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martedì 27 novembre 2018

Materiali per il Master di I Livello "Storia Militare Contemporanea


Pubblicità e alimenti nel Ventennio italiano

di Alessia Biasiolo*
La Germania non poteva non guardare anche all’Italia per le proprie scelte alimentari in epoca nazista.
La ricaduta del giovedì nero statunitense sull’Europa, influì fortemente anche sul Belpaese: nel 1929 eravamo nella seconda decade dell’autarchia e in periodo di forte protezionismo doganale.
La piazza più importante per la vetrina dei prodotti italiani, e autarchici, era senz’altro Milano, in cui le merci venivano propagandate più ampiamente.
La propaganda evidenziava una vita moderna, emancipata, simbolo di una borghesia che stava vivendo, almeno sulla carta, un periodo favorevole. Le tasse aumentavano e le crisi produttive erano sempre dietro l’angolo, ma l’idea di avere una classe borghese imprenditorialmente forte, era suffragata da forti prese di posizione della Confindustria, dalla nascita o crescita di gruppi industriali, dal forte aumento di adepti dei gruppi sindacali. Su tutto, una visione futurista del prodotto e della pubblicità, che porterà alla sostituzione del cartellonista come interprete delle necessità commerciali delle aziende, con artisti scelti o selezionati dalle aziende stesse per pubblicizzare i propri prodotti secondo una visione aziendale frutto di strategia messa in atto a tavolino, ancor prima di realizzare il prodotto stesso. Le aziende cominciarono proprio a cavallo tra le due guerre mondiali a cercare una propria identità distintiva sugli altri prodotti, a volere creare un segno per lasciarlo. Risorsa indiscussa per le aziende italiane fu proprio il Futurismo, determinato auto-promotore, i cui seguaci erano profondamente consapevoli dell’importanza della pubblicità, soprattutto per abbattere le barriere tra alta e bassa società. I futuristi che lavorarono per la pubblicità furono molti, da Marinetti che creò pubblicità per Snia Viscosa, oppure Farfa che creò per Ferrania, mentre Fiat Balilla scelse di essere rappresentata dal Futurismo di Diulgheroff. Fu però Fortunato Depero ad essere il più innovativo grafico del movimento: collaborò con la Davide Campari dal 1924 al 1939, creando per l’azienda di bevande non soltanto pubblicità, ma anche oggetti, come pupazzi, lampade, vassoi e la bottiglia icona Campari Soda. Inoltre, Depero ha progettato per la Campari chioschi e architetture pubblicitarie, ideando delle vere e proprie opere d’arte con l’aiuto dell’azienda: il libro bullonato, ad esempio, venne realizzato proprio grazie all’aiuto di Davide Campari. L’insegnamento l’artista lo traeva dai musei, dalle grandi opere del passato, sosteneva, perché tutta l’arte dei secoli passati, secondo Depero, era improntata all’esaltazione (del guerriero, del religioso, delle cerimonie, delle vittorie), in chiave pubblicitaria, per fare restare nella memoria dei contemporanei e dei posteri qualcosa. Sempre secondo Depero, “i prodotti nostri hanno bisogno di un’arte nuova altrettanto splendente, altrettanto meccanica e veloce, esalatrice della dinamica, della pratica, della luce, delle materie nostre”. L’arte pubblicitaria, secondo il futurista, poteva poi essere piazzata dovunque, per terra, sui muri, nei treni, nelle vetrine, ed essere colorata, moltiplicata, non sepolta nei musei, ma viva. Quindi le aziende dovevano avere l’intelligenza strategica di usare il valore artistico della funzione pubblicitaria per costruire qualcosa di unico sul mercato e distinguersi in ogni dove. Depero teneva presente, poi, che anche le persone erano cambiate, non camminavano più avendo il tempo di leggere un manifesto sul muro, ma sfrecciavano veloci in treno e in automobile o su un autobus, di certo più veloce del tram. Quindi bisognava creare pubblicità belle, colorate, veloci da leggere e da capire, funzionali al prodotto. La scuola dell’Art Decò fu fondamentale: le linee potevano e dovevano essere diagonali, le lettere grandi e maiuscole, la novità doveva catturare l’attenzione. Depero applicò queste innovazioni per la Campari, ma anche per Unica, Strega, San Pellegrino, Presbitero, Schering, non limitandosi al disegno, ma a riflettere gli umori politici del Paese, le nuove prospettive verso un’arte unica. Spesso nelle pubblicità venivano ricordati l’esotico, il dogma, le teorie sulla razza, testimoniando il complesso rapporto tra aziende, politica e arte futurista. Gli oggetti delle pubblicità diventano grandi, ingombranti: devono colpire lo spettatore, il visitatore delle fiere. Colpire l’immaginario della persona comune, piccola, con un’immagine di grandezza che, se è vero che era politica in quel tempo in Italia, era quanto più la raffigurazione di come si poteva diventare se si acquistava, se ci si impossessava proprio di quel prodotto. Alla Fiera di Milano, ad esempio, accanto ai prodotti alimentari si esponevano opere che avevano lo scopo di stupire e impressionare positivamente: carri armati, maschere antigas, apparati antiaerei, aerei, camere-rifugio antiaereo, ma anche i più moderni mezzi per comunicare come la macchina per scrivere e, soprattutto, il telefono. Anche questo grande, come nella pubblicità della Stipel. L’oggetto doveva e poteva fare sentire potenti, grandi come doveva esserlo l’Italia in quei frangenti