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L’Italia, il quarto paese Ue per dimensioni economiche e demografiche, è destinata ad avere una parte molto importante nel negoziato. Proposta di riforma o ricatto? Le proposte di Cameron, messe nero su bianco nella lettera spedito al presidente Ue Donald Tusk, hanno suscitato reazioni contrastanti in Italia. Da una parte, funzionari, politici ed esperti vi hanno visto un incoraggiante - e lungamente attesto - primo passo verso una rapida risoluzione del problema del travagliato rapporto con l’Ue del Regno Unito. Dall’altra, molti si risentono del fatto che la questione di cui Cameron ha proposto una soluzione è un problema creato da lui stesso. Dopo la pubblicazione della lettera, Cameron si è espresso positivamente sull’Ue, ricordando i molti vantaggi che il Regno Unito trae dalla sua appartenenza all’Unione, anche in termini di sicurezza nazionale. Molti in Italia (e di certo anche in altri paesi) si chiedono pertanto come mai il governo britannico consideri lo status quo insostenibile. In fin dei conti, molte delle proposte di riforma fatte da Cameron potrebbero essere discusse in un normale contesto di negoziato interno all’Ue. Condizionarle all’uscita del Regno Unito sembra a molti una forma nemmeno troppo nascosta di ricatto. Altri lamentano che l’intera vicenda puzzi di opportunismo politico, visto che Cameron ha promesso di tenere il referendum per riportare all’ordine la fazione più euroscettica del Partito conservatore e contenere l’avanzata dello UK Independence Party (Ukip), visceralmente anti-Ue. Altri ancora temono una sorta di effetto domino: se si fanno concessioni speciali ai britannici, cosa impedirà ad altri di avanzare simili pretese? Regno Unito caso speciale Il governo di Matteo Renzi non deve farsi influenzare da questi argomenti. Che considerazioni di politica interna entrino nel calcolo strategico di leader nazionali non è uno scandalo - in un modo o nell’altro, succede a tutti i leader europei. Agitando lo spettro della ‘Brexit’ (come colloquialmente ci si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Ue) Cameron sta indubbiamente giocando duro, ma il premier sa che può permetterselo perché molti non vogliono lasciar andare un paese dell’importanza economica, politica e strategica come il Regno Unito. Per quanto opportunistico, se non cinico, il calcolo di Cameron è anche realistico. Pochi stati membri, forse solo Francia e Germania, hanno la stessa influenza - e conseguentemente la stessa forza negoziale - del Regno Unito. Se gli altri provassero a emulare Cameron scoprirebbero che anche nell’Ue alcuni stati membri sono più uguali di altri. Renzi farebbe meglio a impostare il suo approccio su una spassionata e pragmatica valutazione degli interessi italiani in gioco. L’Italia ha un interesse vitale a tutelare la strada dell’integrazione evitandone la preclusione a quegli stati - soprattutto i membri dell’eurozona - che vogliano continuare a percorrerla. Dobbiamo inoltre evitare che i risultati conseguiti dall’integrazione siano compromessi. Al contempo però, l’Italia ha anche interesse a tenere il Regno Unito nell’Ue perché, senza Londra, l’Unione sarebbe più piccola economicamente e meno influente sul piano internazionale. Le riforme volute da Cameron Cameron ha avuto il buon senso di avanzare proposte ragionevoli (pur con qualche eccezione). Delle aree che il premier britannico vorrebbe riformare, l’unica che presenta ostacoli forse insormontabili riguarda l’immigrazione da paesi Ue. Su questo fronte l’Italia deve guardarsi bene dal fare concessioni che riducano la libertà di circolazione dei lavoratori, una delle quattro libertà fondamentali - insieme alla libera circolazione di merci, servizi e capitali - su cui il processo d’integrazione europea è storicamente basato. Le altre aree offrono prospettive di accordo più incoraggianti. L’Italia ha interesse sia ad appoggiare la proposta di creare un’unione digitale e di capitali, sia a tenere sotto controllo la regolamentazione Ue. Le piccole e medie imprese italiane beneficerebbero infatti dall’avere maggiore accesso a fonti di credito (una conseguenza dell’integrazione dei capitali) e una burocrazia più snella. Cameron vuole anche porre fine all’obbligo del Regno Unito a lavorare verso una ‘unione sempre più stretta’. Purché non si aprano le porte ad un’Europa à la carte, l’Italia non deve opporsi all’introduzione di maggiore flessibilità nella governance dell’Ue. L’Unione, dopotutto, già ora opera come un sistema di governance multi-livello, visto che un certo grado di differenziazione è già presente in questioni di difesa, giustizia e affari interni, nonché ovviamente affari economici e monetari. A questo proposito, la richiesta di Cameron di tutelare i paesi Ue fuori dalla zona euro da possibili forme di discriminazione e proteggere il mercato unico ha senso, ma non a tal punto da acconsentire che le decisioni degli stati euro possano essere bloccate dai non-euro semplicemente richiamandosi all’integrità del mercato comune. Molto meglio orientarsi verso soluzioni ad hoc, decise caso per caso. La strada per un accordo con i britannici è meno stretta di quanto sembri. Gli italiani possono contribuirvi senza sacrificare il loro interesse nell’integrazione europea. L’alternativa - un’Ue più modesta e un Regno Unito estraniato - potrebbe dimostrarsi ben peggiore. Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello Iai e non-resident fellow presso la Brookings Institution di Washington. Di recente ha pubblicato una serie diraccomandazioni al governo italiano su come reagire alle proposte di riforma di Cameron. | ||||||||
Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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martedì 28 giugno 2016
Roma: di fronte alla Brexit
La ricostruzione dei rapporti con l'India
L'Italia e la Nato: prospettive di medio termine
