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martedì 20 settembre 2016

Bratislava: altre incognite

Unione europea
L’inutile strappo di Renzi a Bratislava
Riccardo Perissich
19/09/2016
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Ci sono casi in cui, quando la situazione è disperata, è difficile dire se non sia preferibile non fare nulla. Per esempio, a cosa serviva il vertice di Bratislava convocato per dare un senso all’Europa post Brexit? Anche un marziano sapeva che nessun governo è oggi pronto a dare a quella domanda una risposta convincente.

La riunione, che si è tenuta non a caso nella capitale della Slovacchia, aveva una sola ragion d’essere: affermare una sia pur fittizia unità a 27 di fronte alla sempre più evidente fronda dei Paesi del gruppo di Visegrad.

Essi vogliono essere rassicurati che non si farà nessuna concessione ai britannici sulla libera circolazione delle persone. D’altro canto, senza apparentemente vedere il paradosso, rifiutano solidarietà sulla crisi dei rifugiati, chiedono “meno Europa” e soprattutto “meno Bruxelles” e accentuano la deriva nazionalista e autoritaria al loro interno. Vista la loro posizione strategica, non è un problema che possiamo prendere alla leggera.

È facile dire che la risposta sta in un’Ue a cerchi concentrici; tuttavia se non sono chiare le caratteristiche del nucleo centrale, l’affermazione resta confinata al dibattito accademico.

I principali Paesi fondatori non sono ancora pronti a rispondere a questa domanda; non perché non siano coscienti che sia necessario, ma perché mancano ancora le basi di un accordo solido e duraturo e nessuno s’impegnerà in una discussione seria alla vigilia di una tornata elettorale che potrebbe cambiare radicalmente il profilo politico dell’Europa. Per il momento i governi sembrano ovunque paralizzati dall’offensiva di movimenti populisti profondamente diversi fra loro, ma accomunati dall’euroscetticismo.

Direttorio di Ventotene precocemente dissolto
In queste condizioni, per quale ragione la Germania, forse meno instabile e più attenta di altri alle questioni geopolitiche, dovrebbe provocare una crisi a oriente senza sapere se a occidente gli interlocutori fra un anno saranno affidabili?

A Bratislava la parola ventisette contava ancora più della parola unità. Era quindi normale che si dissolvessero sia l’effimera formazione mediterranea che si era riunita ad Atene, sia il “direttorio” di Ventotene. Per evitare il contagio del trauma di Brexit, la partita principale per l’Ue si gioca a est e il tema principale è quello degli immigrati più che l’economia.

Non è un caso che la Merkel subito dopo Ventotene si sia precipitata a Varsavia. È sorprendente che Renzi non abbia capito il copione del film al quale stava partecipando, come pure che abbia scoperto a Bratislava che mancava la parola Africa in un testo sicuramente discusso da parecchi giorni.

Il dibattito si sta avvitando, anche all’interno di molti Paesi, su due idee che rischiano di condurre allo stallo. La prima è che la prospettiva di un’Europa più sovranazionale è definitivamente tramontata.

La seconda, speculare alla prima, è che la ragione della crisi risiede invece nel fatto che si è abbandonata quella prospettiva in favore di un’Europa intergovernativa. Come se le cessioni o condivisioni di sovranità fossero un fine in sé e non valessero in funzione delle cose da fare insieme.

Costretti a navigare a vista
Facendo uno strano amalgama fra Monnet e Spinelli, si dimentica infatti che l’Ue non è una federazione; tutti i poteri attribuiti alle istituzioni derivano dai governi e nulla di concreto può succedere se non c’è un accordo fra di essi sugli obiettivi e sui principi che devono guidare le politiche comuni. Il potere d’iniziativa della Commissione può essere a volte risolutivo, ma solo se esiste già una predisposizione all’accordo almeno fra i governi principali.

Molto dipende anche dall’autorevolezza della Commissione: c’è stata quella di Delors e quella di Barroso. Ciò è tanto più vero quando, come ora, i problemi da affrontare toccano da vicino il cuore della sovranità nazionale e in un certo senso navighiamo in terra incognita.