storici. Quali erano i prodotti alimentari pubblicizzati in Italia? Possiamo darne solo qualche esempio, scelto tra quelli che richiamano i cibi citati nei precedenti capitoli. Un grande fermento ruotava attorno alle proteine animali: molti stand fieristici o manifesti pubblicitari erano dedicati ai grassi, sia per l’alimentazione che non, in modo da studiarne le proprietà e gli usi, e di sostenere la diffusione di grassi animali come di surrogati. È il caso della margarina, che ebbe vasta diffusione dalla seconda metà degli anni Venti, soprattutto quando era necessaria per sostituire il carente burro. Achille Luciano Mauzan aveva curato, nel 1926, una pubblicità per la Società Anonima Angelo Arrigoni di Crema. Le società anonime erano pullulate in Italia soprattutto dai primi anni del Novecento, quando la quasi improvvisa ripresa economica aveva convinto della bontà del tramutare imprese anche di stampo artigianale in Società Anonime appunto, poi in Società per Azioni. Non che il burro non si usasse più, certo, come recitavano le cremerie Zatti Verderi Chiesi di S. Ilario D’Enza nel 1935: “Esigete Super Burro”, di pura panna, mentre c’era il patriottico “Burro Vittoria”, sempre finissimo di pura panna. Era il momento dell’estratto per brodo, salutare, economico e capacissimo di sostituire spese per acquistare la carne e per cuocerla. Le ditte produttrici erano molte, dalla Liebig che aveva messo a punto la ricetta per il mitico dado per brodo, al “Vero estratto di carne australiano Arrigoni” di Genova, in vasetti e dadi (1925), all’estratto di carne “Food” del 1925, che diverrà ben presto troppo “straniero”; al “Nutreina” dei Laboratori Scientifici di Milano (1925), al “Bovis” della ditta Luciani (1930), all’estratto di carne “Texas” (1935), che rispondeva ai migliori requisiti fissati dalle norme vigenti, prodotto dalla ditta Italiana Texas a Milano. Molto successo l’ebbe anche l’estratto Wührer (1924, 1931), dell’omonima ditta produttrice di birre di Brescia. L’estratto, infatti, di brodo di manzo o di pollo, veniva prodotto accanto allo stabilimento birrario di Viale della Bornata nella Leonessa d’Italia. La produzione di birra in Italia aveva, in quel momento, andamento altalenante: l’aumento delle accise indeboliva le vendite della bevanda, ma allo stesso tempo convincevano lo Stato che l’incasso in tasse era penalizzato se si esagerava nella tassazione anche per rispondere alla domanda di maggiori controlli verso l’abitudine di ubriacarsi di molti operai durante i giorni liberi. La birra italiana Wührer, che aveva incamerato molte altre aziende tra cui la Birra Italia, era in grado di competere con le birre straniere, soprattutto bavaresi e austriache, pertanto ben si piazzava nelle vendite, e anche l’estratto per brodo omonimo ebbe un notevole successo. Accanto alle birre italiane, soprattutto dalla seconda metà degli anni Trenta e fino al 1941-1942, proprio alla Fiera di Milano, la quarta per importanza mondiale, si trovarono le birre tedesche, esposte in interessanti stand dove la mescita e l’assaggio erano seguiti da un folto pubblico di giornalisti. La presenza degli stand tedeschi non era stata vista di buon occhio da tutti, specialmente da chi, già non essendo allineato alla politica fascista, ma troppo in vista per subirne le conseguenze, aveva contestato o comunque non aveva digerito affatto la presa di posizione sulle leggi razziali. La visita dei padiglioni fieristici milanesi che, appunto, costituivano quanto di più interessante e moderno circolava sulle piazze mondiali, avveniva sempre anche da parte delle autorità, tra le quali il re Vittorio Emanuele III, il duca d’Aosta, molti ambasciatori stranieri, molte autorità civili e militari, tra cui spiccavano annualmente il ministro Starace, Vittorio Mussolini e altri, accompagnati da gerarchi fascisti e poi anche nazisti. Se è vero che il Re prediligeva visitare gli stand dell’aeronautica, ad esempio, o delle bellissime vetture Balilla, è anche vero che per la Fiera giravano bellissime signorine, vestite in tailleur, che portavano con sé cestini di caramelle al miele Ambrosoli (1939); che pubblicizzavano i tortellini o la stessa birra. L’Amaretto di Saronno o i biscotti Lazzaroni divennero i testimoni dell’evoluzione della società in corso: la famosa scatola Lazzaroni di biscotti, molto inglese nella fattezza così come era inglese il sapore dei biscotti stessi, non doveva mancare nei salotti buoni delle città italiane. I biscotti e le caramelle cominciarono a spopolare, simbolo proprio della rinascita economica del primo dopoguerra: aziende come Saiwa, fondata a Genova da Pietro Marchese, o Elah nata da Francesco Ferdinando Moliè nel 1909, sempre più producevano preparati per budini, creme da tavola e dessert vari. Lazzaroni veniva pubblicizzata, nel 1934, da trampolieri, mentre Elah scelse l’abitudine degli animali esotici, come l’elefante. Magnesia S. Pellegrino aveva invece scelto lo struzzo, mentre altri si accontentavano delle più caserecce capre. Animali che circolavano per le fiere vivi, naturalmente, con la pubblicità montata addosso (1935), oppure su eleganti calessini che essi stessi tiravano. Sempre per restare in tema, quasi l’Italia non fosse toccata dalla miriade di ricerche scientifiche sulle carie da zuccheri, oppure sulla necessità della dieta povera di zuccheri che spesso