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Agenda di Varsavia Dall'inizio della crisi in Ucraina nel 2014, su spinta principalmente dei Paesi dell'est e nord Europa, la Nato si è concentrata maggiormente sul fianco orientale e sul rischio di un’aggressione russa anche tramite tattiche di “guerra ibrida”. Viceversa, gli stati membri che si affacciano sul Mediterraneo, in primis l'Italia ma non solo, hanno spinto per bilanciare l’attenzione della Nato sul fianco sud, benché la natura non-convenzionale delle minacce e dei fattori di instabilità su questo fronte - dal terrorismo islamico alla crisi migratoria - renda più difficile identificare un possibile contributo dell'Alleanza alla sicurezza della regione euro-mediterranea. Tale dinamica sta influenzando anche la preparazione del vertice di Varsavia, condotta attraverso riunioni ministeriali, militari e informali. Preparazione che ha risentito anche di un presidente Usa a pochi mesi dalla sua uscita definitiva dalla Casa Bianca e quindi meno in grado di esercitare la tradizionale leadership statunitense all'interno dell'Alleanza. Due sembrano essere i temi principali nell'agenda di Varsavia: da un lato deterrenza e dialogo e dall'altro la proiezione di stabilità. In un’ottica Nato questi principi dovrebbero garantire una risposta a 360 gradi all'insieme di minacce alla sicurezza euro-atlantica e applicarsi lungo tutto il perimetro dell'Alleanza. Nei fatti, tuttavia, mentre il binomio deterrenza-dialogo è pensato principalmente nei confronti di Mosca, il problema di proiettare stabilità si pone soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa. Deterrenza e distensione per i figli della Guerra Fredda Guardando ad est, il dibattito interno alla Nato sembra spostarsi dalle misure di rassicurazione dei Paesi dell'Europa centro orientale - tema emerso nel precedente vertice del Galles - verso il terreno ben più impegnativo della deterrenza convenzionale e nucleare della Federazione russa. Sono ora in discussione un rafforzamento e un ulteriore sviluppo delle misure contenute nel Readiness Action Plan del 2014, incluse frequenza e portata delle esercitazioni alleate sul fianco orientale e pre-posizionamento di equipaggiamenti militari in loco. Sembra profilarsi lo stazionamento di un battaglione multinazionale dell'Alleanza in ognuno dei Paesi confinanti con la Federazione russa, sui 500 uomini, a rotazione continua in modo da non infrangere apertamente l'Atto fondativo delle relazioni Nato-Russia del 1997 che, tra le altre cose, impegna gli alleati a non stazionare in modo permanente significative capacità militari nei Paesi membri di nuova adesione. Questi ultimi avevano chiesto un impegno militare anche maggiore sul confine orientale, ma capitali quali Roma, Parigi, Madrid e Berlino hanno preferito un approccio più bilanciato per evitare che Mosca lo percepisse come un’escalation militare. Questo approccio comprende anche la ripresa delle riunioni formali del Consiglio Nato-Russia, avvenuta il 20 aprile con un primo incontro a livello di ambasciatori in cui si è discusso di Ucraina, Afghanistan e altri temi importanti nei rapporti tra l'Occidente e Mosca. Un incontro definito in gergo diplomatico “franco”, cioè di confronto duro, cosa che non stupisce visti i disaccordi esistenti tra le parti. È tuttavia significativo che le parti siano tornate a parlarsi nel forum istituzionale creato a Pratica di Mare nel 2002 sotto gli auspici italiani e che vi sia la volontà da parte Nato di tenere ulteriori riunioni del Consiglio con l'approssimarsi dell'appuntamento di Varsavia - anche al fine di spiegare le decisioni in cantiere nel prossimo vertice per ridurre l'impatto negativo sulla percezione russa dell'aggressività alleata. Proprio in quest’ottica rientra l’organizzazione in corso di un secondo incontro del Consiglio Nato-Russia. Si tratta di un necessario equilibrio tra misure militari e diplomatiche niente affatto nuovo per la Nato che, dall'adozione nel 1956 del Rapporto dei tre saggi - uno dei quali era Gaetano Martino - fino al 1991, ha portato avanti il duplice approccio di deterrenza e distensione. Il problema oggi è adattare questo binomio alle condizioni dell'attuale contesto internazionale, e trovare per esso il consenso necessario in un'Alleanza che include anche Paesi che hanno vissuto la Guerra Fredda dall’altro lato della Cortina di Ferro. Fianco sud: quo vadis? Se un compromesso ragionevole sembra possibile per l'approccio alleato al fianco orientale, le idee sono ancora poco chiare su quello meridionale. Proiettare stabilità è sicuramente un obiettivo logico e condivisibile, ma rimane da vedere cosa implichi nel concreto per la Nato. Chiaro è l'intento dell'Alleanza di investire maggiormente nella cooperazione bilaterale con i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa al fine di rafforzarne le forze armate e di sicurezza (il cosiddetto Defence Capacity Building - DCB). L’obiettivo è quello di accrescere la loro capacità di contrastare in loco quegli attori che alimentano crisi e conflittualità di cui poi è anche l'Europa a pagare il prezzo, in primis in termini di crisi migratoria e terrorismo islamico. Giordania, Iraq e Tunisia sono in cima alla lista di partner da aiutare tramite il DCB, e non a caso il Re di Giordania sarà a Varsavia per il vertice. Anche sulla sicurezza marittima del Mediterraneo, dopo l'avvio nel 2016 della missioneNato nell'Egeo si stanno studiando passi ulteriori, anche su spinta italiana, quali la trasformazione dell'attuale missione Nato Active Endeavour, avviata dopo l'11 settembre 2001 con un mandato di contrasto al terrorismo, in una missione più ampia per lamaritime security, si spera in sinergia con la missione Sophia dell'Unione europea e quelle nazionali dell'Italia. Aldilà di DCB e sicurezza marittima, non è però chiaro come sfruttare e potenziare i partenariati bilaterali e regionali Nato per proiettare stabilità sul fianco sud, quale potrebbe essere nella regione euro-mediterranea la cooperazione con l'Ue - ancora ostaggio delle dispute ideologiche turco-greco-cipriote - e, infine, quale contributo potrebbe dare l'Alleanza alla lotta all’autoproclamatosi “stato islamico” in particolare, ma non solo, sul fronte dell'intelligence. Tutti temi su cui anche l'Italia è chiamata a dare un maggiore contributo, nel suo stesso interesse di Paese europeo al centro del Mediterraneo. Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma). Paola Sartori è assistente alla ricerca del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @SartoriPal. | ||||||||
domenica 12 giugno 2016
Roma: chiusura del Brennero apertura del Gottardo
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martedì 7 giugno 2016
Italia. la Nato e la Russia