Da questo punto di vista, l’Ue è ancora strutturalmente intergovernativa. È anche vero, come ripetono in molti, che l’opinione pubblica, sottoposta da anni a una sistematica denigrazione di “Bruxelles”, ha un’istintiva riluttanza a trasferire nuovi poteri alle istituzioni; se leggiamo attentamente i sondaggi, vediamo però che la disaffezione verso l’Ue è dovuta a una moltitudine di ragioni fra cui primeggia la mancanza di risultati concreti delle decisioni che vengono annunciate con gran fracasso.

La storia degli ultimi sessant’anni ci dice peraltro che nessun accordo può produrre effetti duraturi se la sua gestione non è affidata a istituzioni comuni. La crisi attuale, con il contrasto fra l’efficacia dell’azione della Banca centrale europea e le insufficienze dell’azione dei governi lo dimostra in modo drammatico.

Il continuo riferimento alla difficoltà politica di trasferire poteri al centro, è quasi sempre un argomento pretestuoso che maschera l’incapacità di mettersi d’accordo su cosa fare, come e con chi.

La distinzione fra metodo intergovernativo e sovranazionale è quindi buona per dibattiti accademici, ma nella realtà le due cose sono complementari. Il primo è la premessa perché il secondo abbia senso; il secondo è la condizione perché i risultati auspicati siano raggiunti.

Altrettanto fallace è la diffusa convinzione che l’Ue abbia conosciuto un’epoca d’oro della sovranazionalità; basterebbero i nomi di De Gaulle e Thatcher per ricordare che i governi sono sempre stati riluttanti ad attribuire poteri alle istituzioni e l’Europa si è mossa fra i due approcci in un continuo movimento pendolare.

Per il momento dobbiamo accettare di essere obbligati a navigare a vista, nella speranza che gli avvenimenti ce ne diano la possibilità.

D’altro canto è vero, come ha ricordato Juncker, che l’Ue vive una crisi esistenziale e ha bisogno di una nuova visione convincente; non è più sufficiente difenderla con gli argomenti del secolo scorso, o con la paura della catastrofe che ci aspetterebbe in caso di dissoluzione. Né si può costruire consenso su una nuova visione denigrando l’Europa che esiste o con lo stucchevole riferimento alla tecnocrazia.

Bisogno italiano per la coppia franco tedesca
Quando, dopo il ciclo elettorale e nella speranza che non abbia provocato disastri irreparabili, sarà possibile riprendere un dialogo impegnativo, alcune idee dovranno già essere state discusse, di preferenza fuori dal circuito mediatico.

Molte sono già sul tavolo, alcune di esse italiane. Renzi fa bene a difenderle; tuttavia lo strappo di Bratislava non gli sarà utile. Come pure basta una fuggevole occhiata al calendario per capire che sarebbe un errore caricare di eccessive aspettative la celebrazione dei trattati di Roma prevista nella capitale italiana per la prossima primavera. La pazienza pagherà più dell’irruenza.

L’Italia non ha bisogno di farsi avanti a gomitate; tutti sanno che accanto alla sempre indispensabile coppia franco-tedesca c’è bisogno anche di noi.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.

domenica 18 settembre 2016

UE: alla ricerca di una soluzione

Unione europea
Ue: come non farci governare dalle crisi
Nicoletta Pirozzi, Piero Tortola, Lorenzo Vai
14/09/2016
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Fare luce sui problemi politico-istituzionali del processo decisionale dell’Unione europea, Ue. È questo l’obiettivo diGoverning Europe, il progetto lanciato un anno fa dall’Istituto Affari Internazionali, Iai, e il Centro Studi sul Federalismo, Csf, dopo una riflessione sulle diverse crisi (economica, migratoria, di sicurezza e di consenso) che attanagliano l’Unione e svelano i limiti del suo sistema di governo, caratterizzato - nel bene e nel male - da un’architettura istituzionale unica al mondo.

L’assenza o il ritardo di risposte politiche europee, e la loro inadeguatezza di fronte alle sfide poste dai tempi nascono spesso da un’insufficiente volontà politica dei governi nazionali, alla quale si affiancano però numerose deficienze strutturali, non di rado generate da compromessi al ribasso tra i Paesi membri.