venivano sbandierate nell’alleata Germania, Unica, che produceva la famosissima caramella Nougatine ricoperta di cioccolato fondente, utilizzava la sagoma di un nero delle colonie (1931) per la propria pubblicità. Avevamo poi Pernigotti (dal 1868) per il torrone, Venchi dal 1878 per la produzione di praline, Perugina (fondata nel 1907) che negli anni Venti si affermerà con il famoso Bacio. Battaglie per la conquista dei mercati a suon di cioccolatini, ma anche di panettone: nel 1919, Angelo Motta apre a Milano un piccolo laboratorio che diverrà un’industria e anche questo tipo di produzione diverrà campo di battaglia, contro Gioacchino Alemagna nel 1921 e con il figlio di questi Alberto poi, per conquistare sempre più acquirenti. Sarà la Perugina a scegliere di investire, per prima, nella radio per la propria pubblicità. Finanzierà con Buitoni la realizzazione di due serie di puntate di una rivista radiofonica intitolata “I quattro moschettieri”, liberamente tratta dal libro di Alexandre Dumas. L’idea ebbe un successo clamoroso, tanto che diverrà “I quattro moschettieri in pallone”: quattro personaggi in maschera scenderanno sulla Fiera di Milano in pallone e circa centomila persone si raduneranno intorno agli stand delle due aziende ideatrici dell’iniziativa. Il clamore fu tale che le produzioni si moltiplicarono, e a queste si unì quella del famoso feroce Saladino (personaggio molto amato dalla retorica di regime), il quale ebbe la sua fetta di successo grazie soprattutto alla raccolta di figurine, con le quali si doveva appunto dare la caccia a quella che raffigurava il mitico personaggio da battere con le novelle “crociate”. I tempi volevano poi, oltre ad un popolo italiano forte (grazie al riso, ad esempio, alla pastina all’uovo, alla pasta glutinata, al VOV, all’olio d’oliva Sasso, alla farina alimentare Carlo Erba, al massimo ricostituente per bambini “Eutrofina”, al vital nutrimento ROM, e molto altro) delle donne dedite alla casa, alla cura della prole, al decoro che poteva garantire una nazione forte e con solide basi. Rivolta alle donne era la pubblicità delle macchine per scrivere, dato che il lavoro di segretaria ben si addiceva ad un signorina, e così Marcello Dudovich disegnerà il manifesto per la Olivetti nel 1925, mentre lo studio Boggeri curerà quello per la stessa azienda nel 1934. Passiamo da una ragazza semplice, dal rossetto rosso e abito immacolato, all’avvenente e seducente, elegante signora degli anni Trenta, in cappello a larga tesa blu, capace di guardare al futuro. Naturalmente erano rivolte prevalentemente alle donne le pubblicità della moda, quando le novità si ammiravano a La Rinascente, dal nome dannunziano del 1917, con pubblicità sempre con lo scopo di illustrare una sana morale borghese. Le donne erano eleganti, benestanti, quasi mai massaie, lavoratrici o contadine e gli uomini erano sicuri di sé, appartenenti ad una classe borghese dominatrice. Come nei film degli anni Venti, le giovinette delle immagini erano snob, studiavano in collegio privato, vivevano in ville lussuose e bevevano champagne telefonando alle amiche per organizzare partite a tennis o gite a prendere il sole, in automobili decappottabili dai motori rombanti. Andava mitizzata la vita vista dal basso, dal provincialismo di gran parte d’Italia che doveva guardare alla borghesia fascista, in questo caso, come a simbolo a cui aspirare. Da un lato la modernità e dall’altro l’autarchia, la miseria delle piccole città e delle campagne, il mito della guerra, pubblicizzato da slogan come “Ali fasciste sul mondo”, “Lavoro e armi”. La moda doveva non solo colpire e incuriosire, attirare acquirenti con le novità, ma anche trovare soluzioni sempre nuove, soprattutto con la difficoltà di approvvigionamento di tessuti a seguito dell’embargo. Proprio questo momento fu foriero per l’Italia di ulteriore creatività: venne prodotta la seta artificiale, il rayon, ma anche lo sniafiocco (il cotone nazionale), l’albene, il selenal, il tessile per l’indipendenza, il lanital, fibra prodotta dalla Snia Viscosa, tratta dalla caseina e pubblicizzata come la “nostra lana” o i “tessuti dell’impero”. Nel 1937, tutte queste nuove fibre tessili venivano prodotte in 7 milioni di chili in Italia, ad indicare come l’impegno all’indipendenza dagli altri Paesi avesse creato un volano per l’industria. Il rayon utilizzato per la produzione delle calze da donna, divenne idea anche per i manifesti, come quelli del 1934 ritraenti una figura di donna in poltrona a cui venivano messe in risalto le lucentissime gambe, seducenti grazie alle calze di rayon. Che arrivava con le “5000miglia del Rayon” (Federico Seneca, 1935). Interessante l’insegna della De Angeli-Frua, produttrice di tessuti, che dichiarava che i loro prodotti “Vincono le sanzioni”. Mano a mano che la creazione pubblicitaria si approfondiva, più gli stili si intersecavano. Futurismo e Cubismo si intrecciavano e i contrasti cromatici diventavano eleganti, la sintesi creava una magia unica, teatrale.
La pubblicità italiana del Ventennio ritraeva un Paese dedito a crearsi nazione forte, autoritaria più che autorevole, per imporsi sugli altri e nelle colonie come punto di riferimento e faro di cultura in senso stretto e politico. Di certo, una propensione a dettare legge a tavola c’era e, per questi versi, per fortuna è anche rimasta.