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Il giorno successivo è anche stato celebrato l'avvio dei lavori per l'installazione di analoghi sistemi in Polonia. La Federazione russa da anni si oppone a tali programmi, sostenendo che si tratta di una minaccia strategica addizionale nonché una violazione del trattato Inf che proibisce a russi e statunitensi di detenere missili nucleari a raggio intermedio. Le posizioni di Mosca e Washington Gli argomenti di Mosca non appaiono del tutto credibili: è difficile pensare che alcune decine di missili di difesa possano neutralizzare un arsenale nucleare che conta migliaia di missili e testate. Allo stesso tempo, non è del tutto convincente neppure l'argomento Usa, laddove si afferma che i nuovi sistemi servano solo a difendere Stati Uniti e alleati dai missili dell'Iran e della Corea del Nord. È probabile che la Russia risponderà con un avanzamento verso ovest dei propri sistemi missilistici alimentando ulteriormente la sfiducia reciproca e la tensione in Europa. Questa diatriba viene da lontano. La prima avvisaglia, da molti trascurata, fu la sospensione nel 2007 dell'applicazione da parte della Russia delle misure previste dal Trattato sulle Forze convenzionali in Europa (Cfe), uno dei pilastri della sicurezza europea. Seguì l'anno successivo l'azione russa in Georgia ed in seguito l'annessione della Crimea e la crisi irrisolta con l'Ucraina. Lo spirito di Pratica di Mare Aleggiava ancora fino a pochi anni fa lo "spirito di Pratica di Mare", il vertice dove si sancì la cooperazione strategica tra Nato e Russia fortemente caldeggiata dall'Italia. Poco prima della crisi in Georgia, Putin aveva ancora partecipato al Vertice Nato tenutosi simbolicamente a Bucarest, nella mastodontica sede del parlamento dell'era Ceausescu. Nel 2010, Russia e Stati Uniti riuscirono a concludere il Trattato 'Nuovo Start', che riduceva il numero delle rispettive testate strategiche e dei loro vettori. Con poche eccezioni, la sfiducia si va estendendo oggi a tutti i settori della passata collaborazione e si assiste ad una ripresa della spirale armamentisca. Mosca ha risposto "niet" all'offerta americana di ulteriori riduzioni strategiche e si trova attualmente in bilico persino il già citato trattato Inf. Si va progressivamente disgregando l'architettura di sicurezza costruita nel quadro del processo Csce lanciato a Helsinki nel 1975 e che trovò il suo punto di forza nelle Confidence and Security Building Measures (Csbm) adottate in materia di trasparenza militare, prenotifica delle manovre e degli spostamenti di forze, osservazione degli esercizi militari e ispezione delle riduzioni delle principali categorie di armamenti. Tali misure resero il processo di Helsinki un formidabile strumento di dialogo e collaborazione che fu strumentale al superamento del confronto Est/Ovest. Le misure di fiducia adottate a Helsinki, pur essendo state ulteriormente rafforzate a Vienna nel 1990, non si rivelano più sufficienti ad impedire il degrado. Rischio crisi nucleare L'attuale accrescimento della tensione si estrinseca in particolare attraverso sempre più frequenti "incontri ravvicinati" e potenziali incidenti aerei tra forze russe e della Nato. Negli ultimi mesi si sono rilevati oltre 60 episodi di tale genere assieme a sconfinamenti, lanci missilistici simulati ed interferenze cibernetiche. Risale a pochi giorni fa una collisione tra unità navali russe e Nato, mancata per un soffio. A monitorare tale situazione e ad attirare su di essa l'attenzione pubblica è stato soprattutto lo European Leadership Network (Eln), organismo non governativo apartitico con base a Londra, che ha proposto di stabilire in Europa un codice di condotta per scongiurare gli incidenti aeronavali analogamente a quanto fatto recentemente dagli americani con la Cina. Il rischio che tutto ciò sconfini in una crisi nucleare è evidente ed avrebbe conseguenze gravissime. Anche in questo settore le misure di fiducia sono insufficienti. Da anni, in seno alle Nazioni Unite vengono richieste agli Stati nucleari, invano, misure di fiducia volte ad allungare i tempi di risposta nucleare in caso di attacco ("de-alerting"). Analoga stasi sul fronte dottrinale. Tra le potenze nucleari solo la Cina ha sposato il principio del non primo uso dell'arma nucleare. Gli Stati Uniti sotto Obama hanno fatto alcuni passi in avanti riducendo le situazioni in cui essi impiegherebbero tale arma. Pur essendo "azionisti di maggioranza" della Nato, gli Usa non sono ad oggi riusciti ad estendere ai partner atlantici tale misura di flessibilità. Appuntamento a Varsavia Vista l'attuale tensione, non è verosimile attendersi un rilancio dei trattati o grandi misure distensive. Dal prossimo vertice Nato che si terrà a luglio nello stadio di Varsavia emergerà probabilmente un orientamento riflessivo piuttosto che la linea di confronto promossa dal paese ospitante. Ma sarebbe quanto meno da incoraggiare, sul fronte delle misure di fiducia, la recente proposta del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg di rivisitare le misure di sicurezza e di fiducia contenute nel documento di Vienna dell'Osce. Si potrebbe anche esaminare con maggiore attenzione la proposta Eln mirante ad evitare gli incidenti. Sarebbe da cogliere l'occasione dell'anno di presidenza tedesca dell'Osce e della grande esperienza in materia di sicurezza europea dell'attuale Segretario generale di tale organismo - l'italiano Lamberto Zannier - per ricostruire la fiducia e prevenire il rischio di un confronto causato da malintesi e da errori. L'Ambasciatore Carlo Trezza, presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato inviato speciale del ministro degli Esteri e Rappresentante permanente a Ginevra per il disarmo e la non proliferazione. |
sabato 4 giugno 2016
Il Referendum costituzionale
| Referendum confermativo Riforma Costituzione e potere estero dello stato Natalino Ronzitti 01/06/2016 |
Non molto è mutato dopo l’approvazione della Legge, ma occorre effettuare una ricognizione, allo scopo di contribuire ad un dibattito che purtroppo è estremamente politicizzato, in vista del referendum confermativo di ottobre, e trascura di esaminare i contenuti della Legge. Tra l’altro il confronto sulle trasformazioni che investono il potere estero dello stato è completamente assente (o quasi).
