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venerdì 22 marzo 2019

Sempre più alla deriva verso un ignoto futuro

Nella bocca del Leone
L'Italia, la politica estera, l'abbandono dei vecchi alleati e la Cina

Secondo Asia Times la firma del memorandum di intesa con cui il governo italiano aderisce formalmente alla nuova via della seta è una manna per la Cina e per il suo leader Xi Jinping. La firma del documento avviene in queste ore in cui è in corso la visita di tre giorni del leader cinese in Italia, .

Questa firma è stata oggetto di molte polemiche. L'Italia infatti è il primo paese del G7, e dopo questo passo sicuramente diventerà G6, a mettere nero su bianco la sua partecipazione alla Belt and road initiative.(BRI)
La BRI è il gigantesco piano infrastrutturale con cui Pechino vuole creare nuovi collegamenti via terra e via mare tra Cina Europa ed Africa ed estendere la sua influenza a livello globale. Apparentemente si tratta di una questione commerciale tra due paesi  ma non è così semplice. Quando l'ha lanciata nel 2013 Pechino ha messo la nuova via della seta al centro della sua politica estera-
Comprensibilmente il piano è visto con sospetto dagli Stati  Uniti e dall'Unione Europea, che infatti hanno criticato Roma . Discostarsi dalla linea UE e del G7 sfidando l'opposizione di Waschington l'Italia non solo abbraccia il discusso piano di Pechino, ma sceglie anche di allinearsi ad un paese autoritario ai danni dei suoi alleati storici. Per la Cina che ha varie questioni aperte con gli Stati Uniti, la mossa dell'Italia è un colpaccio diplomatico,

Questo il commento di Asia Times, riportato su l'Internazionale del 22/28 marzo 2019 n. 1299 anno 26

Questo Governo italiano, dopo gli schiaffi alla UE, si porta ancora di più lontano da coloro che sono i suoi creditori. L'enorme debito pubblico che schiaccia l'Italia, sembra essere usato come grimaldello  dalle forze di destra e dagli impreparati, ingenui e, dati gli ultimi avvenimenti al comune di Roma, anche corrotti loro alleati per scardinare la costituzione repubblicana del 1948 e creare una repubblica neofascista di stampo sudamericano, con il consenso della Chiesa cattolica romana ormai impotente a proporre agli Italiani un linguaggio morale ed etico persuasivo (vedi scandalo dei preti pedofili e l'impossibilità a porvi rimedio e dare giustizia), sempre contraria alla costituzione repubblicana, ispirata alla costituzione della Repubblica Romana del 1849,

giovedì 21 marzo 2019

Vincenti e perdenti


Presente un problema,  chi trova o propone una soluzione è un vincente, ed un uomo positivo; chi trova una giustificazione è un perdente, un uomo negativo.
Un perdente tra l'altro presenta caratteristiche precise: la prima più chiara di tutte, cerca di addossare la colpa ad altri. Tutto è colpa di....; questo perdente non si mette mai in discussione, ne ha il coraggio di prendersi le responsabilità.

Questo assioma applicato alla politica ed ai protagonisti della politica italiana da già un livello di considerazione e da una idea di con chi abbiamo a che fare.

venerdì 15 marzo 2019

Italia. la piaga sociale


Fonte
LIMES Rivista di geopolitica

Da questa carta emerge chiaramente come ci siano due Italie
La Questione Romana, La Questione del mezzogiorno
La Questione degli Emigrati
L'Antistato e Lo Stato
trovano in questa carta espressione dei loro lineamentiprincipali

lunedì 4 marzo 2019

I Confini dell'Italia.


IL CONFINE ITALO-SVIZZERO, 
LA NEUTRALITÀ DELLA SVIZZERA E DELLA SAVOIA
 E LE RIPERCUSSIONI MILITARI
 SUL REGNO D’ITALIA


Si riporta,  una analisi abbastanza accurata di Alberto Rovighi in merito al confine italo-svizzero e i riflessi sia di carattere storico e delle relazioni diplomatiche:

Il nuovo Stato unitario italiano, con le sue estesissime coste e, alle frontiere terrestri, due grandi Paesi, Francia ed Austria, che ne condizionavano la politica ulteriore, doveva naturalmente affrontare immediatamente gravosi problemi di sicurezza militare; e ciò nelle ben note difficoltà di consolidamento interno e di ordine finanziario.
Di primo acchito, l’avere alla frontiera terrestre settentrionale, o centrale, un Paese dichiaratamente neutrale come la Svizzera, di minori dimensioni territoriali e demografiche (41.324 Kmq e 2,5 milioni di abitanti), costituiva un fattore di sicurezza apprezzabile che consentiva al nuovo Regno di concentrare la sua attenzione altrove.
Tuttavia, nel prosieguo, le relazioni tra i due Paesi sul piano militare andranno trovando motivi di tensione e provocando nei nostri militari non indifferenti preoccupazioni, soprattutto per le condizioni geotopografiche della frontiera e per le possibilità di azione strategica attraverso il territorio svizzero, connesse con la sua posizione nel quadro delle Potenze confinanti.
Non è il caso di dilungarsi in una presentazione dettagliata del confine italo-svizzero e dei due versanti della dorsale alpina che una buona carta ci può dare a sufficienza; sembra necessario ricordare però quegli elementi e quelle caratteristiche geotopografiche che, come si è detto, hanno avuto un peso determinante nelle relazioni di ordine militare fra i due paesi. (V. carta n. 1 e schizzi n. 3a, 3b, 3c, 4, 5).
Il confine italo-svizzero non seguiva e non segue, essendo rimasto sempre praticamente invariato, linee di carattere naturale o etnico; esso ha carattere esclusivamente politico ed è conseguente ad avvenimenti e situazioni storiche evolute soprattutto nel XVI secolo nelle relazioni fra i Cantoni meridionali svizzeri (Vallese, Ticino, Grigioni) e le regioni italiane confinanti (Piemonte, Lombardia, Venezia). Esso, seguendo limiti di passate circoscrizioni feudali o comunali locali, ha quindi un andamento spesso tortuoso e complesso, non rispondente certamente a criteri di sicurezza reciproca1.
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1 Le innumerevoli contestazioni per minuti particolari del confine vennero risolte solamente dopo un lungo lavoro di Commissioni di delimitazione che, iniziato nel 1913 e poi sospeso per lo scoppio della I Guerra Mondiale, fu ripreso solo nel 1923, condotto a termine nell’anno 1933 e sancito con la Convenzione stipulata a Berna il 24 luglio 1941.