* Collegio degli Scrittori della Rivista "Quaderni" del nastro Azzurro.
(abiasiolo@tin.it

martedì 26 giugno 2018

Si cerca la Fotografia del gen. Scrivante

Gentile Gen. Dott. Massimo Coltrinari,
>
>      Ciao e buongiorno. Si prega di perdonare la mia mancanza di padronanza della lingua italiana. Il mio nome è Javier Ernesto Sanchez e io sono uno studente laureato presso l'Università del Nuovo Messico negli Stati Uniti, che sta lavorando ad un progetto di ricerca accademica sobre l'esercito del Regno Italiano durante la Grande Guerra, 1915-1918. Di conseguenza, vi scrivo profili biografici di varie generali italiani e sto cercando di trovare un ritratto del seguente generale che ha servito come comandante della 10a divisione nel 1915:
>
> Ten. Gen. Giovanni SCRIVANTE (n. a S. Damiano d’Asti nel 1857, m. a Roma nel 1927), colonnello comandante il 1º alpini nel 1904-1909. Magg. generale nel 1909 comandòl a 1ª brigata alpini. Ten. gen. nel 1913, tenne il comando della 10a divisione nel 1915. In P.A. nel 1917.
>
>      Si prega di notare che qualsiasi immagine del generale sarebbe molto gradita e apprezzata. Forse potresti aver trovato una foto del generale Scrivante durante il tuo lavoro sulle Le Marche nella prima guerra mondiale.
>
>      Grazie ancora per il vostro aiuto e attendo con ansia la vostra risposta.
>
> Cordiali saluti,
>
> Javier Ernesto Sanchez
> 367 Langley Road.
> Estancia, NM 87016
> tel. (505) 400-3192
> e-mail: jsanch22@unm.edu<mailto:jsanch22@unm.edu>
>

La Credibilità di un Paese


lunedì 28 maggio 2018

L'Italia ed il gas russo


Fonte
LIMES, rivista di geopolitica
www.limesonline.it
informazioni:ilmioabbonamento.it

sabato 19 maggio 2018

Italia, Chiarezza sui conti


Sulla base di questi dati l'Italia, il paese insieme alla Spagna più esposto alla pressione
delle migrazioni e delle conseguenze
dall'Europa non riceve alcun contributo 
Come possono i burocrati di Bruxelles pensare che non si va ad alterare il quadro attuale


martedì 8 maggio 2018

La visione italiana dell'Africa



fonte:
 LIMES, rivista di geopolitica, n. 12 dicembre 2017
www.limesonline.it
per informazioni: ilmioabbonamento.it

lunedì 23 aprile 2018

Stati in gestazione


L'Italia presenta tre aree che potrebbero chiedere il distacco dallo stato centrale
L'Alto Adige, la Sardegna e il Nord Est.

La Carta mostra le altre aree dell'Europa che hanno alti livelli di possibilità di divenire nuovi Stati Indipendenti

Fonte
 LIMES Rivista Geopolitica  2017 Ottobre 
contatti:www.limesonline
limes www.ilmioabbonamento.it