Un circolo vizioso da cui è possibile uscire solo attraverso dei cambiamenti politico-istituzionali che tengano conto dell’alto livello di complessità ed interconnessione a cui è giunto il processo di integrazione europea. Governing Europe ha così prodotto unostudio finale che avanza una serie di proposte tese a rendere le decisioni prese dall’Ue più efficienti e democratiche.

Una nuova narrazione per una politica europea virtuosa
Perché gli Stati europei hanno deciso di unirsi, rinunciare a pezzi di sovranità e condividere spazi politici e decisionali? Le ragioni sono cambiate negli anni, e il grado di complessità raggiunto oggi dall’Ue ha reso più difficile illustrarle ai cittadini.

Nel tempo le istituzioni europee hanno provato a rilanciare un nuovo discorso sull’Europa, ma senza grandi successi. Il risultato è stato quello di lasciare terreno ai movimenti euroscettici e ai loro racconti. In questa situazione, le istituzioni dell’Ue dovrebbero lavorare per imbastire una nuova narrazione politica, fondata sui suoi successi passati, e sulle opportunità future, in quattro ambiti: pace e sicurezza; democrazia e libertà; competitività e crescita sostenibile; welfare e giustizia sociale. Lo scopo di queste tematiche non dovrà essere solo quello di “aprire” l’Ue all’opinione pubblica, ma altresì indirizzarne i programmi politici negli anni a venire.

Negli ultimi anni la politicizzazione delle questioni europee è stata interpretata (specialmente dalle forze politiche tradizionali) soprattutto come una minaccia. L’arrivo delle crisi e l’incapacità dell’Ue di offrire risposte politiche tempestive hanno aperto la porta a movimenti euroscettici, populisti e nazionalisti, uniti nell’attaccare la mancanza di legittimità democratica della tecnocrazia di Bruxelles.

La politicizzazione può e deve, però, trasformarsi in un’opportunità per avvicinare i cittadini europei al processo d’integrazione, rendendoli più partecipi sia dello sviluppo di un senso di comunità che della competizione politica.

Avvicinare i cittadini all’Ue non è semplice perché essa stessa è oltremodo complessa. Una semplificazione della sua architettura istituzionale (e soprattutto dei suoi meccanismi di rappresentanza democratica) e una più facile comprensione dei benefici generati dalla sua legislazione sono due aspetti sui quali i decisori pubblici devono investire.

Integrazione differenziata per scongiurare la disintegrazione
L’Ue è “unita nella diversità”, ma il suo accresciuto livello di eterogeneità (soprattutto dopo l’allargamento del 2004-07) ha dato vita a numerose richieste di differenziazione che rischiano di mettere in discussione la sua tenuta. Come insegna la Brexit, è ormai necessario che l’Unione si doti di un modello di integrazione differenziata chiaro e formalizzato, in grado di soddisfare in tempo le richieste di “diversità” da parte di alcuni Stati membri, salvaguardando al contempo i suoi valori e principi fondamentali.

Uno schema, questo, a cui dovrebbe fare da contraltare un sistema a sostegno “dell’unità”, che permetta a un nucleo centrale di Stati di aumentare il loro livello di integrazione attraverso cooperazioni rafforzate in ambiti tematici (es. sicurezza e difesa) e istituzionali (es. Eurozona).

L’intero processo di integrazione potrebbe risentire anche dall’eventuale fallimento dell’eurozona. Per questa ragione è necessario agire in quattro aree fondamentali per rafforzare la sua governabilità e resilienza rispetto alle crisi: politiche fiscali integrate; convergenza delle politiche economiche; strumenti di condivisione del rischio; legittimità democratica.

Il completamento dell’unione bancaria, la riforma e la comunitarizzazione del Meccanismo europeo di stabilità, l’istituzione di un ministero del tesoro dotato di poteri esecutivi e fiscali, un maggior coinvolgimento del Parlamento europeo nei processi decisionali sono alcune delle proposte avanzate per rendere le politiche europee nei paesi dell’Eurozona più efficienti e democratiche.

