 61 firme di parlamentari come prova dell’esistenza di una maggioranza in Parlamento; condizione che, tuttavia, il capo dello Stato non aveva precedentemente posto a Gruevski. E quando l'Sdsm ha presentato le firme richieste, Ivanov ha posto nuovi paletti: Zaev avrebbe dovuto ripudiare la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, che si era nel frattempo costituita, accusata di essere incostituzionale e di mettere a rischio la natura unitaria dello Stato. Il 7 gennaio, giorno del Natale Ortodosso, infatti, tutti i partiti etnici albanesi rappresentati in Parlamento - guidati dal Dui e coordinati da Tirana e Pristina - avevano reso pubblica una piattaforma politica congiunta capace di trasformare la natura dell'attuale crisi da politico-istituzionale a etnica. La piattaforma è stata posta come condizione necessaria dai leader dei partiti albanesi per entrare a fare parte della nuova coalizione di governo. La situazione è però diventata presto ancora più ingarbugliata: dopo il fallimento dei negoziati tra Vmro e Dui e l'apertura di quelli tra Sdsm e Dui, l’iniziativa civica “Per una Macedonia Unita” ha iniziato una protesta davanti al Parlamento e in tutto il Paese. Lo scopo dichiarato delle manifestazioni di piazza è preservare l’unità della Macedonia: ogni notte, in un’atmosfera tesa, migliaia di persone protestano contro il miliardario statunitense George Soros, la Piattaforma di Tirana e coloro che sono percepiti come nemici dello Stato. Tra le prime vittime della rabbia, anche giornalisti noti per essere voci dissenzienti. In un’atmosfera surriscaldata, Zaev ha dovuto trovare un modo per distanziarsi dalla Piattaforma, focalizzando l'attenzione su altri punti del suo programma. Il leader socialdemocratico ha inoltre dichiarato di essere pronto a dialogare su qualsiasi questione, ma che non andrà contro la Costituzione: ha accettato la richiesta di un maggiore uso della lingua albanese, ma rifiutato (nonostante il parere contrario del Dui) l’introduzione di insegne o banconote bilingui. E nonostante abbia nuovamente chiesto di poter formare un esecutivo, dal gabinetto di Ivanov hanno risposto che il presidente non consegnerà un mandato a chi “intende, o ha nel suo programma, di creare una piattaforma che mini la sovranità, l'integrità territoriale e l'indipendenza della Macedonia”. Reazioni di Ue e Russia La comunità internazionale ha iniziato a spingere per una rapida soluzione della crisi, temendo che questa possa dar vita a un conflitto etnico. Dopo aver visitato Skopje a inizio marzo, l'Alto rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza Federica Mogherini ha di fatto dato il via libera ad una possibile maggioranza tra socialdemocratici e partiti albanesi. La Mogherini ha infatti dichiarato che Ivanov dovrebbe riconsiderare la propria decisione e consegnare il mandato per formare un governo al leader che può garantire una maggioranza in Parlamento; mentre da Bruxelles si ventila anche il ricorso alle sanzioni contro i responsabili dello stallo istituzionale. La Russia ha, da par suo, utilizzato l'occasione per opporsi agli interessi Ue, sostenendo la narrativa del Vmro. “Le interferenze esterne negli affari interni della Macedonia stanno prendendo forme sempre più oltraggiose”, recita un comunicato del ministero degli Esteri di Mosca. Vi sono poi state altre dichiarazioni pubbliche che hanno ulteriormente riscaldato il clima. Un parlamentare albanese della maggioranzaha dichiarato in più occasioni che “la Macedonia non esiste e che non è altro che un’antica provincia albanese”, chiamando gli albanesi macedoni a prendere il destino nelle proprie mani. Frasi che hanno spinto la Mogherini a chiedere ai politici di “placare la loro retorica e non permettere a questa crisi di trasformarsi in un conflitto geopolitico buttando benzina sul fuoco”. Fuori l’Sdsm Vladimir Gligorov, analista e figlio dell'ex presidente macedone Kiro, ha sottolineato che l’obiettivo del Vmro è di delegittimare l’Sdsm su basi patriottiche, per accreditarsi così come l’unico rappresentante dei macedoni etnici: “Ogni modifica della Costituzione richiede una maggioranza dei due terzi in Parlamento, soglia difficile da raggiungere data la divisione politica macedone tra due partiti principali contrapposti. È quindi chiaro che tutto ciò che sta accadendo mira a tenere l’Sdsm fuori dal gioco politico e la Vmro al potere. Non si tratta di conflitto etnico”. I partiti albanesi,sostenuti dallo stesso premier di Tirana Edi Rama, stanno però paradossalmente giocando a favore di Gruevski, allo stesso modo in cui Erdoğan ha condizionato il voto in Olanda a favore dei partiti di governo. Anche Rama ha infatti il suo piccolo interesse di breve periodo da inseguire, giocando la carta del nazionalismo in vista delle legislative di giugno in Albania. Se non ci fosse stata alcuna Piattaforma di Tirana, Ivanov non avrebbe avuto scuse per non consegnare un mandato di governo ai socialdemocratici. Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso. Ilcho Cvetanoski, giornalista, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso |
venerdì 24 marzo 2017
Trattati di Roma: ci abbiamo guadagnato
| ||||||||
Il momento di ricordare i risultati acquisiti Sarà sicuramente necessario ricordare gli straordinari risultati acquisiti dall’Europa, dai suoi Stati membri e dai cittadini europei, in questi ultimi sessanta anni di storia di un continente, che nella prima metà del Novecento aveva conosciuto tutti i guasti di un nazionalismo esasperato che aveva prodotto guerre devastanti. Sarà necessario ricordare che, grazie all’intuizione felice di un ristretto gruppo di politici illuminati (e grazie anche a un contesto politico ed economico sicuramente più favorevole di quello attuale), l’Europa aveva saputo trasformarsi in un’area di pace, di progresso economico e di diffusione del welfare, di garanzia dei diritti fondamentali e di consolidamento della democrazia. E sarà necessario che questa narrativa si faccia sentire con autorevolezza e convinzione, non come esercizio retorico, ma proprio perché in questa congiuntura si ha l’impressione diffusa che nelle nostre opinioni pubbliche si tenda, con troppa facilità e superficialità, a dimenticare quali straordinari vantaggi abbia comportato per i cittadini europei il progetto comune europeo. E proprio perché con altrettanta leggerezza si invoca da più parti un improbabile ritorno al prevalente ruolo degli Stati nazionali, quale unica fonte di legittimità democratica, in un contesto in cui gli Stati nazionali non sono più in grado di garantire risposte adeguate alla sfide di un mondo sempre più globalizzato. L’occasione per tracciare un percorso Oltre però a ricordare il passato e a celebrare i risultati dei primi sessanta anni di vita di un progetto unico di integrazione a livello regionale, occorrerà che le celebrazioni del 25 Marzo siano anche un’occasione per tracciare un percorso che consenta all’Unione europea, Ue di ritrovare vitalità e dinamismo e soprattutto di recuperare quel consenso delle opinioni nazionali che oggi sembra in preoccupante calo. E questa è sicuramente la parte più difficile da realizzare. Esiste infatti una analisi sufficientemente condivisa delle debolezze della costruzione europea e dei fattori di crisi che caratterizzano la fase attuale del processo di integrazione in Europa: gli effetti della crisi economica e una ripresa ancora insufficiente dopo la grave depressione del 2008/2009; un senso diffuso di insicurezza; la minaccia del terrorismo di matrice islamica; flussi migratori destinati a diventare un fenomeno strutturale; la riduzione del peso specifico dell’Europa misurato sia in termini demografici sia in termini di Pil prodotto; un contesto internazionale instabile e preoccupante con minacce dirette all’Europa sia da est che da sud; un’Amministrazione americana indifferente se non addirittura ostile al progetto europeo; la diffusione di forze politiche nazionaliste, sovraniste e sostanzialmente anti-europee. D’accordo sull’analisi, divisi sull’azione Ma manca ancora un progetto altrettanto condiviso di rilancio della costruzione europea. E ancora fin troppo evidenti appaiono le divisioni fra gli Stati membri sulla direzione di marcia da intraprendere per restituire fiducia nell’Ue e nelle sue istituzioni. Una situazione che ha di fatto costretto troppo spesso il Consiglio europeo a limitarsi a faticosi compromessi ispirati dalla necessità di attestarsi sul minimo comune denominatore (sul governo dell’economia, sulle migrazioni, sulla sicurezza, sulla difesa, ecc,). Una situazionedi incertezza che ha indotto la Commissione (con il recente Libro Bianco) a limitarsi a presentare scenari alternativi piuttosto che prospettare idee e progetti