mercoledì 3 gennaio 2018

Struttura dell'Atlante

IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI

GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI

L'Indirizzo è 
geografia2013@libero.it

cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato 

martedì 19 settembre 2017

mercoledì 26 luglio 2017

USA: Una presidenza inquietante

Usa: Trump, un presidente tra preoccupazioni e speranze

19 Lug 2017 Marco Magnani
       
  •    
Sono trascorsi solo sei mesi, ma l’era Obama sembra molto lontana. Il 20 gennaio, giurando sulla scalinata di Capitol Hill con la mano sinistra sulla Bibbia di Abraham Lincoln, Donald Trump diventava il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Il sentimento allora diffuso era un misto di preoccupazione e speranza. Preoccupazione che il nuovo inquilino della Casa Bianca non fosse all’altezza dell’ufficio. Speranza che il ruolo, le responsabilità e la squadra di governo potessero trasformare un candidato pittoresco in un buon presidente. Era già successo in passato. Oggi a sei mesi di distanza, nonostante il buon andamento dell’economia, la preoccupazione è aumentata e le speranze si sono affievolite.
L’economia vola: merito della Trumpnomics?L’economia statunitense va bene. Prodotto interno lordo e occupazione crescono. Il trend positivo era già iniziato con Obama, ma negli ultimi sei mesi il grado di fiducia è migliorato e la Borsa è in periodo ‘toro’ dall’8 novembre, il giorno delle elezioni. Per essere pienamente credibile il boom dovrà durare qualche anno, ma lo slogan trumpiano Make America Great Again non sembra più così velleitario.
Decisiva sarà la capacità del presidente di realizzare la promessa di riforma del sistema fiscale con un significativo taglio delle tasse sui redditi individuali e sui profitti aziendali. Da una parte ciò sarebbe di ulteriore stimolo alla crescita, dall’altra potrebbe incidere negativamente sul già elevato debito pubblico.
Politica estera al centroNel corso della campagna elettorale Trump aveva promesso di concentrarsi soprattutto sui problemi interni (America first) mettendo in secondo piano la politica estera. In questi primi sei mesi tuttavia le questioni internazionali sono state al centro dell’agenda del presidente e le sue posizioni spesso altalenanti e a volte contraddittorie.
È stata completamente ribaltata, almeno per ora, la politica di Obama sul cambiamento climatico. Così come le alleanze strategiche in Medio Oriente, con il riavvicinamento all’Arabia Saudita e il raffreddamento dei rapporti con l’Iran.
Lasciano perplessi anche il comportamento schizofrenico verso Cina e Russia e le eccessive tensioni con l’Europa, in particolare con la Germania. E’ forte il dubbio che Trump stia affrontando delicate questioni di politica estera con un po’ di leggerezza. La gestione della difficile situazione nord-coreana potrebbe essere un importante banco di prova in questo senso.
I flop su sanità e immigrazioneIn politica interna le posizioni del presidente su immigrazione e sanità sono controverse e rischiose. Sulla sanità Trump ha subito una cocente sconfitta. Nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, ha infatti dovuto rinunciare alla riforma che avrebbe dovuto sostituire Obamacare, per evitare la bocciatura al Congresso dove avrebbero votato contro anche deputati moderati e conservatori. Un duro colpo alla credibilità della Casa Bianca e della leadership del partito repubblicano.
Anche il decreto presidenziale sull’immigrazione ha prodotto tensioni e danni d’immagine. Appena insediato Trump ha avuto su questo tema uno scontro durissimo con il ministro ad interim della Giustizia Sally Yates, rimuovendola dall’incarico. Da quel momento si è innescato un pericoloso confronto tra presidente e sistema giudiziario, tutt’ora in corso. Ma il vero danno è per l’immagine di un Paese la cui grandezza economica, sociale e culturale deriva anche dalla capacità storica di attrarre braccia e cervelli di ogni provenienza. Nell’economia globale e della conoscenza, il nuovo clima di ostilità verso gli immigrati potrebbe costare caro agli Stati Uniti d’America.
 Conflittualità e conflitti di interesseUn serio problema è l’elevato grado di conflittualità di Trump. Continua il braccio di ferro con i media, con durissimi attacchi a Cnn, Washington Post e New York Times. Le tensioni non mancano anche con istituzioni come Congresso e Corte Suprema e con importanti figure dell’Amministrazione. Il Russiagate ha portato alle dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, alla minaccia di dimissioni del ministro della Giustizia Jeff Sessions e all’incredibile licenziamento del capo dell’Fbi James Comey. E potrebbe essere solo l’inizio.
Eccessivo anche il ruolo di amici e familiari, con seri rischi di conflitto d’interesse. La nomina del genero Jared Kushner a senior advisor è stata criticata. L’immagine della figlia Ivanka che occupa il posto del padre al tavolo del G20 ad Amburgo sedendosi tra Theresa May e Xi Jinping ha suscitato perplessità e ironie. Il coinvolgimento diretto della famiglia, accettabile in campagna elettorale, è quanto meno inopportuno all’interno dell’Amministrazione.
Il candidato permanenteIl problema è che Donald Trump continua a comportarsi come se fosse ancora in campagna elettorale. E non ha saputo correggere alcuni eccessi, perdonabili (forse) al candidato ma inappropriati per il presidente. Come l’utilizzo continuo e un po’ disinvolto di twitter per comunicare il proprio pensiero. Un’altra anomalia è che il presidente non abbia ancora nominato gli ambasciatori in molti Paesi (quello per l’Italia è stato annunciato solo qualche giorno fa, quello per la Russia oggi).
Un segnale che tradisce il desiderio di gestire gli affari internazionali in prima persona e di preferire la strategia del dealdiretto all’azione diplomatica. Non è un caso che un suo libro di successo sia The Art of the Deal. Si aggiunga che, a oltre otto mesi dalla vittoria elettorale, è ancora in corso il Thank you tour che impegna il presidente in lunghi e faticosi viaggi negli Stati che l’hanno votato piuttosto che nello studio dei dossier caldi.
ConclusioniNonostante l’andamento positivo dell’economia, i primi sei mesi di Trump sono stati ricchi di scelte contraddittorie e discutibili, sia in politica estera che in politica interna. Tuttavia i tempi sono prematuri per una critica seria. Più preoccupanti sono i numerosi segnali che rivelano come Trump fatichi a spogliarsi dei panni del candidato per vestire quelli istituzionali di presidente. Tanto da far sorgere il sospetto che si tratti di una precisa strategia: fare il candidato permanente, fino alle prossime elezioni.

giovedì 13 luglio 2017

CS1 2012 capacità Militare FS9

Fattore di Rischio = Capacità Militare (FS.9) A9  della Capacita Sicurezza CS.1


   Fascia da 0 a 0,99:      1
   Fascia da 1 a 1,99:      2
   Fascia da 2 a 2,49:      3
   Fascia da 2,50 a 2,99: 4
   Fascia da 3 a 3,49:      5
   Fascia da 3,50 a 3,99: 6
   Fascia da 4 a 4,24:      7
   Fascia da 4,25 a 4,49:  8
   Fascia da 4,50 a 4,99:  9
   Fascia da 5 :                10


mercoledì 12 luglio 2017

CS1 Relazioni dello Stato considerato con i vicini

Fattore di Rischio = Relazioni dello Stato considerato con i vicini (FS.8) A8  della Capacita Sicurezza CS.1