Partendo dal M. Dolent (ad est del M. Bianco) fino alla zona dello Stelvio (P.zo Umbrail fino al 1918; ora al Piz Lat) esso è lungo circa 700 Km e corre per soli 220 km sulla dorsale elevata e difficile delle Alpi Centrali (Pennine e Lepontine ad ovest, Retiche ad est). Per la parte rimanente se ne distacca in più punti per creare salienti che si svolgono per ben 397 km sul versante italiano e per 92 km sul versante svizzero.
I due salienti italiani, delle valli di Lei e di Livigno, nelle Alpi Retiche, sono di minore interesse ai fini delle comunicazioni e di eventuali operazioni militari.
Tutti i cinque salienti svizzeri, invece, in maggiore o minore misura, conferiscono rilevanti possibilità offensive verso il nostro Paese:
-               il saliente di Gondo o di Val di Vedro permette un controllo assoluto del Passo del Sempione e   dell’accesso alla Valle dell’Ossola (F. Toce);
-         il grande saliente del Canton Ticino, spingendosi profondamente sul versante padano fra Lago Maggiore e Lago di Como e giungendo col Mendrisiotto a meno di 50 km da Milano, permette il controllo indisturbato di importanti passi alpini sull’alto e moltiplica sul basso le possibilità di passaggi della frontiera in terreni facili;
-         il saliente della Mera o di Val Bregaglia permette di scendere rapidamente a Chiavenna, tagliando le comunicazioni con lo Spluga, e di qui su Colico nell’alta Valle dell’Adda;
-         il saliente di Val Poschiavo consente di puntare a tagliare agevolmente, a Tirano, le comunicazioni della Valtellina tra Sondrio e Bormio e di aprirsi il passo verso il Colle dell’Aprica e la conca di Edolo in Val Giudicaria;
-         infine il saliente di Val Monastero, per quanto minacciato da quello italiano di Val Livigno, permette aggiramenti a breve raggio delle difese (Giogo di S. Maria e Passo di Frach) allo Stelvio e di marciare, quindi, sia verso la Valtellina sia verso la Val Venosta.
Il confine, là dove corre sulla dorsale o su contrafforti difficilmente percorribili, garantisce sicurezza; ma i numerosi salienti a favore della Svizzera moltiplicano i passi percorribili: da controllare per evitare le sempre fiorenti attività del contrabbando, o da difendere in caso di conflitto. Mentre poi alle ali, fra Valle d’Aosta e Lago Maggiore e fra Lago di Como e lo Stelvio,






le condizioni difensive sfavorevoli per l’Italia trovano una qualche attenuazione per l’esistenza dei rilievi che dal M. Rosa si spingono sulla destra della Val D’Ossola, e delle impervie dorsali del- le Prealpi Orobie che corrono lungo il versante meridionale della Valtellina; nel settore centrale, invece, il confine si spinge fino alle basse colline fra Lugano e Varese ed alle porte di Como.
Anche i solchi lacustri e fluviali del versante meridionale, con il loro andamento generalmente perpendicolare alla dorsale alpina, costituiscono un elemento meno favorevole; la regione fra Ticino ed Adda adduce poi direttamente alla sezione del Po compresa fra Casale e Cremona ed a quella Stretta di Stradella, considerata dal tempo della battaglia di Fornovo (1495) il perno della difesa dell’Italia, quale punto di frattura fra difesa della Valle Padana e quella della Penisola.
Nel territorio svizzero, anche ammesso il nostro raggiungimento della dorsale alpina con l’occupazione del Canton Ticino, ulteriori penetrazioni si presentano difficili: sia per la maggior profondità del versante montano, sia per l’andamento a quinte trasversali e le difficoltà delle Alpi Bernesi e di Glarona e poi delle Prealpi Svizzere e delle Alpi Bavaresi, sia - infine - per l’andamento dei principali corsi d’acqua. Ad ovest del nodo oroidrografico del Gottardo, infatti, eventuali penetrazioni tendono ad essere dirottate dall’alta valle del Rodano verso il lago di Ginevra ed il Giura franco-svizzero mentre ad est le valli del Reno anteriore e posteriore e quella dell’Inn spingono le penetrazioni verso la stretta di Sargans ed i monti del Voralberg, ad oriente dell’Altopiano Svizzero.
Al di là della conca di Andermatt, a nord del S. Gottardo, si spingono solo difficili comunicazioni per le valli dell’Aare (dopo il superamento dei passi della Furka e del Grimsel) e della Reuss, che presentano strozzature ed adducono a zone lacustri trasversali, di notevole osta- colo.
Dunque, dal punto di vista militare, la frontiera italo-svizzera presenta caratteristiche del tutto negative per l’Italia, particolarmente per le azioni possibili dal Canton Ticino.
Infatti, i due tratti laterali di frontiera sulle Pennine e sulle Reti che, per quanto negativi, trovano compensazione negli sbarramenti in profondità; mentre quello centrale consente la condotta di operazioni in forza, particolarmente dopo che, con il miglioramento delle comunicazioni stradali e ferroviarie del S. Gottardo (1882) si è reso possibile, da parte svizzera, l’afflusso rapido di forze ingenti alla zona Locarno - Lugano - Bellinzona.
Esistono certamente alcuni fattori di qualche peso anche a nostro favore. Uno è rappresentato dalla possibilità di esercitare azioni volte a recidere alla base ed al centro il






