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martedì 16 settembre 2014

Renzi: solo un mese fa

Italia-Ue
Per Renzi, l'ora dei dubbi
Giampiero Gramaglia
31/07/2014
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La novità. La simpatia. Il dinamismo. Queste caratteristiche sono valse a Matteo Renzi credito e fiducia nell’Unione europea (Ue) nei suoi primi cento giorni alla guida dell’Italia.

Ma, ora, i partner s’aspettano risultati. E non si lasciano impressionare dai modi italici del giovane premier, stile “Qui si fa come dico io” Anche perché in Europa non c’è verso che sia così. Manco se lo dicesse Angela Merkel.

Renzi in Europa
Sono atteggiamenti, che il premier Renzi e il suo Governo tendono ad adottare anche in Europa, specie dopo che l’Italia ha assunto, il 1° luglio, la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, una posizione che dovrebbe essere più di mediazione che di potere.

Alcuni ministri lo seguono per convinzione, altri per imitazione, altri, forse i migliori, o i più timidi, o i più esperti, esitano a farlo. Perché nell’Ue quegli atteggiamenti non premiano. Anzi, penalizzano.

Ed erodono il capitale di credibilità e di simpatia su cui il premier italiano poteva inizialmente contare. Che si discuta di nomine o di riforme (e, quindi, di flessibilità).

I partner europei chiedono di vedere le riforme, già annunciate da tre premier in 30 mesi o giù di lì e mai attuate (e i primi due avevano, sulla carta, più carisma e più esperienza dell’ex-sindaco di Firenze).

Ancora una volta, scrive Die Welt, Roma promette le misure di cui ha tanto bisogno, per poi rimandare tutto, con “la leggerezza dell'essere, l'affascinante cafoneria e l'autoreferenzialità” di chi furbescamente accetta le regole per poi eluderle. Se lo fanno i francesi, rivela il quotidiano, ce la prendiamo; se lo fanno gli italiani, ci (sor)ridiamo su.

Riforme per riguadagnare fiducia
Diffidenze e sospetti s’infittiscono perché il contesto economico non induce ad avere fiducia nell’Italia, di cui le istituzioni internazionali - Fondo monetario internazionale, Ocse, Ue - e nazionali - BankItalia, Confindustria - non fanno che abbassare le previsioni di crescita 2014.

Il nostro Governo non prova più ad arginare il pessimismo degli esperti, che saranno ‘tecnocrati’, ma con le cifre ci vanno a nozze. E così lo spauracchio di una correzione dei conti pubblici in autunno diventa concreto: una manovra che gli analisti prevedono fino a 20 miliardi di euro.

Anche se, per scongiurare l’ipotesi, o contenerla, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan lavora sodo sul capitolo privatizzazioni: obiettivo, raccogliere complessivamente 11 miliardi, che però sarebbero una ‘una tantum’, infausta specialità dei contabili nostrani.

Quando il neo commissario agli Affari economici e monetari, Jyrki Katainen, ex premier finlandese che ha scelto l’approdo europeo, dice al quotidiano tedesco Die Welt, che "la cosa più importante per l'Italia … è attuare le riforme promesse dagli ultimi governi" fa una constatazione condivisibile. Che l’importante sia fare e non annunciare, nessuno può contestarlo.

Inutile metterla sulla rissa verbale, come fanno il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e pure Palazzo Chigi. Gozi dice: "Con tutto il rispetto per Katainen, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato in Europa non lo decide il commissario pro tempore finlandese, ma il Vertice dell'Ue", che “ha parlato chiaro su crescita e flessibilità: di solo rigore l'Europa non campa" (ma neppure di solo promesse).

La rissa è su quel ‘pro tempore’. Perché Katainen è a Bruxelles per restarci, non solo lo scorcio che resta della Commissione Barroso, ma pure tutto il quinquennio della Commissione di Jean-Claude Juncker. Sarebbe meglio dialogarci, invece che usare le parole come pietre.

Come fa pure Palazzo Chigi: “Non siamo scolaretti indisciplinati: ciò che fa l'Italia, specie le riforme .., lo decide il popolo italiano, non certo il commissario pro tempore finlandese” – e dalli! -. E, poi, la stoccata che vuole essere decisiva: “Portiamo in Europa milioni di voti e miliardi di euro”.

Argomento un po’ logoro e un po’ scivoloso. Perché di miliardi ne porteremmo di meno, se solo sapessimo spendere quelli messici a disposizione dall’Ue. E perché i partner s’aspettano che i voti Renzi li usi proprio per fare le riforme: quelle utili a rilanciare la crescita e il lavoro, non quelle buone per un po’ di struscio anti-casta.

In trincea per Mogherini
Discorsi analoghi valgono sul fronte aperto delle nomine europee: l’affondo del premier per mettere Federica Mogherini al posto di Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea non è riuscito a metà luglio e tutte le decisioni sono slittate al 30 agosto; e chi era in pole position dieci giorni fa potrebbe ritrovarsi fuori dalla griglia fra un mese.

Per il momento, il premier e il governo difendono in trincea le chances della Mogherini, mentre c’è chi - specie i popolari tedeschi - lavora a alternative credibili, mentre circola la voce che lady Ashton potrebbe continuare ad occuparsi - anche dopo la fine del suo mandato - dei negoziati con l’Iran, un dossier dove non ha fatto male.

Per il momento, il Governo Renzi tiene il punto: “La Mogherini resta la nostra candidata al posto d’alto rappresentante”, ribadisce Gozi, a Bruxelles per presiedere il primo Consiglio Affari Generali del semestre italiano. Proprio il giorno che il presidente eletto Juncker riceve l'ex premier Massimo D'Alema nel suo ufficio di Palazzo Charlemagne, accendendo un altro focolaio d'ipotesi e sospetti.

Eppure, l’Italia potrebbe prendere due piccioni con la fava del rinvio: tenersi un ministro degli Esteri giovane, ma preparato e competente, che nell’Ue farebbe fatica a sottrarsi al destino di basso profilo toccato a Catherine Ashton (che, a dire il vero, l’ha più accettato che subito); e mandare a Bruxelles come commissario un ‘culo di pietra’ che possa seguire i lavori dell’esecutivo, senza essere sempre in missione, ed occuparsi dei dossier ‘italiani’, oltre che dei propri.

A Bruxelles, di grane da risolvere ce ne sono sempre. Ed è meglio essere presenti quando si decide; e avere buoni rapporti con tutti i colleghi. Anche i finlandesi.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI (Twitter: @ggramaglia).
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Touring Club Roma. Aperti per Voi

Cari tutti,
come già preannunciato ci sono molte novità in questo autunno da Volontari per il Patrimonio Culturale.
Una prima novità è la nostra adozione della famosa Chiesa di Santa Rita da Cascia spostata durante i lavori per il Vittoriano.
Abbiamo lavorato, con il Dipartimento Cultura di Roma Capitale, per far si che la Sala Santa Rita, chiusa da maggio, potesse riaprire al pubblico.
Il Sito è posizionato in una posizione strategica e pensiamo alla possibilità di organizzare delle visite riservate ai Soci e un punto informazioni Touring, sperando possa diventare un riferimento culturale interessante. 
Abbiamo anche la possibilità di usare la Sala per proiezioni, presentazioni di libri e quant'altro, previo accordo con la responsabile, con la quale abbiamo stabilito dei giorni dedicati a queste attività. 
La Sala Santa Rita, ospita una rassegna d'arte contemporanea che grazie alla nostra presenza inaugurerà il 18 settembre. 
Siamo tutti invitati all'inaugurazione dell'Autunno Contemporaneo, in allegato l'invito.
La nostra attività inizierà il 19 settembre e l'apertura della Sala, per ora in via sperimentale è prevista con turni dalle 15,00 alle 19,00 dal martedì al sabato e la domenica dalle 9,30 alle 13,30.

Per semplicità, vista la mole di lavoro che richiede l'assegnazione dei turni alla Sala, abbiamo pensato che  i volontari che hanno dato disponibilità pomeridiana e per la domenica mattina al Vittoriano, possono essere disponibili anche per Santa Rita.
Passeremo, quindi, le disponibilità alla Sala Santa Rita tranne che non ci comunichiate il contrario.
Per la prima settimana ci sarò anche io, per organizzare e spiegare il funzionamento delle chiavi.