Un’Unione più sociale e globale
La crisi economica ha ampliato le diseguaglianze tra i cittadini dell’Ue, minacciando la sostenibilità dell’intero progetto europeo e aprendo nuove fratture sociali e politiche sia tra gli Stati che al loro interno.

Le ricette economiche “ordoliberali” si sono dimostrate incapaci di rilanciare la crescita, ragion per cui all’Ue viene richiesta l’adozione di un nuovo paradigma economico che riporti al centro dell’agenda europea programmi pubblici in materia di investimenti e politiche sociali.

In tal senso il Piano Juncker è stato un buon inizio, ma va attuato in pieno, potenziato e affiancato a nuove iniziative. All’Ue dovrebbero spettare maggiori responsabilità nella promozione di diritti quali l’occupazione, soprattutto giovanile, l’educazione, la salute e la casa, in modo da sopperire alla mancanze dei governi nazionali laddove si presentino.

Il ruolo dell’Ue sulla scena internazionale non è mai stato adeguato al suo peso economico-commerciale e al suo potenziale diplomatico. Le motivazioni di questo squilibrio sono svariate e in buona parte riconducibili all’incoerenza dell’architettura istituzionale dell’Unione.

Quest'ultima è stata parzialmente mitigata con le innovazione introdotte dal Trattato di Lisbona, innovazioni che, se sfruttate appieno, potrebbero aiutare l’Ue a perseguire le priorità che si è data nella sua Global Strategy, presentata dall’Alto Rappresentante lo scorso giugno.

Se una semplificazione dei processi decisionali della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) richiederebbe una riforma dei Trattati, più facile è immaginare nel breve termine il lancio di una cooperazione strutturata permanente tra Stati desiderosi di avanzare la loro integrazione nei settori della politica di difesa, insieme al rafforzamento delle capacità d’intervento al di fuori dei confini dell’Ue.

Il 2017, anniversario della firma dei Trattati di Roma, potrebbe costituire l’occasione di un vero rilancio dell’Ue, che parta dall’Italia e si fondi su un’agenda capace di riportare le ambizioni dell'integrazione europea all’altezza delle sue potenzialità.

Nicoletta Pirozzi è responsabile di ricerca presso lo IAI. Piero Tortola è un ricercatore dell'Università di Milano e dirige l'osservatorio EuVisions (www.euvisions.eu). Lorenzo Vai è ricercatore dello IAI e del Centro Studi sul Federalismo.

mercoledì 14 settembre 2016

Brexit: le conseguenze e L'Italia

Ue/Italia
Brexit: le teste che non cadranno
Giampiero Gramaglia
04/09/2016
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Un’ecatombe! Pareva dovesse essere un’ecatombe! E invece sono rimasti tutti al loro posto e, probabilmente, continueranno a restarvi. ‘Ercolini sempreinpiedi’ dell’Unione? Manco tanto, perché a buttarli giù nessuno ci ha davvero provato.

A conti fatti, fra i pezzi da novanta dell’Ue la Brexit ha finora fatto un’unica vittima: il sì britannico a uscire dall’Unione europea, Ue, ha indotto a dimettersi Jonathan Hill, già responsabile dei Servizi finanziari nell’Esecutivo comunitario.

Al suo posto, perché un commissario britannico v’ha da essere, fin quando il Regno Unito non sarà proprio fuori dall’Ue - e la Commissione Juncker sarà nel frattempo giunta a fine mandato -, ecco sir Julian King, sorta di commissario dimezzato: è responsabile della sicurezza dell’Unione (il che suona bene, ma suona pure vuoto, perché la sicurezza è responsabilità degli Stati); e deve agire “sotto la guida” del vice-presidente vicario Frans Timmermans e “a supporto” del commissario all’Immigrazione e agli Affari interni Dimitris Avramopoulos. “Un commissario junior”, come l’ha definito senza cortesie diplomatiche il presidente della Commissione Esteri del Parlamento europeo Elmar Brok.