saliente ticinese agendo dai nostri due salienti: ad ovest, dell’alta valle del Toce (V. Antigorio, Val Formazza e Val Vigezzo); e ad est, del Liro (V. S. Giacomo) e per il Passo di S. Iorio. Si tratta però di azioni difficili se non condotte di sorpresa e se destinate a scontrarsi contro una difesa ben predisposta ed efficiente.
                L’altro fattore di maggior peso, nei riguardi della possibilità di contrapporsi con successo ad una offensiva avversaria dal Canton Ticino verso Milano, è costituito dalla nostra possibilità di far affluire forze concentricamente – ad ovest, da sud e da est – attraverso la ricca rete di comunicazioni della Valle Padana e di concentrare masse superiori contro quelle eventualmente sboccate dal saliente ticinese nell’aperta pianura.
Ma questa possibilità non sarebbe attuabile qualora il grosso delle forze italiane fosse fortemente impegnato ad Oriente o ad Occidente, sull’arco alpino o sulla pianura. In tal caso una minaccia esercitata nel settore centrale, dal saliente ticinese, si presenterebbe con caratteri di estrema gravità: per la difficoltà di contrapporvisi tempestivamente e sufficientemente; per la prossimità di obiettivi primari; per il suo carattere avvolgente rispetto al grosso delle forze italiane impegnate ad est o ad ovest.
Oltre alla minaccia costituita dal saliente ticinese, il territorio svizzero presentava, ad eventuali nostri avversari, altre possibilità, per quanto di minore pericolosità.
Soprattutto dacché la Savoia era passata sotto la sovranità della Francia, questa, in caso di conflitto con l’Italia, poteva cercare di estendere la sua fronte di attacco e di esercitare una pericolosa azione avvolgente risalendo l’alta valle del Rodano per invadere l’Italia non solo per il Gran San Bernardo ma anche per il Sempione e, dopo l’apertura delle comunicazioni per il passo della Furka, perfino per il Gottardo e la valle del Ticino, violando così la neutralità della Savoia. Così, ad Oriente, fino al 1918 cioè fino a quando l’Austria ebbe il possesso dell’Alto Adige, questa avrebbe potuto facilitare una offensiva dallo Stelvio e dal Tonale verso la Valtellina e la Val Giudicaria aggirandone le difese passando per le valli svizzere dei Grigioni ed i passi mal difesi di quel confine. E’ vero che queste azioni avrebbero violato la neutralità svizzera e, la prima, anche quella della Savoia, stabilite dal Trattato del 1815; ma in entrambi i casi, si trattava di passaggi di forze attraverso regioni periferiche della Svizzera.
Sicché si poteva sempre temere che circostanze interne ed esterne potessero impedire alla Svizzera di impegnarsi a fondo per garantire la neutralità ed opporsi a queste violazioni.
E’ da dire che con simili passaggi attraverso zone periferiche della Svizzera potranno






apparire possibili, in particolari circostanze che considereremo nel prosieguo, anche alle Autorità italiane nel caso di eventuali nostre operazioni offensive contro la Francia in combinazione con la Germania alleata.
Non ci si nascondeva, peraltro, le difficoltà dell’impresa sia per le asperità del terreno e successivamente anche per le difese predisposte da parte svizzera; era una impresa che si riteneva possibile essenzialmente qualora le pressioni interne ed esterne esercitabili da parte tedesca avessero reso la Repubblica Elvetica praticamente consenziente.
In questo caso la possibilità di attraversamento della Svizzera avrebbero potuto consentire due possibilità:
-          o di estendere le nostre azioni offensive (attraverso il Moncenisio, il Piccolo San Bernardo, la Tarantasia e la Moriana) verso il fronte Grenoble - Albertville con altre avvolgenti per il Gran San Bernardo, il Sempione e l’alta valle del Rodano, in modo da sboccare in forze nella regione di Lione;
-          oppure di avvalersi delle numerose linee di penetrazione e di arroccamento attraverso il territorio svizzero per portarsi al confine nord occidentale della Svizzera ad investire, in combinazione con le Armate tedesche alleate, le posizioni del Giura Franco-Svizzero e della famosa Trouè de Belfort, concorrendo alla battaglia decisiva sul Reno.
Va detto chiaramente, poi, che, nonostante le condizioni topografiche del confine così negative, le preoccupazioni delle nostre Autorità Militari non erano destate tanto dalle minacce esercitabili da parte della Svizzera, sulla cui volontà e sul cui interesse a mantenere la neutralità generalmente si confidava, quanto da quelle esercitabili attraverso il suo territorio dalle altre grandi Potenze confinanti.
Si è detto che generalmente si confidava nella volontà e nell’interesse della Svizzera ad osservare la neutralità; ma si temeva che essa non potesse in certe circostanze garantirla, oppure che il quadro politico esterno ovvero le stesse complessività della costituzione interna della Confederazione potessero indurla a non contrapporsi decisamente a violazioni periferiche del suo territorio, che non fossero tali da minacciare la sua esistenza o il grosso delle sue forze arroccate nel ridotto del Gottardo o sull’Altopiano svizzero.
Si era ben convinti, dunque, che la neutralità svizzera fosse a noi favorevole e che la sua osservanza fosse a noi conveniente; ma si paventava ogni possibilità che la Svizzera stessa non potesse garantirla. Preoccupavano poi tutti quei sintomi o quelle opinioni che, nella Svizzera medesima, erano indicativi di una minore volontà di osservarla. Veniva riconosciuto che la politica interna della Svizzera era influenzata essenzialmente dalle pressioni interne ed esterne dell’elemento tedesco e quello francese, mentre non mancavano, nella libera Svizzera, uomini e forze politiche orientati a vedere ed a chiedere politiche più attive di quelle ancorate al mantenimento della neutralità.
Di fatto, nel primo ventennio di questo secolo, una netta prevalenza dell’elemento tedesco nella popolazione, nelle attività economiche, negli organi di informazione e, soprattutto, nelle sfere militari, finirono per preoccupare le nostre Autorità politiche e militari per il caso di un possibile schieramento della Svizzera al fianco dei nostri avversari oppure di un suo atteggiamento piuttosto consenziente verso loro iniziative.
Dinnanzi a tali prospettive acquisivano, allora, grande rilevanza tutte quelle caratteristiche negative della frontiera italo-svizzera che abbiamo sinteticamente ricordato.*