I cardini della riforma costituzionale riguardano la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie e il ridimensionamento delle competenze regionali con il rafforzamento delle competenze statali e la cancellazione delle competenze concorrenti stato-regione. Quanto alla funzione legislativa, questa viene esercitata dalla Camera dei Deputati, ma con vari correttivi a favore del Senato delle Autonomie.
Il bicameralismo perfetto rimane invece per talune materie, tra cui, per quello che qui interessa, le leggi relative alla partecipazione dell’Italia alla formazione e attuazione delle normative e politiche dell’Unione, Ue.
Il tutto si ripercuote sulla gestione del potere estero. Talune modifiche sono meramente consequenziali, altre invece lo sono meno. Inoltre vanno segnalate lacune, già presenti nel nostro ordinamento costituzionale, che la legge di riforma ha omesso di colmare.
Le modifiche consequenziali
Quanto alle modifiche consequenziali, viene in primo luogo in considerazione la “dichiarazione di guerra”, che a norma dell’art. 78 Cost. è deliberata dalle Camere. La Legge di revisione stabilisce che la dichiarazione e il conferimento al Governo dei poteri necessari siano prerogative della sola Camera dei Deputati, che delibera a maggioranza assoluta, cioè sul totale dei deputati pari a 316 voti (ovviamente viene modificato anche l’art. 87, nono comma, per cui il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di guerra deliberato dalla sola Camera).
Non si tratta quindi di rendere più facile la dichiarazione di guerra, com’è stato erroneamente sostenuto, ma piuttosto di rimarcare che ormai gli attuali conflitti difficilmente possono essere definiti guerra in senso tecnico ed occorre invece disciplinare l’invio di truppe all’estero. Un’occasione mancata, nonostante sia pendente in Parlamento una proposta di legge organica concernente la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali, approvata con modifiche dal Senato il 9 marzo 2016 e trasmessa di nuovo alla Camera.
I disegni di legge di autorizzazione alla ratifica dei trattati restano di competenza della sola Camera dei Deputati, che procede alla loro approvazione in via definitiva, tranne quelli relativi ai trattati che riguardano l’appartenenza dell’Italia all’Ue, che rimangono di competenza di entrambe le Camere (modifica che si riverbera sulla dizione dell’art. 87 Cost., ottavo comma, relativo al potere presidenziale di ratifica dei trattati).
Qui vedo due problemi. Il primo riguarda i trattati che interessano il potere estero delle regioni, ad es. di quelli che disciplinano la cooperazione transfrontaliera. Perché affidare il disegno di legge alla sola competenza della Camera (con la partecipazione del Senato solo residuale)?
Il secondo riguarda i trattati negoziati nel quadro Ue, ma formalmente autonomi, tipo il Fiscal Compact. In tal caso la competenza è della sola Camera dei deputati oppure anche del Senato delle autonomie? Probabilmente sono quesiti superabili in via interpretativa. Ciò che non è possibile, invece, per alcune evidenti omissioni della Legge costituzionale. Mi riferisco alla legittimità dei trattati in forma semplificata, che entrano in vigore con la sola firma dell’esecutivo, e alla provvisoria esecuzione dei trattati internazionali in attesa del formale procedimento di ratifica. La Legge costituzionale non si è nemmeno preoccupata di risolvere la questione dell’efficacia dei trattati nel nostro ordinamento una volta ratificati, escludendo la necessità di adottare in ogni caso una legge di esecuzione.
Referendum e trattati internazionali
Viene ribadita l’inammissibilità del referendum abrogativo per le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Quid per il referendum propositivo o di indirizzo prima della ratifica? La prassi dei paesi europei attesta che un tale referendum è una conquista democratica da esercitare in relazione ai più importanti trattati internazionali.
All’art. 71 Cost. è stato aggiunto un nuovo comma in materia di referendum propositivo e di indirizzo, la cui disciplina è rinviata all’adozione di un’apposita legge costituzionale. Potrà tale legge disciplinare anche la questione del referendum dei trattati internazionali, non ancora oggetto di legge di autorizzazione alla ratifica?
I rapporti con l’Ue
Per quanto riguarda l’art. 117 Cost., a parte la toeletta istituzionale operata sostituendo “Comunità europee” con la dizione “Unione europea”, resta formalmente intatta la supremazia rispetto alla legge ordinaria dei trattati ratificati dall’Italia e del diritto Ue. Il diritto comunitario può addirittura derogare le stesse norme costituzionali, tranne quelle contenenti principi fondamentali o poste a tutela dei diritti inviolabili della persona umana.
Sul punto, il legislatore non ha fortunatamente accolto le sirene isolazioniste. Resta formalmente immutata anche la competenza delle regioni alla conclusione di accordi ed intese, e alla loro attuazione, inclusa quella della legislazione Ue. Tuttavia, essendo le competenze regionali fortemente erose a favore di quelle esclusive dello stato, ne risulta ridimensionata la competenza regionale sotto il profilo sostanziale anche in materia di rapporti internazionali, inclusi quelli con l’Ue.
Un'occasione perduta
Per quanto riguarda il potere estero e i rapporti internazionali dello stato, la riforma costituzionale è un mero adattamento delle norme preesistenti ad un procedimento legislativo che privilegia la Camera dei deputati, ma non si è colta l’occasione per regolare una serie di questioni che sono emerse nella prassi applicativa durante i decenni passati. Tra l’altro la questione del referendum propositivo e di indirizzo resta ancora sospesa essendo demandata a una futura legge costituzionale e non è dato sapere se questa potrà includere anche la partecipazione a trattati internazionali che abbiano un grande impatto per la vita della nazione.