Le chiavi andranno ritirate negli uffici dell'Assessorato alla Cultura adiacenti la Sala, ma durante il fine settimana ai Musei Capitolini.
La Sala è dotata di bagni e piccola stanza spogliatoio.
Sempre disponibile a qualsiasi chiarimento e in attesa dei vostri preziosi commenti vi ricordo che martedì 16 pubblicheremo i turni del mese di Ottobre.
Un abbraccio
Anna

lunedì 8 settembre 2014

Il difficile rapporto con i vertici europei

Vertice Ue
Flop delle nomine, Italia sulla difensiva
Giampiero Gramaglia
17/07/2014
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Sei settimane d’estate: non c’è neppure una suggestione cinematografica a stemperare la delusione per il rinvio delle nomine dei vertici dell’Ue deciso dai leader dei 28. La nuova data cerchiata sull’agenda europea è il 30 agosto, un sabato, alle 16.

In sé, nulla di grave, perché gli incarichi da rinnovare scadono il 1° novembre: tempo per scegliere ce n’è. Ma la candidatura italiana di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea esce ammaccata dal Vertice. E i metodi guasconi del ‘negoziato all’italiana’ non è detto che giovino a tenerla a galla.

Lasciando il Vertice - il primo, nel semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue -, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lamentato che l’incontro "avrebbe potuto essere un po' più incisivo se fosse stato organizzato meglio". "Siamo venuti tutti a Bruxelles per sentirci dire che l'accordo non c'era: la prossima volta Van Rompuy può mandare un sms e farci risparmiare il volo di stato".

E, la vigilia del Vertice, il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi, constatata l’opposizione alla Mogherini di “10-11 Paesi” - la conta l’aveva fatta il neo-presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker - aveva lanciato la sfida: “Decideremo a maggioranza”. Forse, un’altra volta.

Occasione per ripensarci?
E c’è chi, esperto delle dinamiche europee - ex premier, ex commissari, eurodeputati, diplomatici, pensa che il flop del Vertice delle Nomine offra al Governo Renzi l’occasione per ripensarci: l’Italia, infatti, avrebbe più interesse a una presenza solida e costante nell’esecutivo comunitario, dove transitano molti dossier per lei cruciali, invece del prestigio di facciata dell’Alto rappresentante, spesso assente dalle riunioni del collegio.

Doroteo per tradizione democristiana, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy l’ha presa larga e tonda, per spiegare il rinvio: “Non abbiamo voluto concentrarci su un nome solo, quello dell’Alto commissario… Vogliamo arrivare a un pacchetto di nomine, anche sul presidente del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo” e, magari, sulla ripartizione degli incarichi più pesanti nella Commissione europea.

"O l'accordo sarà globale o non ci sarà,aggiunge Van Rompuy. Sono sicuro che il 30 agosto avremo la decisione finale".

Nel frattempo, andranno avanti le consultazioni fra i 28, mentre Juncker lavorerà alla composizione dell’esecutivo: fra i nodi da sciogliere, l’ipotesi di creare agglomerati di competenze intorno a commissari ‘seniores’, magari con il ruolo di vice-presidenti, come rimedio alla ‘parcellizzazione’ degli incarichi; e l’assegnazione di posti chiave, come quello di responsabile per gli affari economici e monetari, dove potrebbe andare l’ex ministro francese Pierre Moscovici.

Il nodo dell’Alto Rappresentante
Il 16, Juncker è stato invitato a uno scambio di vedute coi leader sulle priorità della legislatura e pure sulla composizione della Commissione.

Nel discorso programmatico al Parlamento europeo, prima di ottenere l’investitura dell’Assemblea il 15, Juncker aveva sollecitato i Paesi a proporre molti nomi femminili per il prossimo esecutivo e aveva auspicato per la politica estera “una figura d’esperienza” - la Mogherini è ministro degli Esteri da meno di 6 mesi. L’Alto rappresentante ha più ruoli: è vice-presidente della Commissione e presiede il Consiglio dei Ministri degli Esteri.

Il Vertice delle Nomine, che doveva proprio designare il successore di Catherine Ashton alla guida della politica estera europea per i prossimi cinque anni, ha registrato molte opposizioni alla candidatura italiana sostenuta dai leader socialisti, che, come ha confermato il presidente François Hollande, puntano a quel posto, dopo che il popolare Juncker ha avuto la presidenza della Commissione.

L'opposizione di un gruppo di paesi baltici, Lituania in testa, e dell'Europa centro-orientale, diffidenti per un’asserita posizione ‘filo-russa’ dell’Italia nella vicenda ucraina, e, inoltre, l'inesperienza hanno costituito ostacoli insormontabili in questa fase.

Nomi in lizza
La stampa britannica, meno reticente di quella italiana, scrive che “l’Italia spinge un ministro senza esperienza - Daily Telegraph - a succedere alla Ashton”, che, dal canto suo, quando venne scelta, non ne aveva – e gli effetti si sono poi visti. Per The Guardian, la vicenda porta “un serio smacco al fresco prestigio” del premier Renzi.

Una candidata alternativa è quella della bulgara Kristalina Georgieva, attualmente commissaria Ue agli aiuti umanitari e diemergenza. In realtà, sia la Mogherini che la Georgieva rispondono a priori a un profilo di Alto rappresentante simile a quello della Ashton: una personalità non di statura tale da fare ombra ai ministri degli Esteri nazionali dei grandi paesi.

Per preoccupare gli interlocutori, Renzi agita il drappo rosso di una scelta autorevole: “l’uomo con i baffi”, cioè Massimo D’Alema; e, in Francia, c’è chi pensa a Elisabeth Guigou.

A fine riunione, il premier racconta un altro film. Al Consiglio europeo, "non c'e' stata nessun veto sulla candidatura italiana", dice: "Non ho visto opposizioni a Federica Mogherini, non c'è stato nessun tipo di messaggio negativo sull'ipotesi della sua candidatura". “L'obiettivo dell'Italia - prosegue Renzi - non è avere una poltrona: l'abbiamo detto fin dall'inizio".

Italia sulla difensiva
Ecco perché, aggiunge ancora il premier, "noi siamo aperti a tutte le soluzioni, pure su temi italiani. Se c'è un nome italiano, e oggi ho sentito quelli di Letta e Monti, noi siamo disponibilissimi da tutti i punti di vista a qualsiasi soluzione". Battute che provano che il negoziato è in alto mare e che l’incertezza resta elevata: Angela Merkel, del resto, aveva prospettato un possibile rinvio, prima che il Vertice iniziasse.

Il confronto fra i leader è stato preceduto da incontri preparatori delle principali famiglie politiche europee, i socialisti, i popolari, i liberali. I socialisti - annuncia a fine consulto Gianni Pittella, capogruppo S&D al Parlamento europeo - puntano ufficialmente sulla Mogherini e sulla premier danese Helle Thorning Schmidt come presidente del Consiglio europeo. Ma la Thorning Schmidt si schermisce per l’ennesima volta: “Non sono candidata”.

E, secondo fonti vicine al Partito popolare europeo, Van Rompuy non avrebbe abbandonato l’idea di esplorare una soluzione che riceverebbe molti consensi: l’ex premier italiano Enrico Letta presidente del Consiglio europeo - è un Pd, ma è molto gradito ai popolari - e la bulgara Georgieva Alto Rappresentante. Altre fonti, però, lo escludono: “Ritorni di fiamma di voci vecchie e superate”.

Il flop, del resto, riporta tutti alla casella di partenza. E le sei settimane d’estate di Van Rompuy saranno calde.

A Bruxelles, i leader dei 28 non hanno parlato solo di nomine. Con un occhio alle crisi in atto, hanno ribadito la necessità di rilanciare il processo diplomatico per la pace in Medio Oriente e hanno deciso d’inasprire le sanzioni a responsabili (pure russi) della crisi ucraina. “Su questo punto, la linea dell'Italia è la stessa degli altri paesi europei”, sottolinea Renzi. Noi filo-russi? Quando mai!