L’esito del referendum ha invece riportato in primo piano sullo scacchiere europeo Michel Barnier, ex ministro degli Esteri francese - solo per dirne una - ed ex uomo forte al Mercato interno durante la Commissione Barroso, nominato capo negoziatore per l’Esecutivo comunitario.

Barnier, ovviamente, entrerà in scena all’avvio della trattativa, quando Theresa May, premier britannica, farà scattare il negoziato per l’uscita dall’Ue, come previsto dall’articolo 50 del Trattato. Prima, nulla si muoverà; forse, perché una teoria in voga a Bruxelles è che i britannici apriranno la trattativa solo quando avranno già avuto assicurazioni su dove si andrà a parare.

Lo stormire di foglie della stampa tedesca
A innescare l’ipotesi di sommovimenti nelle Istituzioni comunitarie era stata la stampa tedesca: ennesima dimostrazione della sudditanza psicologica dalla Germania dell’Europa tutta. La Faz e poi Die Welt avevano giudicato “inadeguato” il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che pure era stato voluto a quel posto in primis dalla Cancelliera Merkel.

E siccome, a fine anno, ci sarà da rinnovare il mandato del presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, che è nell’infelice posizione di non essere in sintonia con il suo governo, e neppure con i Grandi dell’Unione, e del Parlamento europeo, dove il tedesco Martin Schulz giunge al termine del suo secondo mandato, erano subito partite voci d’ogni genere: fra le più accreditate, una prevedeva Schulz al posto di Juncker - e del resto Schulz era il candidato socialista a quel posto, nel 2014.

Il ‘valzer delle poltrone’ non è neppure durato il tempo di un’estate bruxellese, che spesso coincide con una settimana di luglio. Juncker ha chiarito di non avere intenzione di dimettersi; alcuni governi gli hanno offerto un sostegno non entusiastico, ma solido, magari per assenza di alternative (per Sandro Gozi, sottosegretario italiano agli Affari europei, Juncker “va sostenuto, non attaccato”) e popolari e socialisti al parlamento europeo si sono messi a lavorare all’ipotesi di una conferma di Shulz alla guida dell’Assemblea - soluzione avallata dallo stesso Juncker.

Insomma, la Brexit non sconquassa gli organigrammi istituzionali; e neppure i calendari, tranne che la Gran Bretagna esce dalla rotazione delle presidenze di turno del Consiglio dell’Unione - funzione che doveva assumere il 1° luglio 2017, quando, presumibilmente, il negoziato per l’uscita sarà stato almeno avviato.

Il vuoto sarà riempito dal Belgio, Paese di sicura militanza ed esperienza europee, che non suscita né gelosie né sospetti e i cui costi d’esercizio si riducono al minimo: Bruxelles ha avuto la presidenza di turno semestrale per l’ultima volta nel 2010, quando seppe condurla senza inconvenienti nonostante il governo gestisse solo gli affari correnti, nella più lunga crisi politica di una democrazia occidentale dei tempi moderni, ben 535 giorni.

Il giro di valzer italiano tra politica e diplomazia
Il rientro dalle vacanze europee non è dunque contrassegnato da volti nuovi. Uno dei pochi può ancora essere considerato il rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, ambasciatore Maurizio Massari, che ha assunto l’incarico il primo giugno e che ha quindi giusto esaurito quelli che erano i tre mesi del tradizionale rodaggio.

Diplomatico di grande esperienza, abituato alle sedi importanti e difficili - è stato a Mosca ed a Washington e, come ultimo incarico, era ambasciatore al Cairo nei giorni drammatici e non superati dell’omicidio Regeni. Buon conoscitore dei media, Massari è stato capo del servizio stampa e informazione e portavoce del ministro. Arrivando a Bruxelles, ha sanato l’anomalia creatasi, a gennaio, con la nomina di un politico, e non di un diplomatico, a rappresentante dell’Italia presso l’Ue - era quasi mezzo secolo che l’Italia non ricorreva più ad ambasciatori politici.