   Fascia da 0 a 0,99:       10
   Fascia da 1 a 1,99:       9
   Fascia da 2 a 2,49:       8
   Fascia da 2,50 a 2,99:  7
   Fascia da 3 a 3,49:       6
   Fascia da 3,50 a 3,99:  5
   Fascia da 4 a 4,24:       4
   Fascia da 4,25 a 4,49:  3
   Fascia da 4,50 a 4,99:  2

   Fascia da 5 :                 1

domenica 9 luglio 2017

CS1 2012 Numero dei visitarori nello Stato

Fattore di Rischio =  Numero dei visitatori dello Stato(FS.7) A7  della Capacita Sicurezza CS.1   Arrivi in % tra 0 e 0,49    = 1

   Arrivi in % tra 5 e 9,9      = 1,5
   Arrivi in % tra 10 e 14,9  = 2
   Arrivi in % tra 15 e 19,9  = 2,5
   Ar
   rivi in % tra 20 e 24,9  = 3
   Arrivi in % tra 25 e 29,9  = 3,5
   Arrivi in % tra 30 e 34,9  = 4
   Arrivi in % tra 35 e 39,9  = 4,5
   Arrivi in % tra 40 e 44,9  = 5
   Arrivi in % tra 45 e 49.9  = 5,5
   Arrivi in % tra 50 e 54,9  = 6
   Arrivi in % tra 55 e 59,9  = 6,5
   Arrivi in % tra 60 e 64,9  = 7
   Arrivi in % tra 65 e 69,9  = 7,5
   Arrivi in % tra 70 e 74,5  = 8
   Arrivi in % tra 75 e 79,9  = 8,5
   Arrivi in % tra 80 e 84,9  = 9
   Arrivi in % tra 85 e 89,9  = 9,5
   Arrivi in % tra 90 e 100  = 10



mercoledì 28 giugno 2017

L'Italia ed i suoi grovigli

Caso Regeni
Italia-Egitto: ambasciatore è passo indietro
Antonio Marchesi
22/06/2017
 più piccolopiù grande
Si susseguono (due sono stati pubblicati nei giorni scorsi su AffarInternazionali, a firma di Ugo Tramballi e Nino Sergi, mentre la tesi contraria è stata sostenuta da Paola Caridi) i commenti di coloro che suggeriscono di rimandare in Egitto il nostro ambasciatore, nonostante la mancanza - o proprio a causa della mancanza - di sviluppi nel caso di Giulio Regeni.

Tutti gli osservatori, a quanto pare, sono concordi nell’attribuire la circostanza che non sia ancora emersa la verità, né tantomeno fatta giustizia, all’insufficiente collaborazione da parte delle autorità egiziane. E tutti, favorevoli e contrari al ritorno dell’ambasciatore, sembrano ritenere particolarmente preoccupante - e forse in ulteriore peggioramento - la situazione dei diritti umani in Egitto. Cosa spinge, allora, alcuni a proporre una modifica della scelta compiuta a suo tempo dal nostro governo di ritirare il rappresentante italiano, facendo quello che, nei fatti, è un passo indietro?

Le tesi a favore
Gli argomenti, in sostanza, sono due. Il primo è che, visto l’insuccesso dell’attuale strategia, un cambiamento di rotta sarebbe funzionale alla soluzione dello stesso caso Regeni. Si sostiene che un ambasciatore nella pienezza delle sue funzioni potrebbe fare di più. Nino Sergi aggiunge che questo ritorno dovrebbe essere accompagnato da un mandato preciso del nostro governo a lavorare per la soluzione del caso e propone una serie di “altre significative azioni positive” (alcune di carattere simbolico, altre consistenti in “interventi di cooperazione finalizzati all’affermazione e alla tutela dei diritti umani”).

Il problema, a nostro avviso, è che non bastano i ragionamenti astratti (“la presenza può fare più dell’assenza”, sarebbe “un segno di forza e non di debolezza”), anche se basati sulla lunga esperienza di chi li fa, né l’idea dell’integrazione con una serie di altre azioni, a fare pensare che le cose andrebbero nel modo che i sostenitori del ritorno dell’ambasciatore s’immaginano. Perché tutto, al momento, fa pensare il contrario.

Lo stesso Tramballi riporta il pensiero di “un diplomatico europeo che conosce bene l’Egitto”, il quale si dice convinto che “la fine del boicottaggio italiano sarebbe la fine di ogni speranza di conoscere la verità: il regime prenderebbe il ritorno del vostro ambasciatore come la rinuncia ufficiale a proseguire il caso”.

Basta fare, del resto, un po’ di attenzione alla lettura che, nei mesi scorsi, hanno dato del possibile ritorno al Cairo del rappresentante italiano i media filogovernativi egiziani per comprendere che, dal loro punto di vista, si tratterebbe proprio di quel “ritorno alla normalità” che Nino Sergi sostiene che non sarebbe. E la percezione (sia pure interessata) della parte egiziana è ben più rilevante, ahimè, delle intenzioni e del wishful thinking della parte italiana.

Se le cose stanno in questo modo, il rischio è che la tesi dell’utilità della piena ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Egitto per la soluzione dello stesso caso Regeni diventi una copertura per il secondo argomento addotto dai suoi sostenitori: quello che fa riferimento alla necessità di tenere in conto gli interessi strategici complessivi del nostro Paese in Egitto.