*Rovigli A., Un secolo di relazioni tra Italia e Svizzera 1861 -1961, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1987.

mercoledì 30 gennaio 2019

domenica 20 gennaio 2019

lunedì 14 gennaio 2019

Il problema della LIbia. Non solo emigranti


Fonte l'Internazionale Dicembre 2018

Emeroteca. CESVAM

(Info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

mercoledì 9 gennaio 2019

Dati statistici al 31 dicembre 2018


Aperto nel 2013, ha un totale di 16759 visitatori

 con una media mensile che oscilla tra i 300 e 400 visitatori.

Sono stati pubblicati 205 post.

Come utenza, sorprende che dalla Russia vi sono 72 contatti,
mentre sull’ordine delle unità sono
i contatti dall’ Italia, Francia ed altri paesi europei.

(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

martedì 27 novembre 2018

Materiali per il Master di I Livello "Storia Militare Contemporanea


Pubblicità e alimenti nel Ventennio italiano

di Alessia Biasiolo*
La Germania non poteva non guardare anche all’Italia per le proprie scelte alimentari in epoca nazista.
La ricaduta del giovedì nero statunitense sull’Europa, influì fortemente anche sul Belpaese: nel 1929 eravamo nella seconda decade dell’autarchia e in periodo di forte protezionismo doganale.
La piazza più importante per la vetrina dei prodotti italiani, e autarchici, era senz’altro Milano, in cui le merci venivano propagandate più ampiamente.
La propaganda evidenziava una vita moderna, emancipata, simbolo di una borghesia che stava vivendo, almeno sulla carta, un periodo favorevole. Le tasse aumentavano e le crisi produttive erano sempre dietro l’angolo, ma l’idea di avere una classe borghese imprenditorialmente forte, era suffragata da forti prese di posizione della Confindustria, dalla nascita o crescita di gruppi industriali, dal forte aumento di adepti dei gruppi sindacali. Su tutto, una visione futurista del prodotto e della pubblicità, che porterà alla sostituzione del cartellonista come interprete delle necessità commerciali delle aziende, con artisti scelti o selezionati dalle aziende stesse per pubblicizzare i propri prodotti secondo una visione aziendale frutto di strategia messa in atto a tavolino, ancor prima di realizzare il prodotto stesso. Le aziende cominciarono proprio a cavallo tra le due guerre mondiali a cercare una propria identità distintiva sugli altri prodotti, a volere creare un segno per lasciarlo. Risorsa indiscussa per le aziende italiane fu proprio il Futurismo, determinato auto-promotore, i cui seguaci erano profondamente consapevoli dell’importanza della pubblicità, soprattutto per abbattere le barriere tra alta e bassa società. I futuristi che lavorarono per la pubblicità furono molti, da Marinetti che creò pubblicità per Snia Viscosa, oppure Farfa che creò per Ferrania, mentre Fiat Balilla scelse di essere rappresentata dal Futurismo di Diulgheroff. Fu però Fortunato Depero ad essere il più innovativo grafico del movimento: collaborò con la Davide Campari dal 1924 al 1939, creando per l’azienda di bevande non soltanto pubblicità, ma anche oggetti, come pupazzi, lampade, vassoi e la bottiglia icona Campari Soda. Inoltre, Depero ha progettato per la Campari chioschi e architetture pubblicitarie, ideando delle vere e proprie opere d’arte con l’aiuto dell’azienda: il libro bullonato, ad esempio, venne realizzato proprio grazie all’aiuto di Davide Campari. L’insegnamento l’artista lo traeva dai musei, dalle grandi opere del passato, sosteneva, perché tutta l’arte dei secoli passati, secondo Depero, era improntata all’esaltazione (del guerriero, del religioso, delle cerimonie, delle vittorie), in chiave pubblicitaria, per fare restare nella memoria dei contemporanei e dei posteri qualcosa. Sempre secondo Depero, “i prodotti nostri hanno bisogno di un’arte nuova altrettanto splendente, altrettanto meccanica e veloce, esalatrice della dinamica, della pratica, della luce, delle materie nostre”. L’arte pubblicitaria, secondo il futurista, poteva poi essere piazzata dovunque, per terra, sui muri, nei treni, nelle vetrine, ed essere colorata, moltiplicata, non sepolta nei musei, ma viva. Quindi le aziende dovevano avere l’intelligenza strategica di usare il valore artistico della funzione pubblicitaria per costruire qualcosa di unico sul mercato e distinguersi in ogni dove. Depero teneva presente, poi, che anche le persone erano cambiate, non camminavano più avendo il tempo di leggere un manifesto sul muro, ma sfrecciavano veloci in treno e in automobile o su un autobus, di certo più veloce del tram. Quindi bisognava creare pubblicità belle, colorate, veloci da leggere e da capire, funzionali al prodotto. La scuola dell’Art Decò fu fondamentale: le linee potevano e dovevano essere diagonali, le lettere grandi e maiuscole, la novità doveva catturare l’attenzione. Depero applicò queste innovazioni per la Campari, ma anche per Unica, Strega, San Pellegrino, Presbitero, Schering, non limitandosi al disegno, ma a riflettere gli umori politici del Paese, le nuove prospettive verso un’arte unica. Spesso nelle pubblicità venivano ricordati l’esotico, il dogma, le teorie sulla razza, testimoniando il complesso rapporto tra aziende, politica e arte futurista. Gli oggetti delle pubblicità diventano grandi, ingombranti: devono colpire lo spettatore, il visitatore delle fiere. Colpire l’immaginario della persona comune, piccola, con un’immagine di grandezza che, se è vero che era politica in quel tempo in Italia, era quanto più la raffigurazione di come si poteva diventare se si acquistava, se ci si impossessava proprio di quel prodotto. Alla Fiera