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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venerdì 5 settembre 2014

L'Italia e le trasformazioni nel Mediterraneo di Mauro Conciatori

ISAG.I

Sul bacino del Mediterraneo come terreno di elezione per il dinamismo del nostro sistema Paese e per la tutela della sua sicurezza, tutto è stato probabilmente già detto e scritto da tempo. L’Italia vi agisce dall’interno, perché geograficamente ne costituisce la linea mediana che lo attraversa e lo divide in due quadranti. Da sempre profitta delle sue opportunità; sconta le sue tensioni; vive in presa diretta le sue vicende. Ne siamo a tutti gli effetti un attore interno, e perciò abbiamo un interesse diretto e immediato alla sua crescita e alla sua stabilizzazione. L’innovativa scelta di Matteo Renzi di svolgere a Tunisi la sua prima visita all’estero da Presidente del Consiglio lo conferma in modo simbolico. E lo svolgimento a Roma, due giorni dopo, della grande conferenza internazionale sul sostegno alla nuova Libia presieduta dal neo Ministro degli Esteri Federica Mogherini alla presenza di Kerry, Lavrov, Fabius, Steinmeier, Davutoğlu ed altri protagonisti internazionali, scandisce la consapevolezza del nostro Paese di dover assumere a tale titolo speciali responsabilità.
Ma Mediterraneo e Medio Oriente vivono rotture e discontinuità che li stanno modificando in profondità. Questi cambiamenti ci inducono ad aggiornare i nostri interessi nazionali e ricalibrare il nostro ruolo regionale, nel rispetto di alcune compatibilità sistemiche. Ciò presuppone un’attenta lettura delle rivoluzionarie dinamiche che oggi solcano il mondo arabo. L’analisi precede e indirizza le scelte politiche. Alla luce della nostra lettura degli eventi, ci chiediamo quotidianamente cosa fare, dove e come.
Le semplificazioni possono sedurre ma mettono fuori strada: gli sviluppi della riva sud non erano unaprimavera democratica tre anni fa e non configurano un inverno islamico oggi. Generici parametri pertinenti allo specifico sviluppo storico dell’Occidente, come rivoluzione, democratizzazione, contrapposizione fra laici e fondamentalisti, spiegano poco delle dinamiche in corso e non ci sono utili a promuovere i nostri interessi. Bisogna smarcarsi dall’influenza concettuale di narrative pigre, o peggio strumentali al perseguimento di interessi altrui. È necessario recuperare parametri spazio-temporali che le vulgate prevalenti tendono a omettere, velando la comprensione della realtà.
Il “risveglio arabo” non è un avvenimento ma un processo complesso, che si iscrive nella durata. Le situazioni di partenza sono diverse da Paese a Paese; le forze in campo non sono del tutto omologabili e l’interazione fra di loro, e fra loro e le forze esterne, produce di volta in volta dinamiche specifiche, spesso profondamente diverse. Alcuni aspetti generali sono però comuni all’insieme degli sviluppi in corso. Più che stagioni atmosferiche, essi rivelano una profonda mutazione sociale e antropologica, innescata dalla trasformazione di dati demografici e educativi, che ha rotto drammatici circoli viziosi. Il suo bilancio storico potrà essere tracciato solo fra molti anni. Giovani istruiti, frustrati dalla stagnazione economica, dalla corruzione, dalle disuguaglianze e dall’assenza di prospettive politiche, saldano la loro insoddisfazione con quella dei disoccupati e dei lavoratori sottopagati. Ampi strati sociali reclamano dignità umana, economica e politica: questa rivendicazione non è neutrale né rispetto ai rapporti di potere costituiti, né rispetto agli esistenti modelli di relazioni con il mondo esterno e in particolare con l’Occidente.
Non è nata un’articolata cultura democratica, ma si è sviluppata una cultura della contestazione che non accetta più imposizioni dall’ordine costituito. Il mondo delle corrotte leadership pseudocarismatiche è perciò finito e non sarà possibile ripristinarlo. Ma i cambiamenti non seguono una traiettoria continua, si scontrano con spigoli ed angoli acuti, avanzano perciò attraverso progressi e successivi ripiegamenti. In questo momento le lancette puntano in direzione della frammentazione.
La rottura dei meccanismi autoritari svela l’assenza di coerenti strutture statali o la precarietà delle istituzioni formali. L’Islam è solo uno dei catalizzatori delle rivolte, accanto alle rivendicazioni di libertà, di democrazia e di giustizia sociale. Ma nel vuoto dei punti di riferimento che segue alle rivolte, esso diviene per ampie fasce della società la principale àncora identitaria, in nome del suo tradizionale ruolo di critica tanto dei meccanismi di subordinazione coloniale quanto della corruzione dei regimi. L’Islam si rivela il più potente fattore di aggregazione politica, e si afferma nella maggior parte delle consultazioni elettorali che seguono la rottura dell’ordine costituito. Tuttavia le dirigenze che emergono da queste elezioni, per lo più islamiche moderate, palesano forti difficoltà a governare. Ovunque bisogna scrivere nuove regole del gioco condivise e reciprocamente legittimanti, ma latita lo spirito di compromesso; ciascuno inclina ad imporre egemonicamente il proprio punto di vista. Mancano corpi intermedi realmente rappresentativi degli interessi sociali. Solo la Tunisia è ora riuscita, faticosamente ma brillantemente, a scrivere una Costituzione condivisa, basata sul compromesso politico fra le diverse anime del Paese; non a caso c’è riuscita anche grazie all’attiva mediazione delle parti sociali.
In generale, però, il quadro politico si frammenta; sfugge l’autorità di governo sul territorio; vacilla il controllo di confini che sovente si dimostrano incoerenti rispetto alle strutture profonde delle affiliazioni claniche o ai dati strutturali dell’interazione economica. Le due grandi sfide della regione sono dunque immateriali: caos interno e vuoto geopolitico. Determinano un acuto problema di destabilizzazione regionale che investe in pieno l’Italia in quanto perno della macroregione.
In questo quadro in movimento si innestano ulteriori tensioni indotte dalle politiche di potenza di ambiziosi attori regionali in forte competizione fra loro. Arabia Saudita e Iran si disputano il ruolo di principale potenza mediorientale, declinando tale conflitto nei termini dell’antica divaricazione tra Islam sunnita e sciita. All’interno del fronte sunnita, si approfondisce un’ulteriore frattura tra Arabia Saudita da un lato e il tandem Turchia-Qatar dall’altro, declinata in termini di attitudine verso la Fratellanza Musulmana, cioè verso un Islam politico incline ad affermarsi attraverso la logica orizzontale del voto popolare anziché attraverso più tradizionali meccanismi verticali di legittimazione dell’autorità. Inoltre, la galassia jihadista in parte gioca una partita autonoma per l’affermazione di un Califfato islamico o di regimi teocratici in ambiti territoriali definiti; in parte viene strumentalizzata da altri attori; in ogni caso alimenta e fiancheggia reti criminali dedite a traffici di ogni tipo. In tale pericoloso contesto, Israele aggiorna la perenne partita della propria sicurezza e sopravvivenza come Stato al contempo ebraico e democratico; mentre gli attori esterni proiettano le proprie preoccupazioni in materia di sicurezza e i propri interessi energetici e finanziari.
La tela di fondo degli interessi mediterranei italiani di lungo periodo non è cambiata. Alcuni caratterizzano la vocazione esterna della Penisola da molti secoli. La globalizzazione ha rimesso il Mediterraneo al centro di un sistema. Lo ha reso di nuovo snodo cruciale, fra Oriente che produce e Occidente che consuma: lo solca quasi un quarto dei flussi commerciali planetari. Intercettarli, aprendo nei porti i containers, significa avviare una catena di lavorazione che porta valore aggiunto e punti di PIL e di occupazione. In una tale logica, la visione italiana del Mediterraneo integra anche la dimensione adriatico-ionica, e quindi balcanica, che promuoviamo tenacemente nell’ambito delle strategie regionali della UE.
Naturalmente da Mediterraneo e Medio Oriente dobbiamo anche garantirci approvvigionamenti energetici vitali per la nostra economia di trasformazione, puntellando ed espandendo i partenariati energetici con vari Paesi dell’area.
L’oggettiva dipendenza energetica alimenta ulteriormente il nostro fortissimo interesse a stabilizzare l’area, contenendo flussi illegali di ogni tipo che in questa fase sfruttano il vuoto e il caos. Le minacce alla sicurezza del Mediterraneo investono direttamente l’Italia e tutto il continente, come cerchiamo di far comprendere, spesso senza successo, ai nostri partner europei, tuttora inclini a privilegiare altre, meno urgenti, direttrici geopolitiche illudendosi di potersi isolare dalle ondate di destabilizzazione che periodicamente investono il continente da sud.