Non è un confronto fra idealisti e realisti
Paolo Valentino, sul Corriere della Sera del 19 giugno, ha scritto che i rapporti diplomatici fra Italia ed Egitto “non possono non avere come pilastro della loro architettura i diritti dell’uomo”, aggiungendo subito dopo che “questi non possono neppure esaurire e governare da soli la complessità delle relazioni internazionali”. Ha ragione. Ma questo non significa che i primi - se “pilastri” devono essere - siano a quella “complessità” sacrificabili, soprattutto se ad essere in gioco sono i diritti fondamentali di cittadini italiani all’estero, il cui rispetto è, non da oggi, un obiettivo tipico della politica estera.

Quel che si vuole dire è che la tragica uccisione di Giulio Regeni e la mancata punizione dei responsabili, oltre che una gravissima violazione dei diritti umani nei confronti della vittima e della sua famiglia, è una violazione di cui l’Egitto si è reso internazionalmente responsabile nei confronti dell’Italia - una violazione che il nostro Paese non può, perché non è nel suo interesse, rinunciare a fare valere. Come scrive Paola Caridi, “non riuscire a difendere la dignità di Giulio Regeni significa non difendere lo Stato di diritto italiano, e neanche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, nella regione araba, nel grande Medio Oriente”. Non è cedendo qualcosa rispetto alla vicenda dell’italiano Regeni che l’Italia può difendere meglio interessi italiani di altro tipo.

Non è questione, in altre parole, di scegliere quale interesse sia più importante (o di confrontarsi - se vogliamo - fra idealisti e realisti). È l’insieme degli interessi del nostro Paese ed è la sua capacità di perseguirli in modo credibile ed efficace a sconsigliare di compiere quel gesto che, come si è detto, verrebbe inevitabilmente interpretato dalla controparte come una rinuncia.

Iniziative alternative per la diplomazia
Come fare, allora, per ottenere verità e giustizia per Giulio se l’ipotesi del rientro dell’ambasciatore al Cairo non è utile allo scopo? Noi siamo dell’idea che, nella logica delle misure “progressive” di cui lo stesso Paolo Gentiloni, da ministro degli Esteri, aveva parlato, si debbano prendere in esame altre possibili risposte alla mancanza di collaborazione da parte egiziana.

La gamma degli strumenti che il diritto internazionale mette a disposizione è piuttosto ampia - dal progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati fino alle convenzioni internazionali sui diritti umani (a cominciare da quella contro la tortura, ratificata sia dall’Italia che dall’Egitto). Così come non mancano le iniziative che la nostra diplomazia potrebbe porre in atto in sede multilaterale.

È vero, purtroppo, che gli altri Stati europei si sono sostanzialmente disinteressati della vicenda. Ma è stato davvero fatto tutto il possibile per coinvolgerli? E si è mai pensato di sollevare la questione nel quadro del sistema delle Nazioni Unite? Insomma, sono state prese in esame tutte le possibili opzioni? E l’Italia, tutta l’Italia, ci ha creduto fino in fondo? Non è possibile, invece, che l’Egitto abbia potuto fare, in qualche misura, affidamento su una prevedibile temporaneità della nostra reazione? Se non è così, e se c’è ancora, davvero, la volontà di ottenere verità e giustizia per Giulio, piuttosto che su un possibile passo indietro, sarebbe bene, a nostro avviso, ragionare con maggiore determinazione sui possibili passi avanti.

Antonio Marchesi è presidente di Amnesty International Italia.

Gli Italiani l'Europa ed i Migranti

Sondaggio Chatam House
Italiani e Ue: delusi, ma non ancora euroscettici
Riccardo Alcaro
20/06/2017
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Stando ad un recente sondaggio condotto dal think tank britannico Chatham House, l’entusiasmo con cui gli italiani hanno storicamente appoggiato il progetto europeo è cosa del passato.

L’Ue suscita più che altro sfiducia, incapace com’è di dare risposte efficaci alla crisi dei rifugiati o all’immigrazione di massa (gli italiani mettono le due cose in cima alla lista dei fallimenti dell’Ue). Pochi in Italia (22%) ritengono che l’Ue abbia portato loro vantaggi, e molti (40%) pensano che la politica di austerità abbia anzi peggiorato le cose.

Non a caso, il 50% degli intervistati pensa che la Germania, percepita come il campione dell’austerità, giochi un ruolo negativo. ‘Disgusto’, ‘disagio’, ‘rabbia’ e soprattutto ‘pessimismo’ sono le parole che gli italiani associano di più all’Ue. Non sorprende che il 55% pensi che la Brexit indebolirà ulteriormente l’Unione.

Tra delusioni e vantaggi
Gli italiani non sono ignari del fatto che l’Ue ha anche portato benefici. I più apprezzati sono quelli che hanno espanso tangibilmente le opzioni individuali, come attesta il 45% delle preferenze dato al sistema di frontiere aperte di Schengen e alla libertà di stabilirsi e lavorare dovunque nell’Unione. Le conquiste più celebrate da politici e accademici, come il mercato unico e in particolare la pace in Europa, raccolgono soltanto il 26% e il 23% dei consensi, mentre pochi (10%) pensano che l’Ue abbia contribuito al rafforzamento dei valori democratici.

Ciò detto, un senso di appartenenza europea è ancora vivo in Italia: il 51% degli intervistati si è detto orgoglioso di essere ‘italiano ed europeo’, il 39% crede che gli europei abbiano valori comuni (il doppio di quanti credono il contrario) e soprattutto il 44% ritiene pericoloso il nazionalismo (contro il 20%). Ma allora cos’è che gli italiani vogliono dall’Ue?