di Milano, ad esempio, accanto ai prodotti alimentari si esponevano opere che avevano lo scopo di stupire e impressionare positivamente: carri armati, maschere antigas, apparati antiaerei, aerei, camere-rifugio antiaereo, ma anche i più moderni mezzi per comunicare come la macchina per scrivere e, soprattutto, il telefono. Anche questo grande, come nella pubblicità della Stipel. L’oggetto doveva e poteva fare sentire potenti, grandi come doveva esserlo l’Italia in quei frangenti storici. Quali erano i prodotti alimentari pubblicizzati in Italia? Possiamo darne solo qualche esempio, scelto tra quelli che richiamano i cibi citati nei precedenti capitoli. Un grande fermento ruotava attorno alle proteine animali: molti stand fieristici o manifesti pubblicitari erano dedicati ai grassi, sia per l’alimentazione che non, in modo da studiarne le proprietà e gli usi, e di sostenere la diffusione di grassi animali come di surrogati. È il caso della margarina, che ebbe vasta diffusione dalla seconda metà degli anni Venti, soprattutto quando era necessaria per sostituire il carente burro. Achille Luciano Mauzan aveva curato, nel 1926, una pubblicità per la Società Anonima Angelo Arrigoni di Crema. Le società anonime erano pullulate in Italia soprattutto dai primi anni del Novecento, quando la quasi improvvisa ripresa economica aveva convinto della bontà del tramutare imprese anche di stampo artigianale in Società Anonime appunto, poi in Società per Azioni. Non che il burro non si usasse più, certo, come recitavano le cremerie Zatti Verderi Chiesi di S. Ilario D’Enza nel 1935: “Esigete Super Burro”, di pura panna, mentre c’era il patriottico “Burro Vittoria”, sempre finissimo di pura panna. Era il momento dell’estratto per brodo, salutare, economico e capacissimo di sostituire spese per acquistare la carne e per cuocerla. Le ditte produttrici erano molte, dalla Liebig che aveva messo a punto la ricetta per il mitico dado per brodo, al “Vero estratto di carne australiano Arrigoni” di Genova, in vasetti e dadi (1925), all’estratto di carne “Food” del 1925, che diverrà ben presto troppo “straniero”; al “Nutreina” dei Laboratori Scientifici di Milano (1925), al “Bovis” della ditta Luciani (1930), all’estratto di carne “Texas” (1935), che rispondeva ai migliori requisiti fissati dalle norme vigenti, prodotto dalla ditta Italiana Texas a Milano. Molto successo l’ebbe anche l’estratto Wührer (1924, 1931), dell’omonima ditta produttrice di birre di Brescia. L’estratto, infatti, di brodo di manzo o di pollo, veniva prodotto accanto allo stabilimento birrario di Viale della Bornata nella Leonessa d’Italia. La produzione di birra in Italia aveva, in quel momento, andamento altalenante: l’aumento delle accise indeboliva le vendite della bevanda, ma allo stesso tempo convincevano lo Stato che l’incasso in tasse era penalizzato se si esagerava nella tassazione anche per rispondere alla domanda di maggiori controlli verso l’abitudine di ubriacarsi di molti operai durante i giorni liberi. La birra italiana Wührer, che aveva incamerato molte altre aziende tra cui la Birra Italia, era in grado di competere con le birre straniere, soprattutto bavaresi e austriache, pertanto ben si piazzava nelle vendite, e anche l’estratto per brodo omonimo ebbe un notevole successo. Accanto alle birre italiane, soprattutto dalla seconda metà degli anni Trenta e fino al 1941-1942, proprio alla Fiera di Milano, la quarta per importanza mondiale, si trovarono le birre tedesche, esposte in interessanti stand dove la mescita e l’assaggio erano seguiti da un folto pubblico di giornalisti. La presenza degli stand tedeschi non era stata vista di buon occhio da tutti, specialmente da chi, già non essendo allineato alla politica fascista, ma troppo in vista per subirne le conseguenze, aveva contestato o comunque non aveva digerito affatto la presa di posizione sulle leggi razziali. La visita dei padiglioni fieristici milanesi che, appunto, costituivano quanto di più interessante e moderno circolava sulle piazze mondiali, avveniva sempre anche da parte delle autorità, tra le quali il re Vittorio Emanuele III, il duca d’Aosta, molti ambasciatori stranieri, molte autorità civili e militari, tra cui spiccavano annualmente il ministro Starace, Vittorio Mussolini e altri, accompagnati da gerarchi fascisti e poi anche nazisti. Se è vero che il Re prediligeva visitare gli stand dell’aeronautica, ad esempio, o delle bellissime vetture Balilla, è anche vero che per la Fiera giravano bellissime signorine, vestite in tailleur, che portavano con sé cestini di caramelle al miele Ambrosoli (1939); che pubblicizzavano i tortellini o la stessa birra. L’Amaretto di Saronno o i biscotti Lazzaroni divennero i testimoni dell’evoluzione della società in corso: la famosa scatola Lazzaroni di biscotti, molto inglese nella fattezza così come era inglese il sapore dei biscotti stessi, non doveva mancare nei salotti buoni delle città italiane. I biscotti e le caramelle cominciarono a spopolare, simbolo proprio della rinascita economica del primo dopoguerra: aziende come Saiwa, fondata a Genova da Pietro Marchese, o Elah nata da Francesco Ferdinando Moliè nel 1909, sempre più producevano preparati per budini, creme da tavola e dessert vari. Lazzaroni veniva pubblicizzata, nel 1934, da trampolieri, mentre Elah scelse l’abitudine degli animali esotici, come l’elefante. Magnesia S. Pellegrino aveva invece scelto lo struzzo, mentre altri si accontentavano delle più caserecce capre. Animali che circolavano per le fiere vivi, naturalmente, con la pubblicità montata addosso (1935), oppure