concreti di rilancio. Per questi motivi l’Istituto Affari Internazionali ha presentato nei giorni scorsi, in occasione di un convegno internazionale svoltosi al Ministero degli Esteri, un policy paper che riprende e approfondisce il tema delle integrazioni differenziate. La proposta dello IAI (della quale hanno parlato più diffusamente Nicoletta Pirozzi, Lorenzo Vai e Piero Tortola in un precedente articolo di AffarInternazionali) parte dal presupposto che in queste ultime settimane l’argomento è stato evocato a più riprese, non solo in articoli e editoriali di specialisti della materia, ma anche da autorevoli policy makers, è stato discusso in incontri al più alto livello politico, ed è entrato ormai nel dibattito politico sul futuro dell’Europa. E muove dalla constatazione che l’Europa a più velocità è da anni una realtà, dal riconoscimento che la Brexit sollecita una riflessione approfondita su come procedere in un contesto di differenti sensibilità nazionali e dal convincimento che la chiave per avanzare nel processo di integrazione sta nel riconoscimento di queste diversità, anche se nel rispetto dell’unitarietà del progetto comune. La proposta dello IAI e lo stimolo al dibattito Il nostro documento si propone di stimolare un dibattito sul tema delle integrazioni differenziate, ma soprattutto offrire ai decisori politici alcuni suggerimenti molto concreti e operativi su come tradurre questo principio in decisioni e misure concrete in particolare in tre aree: il governo dell’economia, la difesa comune, le politiche in materia di libertà giustizia e sicurezza. Nessuna pretesa di avere detto l’ultima parola sul tema (fin troppo dibattuto) dell’Europa a più velocità; e piena consapevolezza delle complessità da affrontare in particolare per quanto attiene al ruolo delle istituzioni comuni, alla necessità di evitare di frammentare più del necessario il quadro comune e rimettere in gioco la solidarietà fra tutti gli Stati membri, alla delicata questione delle legittimità democratica dei processi decisionali. Ma un tentativo di indicare una strada intermedia, e soprattutto praticabile nell’attuale contesto politico, che consenta di superare lo stallo tra la conservazione dello status quo, o il consueto ma ormai insufficiente “muddling through”, e i più ambiziosi, ma poco realistici, progetti di riforma istituzionale, che necessiterebbero inevitabilmente una riforma dei Trattati per la quale oggi non sussistono le condizioni politiche. In un anno di importanti scadenze elettorali non possiamo aspettarci miracoli dalla giornata del 25 Marzo. Sarebbe già un risultato importante se i 27 si mettessero d’accordo sul riconoscimento degli straordinari meriti del progetto di integrazione realizzato in Europa (dando così un messaggio forte e chiaro a quelle forze politiche che oggi attribuiscono all’Ue tutte le responsabilità per tutto quello che non funziona nei rispettivi Paesi); se riuscissero a condividere l’analisi delle cause e origini delle crisi di questa congiuntura; e soprattutto se riuscissero concordare un percorso per restituire dinamismo e sostegno popolare alla costruzione europea. Magari riconoscendo anche la possibilità e il diritto di procedere più velocemente nella realizzazione di alcune politiche comuni a quei Paesi che lo vogliano e ne abbiano le capacità. Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI. | ||||||||
martedì 21 marzo 2017
Il vicino inquieto 3
| ||||||||
Tutto ciò a cinque settimane dalle elezioni presidenziali, il cui esito è molto incerto anche a causa delle inchieste giudiziarie che coinvolgono vari candidati: c’è lo scenario di una coabitazione tra presidente e maggioranza parlamentare di segno opposto. Comunque vada, sarà un appuntamento decisivo per l’Europa tutta, con la sicurezza che resta inevitabilmente al centro del dibattito. In questi anni, il governo francese ha risposto al terrorismo con una serie di misure e leggi ad hoc, in particolare nel novembre 2014, nel luglio 2015 e nel giugno 2016. Sul fronte militare, la reazione francese si è invece concretizzata con le Operazioni Barkhane, lanciata nel 2014 nella regione sahelo-sahariana, Chammal, dal 2014 in Iraq e in Siria, e la già citata Sentinelle dal gennaio 2015 sul territorio francese. La grandeur de la France fatica a convivere con queste minacce: i candidati alla presidenza lo sanno bene. Ma se