Quando Carlo Calenda prese il posto di un eccellente ambasciatore e profondo conoscitore dell’Ue, Stefano Sannino, lo scossone fu forte: più alla Farnesina che al Berlaymont, a dire il vero. La scelta dell’allora vice-ministro allo Sviluppo economico fu - scrisse Stefano Feltri, un giornalista che segue bene le vicende europee - “una mossa drastica del governo italiano per dare all’Esecutivo Juncker un interlocutore con forte legittimità politica, nel momento del massimo scontro tra Italia e Bruxelles”.

E poco importa che quella stagione di pugni sul tavolo e di voci grosse, in cui Juncker era “un burocrate”, fosse ad uso e consumo dell’opinione pubblica interna: prova ne sia il fatto che, oggi, il ‘burocrate’ “va sostenuto, non attaccato”.

A sanare l’anomalia è poi venuto, nel giro di quattro mesi, il richiamo di Calenda a Roma come ministro dello Sviluppo, poco dopo la pubblicazione delle ‘previsioni economiche di primavera’ della Commissione, che avevano sancito una tregua di almeno sei mesi tra Italia e Bruxelles in tema di conti pubblici. La memoria corta della stampa italiana era un colpo di spugna alle contraddizioni tra le decisioni di gennaio e di maggio.

In tre mesi, Calenda, fama di decisionista, s’era accreditato come l’unico titolato a parlare a nome del governo italiano, garante degli impegni di Roma verso una Commissione tradizionalmente diffidente nei confronti dell’Italia e non rasserenata dalle sceneggiate renziane. Ma non aveva certo potuto risolvere i problemi che, ora, aggravati dal peggioramento della situazione economica e pure dal terremoto, l’ambasciatore Massari si trova sulla scrivania.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

venerdì 2 settembre 2016

Italia: verso nuovi ruoli in Europa

Politica estera italiana
Dopo Brexit l’Italia pesa di più
Matteo Brunelli
27/08/2016
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La Brexit è la più grande sfida per l'Unione europea, Ue, dalla caduta del muro di Berlino. Il 23 giugno 2016 segna l'inizio di un importante spostamento negli equilibri di forza non solo in Europa, ma anche nella più ampia regione euro-atlantica. L'uscita del Regno Unito dai processi decisionali della Ue crea un vuoto di potere significativo all’interno del blocco, ma anche opportunità per l’Italia.

Un vuoto da riempire
Il concetto di equilibrio di potere ha a che fare con la distribuzione di forze e risorse nelle relazioni internazionali. Nell’Ue, che è a sua volta un sistema regionale di equilibri di potere, l’Italia è stata storicamente considerata come fuori dall’influente ed esclusivo club composto da Germania, Francia e Regno Unito.

Questi tre Paesi hanno avuto un ruolo fondamentale nel dare forma e direzione all’’integrazione europea, sebbene in modo diverso (il polo franco-tedesco come motore dell’integrazione, quello britannico come freno). Con il Regno Unito avviato verso la porta d’uscita, ora l'Italia, in futuro la terza economia dell’Ue, ha l’opportunità di rafforzare il suo status e la sua influenza in seno all’Ue.

Questo certamente non vuol dire che l'Italia può sostituire il Regno Unito a tutti gli effetti. In realtà, la Brexit rischia di provocare una perdita complessiva di potenza in tutti gli stati membri dell'Ue e di indebolire l’ordine liberale occidentale nel quale l'Ue è profondamente radicata.

Da questo punto di vista, l’Italia non è in nessun modo avvantaggiata. La Brexit, infatti, si aggiunge alla serie di crisi che l’Ue deve affrontare, tra cui la mancata ripresa economica, il terrorismo, l’incremento dei flussi migratori ed il revisionismo russo in Europa orientale.

La Brexit acuisce tutti questi elementi di crisi, visto che può determinare un indebolimento della posizione comune europea verso la Russia e dare nuova vita ai timori sulla tenuta del sistema finanziario dell’eurozona, mettendo ulteriore pressione sul già precario sistema bancario italiano.