Si è voluto invece enfatizzare il ruolo del Senato, anche per la funzione di raccordo tra Stato e Ue, lasciando di conseguenza intatto il bicameralismo perfetto per le leggi interessanti l’Ue. Le conseguenze non sono di poco momento. Si prenda ad esempio una legge che disponga l’invio di missioni militari all’estero, così come prefigurato dalla normativa attualmente in discussione in Parlamento. Se l’operazione avviene nel quadro Nazioni Unite, Nato o coalition of the willing, si dovrà provvedere con legge della Camera (con i correttivi a favore del Senato di cui si è detto). Invece per una missione decisa dall’Ue, si dovrà agire mediante l’adozione di una legge improntata al bicameralismo perfetto. Non c’è da spendere molte parole per dimostrare come questo risultato sia a dir poco stravagante!
Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e consigliere scientifico dello IAI.
venerdì 27 maggio 2016
Roma: il finanziamento dei mussulmani
| Comunità musulmana Islam d’Italia, continua la caccia all’8 x mille Paolo Gonzaga, Azzurra Meringolo 17/05/2016 |
Il numero di fedeli non serve a nulla neanche quando si tratta della possibilità di raccogliere l’8 per mille. Visto che l’Islam italiano non ha siglato alcun accordo con lo Stato, le autorità religiose musulmane non possono beneficiare dell’eventuale quota versata dai cittadini per le confessioni religiose. Ma anche qualora ci riuscissero, non sarebbe chiaro nelle tasche di chi andrebbero questi soldi.
Il tentativo marocchino
Infatti, sono almeno tre le organizzazioni che rivendicano questo diritto. Due ci hanno già provato invano: Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane) e Coreis (Comunità religiosa islamica). E dopo il loro fallimento, è ora la Confederazione islamica italiana a cercare di tagliare il traguardo. Espressione della comunità marocchina benedetta dal re Muhammad - sovrano che si appresta ad accogliere Matteo Renzi a luglio -, il 12 maggio la Confederazione ha lanciato la sua Opa, formalizzando la richiesta per ottenere l’intesa con lo Stato.
La Confederazione si è presentata ufficialmente a Roma con un’ambiziosa conferenza contrassegnata da interventi e messaggi istituzionali del ministro dell'Interno Angelino Alfano, del presidente del Senato Pietro Grasso, del ministro degli Affari religiosi del Marocco Ahmad Taoufik, della comunità di Sant’Egidio e della Conferenza episcopale italiane.
Il portavoce Abdallah Cozzolino ha rivendicato apertamente la richiesta di un’intesa con lo Stato italiano. Secondo i vertici della Confederazione, sono già 306 le moschee iscritte e 50 sono in via di iscrizione. Numeri che segnano una tendenza in espansione, spesso ai danni dell’Ucoii. L’intesa dovrebbe portare anche alla designazione di imam ufficiali - forse anche donne -, secondo le regole di trasparenza che valgono per tutti i culti.
Ucoii, Coreis, Confederazione islamica e molto altro
Anche se Ucoii (che nel 2007 si rifiutò di firmare la carta dei valori promossa dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato), Coreis e Confederazione sono le associazioni più in vista nel Paese, queste non comprendono comunque la maggioranza delle moschee, visto che la gran parte dei luoghi di culto musulmani sono autogestiti da comunità nazionali e realtà etniche, in primis turche e bengalesi.
Molti musulmani non si ritrovano infatti in queste organizzazioni, che invece di parlare con una sola voce si beccano continuamente. Tra Ucoii e Coreis non è tutto rose e fiori. Anzi. La prima è accusata dalla controparte di essere troppo vicina alla Fratellanza Musulmana. E la seconda viene a sua volta bollata come l’organizzazione “settaria” di alcuni italiani convertiti sufi e pertanto lontana e sorda alle istanze dell’Islam plurale presente in Italia, oltre ad essere di dimensioni molto piccole.
È tra queste due realtà che si inserisce la Confederazione islamica italiana che, attraverso il controllo del Centro islamico culturale d’Italia, gestisce di fatto la Grande Moschea di Roma. Luogo di culto e di rappresentanza che è al contempo l’ennesimo campo di battaglia tra le diverse anime dell’Islam italiano. Anche se ad esprimere il presidente sono i sauditi, i marocchini hanno il diritto di nominarne il segretario.
Moschee italiane con fondi del Golfo
Incapace di districarsi in questo puzzle e non decidendo a chi spetta il diritto di riscuotere l’8 per mille, il nostro governo si difende puntando il dito contro la frammentazione della comunità musulmana. Ma a sentire alcuni leader delle tre organizzazioni, di fronte a questa situazione l’unico accordo possibile è quello che porta a delle intese separate o ad una legge sulla libertà religiosa.
Esponenti di punta dell’Ucoii, come Hamza Piccardo, affermano “di rispettare molto i fratelli marocchini, ma l’intesa non può passare per la mediazione di uno Stato straniero: vogliamo costruire un Islam europeo”.
Per una soluzione che porta a un’intesa nel breve periodo parteggiano anche quanti temono che in Italia crescano delle pericolose sacche di radicalismo, sperando che tramite la mediazione di queste organizzazioni si diffonda nel nostro Paese un Islam moderato.
La speranza è anche quella che un accordo con lo Stato riesca a limitare le generose donazioni provenienti dal Golfo, attraverso le quali vengono finanziate molte delle nuove moschee. Sono infatti ancora vive le ultime polemiche sui fondi ricevuti da alcune moschee italiane affiliate all’Ucoii dalla Qatar Charity Association. Fondi dietro ai quali, temono in molti, si possano celare attività compiacenti con frange radicali.
Paolo Gonzaga è traduttore, giornalista free-lance, analista politico.
Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
Italia: occhio attento verso sud
| Mediterraneo L’Italia e la scommessa degli affari tunisini Giulia Cimini 23/05/2016 |
La missione imprenditoriale - oltre 170 rappresentanti di imprese, banche ed associazioni - è stata ricevuta dal capo del governo tunisino, Habib Essid, presso la sede dell'Utica, l'Unione tunisina del commercio e dell'artigianato, insignita nel 2015 del Premio Nobel della Pace assieme all'Ugtt, principale sindacato dei lavoratori, la Lega Tunisina per la difesa dei diritti dell'uomo e l'Ordine nazionale degli avvocati, per aver contribuito alla ripresa del processo di transizione dopo una fase di stallo del dialogo politico.