l’obiettivo sicurezza è chiaro a tutti, le ricette proposte dai tre candidati più forti divergono decisamente, raccontando visioni del Paese a dire poco contrastanti. Macron: l’Europa cornice essenziale di una Francia forte Emmanuel Macron è un convinto europeista. Consapevole del carattere transnazionale delle sfide legate alla sicurezza del suo Paese, afferma che oggi l’Europa è il solo efficace mezzo per rinvigorire la Francia. Sostenitore di una difesa comune europea - discussa da tempo, ma mai propriamente realizzata -, intende creare due organi europei di coordinamento per accelerare il processo: un quartier generale permanente per pianificare e controllare le operazioni - nella scia di quanto già deciso a livello Ue - e un consiglio di sicurezza europeo per riunire i responsabili militari dei diversi Stati membri. Davanti al graduale disimpegno militare americano nel vicinato dell’Ue (ancora più verosimile con Donald Trump alla Casa Bianca), una risposta europea che vada al di là dell’attuale politica di sicurezza comune sembra l’unica via. Tranquillizzando anche gli alleati statunitensi, Macron propone inoltre un aumento delle spese militari affinché la Francia rispetti il parametro del 2% del Pil, stabilito come obiettivo Nato. A poche ore dall’attacco di Orly, annuncia poi la reintroduzione di un servizio militare obbligatorio - soppresso nel 1997 da Chirac - della durata di un mese per tutti i giovani della République. Un progetto sicuramente costoso ma dalla forte valenza simbolica. In generale, Macron sta accelerando molto su questi temi, per mostrarsi agli occhi di tutti come un candidato rassicurante in tempi d’emergenza. La gestione di coste e confini, sostiene il fondatore del movimento “En Marche”, sarà compito di una polizia di frontiera europea formata da 5.000 uomini, nell’ambito di una rafforzata cooperazione regionale con la Turchia e con l’area del Medio Oriente e Nord Africa. Macron ribadisce l’impegno per un’incisiva risposta alla violenza jihadista, con un pool anti-terrorismo che centralizzi la presenza delle singole unità sul territorio e con appositi centri di detenzione per i foreign fighters, evitando così la radicalizzazione e il reclutamento in carcere di nuove leve terroriste. A garanzia dell’ordine interno, promette inoltre ulteriori 10.000 uomini, tra poliziotti e gendarmi, nel prossimo quinquennio. Le Pen: integrazione? Quelle horreur! Di tutt’altro avviso Marine Le Pen, per la quale l’Ue uccide la sovranità del Paese e ne mina la sicurezza. La leader del Front National minaccia l’uscita della Francia dall’ Unione e dal comando militare integrato Nato (punti 1 e 118 del suo programma), immaginando una difesa francese completamente autonoma nei mezzi e nella linea strategica. Il relativo budget - da fissare in Costituzione al 2% del Pil - è previsto al 3% entro il 2022: stessa promessa fatta dal candidato socialista Hamon, e di difficile realizzazione visti i limiti strutturali di bilancio. Queste spese aggiuntive serviranno, secondo la candidata presidente, a finanziare moderni equipaggiamenti e a reintrodurre gradualmente un servizio militare obbligatorio di tre mesi. La sua politica di chiusura prevede naturalmente l’abbandono di Schengen. Il comodo leitmotiv della campagna elettorale del Front National, per cui immigrazione e terrorismo sono intimamente legati, trova riscontro nelle linee programmatiche: riduzione del numero degli arrivi, sospensione dell’automatismo dei ricongiungimenti familiari e dell’acquisizione della nazionalità francese, eliminazione dello ius soli e della doppia nazionalità extra-europea, inasprimento delle disposizioni sul culto islamico. La lotta al terrorismo passa anche attraverso un’agenzia unica di intelligence incaricata dell’analisi delle minacce e collegata direttamente al primo ministro. A garanzia dell’ordine interno, la Le Pen promette inoltre un massiccio aumento di uomini e mezzi su tutto il territorio. Fillon: una risposta a metà Anche il conservatore Francois Fillon gioca la carta dell’identità nazionale, ragionando sì di Europa ma anche di una Francia sovrana e attenta al proprio interesse. Si è infatti schierato a favore di una messa in comune delle capacità militari, del consolidamento dell’industria europea della difesa e della creazione di un fondo per finanziare le operazioni all’ estero. Fillon tuttavia non parla