su eleganti calessini che essi stessi tiravano. Sempre per restare in tema, quasi l’Italia non fosse toccata dalla miriade di ricerche scientifiche sulle carie da zuccheri, oppure sulla necessità della dieta povera di zuccheri che spesso venivano sbandierate nell’alleata Germania, Unica, che produceva la famosissima caramella Nougatine ricoperta di cioccolato fondente, utilizzava la sagoma di un nero delle colonie (1931) per la propria pubblicità. Avevamo poi Pernigotti (dal 1868) per il torrone, Venchi dal 1878 per la produzione di praline, Perugina (fondata nel 1907) che negli anni Venti si affermerà con il famoso Bacio. Battaglie per la conquista dei mercati a suon di cioccolatini, ma anche di panettone: nel 1919, Angelo Motta apre a Milano un piccolo laboratorio che diverrà un’industria e anche questo tipo di produzione diverrà campo di battaglia, contro Gioacchino Alemagna nel 1921 e con il figlio di questi Alberto poi, per conquistare sempre più acquirenti. Sarà la Perugina a scegliere di investire, per prima, nella radio per la propria pubblicità. Finanzierà con Buitoni la realizzazione di due serie di puntate di una rivista radiofonica intitolata “I quattro moschettieri”, liberamente tratta dal libro di Alexandre Dumas. L’idea ebbe un successo clamoroso, tanto che diverrà “I quattro moschettieri in pallone”: quattro personaggi in maschera scenderanno sulla Fiera di Milano in pallone e circa centomila persone si raduneranno intorno agli stand delle due aziende ideatrici dell’iniziativa. Il clamore fu tale che le produzioni si moltiplicarono, e a queste si unì quella del famoso feroce Saladino (personaggio molto amato dalla retorica di regime), il quale ebbe la sua fetta di successo grazie soprattutto alla raccolta di figurine, con le quali si doveva appunto dare la caccia a quella che raffigurava il mitico personaggio da battere con le novelle “crociate”. I tempi volevano poi, oltre ad un popolo italiano forte (grazie al riso, ad esempio, alla pastina all’uovo, alla pasta glutinata, al VOV, all’olio d’oliva Sasso, alla farina alimentare Carlo Erba, al massimo ricostituente per bambini “Eutrofina”, al vital nutrimento ROM, e molto altro) delle donne dedite alla casa, alla cura della prole, al decoro che poteva garantire una nazione forte e con solide basi. Rivolta alle donne era la pubblicità delle macchine per scrivere, dato che il lavoro di segretaria ben si addiceva ad un signorina, e così Marcello Dudovich disegnerà il manifesto per la Olivetti nel 1925, mentre lo studio Boggeri curerà quello per la stessa azienda nel 1934. Passiamo da una ragazza semplice, dal rossetto rosso e abito immacolato, all’avvenente e seducente, elegante signora degli anni Trenta, in cappello a larga tesa blu, capace di guardare al futuro. Naturalmente erano rivolte prevalentemente alle donne le pubblicità della moda, quando le novità si ammiravano a La Rinascente, dal nome dannunziano del 1917, con pubblicità sempre con lo scopo di illustrare una sana morale borghese. Le donne erano eleganti, benestanti, quasi mai massaie, lavoratrici o contadine e gli uomini erano sicuri di sé, appartenenti ad una classe borghese dominatrice. Come nei film degli anni Venti, le giovinette delle immagini erano snob, studiavano in collegio privato, vivevano in ville lussuose e bevevano champagne telefonando alle amiche per organizzare partite a tennis o gite a prendere il sole, in automobili decappottabili dai motori rombanti. Andava mitizzata la vita vista dal basso, dal provincialismo di gran parte d’Italia che doveva guardare alla borghesia fascista, in questo caso, come a simbolo a cui aspirare. Da un lato la modernità e dall’altro l’autarchia, la miseria delle piccole città e delle campagne, il mito della guerra, pubblicizzato da slogan come “Ali fasciste sul mondo”, “Lavoro e armi”. La moda doveva non solo colpire e incuriosire, attirare acquirenti con le novità, ma anche trovare soluzioni sempre nuove, soprattutto con la difficoltà di approvvigionamento di tessuti a seguito dell’embargo. Proprio questo momento fu foriero per l’Italia di ulteriore creatività: venne prodotta la seta artificiale, il rayon, ma anche lo sniafiocco (il cotone nazionale), l’albene, il selenal, il tessile per l’indipendenza, il lanital, fibra prodotta dalla Snia Viscosa, tratta dalla caseina e pubblicizzata come la “nostra lana” o i “tessuti dell’impero”. Nel 1937, tutte queste nuove fibre tessili venivano prodotte in 7 milioni di chili in Italia, ad indicare come l’impegno all’indipendenza dagli altri Paesi avesse creato un volano per l’industria. Il rayon utilizzato per la produzione delle calze da donna, divenne idea anche per i manifesti, come quelli del 1934 ritraenti una figura di donna in poltrona a cui venivano messe in risalto le lucentissime gambe, seducenti grazie alle calze di rayon. Che arrivava con le “5000miglia del Rayon” (Federico Seneca, 1935). Interessante l’insegna della De Angeli-Frua, produttrice di tessuti, che dichiarava che i loro prodotti “Vincono le sanzioni”. Mano a mano che la creazione pubblicitaria si approfondiva, più gli stili si intersecavano. Futurismo e Cubismo si intrecciavano e i contrasti cromatici diventavano eleganti, la sintesi creava una magia unica, teatrale.
La pubblicità italiana del Ventennio ritraeva un Paese dedito a crearsi nazione forte, autoritaria più che autorevole, per imporsi sugli altri e nelle colonie come punto di riferimento e faro di cultura in senso stretto e politico. Di certo, una propensione a dettare legge a tavola c’era e, per questi versi, per fortuna è anche rimasta.