Obiettivo principale del Business Forum è stato quello di rilanciare la cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia ed approfondire le opportunità offerte dal mercato locale non solo in termini di commercio, ma anche di partenariati industriali e di investimenti, attraverso sessioni tecniche di approfondimento sul quadro legislativo nazionale in materia e una serie di incontri tra singole imprese in diversi settori: in particolare, agro-alimentare, energie rinnovabili, infrastrutture e costruzioni.
Tunisia, ponte sul Mediterraneo
L'Italia è attualmente il secondo partner commerciale ed investitore della Tunisia dopo la Francia, con un interscambio bilaterale nel 2015 di circa 5,5 miliardi di euro e un saldo commerciale in attivo. Secondo le statistiche delle Agenzie nazionali Api e Fipa e come ha ricordato anche nel corso dell'incontro Mourad Fradi, presidente della Camera di Commercio e dell'Industria tunisino-italiana, nel Paese nordafricano sono presenti circa 800 imprese, miste, a partecipazione italiana o a capitale esclusivamente italiano, la maggior parte delle quali totalmente esportatrici, che impiegano oltre 60mila persone.
Gli Ide dell’Italia verso la Tunisia, così come le esportazioni, sono tendenzialmente cresciuti negli ultimi anni, registrando una diminuzione tra 2008-2009 e nell'immediato post-2011, per riprendere, già dall'anno successivo un trend positivo.
La tradizionale presenza dell'Italia in Tunisia, considerata, oggi più del passato, come un nodo cruciale per la sicurezza nel Mediterraneo e come un ponte che apra al Medio Oriente, è rilevante soprattutto nel settore manifatturiero, in particolare del tessile/abbigliamento; in quello energetico - si pensi al gasdotto trans-tunisino Ttpc controllato da Eni che collega Italia e Algeria, ma anche al progetto di interconnessione elettrica sottomarina Elmed tra Italia e Tunisia - e delle infrastrutture.
Tra i principali gruppi italiani presenti in Tunisia troviamo colossi come Almaviva, Benetton, Marzotto, Miroglio Group, Pirelli, Riva Acciaio, ma soprattutto piccole e medie imprese meno note al grande pubblico.
Questo Forum si inserisce in un quadro più ampio di strategie di ripresa economica che il governo tunisino si appresta a sostenere, soprattutto dopo la recente approvazione del Piano di sviluppo quinquennale 2016-2020 che mira al rafforzamento del flusso degli investimenti esteri ed anche alla sua diversificazione, aprendo ai mercati del Golfo ed alla Russia, dopo l'annuncio della creazione di una linea marittima diretta per favorire gli scambi commerciali che dovrebbe collegare il porto tunisino di Radès e quello russo di Novorossiiysk sul Mar Nero.
Inoltre, una parte sostanziale degli investimenti - il 70% secondo quanto dichiarato dal ministro tunisino dello sviluppo, Yassine Brahim - dovrebbe beneficiare le regioni sfavorite dell'interno e del sud del Paese, tradizionalmente escluse dalle politiche di sviluppo economico a vantaggio della capitale e delle regioni costiere del Sahel.
Un paese in cerca di stabilità
A distanza di cinque anni dall'inizio della Primavera araba, l'economia tunisina, che assiste da oltre vent'anni ad un indebolimento progressivo del suo tasso di crescita medio, stenta ancora a decollare, con un modello che resta principalmente dipendente dalla domanda estera, che si tratti di investimenti o turismo.
Con le continue manifestazioni e sit-in e la pressione jihadista al confine con la Libia e l’Algeria, la stabilità sociale del Paese dipende, ora più che mai, da una ripresa economica che ha bisogno, anzitutto, di risposte politiche.
A due anni dall'adozione della nuova costituzione (gennaio 2014) e dalle legislative nell'ottobre 2014 che hanno segnato la vittoria del partito laico Nidaa Tounes - fondato dall'attuale presidente della Repubblica tunisina Béji Caid Essebsi come contraltare al partito islamista Ennahda - la Tunisia è ancora alla ricerca di stabilità politica, con il nuovo anno che si è aperto con un rimpasto di governo a seguito della crisi interna, e successiva scissione, al partito di Essebsi.
L'attenzione degli investitori è ora sulle riforme strutturali in cantiere, come il nuovo codice degli investimenti, la legge sul partenariato pubblico-privato e una normativa di dettaglio sulle energie rinnovabili.
Ma la creazione di un clima favorevole agli investimenti dipende anche, in larga parte, dalla capacità della Tunisia di gestire la questione terrorismo, interno ed internazionale. Anche se una riforma del settore di sicurezza sarebbe altamente auspicabile, appare ancora in sospeso.
Giulia Cimini è dottoranda di ricerca in Studi Internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale.
lunedì 16 maggio 2016
La periferizzazione degli immigrati
| Immigrazione Ricetta italiana contro le banlieue Roberto Volpi 12/05/2016 |
Gli stranieri tra i mille campanili d'Italia
Nel censimento del 2001 l’Italia contava poco più di 1,3 milioni di stranieri regolarmente residenti entro i suoi confini. Tutt’altra cosa rispetto agli oltre 5 milioni di oggi. Gli stranieri approdati in Italia non si sono addensati pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma piuttosto dispersi tra le tante, le mille mete possibili, tra i mille campanili d’Italia.
Una prima indicazione in questo senso si ricava dal numero di stranieri per 100 abitanti residenti nelle grandi ripartizioni geografiche italiane.
In tutto il Centro-Nord, ovvero in 40 dei quasi 61 milioni di abitanti che conta l’Italia, il numero degli stranieri nella popolazione è compreso tra 10,6 stranieri per 100 abitanti al Centro e poco più di 10,7 nel Nord-Est.
Nelle regioni del Centro-Nord si oscilla tra valori minimi attorno a 9 stranieri residenti ogni 100 abitanti di Liguria, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (le regioni più periferiche) e massimi di 12,1 dell’Emilia-Romagna e 11,5 della Lombardia.
Brescia, meta preferita dagli stranieri
L’immigrazione - è risaputo - si concentra particolarmente nelle grandi città. Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia.
Deve far riflettere che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti. Ancor più se si pensa che l’anima della graduatoria delle città con la più alta percentuale di stranieri sono proprio le città di 100-200 mila abitanti.