esplicitamente di difesa integrata europea, tentando così di sottrarre voti euroscettici al Front National. Promette inoltre ulteriori 10 miliardi al bilancio della difesa francese, auspicando una rinnovata e più risolutiva leadership Nato, soprattutto a sud dell’Europa. Per la lotta al terrorismo propone procedure giudiziarie più veloci ed efficaci, l’espulsione immediata degli stranieri pericolosi per la nazione, qualche misura simile - ma meno drastica - rispetto a quelle del Front National sul culto musulmano e la creazione di una sorta di super procura anti-terrorismo. Le due velocità Hollande-Hamon Un Paese dal peso politico importante come la Francia influenza senza dubbio la direzione dell’Ue nella delicata materia della sicurezza e difesa. Nel recente vertice di Versailles con Gentiloni, Merkel e Rajoy, il presidente uscente Hollande ha accelerato a favore di un’Europa a più velocità, anche e soprattutto nella difesa. L’idea cioè di un nocciolo duro di Stati più ambiziosi che possano avanzare insieme senza che altri membri dell’Ue blocchino il processo, come abbozzato in qualche modo anche nel Libro Bianco sul Futuro dell’Europa da poco presentato dalla Commissione europea. Questo disegno però non convince tutti a sinistra, a partire dal candidato del Front de Gauche Jean-Luc Melenchon. Benoît Hamon, socialista in corsa per l’Eliseo per succedere al compagno di partito Hollande, rallenta sull’Europa della difesa, vista come orizzonte di lungo periodo, puntando piuttosto nel breve termine ad un hub europeo a sostegno delle operazioni militari francesi all’estero. Infatti, secondo Hamon, con la Brexit la Francia sarà di fatto il garante della sicurezza europea. Le crisi, sosteneva Jean Monnet, offrono stimoli per unirsi, e in questo senso Trump potrebbe essere d’aiuto. La storia però ci ricorda che nel 1954 fu proprio un voto francese a bloccare la Comunità Europea di Difesa. Storia che rischia di ripetersi ora. Margherita Bianchi è stagista presso l’area Sicurezza e Difesa dello IAI. |
Il vicino inquieto 2
| ||||||||
All’inizio, sembrava che si sarebbero dimessi i sette ministri che hanno incarichi di coordinamento nel partito; alla fine, sono invece finiti nella lista sacrificale in quattro: non solo il fido Saimir Tahiri (discusso titolare degli Interni fino ad allora ritenuto intoccabile), ma anche Ilir Beqaj (Sanità), Blendi Klosi (Welfare) e Blendi Cuci (Affari locali). Nell’abituale video settimanale pubblicato sui social network per ripercorrere gli eventi salienti della settimana, Rama è stato insolitamente parco di parole e di spiegazioni, ma ha escluso qualsiasi malcontento nei confronti delle performance dei quattro ministri. Nessuna pressione dagli alleati di governo e nessuna concessione all’opposizione, che boicotta tutti i lavori parlamentari e dalla piazza chiede ogni giorno la formazione di un esecutivo tecnico che porti il Paese al voto. I ministri che lasciano l’incarico hanno “la più positiva considerazione” del premier e sono ora chiamati ad affrontare “con rinnovate energie e presenza costante” il carico straordinario di impegni dell’imminente campagna elettorale. Traffici di droga con l’Italia L’improvvisa decisione del premier Rama di rivedere la squadra governativa ha lasciato perplessi non solo gli stessi protagonisti (“Non ho mai dato le dimissioni, né qualcuno me le ha mai chieste”, twittava Tahiri appena la sera prima del turnover), ma l’intera opinione pubblica. A Tirana, però, su una sola cosa non ci sono dubbi. Estendere la manovra a quattro ministeri è parso da subito come un maldestro tentativo di coprire il fatto principale; l’unico a lasciare il governo doveva essere il titolare dell’Interno, da tempo nell’occhio del ciclone per presunti legami con la criminalità organizzata e soprattutto per l'impotenza di fronte al fiorente fenomeno della coltivazione della cannabis nel Paese. Nell’agosto del 2014, un blitz a sorpresa della polizia di Tahiri espugnava Lazarat, portando nella famigerata “capitale albanese della cannabis” i riflettori dei media nazionali e internazionali e facendo pensare ad una prossima risoluzione dell’annoso problema delle coltivazioni nel Paese, ma evidentemente quella mossa non è bastata a frenare il fenomeno e i segnali di allarme sono diventanti sempre più frequenti. Così, lo scorso dicembre, il procuratore antimafia di Lecce