* Collegio degli Scrittori della Rivista "Quaderni" del nastro Azzurro.
(abiasiolo@tin.it

martedì 26 giugno 2018

Si cerca la Fotografia del gen. Scrivante

Gentile Gen. Dott. Massimo Coltrinari,
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>      Ciao e buongiorno. Si prega di perdonare la mia mancanza di padronanza della lingua italiana. Il mio nome è Javier Ernesto Sanchez e io sono uno studente laureato presso l'Università del Nuovo Messico negli Stati Uniti, che sta lavorando ad un progetto di ricerca accademica sobre l'esercito del Regno Italiano durante la Grande Guerra, 1915-1918. Di conseguenza, vi scrivo profili biografici di varie generali italiani e sto cercando di trovare un ritratto del seguente generale che ha servito come comandante della 10a divisione nel 1915:
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> Ten. Gen. Giovanni SCRIVANTE (n. a S. Damiano d’Asti nel 1857, m. a Roma nel 1927), colonnello comandante il 1º alpini nel 1904-1909. Magg. generale nel 1909 comandòl a 1ª brigata alpini. Ten. gen. nel 1913, tenne il comando della 10a divisione nel 1915. In P.A. nel 1917.
>
>      Si prega di notare che qualsiasi immagine del generale sarebbe molto gradita e apprezzata. Forse potresti aver trovato una foto del generale Scrivante durante il tuo lavoro sulle Le Marche nella prima guerra mondiale.
>
>      Grazie ancora per il vostro aiuto e attendo con ansia la vostra risposta.
>
> Cordiali saluti,
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> Javier Ernesto Sanchez
> 367 Langley Road.
> Estancia, NM 87016
> tel. (505) 400-3192
> e-mail: jsanch22@unm.edu<mailto:jsanch22@unm.edu>
>

La Credibilità di un Paese


lunedì 28 maggio 2018

L'Italia ed il gas russo


Fonte
LIMES, rivista di geopolitica
www.limesonline.it
informazioni:ilmioabbonamento.it

sabato 19 maggio 2018

Italia, Chiarezza sui conti


Sulla base di questi dati l'Italia, il paese insieme alla Spagna più esposto alla pressione
delle migrazioni e delle conseguenze
dall'Europa non riceve alcun contributo 
Come possono i burocrati di Bruxelles pensare che non si va ad alterare il quadro attuale


martedì 8 maggio 2018

La visione italiana dell'Africa



fonte:
 LIMES, rivista di geopolitica, n. 12 dicembre 2017
www.limesonline.it
per informazioni: ilmioabbonamento.it

lunedì 23 aprile 2018

Stati in gestazione


L'Italia presenta tre aree che potrebbero chiedere il distacco dallo stato centrale
L'Alto Adige, la Sardegna e il Nord Est.

La Carta mostra le altre aree dell'Europa che hanno alti livelli di possibilità di divenire nuovi Stati Indipendenti

Fonte
 LIMES Rivista Geopolitica  2017 Ottobre 
contatti:www.limesonline
limes www.ilmioabbonamento.it