Al primo posto troviamo infatti Brescia col 18,6% di stranieri residenti, al terzo posto Prato (17,9%). Dopo Milano (18,6%), al secondo posto, per trovare una città di almeno 300 mila abitanti occorre scendere fino all’11° posizione, occupata da Torino (15,4%), seguita da Firenze (15,2%) e Bologna (15%).
Tra la 4° e la 10° posizione troviamo Piacenza, Reggio-Emilia, Vicenza, Bergamo, Padova, Parma e Modena. Dopo il terzetto composto da Torino, Firenze e Bologna, abbiamo ancora altre città della provincia italiana del Centro-Nord. Roma è soltanto 18°, addirittura 27° Genova.
La caratteristica diffusiva del modo italiano di incorporare l’immigrazione si conferma passando alle medio-piccole città italiane di 50-100 mila abitanti.
Meno rischio di enclave e ghetti
Analizzare la distribuzione degli stranieri all’interno delle città di Milano, Torino e Roma aiuta a fare comprende perché l'Italia è meno esposta al fenomeno della ghettizzazione.
A Roma la massima percentuale di immigrati si ha nel centro storico, e si tratta di immigrati dai paesi ricchi occidentali. Il 20 per cento di immigrati non si riscontra, invece, in alcun altro municipio romano.
A Milano la percentuale di stranieri supera il 20% nella zona 2 (28,1%) e nella zona 9 (23,2%), mentre a Torino la percentuale del 20% è superata nella circoscrizione 6 (23,2%) e nella circoscrizione 7 (21,4%). A Milano con la sola, peraltro blanda, eccezione degli stranieri filippini della zona 2, nessuna nazionalità vanta un numero di residenti che supera il 5% della popolazione delle zone.
A Torino è mediamente più forte la provenienza africana, che nella circoscrizione 6 arriva nel suo complesso all’8-9% della popolazione, ma dove la componente principale, quella che viene dal Marocco, è pari al 5% degli abitanti della zona.
In sostanza, l’analisi delle nazionalità degli stranieri nelle aree a maggior rischio delle grandi città italiane a più alta concentrazione di stranieri conferma che il carattere diffusivo dell’immigrazione in Italia spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane.
Sono proprio gli assetti economico-produttivi dell’Italia, la struttura e la localizzazione delle sue attività, aziende, imprese, vocazioni imprenditoriali a funzionare da elemento equilibratore di un’immigrazione che non si agglutina ma piuttosto si scioglie sul territorio, tra comuni e città, in qualche modo stemperandosi e meglio prestandosi all’integrazione.
Quanto contiamo noi Italiani.
| Diplomazia Ue Roma nella mappa del potere di Bruxelles Matteo Garnero 12/05/2016 |
A disegnarla è stata Politico Europe che ha mostrato come i risultati di tale indagine sono tendenzialmente in linea con il funzionamento della politica interna dell’Unione europea, Ue.
Germania, leader indiscusso
Le principali economie (ad esclusione della Spagna, ancora senza governo) ricoprono infatti un ruolo centrale.
Naturalmente, il leader indiscusso resta la Germania, mentre il ruolo della Gran Bretagna, pur restando in seconda posizione, rischia di venire ridimensionato a causa dell’accordo raggiunto con l’Ue e le prospettive di Brexit.
La Francia conserva il proprio ruolo tradizionale al centro delle dinamiche europee grazie alla figura dell’ambasciatore Pierre Sellal che bilancia una leadership indebolita. Il sud Europa registra il posizionamento di due nuovi “pesi massimi”: l’Italia in quarta posizione e la Turchia in quinta.
Renzi e l’immagine italiana
L’Italia ha riscoperto il proprio ruolo di Paese fondatore grazie alle figura di Matteo Renzi, ritenuto più efficace degli altri leader della sinistra europea, incluso il Presidente francese François Hollande, sempre più in declino e in affanno.
Secondo la mappa di Politico, la nomina di Carlo Calenda come Rappresentante permanente a Bruxelles avvenuta a marzo 2016 avrebbe penalizzato l’Italia, mettendo in discussione il lavoro diplomatico della sede e facendo alzare qualche sopracciglio a causa della nomina di un non-diplomatico.
Tuttavia, è necessario precisare che la nomina di Calenda è coincisa con un periodo di distensione con le istituzioni europee, in un evidente cambio di marcia rispetto all’approccio assunto dal governo italiano alla fine dello scorso anno. L’incarico ora è traghettato nelle mani di Maurizio Massari, dal momento che Calenda è stato nominato nuovo Ministro per lo Sviluppo Economico.
La Turchia, dal canto suo, è stata in grado di rivitalizzare (almeno sulla carta) il processo di adesione all’Ue grazie al ruolo fondamentale da giocare nel pieno della crisi dei migranti. L’accordo raggiunto con l’Ue, infatti, potrebbe portare non solo all’apertura di nuovi capitoli, ma anche alla liberalizzazione dei visti entro l’estate di quest’anno.
Resta da vedere quale sia la capacità della Turchia di soddisfare i criteri previsti dall’Ue, soprattutto a fronte di numerose resistenze da parte europea, nel pieno di una transizione politica che vede l’uscita di scena del Primo Ministro Ahmet Davutoğlu e tenendo conto dell’espresso rifiuto di modificare la normativa turca in merito alla definizione di terrorismo.
Ci sono, tuttavia, alcune importanti precisazioni da fare in merito alla matrice sviluppata da Politico. In primo luogo, la metodologia con cui si è valutato il peso politico dei Paesi europei è lungi dall’essere scientifica e lascia spazio a valutazioni speculative, se non aneddotiche.
Pur tuttavia, il merito dello studio sta nell’aver avviato un dibattito in merito alla distribuzione di potere fra governo e rappresentanza diplomatica e, a cascata, come ciò si articola in sede europea. Pur non potendo vantare un solido rigore scientifico, il contributo prende atto della posizione di rilievo che diversi attori si sono potuti ritagliare con l’avvio della crisi economica dell’eurozona che ha man mano diviso l’Ue in blocchi minori.