Quando parliamo di sicurezza, tendiamo ad assortire il sostantivo con l’aggettivo “sostenibile”. Sappiamo infatti per certo che meccanismi di contenimento dei flussi clandestini e dei traffici illegali non risolveranno a termine i problemi di sicurezza nel Mediterraneo, e anzi verranno prima o poi travolti, se non interverrà una crescita sostenuta della riva sud che attenui il differenziale di ricchezza e sviluppo fra le due sponde del bacino. La riva sud è un macrocosmo di oltre 300 milioni di persone, con un’alta percentuale di giovani, ricco di materie prime e di capacità umane in crescita: se nel lungo periodo il processo di modernizzazione che si è messo in moto spezza definitivamente il circolo vizioso miseria-corruzione-repressione-estremismo per innescare lo sviluppo, allora il mondo arabo diventa la quarta economia emergente del pianeta e, anziché flussi umani alla disperata ricerca di dignità e benessere, vi si sviluppa un mercato bisognoso di beni di consumo e infrastrutture.
Il Mediterraneo smetterebbe di essere frontiera e tornerebbe circuito, come nelle epoche più felici della storia della Penisola. E se l’Italia torna molo del Mare Nostrum, la sua stessa struttura geopolitica interna recupera coerenza: il Nord si collega a un’area congeniale all’espansione alle sue imprese; il Sud rimette all’ordine del giorno la questione delle sue infrastrutture strategiche; e si innesca un veicolo d’integrazione dei nuovi Italiani anche attraverso l’emigrazione circolare.
È questa la visione strategica di lungo periodo che deve guidarci: un progetto nell’interesse del Mediterraneo e non di aree esterne ad esso, per il suo sviluppo e non per il suo controllo. Dobbiamo pensare il Mediterraneo dal suo interno, cioè da baricentro geografico e culturale del bacino. Da qui deriva la peculiarità dell’approccio italiano alla regione. Con conseguenze estremamente concrete. Ad esempio, l’Italia ha interesse ad acquistare le risorse energetiche indispensabili al proprio sistema produttivo, ma non ad assumerne il controllo a spese dei Paesi che le posseggono: è infatti nostro oggettivo interesse che esse vadano anche a beneficio dello sviluppo delle economie locali, che favorirà il nostro stesso sviluppo.
Nel mondo dell’informazione globale e istantanea, la narrazione non è più solo strumento di influenza, ma anche percezione che gli altri hanno di noi. Nostro modo di essere di fronte agli altri. Non fallire la nostra narrazione del Mediterraneo è cruciale. Essa, oltre a integrare i principi di dignità umana, libertà, stato di diritto, graduale sviluppo democratico, può valorizzare approcci e sensibilità peculiari dell’Italia: dialogo interculturale e interreligioso; reale condivisione di tecnologie e visioni strategiche; concetto di rete; principio di ownership locale dei processi e delle risorse declinato non come formula liturgica ma come oggettivo interesse nazionale italiano. Il concetto di diritto di tutti allo sviluppo sostenibile non ci crea imbarazzi e ci è anzi congeniale. E quando ci rapportiamo ai nostri vicini mediterranei, più facilmente di altri europei riusciamo a evitare la rimozione inconscia del bilancio del colonialismo nei rapporti fra Europa e mondo esterno.
Su un piano più propriamente geopolitico, l’affermazione di idee forti e di analisi originali delle sfide in corso, rafforza la nostra generale credibilità e rende di nuovo l’Italia punto di riferimento. Alla luce della nostra analisi della situazione in Siria, ove l’iniziale movimento di protesta civica si è da tempo trasformato in guerra per procura alimentata dalle ambizioni di attori esterni, abbiamo ad esempio affermato con chiarezza che un eventuale intervento militare al di fuori della cornice ONU non avrebbe risolto i problemi e avrebbe rischiato di consegnare il Paese o parti di esso a componenti jihadiste e terroriste che alimentano l’instabilità e costituiscono una minaccia diretta per l’Occidente. Del resto, Emma Bonino aveva chiaramente scandito che non esiste una soluzione militare alla crisi e che in Siria ci sono troppe armi e non troppo poche. La nostra voce è stata ascoltata, e la nostra chiarezza apprezzata da tutti, soprattutto dagli alleati più stretti, anche perché ci riconoscono che non siamo portatori di agende nascoste ma solo di un evidente interesse diretto alla sicurezza e alla stabilizzazione.
Anche sul nuovo corso iraniano del pragmatico Rohani, l’Italia si è esposta con una linea originale e con un movimento tempestivo: il Vice Ministro Pistelli è stato il primo esponente politico occidentale a recarsi a Teheran all’inizio di agosto 2013, subito dopo l’insediamento del nuovo Presidente, per verificare la natura degli sviluppi in corso e inviare un segnale di attenzione alle forze favorevoli al dialogo: intuizione oggettivamente esatta, visto che poco dopo si è sbloccato il negoziato nucleare fra i 5+1 e Teheran, con la definizione di un accordo interinale, e che a settembre Rohani è stato la star assoluta dell’Assemblea Generale dell’ONU e il leader più gettonato per incontri bilaterali a margine dell’evento. Nell’audizione del 18 marzo scorso alle Commissioni Esteri riunite, il Ministro Mogherini ha confermato «piena continuità» con questa linea «molto lungimirante assunta dal precedente Governo». Ancora una volta, l’analisi è decisiva: leggere in anticipo alcuni sviluppi per saper dire cose originali, mette anche al riparo dalla tentazione di cercare visibilità alzando a dismisura i toni per rimodulare le parole d’ordine altrui.
Naturalmente la narrazione non è l’unico né il principale nostro strumento d’azione nel Mediterraneo. Serve anche un’azione concreta e immediata. In questa fase, la prima priorità dell’Italia nel Mediterraneo è contrastare il vuoto e il caos. Pur nella carenza di mezzi che da anni ci siamo abituati a dare per scontata, ci sono cose che sappiamo fare bene; siamo meglio di altri attrezzati al dialogo e alla comprensione, e sappiamo cambiare idea quando la forza della realtà frantuma schemi teorici e rappresentazioni di comodo.
Il primo strumento per promuovere la stabilizzazione della riva sud è oggi la formazione a tutti i livelli: mettere le nuove classi dirigenti in condizione di gestire la cosa pubblica e di garantire la sicurezza interna e regionale; suggerire a tutti gli attori la ricerca di compromessi e la legittimazione reciproca; dialogare con le società civili per stimolare lo sviluppo dei corpi intermedi. In tale contesto, mappare poteri reali e forze vive della società è la condizione per contribuire a strutturare e responsabilizzare. L’Italia fornisce assistenza e formazione a tutti i Paesi in transizione, con cui intrattiene un serrato dialogo politico. Ma l’intergovernativo è solo uno dei livelli su cui agire. Vanno create reti di formazione e di condivisione col contributo di tutti: associazionismo, istanze parlamentari, partiti, sindacati, autonomie locali, imprenditoria. Il Ministero degli esteri si sforza di stimolare azioni di questo tipo e di fornire loro un quadro di riferimento coerente.
Per perseguire invece l’obiettivo di più lungo periodo del decollo economico duraturo della riva sud, occorre riuscire a mobilitare investimenti e capacità imprenditoriali in quelli che si annunciano come i settori strategici dello sviluppo nel XXI secolo: energie fossili e rinnovabili, infrastrutture di trasporto e di comunicazione, sanità, istruzione.
L’efficacia di questo articolato disegno sarà tanto maggiore quanto più sapremo mobilitare una massa critica di risorse e di volontà interessate alla stabilizzazione e alla crescita del Mediterraneo. Va anzitutto costantemente verificata la compatibilità delle nostre azioni e dei nostri interventi rispetto ad alleanze e quadri di riferimento tradizionali della nostra politica estera, per evitare le trazioni indesiderate e pericolose che il vuoto e il caos possono alimentare. L’interesse di Washington a stabilizzare la retrovia mediterranea nel momento in cui gioca cruciali partite sul piano globale e geofinanziario, ci garantisce la simpatia del nostro maggiore alleato per la nostra complessiva impostazione. Al contempo, è assolutamente necessario persuadere l’Unione Europea a prendere atto che la svolta storica che si consuma lungo le frontiere meridionali del continente impatta per tanti motivi la tenuta delle nostre stesse società. A tale riguardo, i Paesi mediterranei della UE sono i nostri migliori alleati per cercare di indurre l’Europa a presentare ai popoli della riva sud un’offerta politica all’altezza della sfida epocale cui essi si trovano di fronte: sull’alternativa fra modelli di società aperti oppure chiusi come chiave per accedere alla modernità e affrancarsi da antiche subordinazioni, l’Europa dovrebbe avere qualcosa da dire; la credibilità del suo discorso è legata alla generosità e lungimiranza dell’offerta, ma anche alla capacità di non accompagnarla con atteggiamenti paternalistici e approcci autoreferenziali.
Per il resto, dobbiamo sforzarci di persuadere della bontà del nostro progetto tutti gli attori della regione: dai Paesi protagonisti del risveglio arabo, a quelli capaci di alimentare la crescita del Mediterraneo con capitali, tecnologie, modelli metodologici: a termine, Cina, Paesi del Golfo, Turchia e lo stesso Israele hanno tutti interesse alla tessitura di reti di solidarietà, di cooperazione e di mutua sicurezza nel Mediterraneo.