Cataldo Motta, in visita a Tirana, ha invocato una collaborazione più intensa con le autorità albanesi alla luce “dell’incrementato traffico di sostanze stupefacenti sia di provenienza albanese che di altre regioni”. Un mese fa, anche il capo della missione Osce in Albania, Bernd Borchardt, ha affermato in un’intervista televisiva che il fenomeno della coltivazione di cannabis negli ultimi anni è aumentato e che il traffico di narcotici mette in circolo più di 2 miliardi di euro. Denaro sporco, ha sottolineato, che può essere utilizzato per la compravendita di voti e di deputati. A inizio marzo, invece, il procuratore nazionale antimafia italiano Franco Roberti ha dichiarato, al termine di una visita, che “il traffico di sostanze stupefacenti nella rotta tra Albania e Italia negli ultimi anni è andato crescendo esponenzialmente”, ed ha annunciato la nomina di un magistrato italiano di collegamento a Tirana allo scopo di rendere più efficiente e tempestiva la collaborazione tra i due Paesi. A fronte delle accuse di intenzionale inoperosità nel contrastare il traffico di narcotici, Saimir Tahiri ha comunque messo in atto una profonda riorganizzazione della Polizia di Stato, notoriamente inefficiente e corrotta, nel tentativo di garantire un più rigoroso rispetto delle regole e delle leggi. Tahiri era insomma diventato una figura centrale del governo ed ha goduto in ogni circostanza del sostegno incondizionato di Rama. Anche per questo, la decisione di sospenderlo dal governo a pochi mesi dalle elezioni per affidargli compiti di partito, a Tirana non ha convinto nessuno. Elezioni per Parlamento e capo dello Stato Al di là della manovra, l’incertezza e il nervosismo che hanno animato di recente la capitale albanese hanno dimostrato che, da un lato, Rama non ha rivali all’interno del partito e che i socialisti sembrano disposti a seguirlo anche nelle improvvisazioni governative; ma dall’altro, i rapporti all’interno della coalizione di governo sono sempre più incerti. Proprio da questa instabilità - mettono la mano sul fuoco gli opinionisti di Tirana - originerebbero le pressioni per la rimozione di Tahiri. Certo è che, al momento, il Movimento per l’integrazione europea di Ilir Meta, principale alleato del Ps, non ha ancora sciolto la prognosi sul futuro dell’alleanza, rimandando la decisione ad un congresso che non ha ancora una data. Nei prossimi mesi, invece, oltre alla definizione delle alleanze e prima ancora del voto per il rinnovo del Parlamento, le parti dovranno trovare l’accordo anche per concludere la riforma elettorale avviata e, soprattutto, per eleggere il nuovo capo dello Stato. Con l’opposizione autoreclusa nel tendone allestito in piazza, e isolata a causa della propria incapacità di rinnovarsi per diventare credibile agli occhi degli elettori, il timore è che questo rimpasto di governo sia solo il primo atto di un lungo e tormentato braccio di ferro interno alla maggioranza. Le nuove nomine Al ministero dell’Interno arriva Fatmir Xhafaj, attuale presidente della commissione parlamentare sulla riforma giudiziaria e figura di riferimento del processo che ha portato all’approvazione, all’unanimità, della legislazione sull’ammodernamento della giustizia albanese, nel luglio scorso. Si tratta di una delle riforme più attese dall’Unione europea (Ue) nel valutare le prospettive di integrazione dell’Albania, recentemente rilanciate dal ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano in visita a Tirana. Agli Affari locali va invece Eduard Shalsi, già capo di gabinetto e vice-sindaco di Tirana negli anni dell’amministrazione Rama e principale autore della discussa legge sull’importazione di rifiuti. Il testo è stato rimandato al Parlamento lo scorso ottobre dal presidente della Repubblica, mentre il voto definitivo in aula è slittato più volte a causa di evidenti incomprensioni all’interno della maggioranza. Primo incarico governativo per la deputata Olta Xhaçka, al Welfare, e per Ogerta Manastirliu, anche lei nella squadra di Rama al Comune di Tirana, alla Sanità. Con queste due nomine, per la prima volta in Albania la presenza delle donne al governo supera quella degli uomini. Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra l'Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso. Tsai Mali collabora dall’Albania con Osservatorio Balcani e Caucaso. |
Iscriviti a:
Post (Atom)