Crisi migranti e tenuta dell’Ue
Tale posizione è determinata, più che da traiettorie strutturali che si sono consolidate nel tempo, da “fattori circostanziali” quale, da ultimo, la crisi dei migranti. Questa ha sicuramente dato maggior voce ai Paesi del Nord Europa, meta di destinazione della maggior parte dei migranti e rifugiati giunti nel continente, ma anche a quei Paesi Membri che si oppongono a meccanismi di ricollocazione solidale e la cui tenuta democratica è progressivamente messa in dubbio (Polonia e Ungheria).
Se, insomma, la maggior parte del peso politico è ancora nelle mani dei “Big Six” dell’Ue, il consolidamento dei movimenti populisti accompagnato da una crescita economica stagnante ha di fatto ridato maggior peso alle istanze nazionaliste in numerosi Paesi europei, a svantaggio di una coordinata azione europea.
Ciò ha portato alla nascita di blocchi e alleanze su temi quali la questione dei migranti e la politica economica, con il rischio di rompere progressivamente il filo che collega Bruxelles con le capitali europee.
Matteo Garnero è stagista dell’area Europa dello IAI.
lunedì 9 maggio 2016
Roma: un ruolo molto interessante
| Cina ed economia di mercato Italia, deus ex machina di un accordo Ue e Cina? Nicola Casarini 05/05/2016 |
Si tratta almeno del 1,4% sul totale delle importazioni europee dal gigante asiatico. Queste misure permettono alla Ue di proteggere alcuni settori industriali considerati strategici.
Se alla Cina verrà riconosciuta la Mes, sarà molto più difficile per la Ue attuare i dazi antidumping, anche se le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) prevedono comunque altre misure di difesa anti-sussidio – le cosiddette countervailing measures.
La decisione che dovrà prendere la Ue è sia economica, che politica. In gioco ci sono infatti le relazioni con la Cina, secondo partner commerciale dell’Europa (dopo gli Usa) e un investitore sempre più importante per il vecchio continente.
La rivalità con la Cina piace agli elettori Usa
Pechino sostiene che in base all’art. 15 (d) del protocollo di accesso all’Omc siglato a fine 2001, dopo il periodo transitorio di 15 anni i Paesi aderenti all’accordo devono riconoscere alla Cina lo status di Mes. Tra questi ci sono anche Ue e Stati Uniti anche se quest’ultimi hanno già fatto sapere che non concordano con questa interpretazione e pertanto non concederanno a Pechino la Mes alla fine di quest’anno.
Gli Usa si preparano in questo modo a uno scontro diretto con la Cina in seno all’Omc, consci che in caso di ripetute soccombenze di Washington davanti al tribunale d’appello dell’Omc, quest’ultimo autorizzerà Pechino a imporre sanzioni di vario tipo che penalizzino le esportazioni statunitensi.
L’approccio poco conciliante degli Usa deve molto alla campagna presidenziale in corso, che spinge i candidati a essere critici verso Pechino, una posizione gradita a molti elettori. Gli Usa hanno apertamente chiesto agli europei di seguirli sulla questione della Mes, altrimenti ci potrebbero essere rischi per il Ttip (il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). Gli europei rischiano però di pagare molto più caro degli Usa una posizione di antagonismo nei confronti di Pechino.
Mentre per Washington la Mes con la Cina fa parte di un gioco più ampio per ‘contenere’ il gigante asiatico e le sue mire espansionistiche, in particolare in Asia, un allineamento sulla posizione degli Usa rischia di far guadagnare poco agli europei, mentre farà sicuramente perdere all’Europa quell’attrattività che si è guadagnata negli anni agli occhi dei cinesi. Inoltre, sulla questione della Mes non c’è unanimità all’interno della Ue.
Europa divisa
La consultazione pubblica sulle conseguenze della Mes condotta dalla Commissione europea si è conclusa il 20 aprile. Al di la’ dei risultati, è poco probabile che cambi le posizioni dei partner europei, per ragioni sia ideologiche che strutturali.
A sostegno della Mes ci sono i paesi del nord Europa, capitanati dalla Gran Bretagna, ma anche l’Irlanda, l’Olanda, i paesi scandinavi e molte delle nazioni dell’Europa centro-orientale. Questi ultimi non hanno una grossa base industriale da difendere, mentre sono affamati di investimenti cinesi che arriveranno senz’altro a coloro che sostengono la Mes, come sottolineato dallo stesso presidente cinese.
Per quei Paesi del nord Europa che rischiano, invece, di vedere alcune industrie chiudere – come è il caso dell’acciaio inglese – qualche migliaio di posti di lavoro persi saranno compensati dai benefici di un legame sempre più stretto con Pechino, oltre a investimenti a pioggia e un ruolo di primo piano per la City di Londra, che contribuisce molto di più dell’industria al Pil inglese.
L’Italia è l’unico paese Ue che si è schierato apertamente contro la Mes alla Cina. Gli altri grandi paesi manifatturieri come Germania, Francia e Spagna hanno scelto una posizione attendista, consci delle ripercussioni su alcuni dei loro settori industriali se la Mes dovesse passare, ma anche attenti a non mettere a rischio le loro buone relazioni con Pechino.
Questi Paesi stanno considerando la possibilità di un compromesso sulla questione. La Germania, in particolare, sta valutando se affiancare a una eventuale decisione 'politica' di riconoscere alla Cina la Mes - cosa che permetterebbe al regime cinese di ‘salvare la faccia’ e all’Ue di ingraziarsi l’ala riformatrice del partito – il mantenimento di una serie di misure di difesa anti-sussidio, necessarie per proteggere quei settori industriali considerati strategici. In questo modo la Ue segnalerebbe che con l’avanzare delle riforme e l’apertura del mercato cinese, queste potrebbero essere gradualmente tolte.
Un ruolo per l’Italia
La soluzione del compromesso potrebbe essere anche nell' interesse dell'Italia. Se il governo di Matteo Renzi lo volesse, potrebbe rimescolare le carte al tavolo negoziale Ue e divenire il deus ex machina di un compromesso storico tra Ue e Cina.
*Parti di questo articolo sono stati pubblicati in precedenza sul Sole 24 Ore del 19 aprile 2016.
Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia allo IAI.
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