Mauro Conciatori è Vicedirettore Generale per gli Affari Politici e e Direttore Centrale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente presso il Ministero degli Affari Esteri.


giovedì 4 settembre 2014

Italy risk: Alert - Progress on political and economic reforms has been mixed


June 30th 2014


The outcome of the European Parliament elections in May has substantially strengthened the personal authority of the Italian prime minister, Matteo Renzi, within both his coalition government and his party, the centre-left Partito Democratico (PD). However, his political and economic reform plans are ambitious and will have to overcome resistance from vested interests inside and outside the coalition. Since the European elections greater progress has been made towards the introduction of political/institutional reforms, but because these require changes to the constitution, which take much longer to approve, implementation still remains some way off. Progress on economic reforms, which is needed more urgently to maintain investor confidence and boost Italy's dismal economic growth performance, has been incremental.
In the European Parliament elections, the PD gained almost 45% of the popular vote, about 10 percentage points higher than most opinion polls had predicted. The surprisingly wide margin of victory—the Eurosceptic, anti-establishment Movimento 5 Stelle (M5S) was second on 22%—has significantly enhanced the dominance of the centre-left within the power-sharing coalition also containing the centre-right Nuovo Centro Destra (NCD) and smaller centrist political parties. This rise in support for the PD was mainly attributable to Mr Renzi's ability to position himself as a political outsider and non-ideological leader, which has extended his popularity to disgruntled centre-right voters. However, this message appears to have been lost on some PD members, who are still resisting his reformist agenda. On June 12th, for example, 14 PD senators suspended themselves from the party, to highlight their opposition to Mr Renzi's plan to reform the Senate (the upper house of parliament).
Recent progress on economic reforms has been unspectacular
Mr Renzi's European election victory signalled strong popular backing for the economic reforms implemented during the first three months of his premiership. They have been considerably more ambitious than those undertaken during the preceding eight-month administration of Enrico Letta, also of the PD. The measures included a tax cut for low-wage earners and a 10% reduction in regional business levies. The government also began to speed up the release of outstanding debt payments owed by the state to private-sector companies, which the Bank of Italy (the central bank) has estimated could amount to €68bn. New labour market legislation was also successfully passed into law, allowing employers to retain workers on fixed-term contracts for up to three years, and firms to retain up to 20% of staff on these temporary contracts.
Equipped with a strong electoral mandate and enhanced personal authority, Mr Renzi has made further, albeit unspectacular, progress on economic reforms in the month since the PD's European election victory. New measures introduced by government decree, and therefore awaiting final parliamentary approval, include a 10% cut in energy costs for small and medium-sized enterprises and households, to be financed by reduced subsidies for renewable energy investment, which are currently paid for by Italian consumers and amongst the highest in Europe. In addition, the government has introduced new self-assessment tax forms to reduce Italy's notoriously excessive bureaucracy and streamline tax collection.
Constitutional reform progress has been more impressive
Whereas the pace of further economic reforms has not been startling, Mr Renzi's reform plans aimed at reducing future political instability have made greater progress since the European elections. Back in January 2014, before he became prime minister, Mr Renzi reached a controversial agreement with Silvio Berlusconi, the leader of the main centre-right opposition party, Forza Italia (FI), to abolish the existing bicameral parliamentary system—under which both chambers enjoy equal legislative powers—by dramatically reducing the powers of the Senate. In addition, they agreed to introduce a new electoral system for the Chamber of Deputies (the lower house of parliament) to try to ensure the election of more stable parliamentary majorities. On June 20th, the initial reform outline was significantly advanced, with the FI and PD agreeing on a range of new details for this constitutional amendment.
Under the new draft legislative proposals, the Senate would be changed from a directly elected body to a chamber in which membership would be allocated according to elections by regional officials, with the number of parliamentary representatives reduced from the current 320 (315 elected plus five life senators appointed by the president) to 100. Crucially, the legislative powers of the Senate would be dramatically curtailed, with it no longer having the capacity to bring down a government during frequently held confidence votes. In addition to reducing the risk of government crises, it would also speed up Italy's notoriously slow legislative process.
But the legislative process for constitutional amendments requires that the reforms be approved twice in both houses of parliament at an interval of not less than three months between votes and by a two-thirds majority at the end of the second reading to avoid the reforms having to be put to a referendum. With the smaller coalition parties having no incentive to support reforms that would reduce their future political leverage, Mr Renzi needs the support of Mr Berlusconi and his party.
Their support is also needed to implement the proposed reform of the voting system for the lower house, which aims to reduce future government instability by increasing minimum vote share thresholds required for parties to enter parliament. The lower house has already approved the government's draft electoral law, which is contained in an ordinary bill and therefore does not require a special majority, and is expected to be voted on in the upper house before the summer recess in August. However, some further amendments are likely in the Senate, so the bill will then get passed back to the Chamber of Deputies. With the smaller coalition parties and FI incentivised to drag the process out as long as they can, final approval is unlikely until after the summer recess.
Increased leeway from Italy's EU partners is likely to be limited
As one of the few EU leaders to emerge from the European Parliament elections with his reputation enhanced, Mr Renzi has sought to leverage his increased political authority in negotiations to select the next president of the European Commission. Mr Renzi's hand has also been strengthened by the fact that Italy will take over the rotating six-month presidency of the Council of the European Union in July. In particular, the prime minister has sought agreement amongst European leaders, most importantly the German chancellor, Angela Merkel, for greater flexibility in interpreting current EU fiscal rules. In particular, the Italian government is concerned that the EU's fiscal compact treaty, which requires Italy to reduce its public debt to 60% of GDP from over 120% by an average of 5 percentage points each year, could undermine the future growth prospects of an economy still struggling to emerge from a prolonged recession. Mr Renzi is seeking to persuade his EU partners that like Germany in the early 2000s fiscal flexibility will enhance Italy's prospects for successful structural economic reform. Although a major reorientation of EU policy is unlikely, there are at least some tentative signs that Mr Renzi could win some fiscal leeway from the next European Commission.
Assuming that his administration can remain in power until either late 2015 or 2016—this is possible given that the Italian president would be unwilling to call elections until the constitutional and electoral reforms have been put in place—additional fiscal flexibility would improve Mr Renzi's chances of building on recent reforms. However, the high risk of renewed political instability and the severe weakness of economic conditions suggest that reforms are likely to fall short of the prime minister's high ambitions.
Economist Intelligence Unit
Source: The Economist Intelligence Unit

mercoledì 3 settembre 2014

Buona lettura

Anno Accademico 2014-2015
Dopo la pausa estiva, riprendono le pubblicazioni dei post. Saranno messi anche quelli relativi a Luglio ed Agosto per completamento di archivio e non avere buchi per le ricerche, ma non saranno rinviati
 A Tutti, 
 frequentatori, studenti e lettori un augurio di una felice ripresa e di un proficuo lavoro
(email geografia2013@libero.it)

giovedì 3 luglio 2014

Italia: i fatasmi germanici

Relazioni Roma-Berlino
L’ossessione tedesca per la slealtà italiana
Gian Enrico Rusconi
03/07/2014
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Nel giro di pochi giorni sui principali quotidiani tedeschi abbiamo letto due commenti di segno opposto con titoli forti: “Il tradimento dell’Italia” (Frankfurter Allgemeine Zeitung) e “Renaissance dell’Italia” (Süddeutsche Zeitung). A firmarli due giornalisti “esperti di cose italiane”, rispettivamente Tobias Piller e Stefan Ulrich.

I pezzi all’interno sviluppano i loro argomenti in modo meno perentorio della loro titolazione, ma forse segnalano l’aprirsi un nuovo capitolo della percezione dell’Italia in Germania. Con la ripresa dei tenaci indistruttibili pregiudizi - negativi e positivi - naturalmente ricambiati dagli italiani.

Tradimento dell’Italia
Da parte tedesca c’è la dichiarata sfiducia verso l’Italia per la sua costante, storica inaffidabilità nel mantenere quanto promette. Ad essa si affianca però (minoritariamente) anche una benevola attesa per le sue straordinarie risorse latenti. È la scommessa di sempre, non solo dai tempi dei mitizzati rapporti tra Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ma da ancora prima, si può addirittura risalire a Bismarck e alla classe politica italiana post-cavouriana.