Vincitori e sconfitti nell’Europa post-Brexit
Tuttavia, analizzando le dinamiche intra-Ue in termini di relativa perdita di potere si possono distinguere vincitori e sconfitti nell’Europa post-Brexit. Gli sconfitti sono soprattutto gli stati dell'Europa orientale, in particolare le repubbliche baltiche e la Polonia, che condividono con il Regno Unito un orientamento fortemente atlantico e un approccio più intransigente nei confronti della Russia.

Altri stati che perdono un alleato importante con la Brexit sono quelli economicamente più liberali come i Paesi Bassi, la Finlandia e soprattutto l'Irlanda (a causa dei suoi forti legami commerciali). Infine, Svezia e Danimarca ora si trovano senza un importante alleato con cui condividono un certo scetticismo verso gli slanci integrazionisti di altri stati membri.

Francia e Germania sono invece nel campo dei vincitori. La Francia diverrà la principale potenza militare dell'Ue, il solo stato membro con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza Onu e l'unico paese dell’Unione con un deterrente nucleare indipendente.

Tuttavia lo spostamento dell’equilibrio di potere intra-Ue provocato dalla Brexit premia soprattutto la Germania. Berlino vedrà la sua posizione di leadership nelle istituzioni europee e il suo ruolo di prima potenza economica ulteriormente rafforzati.

Francoforte può diventare il più importante centro finanziario continentale e Berlino il leader delle start-up tecnologiche. La Brexit potrebbe anche spingere il governo federale ad incrementare le spese per la difesa. Non c’è dubbio che la Brexit darà alla Germania l’opportunità di consolidare il suo ruolo d’interlocutore primario degli Stati Uniti su tutte le principali questioni europee.

Italia, ago della bilancia tra Germania e Francia
Anche per l'Italia, che diventerà la terza economia dell’Ue,si presentano diverse opportunità. La Brexit ne aumenta infatti l’importanza sistemica in seno all’Ue, dal momento che l’Italia potrebbe svolgere un ruolo di bilanciamento sia tra la Francia e la Germania sia tra il duopolio franco-tedesco e gli altri stati membri.

In questo specifico frangente, Roma può usare la sua posizione di terza potenza per cercare di limitare al minimo il rischio che il rafforzamento del direttorio franco-tedesco finisca per dominare l’Ue, alleandosi con altri stati membri come la Polonia e la Spagna.

La Brexit ha messo in luce che sono necessarie riforme rilevanti del modello Ue, soprattutto per quanto riguarda la politica economica e la gestione della questione migratoria. L'Italia è ben posizionata per poter svolgere un ruolo chiave in entrambi i casi.

Né l’economia italiana né quella francese sono in buone condizioni di salute, il che diminuisce l’autorità di Roma e Parigi nella governance dell’eurozona. Ma se dovessero unire le forze, Italia e Francia avrebbero maggiori possibilità di contrastare la linea tedesca improntata al rigore fiscale e favorire invece politiche di crescita.

In materia di immigrazione, invece, l’Italia ha proprio nella Germania, favorevole ad un approccio europeo al problema, il più prezioso alleato potenziale. Il Migration Compact - un insieme di regole volte a migliorare il controllo delle frontiere e la gestione dei flussi migratori su base europea - è una buona base su cui il governo italiano può imbastire un dialogo diretto con quello tedesco.

La Brexit aumenta infine il peso specifico dell’Italia in materia di politica estera. L'Italia è storicamente un paese filo-americano. Deve quindi cercare di diventare un interlocutore primario degli Stati Uniti per quanto riguarda le questioni europee. Anche in campo militare, l'Italia è ben posizionata per aumentare la sua influenza: insieme alla Francia ha ora la Marina più grande d’Europa che sarà sempre più importante vista l'instabilità nel vicino bacino meridionale.

Per quanto i rischi e i costi associati alla Brexit siano rilevanti, e in alcuni casi inevitabili, l’uscita del Regno Unito dall’Ue rappresenta per l'Italia anche un importante opportunità per aumentare la sua influenza e prestigio in seno all’Unione.

Matteo Brunelli, Oxford European Affairs Society, Istituto Affari Internazionali.