Idee chiare e contraddittorie
Il senso di diffusa sfiducia sembra aver generato una richiesta quasi istintiva di recupero di sovranità (il 52% vorrebbe che l’Ue avesse meno poteri). E tuttavia gli italiani esprimono anche una domanda di maggiore cooperazione a livello Ue: il 63% sostiene che i Paesi europei più ricchi devono aiutare quelli più poveri, e il 66% vuole un’equa distribuzione dei rifugiati tra tutti gli stati membri. Sorprendentemente, il 40% guarda con favore agli Stati Uniti d’Europa (il 30% è contrario).

Gli italiani sembrano avere dunque un’idea di Europa come di una comunità definita da valori e una relativa omogeneità culturale. Ciò spiega perché sono convinti che una pur amichevole relazione tra Ue e Regno Unito post-Brexit non debba compromettere i principi su cui è basata l’Unione; che l’allargamento è andato troppo in là; e che alla Turchia vada negato l’accesso (il 68%, 61% e 47% degli intervistati, rispettivamente, è d’accordo con queste affermazioni). Anche la percezione generalizzata (51%) che valori europei e musulmani siano difficilmente compatibili si inserisce in questo quadro.

Quella che questi numeri raccontano non è la storia di una società arrabbiata e sempre più xenofoba. La maggioranza degli italiani guarda con favore o indifferenza ai cittadini Ue residenti in Italia, e anche i rifugiati o gli immigrati venuti in cerca di fortuna suscitano sentimenti negativi in non più del 30% e 35% della popolazione.

Anche i dati sulla coesione sociale non rivelano insormontabili faglie di divisione. I giovani sono tendenzialmente ritenuti non avere gran rispetto dei valori tradizionali (ma quando mai lo sono stati?), eppure la maggioranza degli italiani (51%) ha abbracciato uno degli sviluppi culturali socialmente più importanti degli ultimi anni come i matrimoni omosessuali. Inoltre, se interrogati sulla loro situazione personale, gli italiani sono meno demoralizzati di quanto sembra. Solo il 13% è insoddisfatto della sua vita, e solo il 9% ritiene di non averne sufficiente controllo.

Una società più affaticata che disperata
Viene fuori insomma non tanto una società disperata quanto una società affaticata (il 74% degli italiani pensa che la vita fosse migliore vent’anni fa) che anela a una maggiore chiarezza sul futuro del paese edelle prospettive individuali.

Il sondaggio fa certamente luce sulle radici dell’ampia coalizione eurocritica italiana, che include partiti di destra e anti-immigrazione come la Lega, una parte di Forza Italia e soprattutto il Movimento 5 Stelle. I risultati spiegano anche perché un leader fondamentalmente europeista come Matteo Renzi abbia cercato di migliorare le sue sorti usando toni duri verso Bruxelles o Berlino. Con un tale livello di risentimento generale, prendersela con l’Ue sembra portareun ritorno elettorale.

Eppure, un’analisi più approfondita del sondaggio dovrebbe dar da pensare. Gli italiani sono certamente delusi, ma in nessun modo si può evincere dai risultati che ci sia una gran voglia di avventure pericolose come uscire dall’Ue o anche solo dall’eurozona. Significativamente, l’euro è considerato un fallimento da non più del 30% degli italiani.

Europeismo ed euroscetticismo in chiave elettorale
Quando un orientamento europeista si è associato a una credibile promessa di cambiamento interno, come nella primissima fase del governoRenzi, gli italiani hanno premiato quell’opzione con il 40% dei voti presi dal Pd alle elezioni europee 2014. Ora che Renzi è di nuovo in sella, in vista delle prossime elezioni potrebbe concludere che l’Europa è un tema su cui conviene attaccare piuttosto che difendersi. Le critiche di Emmanuel Macron all’euroscetticismo di Marine Le Pen durante le presidenziali francesi sono dopotutto state molto efficaci a indebolire la credibilità della leader del Front National.

Anche le forze eurocritiche italiane farebbero bene a riconsiderare le loro opzioni. Ciò vale, in particolare, per la più grande tra loro, il M5S. I Cinque Stelle devono il loro successo non tanto alle posizioni critiche sull’Ue quanto al generale disprezzo in cui è tenuta la classe politica italiana (solo il 4% degli italiani pensa che i politici siano interessati ai loro problemi). Possono quindi permettersi di assorbire lo shock di un ridimensionamento della loro piattaforma euroscettica, in particolare ritirando la proposta di tenere un referendum sull’adesione dell’Italia all’euro. Dal momento che una manovra del genere li esporrebbe meno ad attacchi alla Macron, potrebbero anzi beneficiarne.

Forse è presto per prevedere quali saranno i temi caldi della campagna elettorale. Ma i risultati del sondaggio indicano che i due maggiori partiti, Pd e M5S, potrebbero presentare varianti alternative di un’opzione di riforma dell’Ue ‘dal di dentro’ invece che l’antagonismo radicale tra pro-Ue e anti-Ue che si è visto in Francia. Può essere anti-intuitivo, ma il dato di fondo del sondaggio è che una piattaforma fortemente euroscettica potrebbe essere, elettoralmente parlando, un peso piuttosto cheun vantaggio.

Riccardo Alcaro è Coordinatore delle Ricerche, Istituto Affari Internazionali (IAI).