Lasceremmo perdere volentieri quel passato più o meno remoto, se dal suo profondo non provenisse un modo di sentire e di esprimersi che porta con sé l’odiosa parola “tradimento”. Oggi è appena corretta o tenuta a bada dal “politicamente corretto”. Lo si vede in questi mesi di celebrazioni internazionali dell’inizio della Grande Guerra che registrò il passaggio dell’Italia dall’alleanza con la Germania e Austria al fronte opposto franco-inglese.

Molta storiografia internazionale continua a trattare con una benevola supponenza questo “cambio di alleanze”, come se non si fosse trattato di un legittimo (magari discutibile) atto di sovranità nazionale, ma appunto di un tradimento più o meno mascherato “all’italiana”.

È un discorso impegnativo naturalmente, a metà tra riflessione storiografica e psicologia collettiva. Ma è assolutamente scorretto parlare di “ tradimento” per criticare l’atteggiamento italiano di oggi. È fortemente equivoco affermare polemicamente che “l’Italia riceve aiuti immediati contro vaghe promesse, e la Germania ha motivo di sentirsi raggirata” (come scrive Tobias Piller, utilizzando con un’acrobazia interpretativa, un’espressione di Carlo Azeglio Ciampi).

Monti, il “tedesco” che chiede flessibilità
Non si tratta di fare una patetica difesa d’ufficio patriottica o di attenuare le responsabilità italiane, ma di giudicare con realismo la situazione.

Emblematica è l’esperienza di Mario Monti. Contiene quasi tutti gli ingredienti di altre esperienze storiche: iniziale simpatetica convergenza di intenti con la Germania, adesione alle sue posizioni virtualmente egemoniche, poi graduale emergere di prospettive e propositi diversi se non alternativi, che portano i tedeschi a denunciare una fraudolenta rottura italiana degli accordi presi.

È accaduto appunto con Monti, il premier inizialmente salutato con entusiasmo e gratificato dall’epiteto di “tedesco” (in sottile antagonismo con “l’italiano” Mario Draghi). L’anomalia istituzionale del governo “tecnico” - un autentico “governo del Presidente” - è stata accolta con assoluta benevolenza perché il programma da lui enunciato e in parte realizzato era in sintonia con la linea tedesca.

Quando Monti però ha tentato di modificare la rotta comune, chiedendo alla Germania “maggiore elasticità” in tema di patto fiscale, sistema di stabilità finanziaria e riforma bancaria, ha subito incontrato l’ostilità tedesca. Come scrive Stefan Kornelius nella sua apprezzata biografia sulla cancelliera, all’indomani del summit del giugno 2012 e della conferenza notturna di Monti, “Merkel era furiosa. Monti aveva rotto le regole”.

Anziché entrare nel merito delle misure proposte da Monti, contro di lui è scattata la sindrome tedesca della slealtà italiana, l’accusa agli italiani di essere congenitamente incapaci di mantenere i patti.

Renzi, faccia della “sorprendente Italia”
Una presunta lettura antropologica ha preso il posto dell’analisi politica. Non c’è stata nessuna seria analisi se la politica di Monti, al di là del suo stile tecnocratico e della sua problematica “strana maggioranza”, fosse quella più adatta per un’Italia economicamente stremata.

La crescente alienazione della popolazione dalla politica (che alle elezioni si sarebbe tradotta in un’elevatissima astensione), la crescita esponenziale del grillismo, la persistenza del berlusconismo e quindi il flop elettorale di Monti, sono stati letti in Germania come conferma della cronica instabilità italiana. Quindi come antropologica inaffidabilità degli italiani. Non come segni di colossali problemi oggettivi da affrontare con un nuovo approccio razionale ed economico.

Poi inatteso arriva il fenomeno Renzi - l’altra faccia della “sorprendente Italia”. Ricomincia il gioco. Angela Merkel sfoggia la sua benevola simpatia per il giovane premier italiano che dichiara la Germania non un nemico da battere, ma un modello da imitare. Ma la cautela politica è d’obbligo e la cancelliera è maestra in questo.

Nessuno sa ancora come andrà a finire.

Rimane un punto importante: smettiamola con gli stereotipi su italiani e tedeschi. In particolare è tempo che le classi politiche tedesca e italiana, invece di baloccarsi con reciproci luoghi comuni, imparino a conoscersi e a parlarsi più seriamente.

Gian Enrico Rusconi è professore emerito di Scienza politica dell’Università di Torino. Per alcuni anni Gastprofessor presso la Freie Universitaet di Berlino. Tra le sue pubblicazioni: Germania Italia Europa. Dallo Stato di potenza alla ‘potenza civile’ (Einaudi 2003, trad. tedesca, 2006); Berlino. La reinvenzione della Germania (Laterza 2009). Cavour e Bismarck (il Mulino 2011; trad. tedesca 2013).
 
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martedì 1 luglio 2014

A sei anni dalla crisi: Europa verso la ripresa?

Presidenza italiana dell’Ue
Italia architetto della politica fiscale europea
Alessandro Giovannini, Umberto Marengo
01/07/2014
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Il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea non è un ruolo esecutivo, ma darà l’opportunità al governo italiano di coordinare l’agenda dell’Ue in un periodo di delicati passaggi politici e istituzionali.

L’Italia esce dalle elezioni europee rafforzata e può imprimere una svolta al processo di integrazione europea, rendendolo più vicino alla vita concreta dei cittadini e più solido da un punto di vista economico.

Il primo punto dell’agenda del semestre, così come delineato dai documenti ufficiali, è la maggiore crescita economica e occupazionale. Un obiettivo che la presidenza vuole raggiungere anche attraverso una sempre più intensa integrazione dell'Unione monetaria europea, possibilmente grazie alla creazione di nuovi strumenti fiscali comuni.

È quindi importante comprendere perché tali strumenti possono essere così importanti e quale potrebbe essere il loro eventuale funzionamento.

L'importanza di una politica fiscale europea
A oltre sei anni dall’inizio della crisi, l’Europa avanza lentamente verso la ripresa. In termini di deficit di bilancio e crescita del Pil reale le differenze tra i paesi europei si stanno lentamente riassorbendo.

Più di cinque anni di crisi hanno però lasciato un’eredità pesante: alti tassi di disoccupazione nei paesi periferici che non si stanno riallineando alla media europea. È possibile stabilire a livello di Eurozona un modello più efficiente per gestire questo shock?

L’introduzione dell’Euro e la conseguente definizione di una politica monetaria unica hanno ridotto l’abilità di quest’ultima di controbilanciare shock economici che colpiscono solo alcuni paesi e non altri: la risposta alla crisi non può dunque venire da una migliore definizione della politica monetaria comune, ma deve arrivare dalla politica fiscale.

L’Europa non ha una politica fiscale davvero comune. Ma che cosa si intende con questo termine e perché essa sarebbe è così rilevante?

Una politica fiscale pienamente federalista richiederebbe un permanente trasferimento di poteri e risorse economiche dai governi nazionali alle istituzioni europee. I vincoli di bilancio per gli stati nazionali sarebbero ancora maggiori e le più importanti decisioni di spesa sarebbero prese a Bruxelles.

Al momento non ci sono né le istituzioni necessarie per un trasferimento di poteri di questa portata, né il consenso politico.

Ciò che serve all’Ue è un modello intermedio e realistico: una “politica fiscale anti-shock” che riduca i costi economici e sociali dovuti alla mancanza di politiche monetarie nazionali e alla forte integrazione commerciale e finanziaria tra paesi membri.

Un’opzione concreta: il fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione
Nonostante i benefici di una capacità fiscale comune siano evidenti dal punto di vista economico, i passi avanti in questo senso sono stati pochi.

Nel 2013, la Commissione europea ha lanciato una serie di proposte che mirano a creare un’unione fiscale che possa assicurare contro shock asimmetrici. Fino ad ora non si è visto però alcun risultato concreto.

Il Consiglio europeo dello scorso giugno ha rimandato ogni decisione a quest’anno. In tale prospettiva, il semestre di presidenza dell’Italia offre un’opportunità unica per portare avanti quest’agenda.

Le proposte su come realizzare concretamente una qualche forma di capacità fiscale comune a livello europeo sono diverse e non richiedono necessariamente una modifica dei trattati. Come elaborato dai think tank Centre for European Policy Studies e Notre Europe, una delle idee in discussione prevede la creazione di un fondo di assicurazione contro la disoccupazione a livello europeo, l’European Unemployment Insurance Fund.