mercoledì 3 gennaio 2018

Struttura dell'Atlante

IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI

GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI

L'Indirizzo è 
geografia2013@libero.it

cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato 

martedì 19 settembre 2017

mercoledì 26 luglio 2017

USA: Una presidenza inquietante

Usa: Trump, un presidente tra preoccupazioni e speranze

19 Lug 2017 Marco Magnani
       
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Sono trascorsi solo sei mesi, ma l’era Obama sembra molto lontana. Il 20 gennaio, giurando sulla scalinata di Capitol Hill con la mano sinistra sulla Bibbia di Abraham Lincoln, Donald Trump diventava il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Il sentimento allora diffuso era un misto di preoccupazione e speranza. Preoccupazione che il nuovo inquilino della Casa Bianca non fosse all’altezza dell’ufficio. Speranza che il ruolo, le responsabilità e la squadra di governo potessero trasformare un candidato pittoresco in un buon presidente. Era già successo in passato. Oggi a sei mesi di distanza, nonostante il buon andamento dell’economia, la preoccupazione è aumentata e le speranze si sono affievolite.
L’economia vola: merito della Trumpnomics?L’economia statunitense va bene. Prodotto interno lordo e occupazione crescono. Il trend positivo era già iniziato con Obama, ma negli ultimi sei mesi il grado di fiducia è migliorato e la Borsa è in periodo ‘toro’ dall’8 novembre, il giorno delle elezioni. Per essere pienamente credibile il boom dovrà durare qualche anno, ma lo slogan trumpiano Make America Great Again non sembra più così velleitario.
Decisiva sarà la capacità del presidente di realizzare la promessa di riforma del sistema fiscale con un significativo taglio delle tasse sui redditi individuali e sui profitti aziendali. Da una parte ciò sarebbe di ulteriore stimolo alla crescita, dall’altra potrebbe incidere negativamente sul già elevato debito pubblico.
Politica estera al centroNel corso della campagna elettorale Trump aveva promesso di concentrarsi soprattutto sui problemi interni (America first) mettendo in secondo piano la politica estera. In questi primi sei mesi tuttavia le questioni internazionali sono state al centro dell’agenda del presidente e le sue posizioni spesso altalenanti e a volte contraddittorie.
È stata completamente ribaltata, almeno per ora, la politica di Obama sul cambiamento climatico. Così come le alleanze strategiche in Medio Oriente, con il riavvicinamento all’Arabia Saudita e il raffreddamento dei rapporti con l’Iran.
Lasciano perplessi anche il comportamento schizofrenico verso Cina e Russia e le eccessive tensioni con l’Europa, in particolare con la Germania. E’ forte il dubbio che Trump stia affrontando delicate questioni di politica estera con un po’ di leggerezza. La gestione della difficile situazione nord-coreana potrebbe essere un importante banco di prova in questo senso.
I flop su sanità e immigrazioneIn politica interna le posizioni del presidente su immigrazione e sanità sono controverse e rischiose. Sulla sanità Trump ha subito una cocente sconfitta. Nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, ha infatti dovuto rinunciare alla riforma che avrebbe dovuto sostituire Obamacare, per evitare la bocciatura al Congresso dove avrebbero votato contro anche deputati moderati e conservatori. Un duro colpo alla credibilità della Casa Bianca e della leadership del partito repubblicano.
Anche il decreto presidenziale sull’immigrazione ha prodotto tensioni e danni d’immagine. Appena insediato Trump ha avuto su questo tema uno scontro durissimo con il ministro ad interim della Giustizia Sally Yates, rimuovendola dall’incarico. Da quel momento si è innescato un pericoloso confronto tra presidente e sistema giudiziario, tutt’ora in corso. Ma il vero danno è per l’immagine di un Paese la cui grandezza economica, sociale e culturale deriva anche dalla capacità storica di attrarre braccia e cervelli di ogni provenienza. Nell’economia globale e della conoscenza, il nuovo clima di ostilità verso gli immigrati potrebbe costare caro agli Stati Uniti d’America.
 Conflittualità e conflitti di interesseUn serio problema è l’elevato grado di conflittualità di Trump. Continua il braccio di ferro con i media, con durissimi attacchi a Cnn, Washington Post e New York Times. Le tensioni non mancano anche con istituzioni come Congresso e Corte Suprema e con importanti figure dell’Amministrazione. Il Russiagate ha portato alle dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, alla minaccia di dimissioni del ministro della Giustizia Jeff Sessions e all’incredibile licenziamento del capo dell’Fbi James Comey. E potrebbe essere solo l’inizio.
Eccessivo anche il ruolo di amici e familiari, con seri rischi di conflitto d’interesse. La nomina del genero Jared Kushner a senior advisor è stata criticata. L’immagine della figlia Ivanka che occupa il posto del padre al tavolo del G20 ad Amburgo sedendosi tra Theresa May e Xi Jinping ha suscitato perplessità e ironie. Il coinvolgimento diretto della famiglia, accettabile in campagna elettorale, è quanto meno inopportuno all’interno dell’Amministrazione.
Il candidato permanenteIl problema è che Donald Trump continua a comportarsi come se fosse ancora in campagna elettorale. E non ha saputo correggere alcuni eccessi, perdonabili (forse) al candidato ma inappropriati per il presidente. Come l’utilizzo continuo e un po’ disinvolto di twitter per comunicare il proprio pensiero. Un’altra anomalia è che il presidente non abbia ancora nominato gli ambasciatori in molti Paesi (quello per l’Italia è stato annunciato solo qualche giorno fa, quello per la Russia oggi).
Un segnale che tradisce il desiderio di gestire gli affari internazionali in prima persona e di preferire la strategia del dealdiretto all’azione diplomatica. Non è un caso che un suo libro di successo sia The Art of the Deal. Si aggiunga che, a oltre otto mesi dalla vittoria elettorale, è ancora in corso il Thank you tour che impegna il presidente in lunghi e faticosi viaggi negli Stati che l’hanno votato piuttosto che nello studio dei dossier caldi.
ConclusioniNonostante l’andamento positivo dell’economia, i primi sei mesi di Trump sono stati ricchi di scelte contraddittorie e discutibili, sia in politica estera che in politica interna. Tuttavia i tempi sono prematuri per una critica seria. Più preoccupanti sono i numerosi segnali che rivelano come Trump fatichi a spogliarsi dei panni del candidato per vestire quelli istituzionali di presidente. Tanto da far sorgere il sospetto che si tratti di una precisa strategia: fare il candidato permanente, fino alle prossime elezioni.

giovedì 13 luglio 2017

CS1 2012 capacità Militare FS9

Fattore di Rischio = Capacità Militare (FS.9) A9  della Capacita Sicurezza CS.1


   Fascia da 0 a 0,99:      1
   Fascia da 1 a 1,99:      2
   Fascia da 2 a 2,49:      3
   Fascia da 2,50 a 2,99: 4
   Fascia da 3 a 3,49:      5
   Fascia da 3,50 a 3,99: 6
   Fascia da 4 a 4,24:      7
   Fascia da 4,25 a 4,49:  8
   Fascia da 4,50 a 4,99:  9
   Fascia da 5 :                10