Questo fondo sosterrebbe i fondi nazionali coprendo per un periodo determinato fino alla metà dei costi degli assegni di disoccupazione. In aggiunta, il fondo fornirebbe anche risorse per potenziare i servizi all’impiego, così da favorire un più efficiente incontro domanda/offerta di lavoro per assorbire più velocemente la disoccupazione.

Per vincere le resistenze dei paesi del nord, l’European Unemployment Insurance è stata pensata come un sistema assicurativo e non come un programma di trasferimenti diretti di risorse da un paese all’altro.

Il fondo dovrebbe essere disegnato in modo tale che i singoli paesi si alternino sia come contribuenti che come beneficiari a seconda della posizione nell'arco del ciclo economico. In questo modo nell’ottica del singolo paese il costo netto potrebbe essere pari a zero nel medio periodo, mentre i benefici in termini di riduzione degli shock economici sarebbero positivi per tutti gli stati.

La creazione di un fondo europeo contro la disoccupazione rappresenterebbe un primo concreto esempio di politica fiscale europea e sarebbe un atto di enorme significato simbolico: un nuovo modo di fare politica europea che parte dalle esigenze dei cittadini e in cui tutti gli europei possono immediatamente identificarsi.

Alessandro Giovannini è Associate Researcher al Centre for European Policy Studies;
Umberto Marengo è PhD candidate in EU Public Policy all’Università di Cambridge
.
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LA burocrazia europea imperversa.

Ricorsi per infrazioni Ue
Tajani-Governo, l’ennesimo pasticcio italiano
Marco Gestri
30/06/2014
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La decisione della Commissione europea di chiedere chiarimenti all’Italia quanto all’applicazione della Direttiva dell’Ue sui ritardi nei pagamenti, annunciata dal Commissario Antonio Tajani il 18 giugno, ha aperto uno scontro politico senza precedenti tra il nostro governo e il membro italiano della Commissione. La polemica investe delicati aspetti di diritto e politica dell’Unione europea (Ue) sui quali è bene fare chiarezza.

Lettera di messa in mora per l’Italia
La Commissione ha deciso d’inviare al Governo italiano (così come a quello della Slovacchia) una lettera di messa in mora che costituisce il primo passo di una complessa procedura che potrebbe sfociare in un ricorso per infrazione di fronte alla Corte di giustizia Ue e in un’eventuale condanna dell’Italia.

La lettera contesta all’Italia di non applicare correttamente la direttiva 2011/7/Ue relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, le cui disposizioni sono state recepite nel nostro ordinamento con il decreto legislativo n. 192/2012 (per una volta in anticipo rispetto ai termini previsti dalla legislazione europea!).

A quanto risulta dalle denunce ricevute dalla Commissione, la pubblica amministrazione italiana pagherebbe alle imprese le somme dovute per beni e servizi in media dopo 170 giorni, che diventano ben 210 nel caso di lavori pubblici. molto più tardi rispetto ai termini di pagamento imposti dalla direttiva (30 giorni o, in circostanze eccezionali, 60 giorni). L’Italia è all’ultimo posto nella classifica europea della tempestività dei pagamenti alle imprese.

In aggiunta, secondo la Commissione,alcuni enti pubblici italiani applicherebbero interessi legali di mora inferiori a quelli imposti dalla direttiva. Nel settore dei lavori pubblici sarebbe infine diffusa la prassi di posticipare l’emissione delle relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori, così da ritardare i pagamenti.

Il problema dei ritardi nei pagamenti risulta di particolare gravità per le piccole e medie imprese e per gli artigiani, ossatura del nostro tessuto produttivo. Lo stesso è poi amplificato dalla lentezza e inefficienza del sistema giudiziario che rende la tutela del creditore alquanto aleatoria.

Infelici accuse contro Tajani
Il fatto che ha scatenato le reazioni più accese è che l’iniziativa della Commissione sia stata promossa dal Commissario italiano, prossimo alle dimissioni in quanto eletto al Parlamento europeo. Tajaniè stato accusato di remare contro il proprio paese.

Al di là d’ogni considerazione su eventuali motivazioni politiche interne dell’iniziativa di Tajani e sulla scelta di comunicare l’iniziativa nel quadro d’una conferenza stampa convocata allo scopo, le reazioni “a caldo” da parte di alcuni esponenti governativi appaiono formulate in termini piuttosto infelici.

Che la pubblica amministrazione continui a pagare con inammissibile ritardo è innegabile. Come rilevato dal presidente di Confartigianato, basto chiederlo a qualunque fornitore! Che senso ha, dunque, accusare un commissario d’irresponsabilità contro l’Italia, in pratica invitandolo a “chiudere un occhio” nei confronti di un problema di tale gravità? La Commissione è l’istituzione che incarna per definizione l’interesse generale dell’Ue.

Ogni commissario deve agire in assoluta indipendenza, soprattutto nei confronti dei governi, i quali devono astenersi da ogni azione volta a influenzarli. Inoltre, la Commissione opera secondo uno stretto principio di collegialità, per il quale ogni sua azione, anche se intrapresa da un singolo commissario, impegna l’istituzione nel suo insieme.

Italia in tempo per evitare il ricorso per infrazione
Anziché fare come gli allenatori che addossano tutte le responsabilità all’arbitro, il governo e la maggioranza avrebbero dunque fatto meglio a limitarsi a sottolineare gli (indubbi) sforzi che stanno facendo per risolvere il problema dei ritardi nei pagamenti e a minimizzare lo stesso.

Tra l’altro, la lettera di messa in mora è soltanto il primo passo della procedura di infrazione, che solo in una percentuale ridottissima di casi sfocia in un ricorso alla Corte, extrema ratio a disposizione della Commissione nei riguardi di stati recalcitranti. Basti pensare che nel 2012 sono state risolte senza deferimento più di mille procedure aperte dalla Commissione, a fronte di meno di 50 deferimenti alla Corte.

C’è dunque tutto lo spazio per evitare il ricorso per infrazione. Il nostro Governo ha due mesi di tempo per presentare le proprie osservazioni alla Commissione e per convincerla della serietà dei propri sforzi per affrontare la questione.

Inoltre la Commissione, diversamente dai nostri magistrati in materia penale, non ha l’obbligo d’esercitare l’azione per infrazione, godendo di un margine di discrezionalità nel valutare i comportamenti intrapresi dagli stati per conformarsi al diritto dell’Ue.

Del resto, nessuno dubita che occorra fare qualcosa, a partire da una revisione del Patto di stabilità interno che, secondo quanto affermato dal ministro Pier Carlo Padoan, è comunque nell’agenda del governo.

Marco Gestri è Professore di diritto internazionale nell’Università di Modena e Reggio Emilia e nella Johns Hopkins University, SAIS Europe.
 
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Eurpa: la presidenza Italiana Il sito italia2014.eu

Presidenza italiana
Ue, Renzi chiede 1000 giorni, ma ne ha solo 180
Giampiero Gramaglia
01/07/2014
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All'indirizzo italia2014.eu, il sito ufficiale della presidenza di turno italiana del Consiglio dell'Unione europea (Ue) è online: il 1° luglio, proprio all’inizio del semestre. Nel rispetto di italiche tradizioni, tutto si realizza in extremis, ma si realizza.

Il portale doveva essere solo in italiano e in inglese, ma è stato allestito anche in francese, dopo che Palazzo Chigi aveva registrato qualche malumore transalpino: di qui, l’uscita pubblica all’ultimo momento.

Il sito, che vuole essere la fonte principale d’informazioni sul semestre italiano, non è l’unica novità del 1° luglio: ci sono pure la moneta e il francobollo dedicati alla presidenza. Ad aprire la sezione News, il messaggio di saluto del premier Matteo Renzi, che s’iscrive con disinvoltura alla 'generazione Erasmus'.

Online, c’è pure il programma del Trio di Presidenze - Italia, Lettonia, Lussemburgo - approvato dal Consiglio dei ministri degli affari generali il 24 giugno.

I ministri degli esteri dei tre paesi - Federica Mogherini, Edgars Rinkevics e Jean Asselborn - hanno discusso la staffetta in un incontro alla Farnesina il 30 giugno, esprimendo “la volontà comune di aprire una nuova stagione. Il piano - si legge in una nota della Farnesina - ha al centro iniziative per la crescita e l'occupazione e vuole rafforzare il ruolo dell'Ue nel mondo attrezzandola ad affrontare le sfide della globalizzazione.

Tra il pieno uso e il buon uso dei margini di flessibilità
Fin qui, nulla da dire. Eppure, le conclusioni del Vertice europeo del 26 e 27 giugno, che ha chiuso la presidenza greca e fatto da viatico a quella italiana, sono subito diventate terreno di polemica tra il governo, che le presenta come un successo che apre margini di flessibilità all’Italia, e l’opposizione, che le legge come una disfatta che condanna l’Italia, di qui a pochi mesi, a un’ulteriore ennesima manovra.

In realtà, il Vertice europeo è stata la solita manfrina del tutti insieme al minimo comune denominatore, mascherando le differenze dietro la genericità delle formule - con un’eccezione, tutta da verificare, per l’energia. Senza volere dimenticare il balletto delle bozze, con l’arretramento - ed è solo un esempio - tra “il pieno uso” ed “il buon uso” dei margini di flessibilità previsti da Trattati e impegni esistenti.

Leggetevi, anzi leggiamoci, il comunicato ufficiale del Vertice sulla “agenda strategica dell’Ue in una fase di cambiamento”: “Il Consiglio europeo ha concordato cinque priorità a lungo termine che guideranno il lavoro dell’Ue nei prossimi cinque anni: economie più forti e più posti di lavoro; società capaci di consentire ai cittadini di realizzarsi e di proteggerli; un futuro sicuro per l’energia e per il clima; un’area affidabile di libertà fondamentali; un’azione congiunta efficace nel Mondo”.

Ora, qual è il governo o l’istituzione che non sottoscrive obiettivi del genere? E in che modo averli accettati e condivisi può costituire una vittoria o una sconfitta?

Priorità italiane alla presidenza europea
Sulle priorità italiane alla presidenza europea, indicazioni più concrete verranno dal discorso che il premier Renzi farà il 2 luglio all’Assemblea di Strasburgo, che oggi inaugura la sua VIII legislatura. La sostanza del programma Renzi l’ha però già presentata al Parlamento italiano, spostando l’obiettivo ben al di là del semestre e pure del trio. Mille giorni per fare le riforme in Italia e per cambiare l’Ue. Tempi più brevi, invece, per dare una dimensione più europea all’emergenza immigrazione / accoglienza.

L’Italia avvierà un robusto programma triennale di riforme nazionali. E, in cambio, chiederà all’Ue di abbandonare l’immobilismo e l’atteggiamento ipertecnocratico che l’ha segnata negli ultimi anni.

Partendo dal voto di maggio, il premier rivendica all’Italia maggior peso europeo: “Non accettiamo da nessuno lezioni di democrazia e democraticità, qui e fuori dai confini nazionali … Se milioni d’italiani hanno votato perché l'Europa cambiasse rotta, abbiamo la responsabilità di farlo, non una medaglia da appuntarci al petto”.

Sul Patto di stabilità, l’Italia non chiede di sforare il tetto del 3%, “come fece la Germania, ma “vogliamo smettere di ricevere un elenco di raccomandazioni che siano come una lista spesa che capita fra capo e collo”.

Per Renzi, con l’eccesso di burocrazia non è possibile guidare un processo di sviluppo: “Abbiamo sempre detto che rispettiamo le regole. Non è in discussione: le abbiamo sempre rispettate e continueremo a farlo, ma c'è modo e modo di affrontare le regole”. L’Italia si presenta alla presidenza con 117 procedure d’infrazione aperte: un record, nell’Ue, nessun paese, neppure la Grecia, fa peggio.

“La stabilità senza crescita - dice ancora il premier - diventa immobilismo … O l’Unione cambia direzione di marcia o non esiste più una possibilità di sviluppo e crescita”. Per avviare il processo, l’Italia intende “presentarsi al semestre con un pacchetto di riforme unitario”, da sviluppare - e qui la scelta delle date pare rispecchiare più scadenze italiane che europee- dal 1º settembre 2014 al 28 maggio 2017.

Le riforme nazionali sono la moneta di scambio con cui ‘acquistare’ l’utilizzo dei margini di flessibilità europei: è questa, per Renzi, la chiave per uscire dalla “logica kafkiana di un'Europa che apre una procedura di infrazione perché non paghiamo i debiti alle imprese, ma contemporaneamente ti impedisce con il Patto di Stabilità di saldare quel debito … è un film dell'orrore”. Il formalismo eccessivo va abbandonato, perché l’Ue “non può diventare terra di mezzo di cavilli e norme dove si perde il senso del reale”.

Nomine e rinnovo istituzioni europee
Infine, c’è il capitolo delle nomine e del rinnovo delle Istituzioni europee, in parte alleggerito dopo le decisioni del Vertice europeo di fine giugno: il popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker va alla presidenza della Commissione europea, il socialista tedesco Martin Schulz resta alla presidenza del Parlamento europeo.

Ma le scelte da fare restano numerose: la presidenza del Consiglio europeo ed eventualmente dell’Eurogruppo, la designazione dei commissari e, fra di essi, dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, dove c’è un’ipotesi Mogherini. Al Parlamento italiano, Renzi dice “siamo a un bivio” e prospetta “un metodo”: “Prima di decidere chi guida decidiamo dove andare”, cioè prima l’agenda strategica e poi Juncker. E, fin qui, tutto bene.

Ma il premier prospetta “un’intesa complessiva” con dentro “tutte le nomine e metodo di governo”: “Non basta sapere chi sarà il presidente della Commissione se non si decide anche chi guiderà l'Eurogruppo o il Consiglio europeo”. Però, è andata proprio così: Juncker c’è; il dopo van Rompuy e il dopo Dijsselbloem no.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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Patto di Stabilità: trattative a largo raggio

Politica economica europea
Il vero sconto che l'Italia dovrebbe chiedere alla Germania
Daniel Gros
25/06/2014
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Torna a scaldarsi il dibattito sull’eventuale sconto dal Patto di stabilità che l’Italia potrebbe chiedere alla Germania in cambio del suo appoggio alla candidatura di Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea.

Si tratta in fondo soltanto della manifestazione più recente di un approccio che, alla lunga, non è stato pagante per l’Italia: da quasi 15 anni il paese chiede regolarmente di poter mantenere il deficit un po’ più alto di quanto previsto dalle regole europee e gli impegni assunti dall’Italia stessa nei suoi programmi di stabilità si rivelano, ex post, quasi sempre troppo ottimisti.

Debito pubblico italiano
Il risultato di questo approccio è un debito così alto che ha portato l’Italia alla soglia di dover chiedere nel 2012 l’aiuto dei suoi partner e accettare l’invasione degli ‘uomini in nero’.Questa volta l’Italia si presenta con più credibilità visto che il nuovo governo sembra veramente intento ad intraprendere delle riforme strutturali. Ma conviene veramente all’Italia aumentare ancora di più, anche se di poco, il suo debito pubblico?

Il ragionamento a sostegno di questo approccio è che le riforme si fanno più difficilmente e potrebbero avere un effetto negativo a breve termine se l’economia italiana rimanesse in recessione. Un sostegno alla domanda potrebbe facilitare le riforme e rafforzarne gli effetti positivi sull’offerta.

Esiste effettivamente un problema di scarsa domanda all’interno della eurozona che rende la vita più difficile a qualunque governo italiano che vuole fare delle riforme. Ma se è cosi, l’approccio da seguire dovrebbe essere capovolto: l’Italia dovrebbe prometter di fare le riforme in cambio di una politica espansiva degli altri, soprattutto quei paesi a debito relativamente basso che possono ancora permettersi di aumentare la spesa.

Patto con la Germania
Il patto da proporre alla Germania dovrebbe allora essere il contrario di quello di moda oggi. In cambio del suo sostegno a Juncker, l’Italia dovrebbe domandare a Berlino di impegnarsi ad aumentare sostanzialmente la domanda interna tedesca. Invece di chiedere il solito sconto dal Patto di stabilità, l’Italia dovrebbe chiedere qualche cosa che comunque è necessaria per ridurre gli squilibri all’interno dell’ eurozona.

Spetterebbe alla Germania scegliere lo strumento più idoneo per raggiungere il risultato. Un aumento massiccio dell’investimento in infrastrutture sarebbe probabilmente la via più diretta. Insomma, invece di chiedere uno sconto per sé l’Italia dovrebbe chiederne uno per la Germania.

Dell’aumento della domanda interna tedesca andrebbe a beneficio dell'Italia (e di tutti i paesi periferici). L’Italia potrebbe allora mantenere i suoi impegni sia in termini di riforme strutturali che di riduzione del debito pubblico.
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