UE: i problemi da discutere e chiarire

Unione europea
Tutti a Bratislava, ma senza lo spirito giusto
Gianni Bonvicini
13/09/2016
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Milleduecento giornalisti accreditati e tv da tutta Europa, e non solo, stanno per assediare il castello di Bratislava. L’attesa c’è, ma la sostanza sembra di là da venire. Di cosa si vuole discutere il 16 nel primo vertice informale a 27 dopo il risultato negativo del referendum inglese?

Tutti o quasi negano che si parlerà di Brexit. Ma la realtà è che l’ombra dell’Inghilterra condizionerà, molto di più di quanto avveniva prima, il dibattito europeo poiché lo strappo di Londra è avvenuto su un tema, l’immigrazione, su cui tutti si stanno oggi confrontando.

Già la mossa del governo di Sua Maestà di erigere un bel muro a Calais (con l’ovvio sostegno e accordo di Parigi) fa comprendere come i cattivi esempi continuino a influenzare le opinioni pubbliche europee. Ed in effetti tutti oggi guardano con preoccupazione un po’ più in là, al 2 ottobre e 4 dicembre, quando ungheresi e austriaci rispettivamente saranno chiamati alle urne.

Austria e Ungheria al voto
Il 2 ottobre a Budapest si terrà il referendum sul rifiuto del sistema delle quote di rifugiati proposto dalla Commissione. Fatto che in realtà nasconde un’insidia ben più grande: quella di respingere in toto il metodo comunitario di voto a maggioranza nel Consiglio dei ministri e dell’approvazione del Parlamento europeo, che con questa procedura democratica avevano varato l’iniziativa della Commissione, che oggi Budapest vuole respingere. E c’è da scommettere che i risultati daranno ragione al razzista Viktor Orban

In Austria, dove il voto previsto per il 2 ottobre è stato posticipato al 4 dicembre, si rigioca la partita presidenziale e i sondaggi danno fino ad oggi in testa un altro dichiarato razzista, Norbert Hofer. Aggiungiamo a questo clima la sconfitta di Angela Merkel nel Mecklenburg ad opera degli ancora-più-razzisti rappresentanti di Alleanza per la Germania e il quadro che ne risulta è quanto di più preoccupante si possa immaginare. L’anima dell’Europa sta perdendosi proprio nel suo cuore e solo un soprassalto di rinnovato impegno per l’Unione può bloccare la frana.

Nessuna proposta di rafforzamento post-Brexit
Ma a Bratislava si arriva con lo spirito giusto? C’è da dubitarne. Nessuno, neppure la Germania, se la sente di avanzare grandi disegni. Nessuna proposta istituzionale di rafforzamento dell’Unione in risposta alla Brexit sembra farsi strada, anche se diversicentri di studio europei, fra cui lo IAI in cooperazione con il CSF hanno diligentemente sfornato idee e proposte concrete sui nodi politico-istituzionali da affrontare.

Neppure l’iniziativa italiana di riattribuire una responsabilità primaria ai Sei fondatori sembra avere la forza di concretizzarsi. Né le simbologie renziane di ridare anima all’Unione con il varo del progetto Ventotene riescono per ora ad andare al di là delle buone intenzioni.

Se questa è la situazione reale nell’Europa dei 27, a Bratislava ci si muoverà con enorme prudenza e solo su argomenti che possano mettere d’accordo tutti, almeno a parole. Poiché nelle preoccupazioni dei cittadini i temi prioritari sono immigrazione e terrorismo, con qualche accenno anche all’incertezza economica, la questione sul tappeto è quella della sicurezza. O meglio, per usare le parole del Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, la responsabilità dell’Ue è di “protezione” dei propri cittadini. Discorso che non fa una piega, sempre che poi ci siano anche proposte concrete sul tappeto.

Sicurezza dalle immigrazioni e lotta al terrorismo
Quale sicurezza dunque? In questi giorni si parla del piano franco-tedesco nel campo della difesa, volto ad avviare una specie di cooperazione strutturata permanente, come previsto dal Trattato di Lisbona (art. 42 e 46). Si propone addirittura la creazione di un quartiere generale comune, tema che fino a qualche tempo fa era assolutamente da evitare, per il coordinamento delle missioni ed iniziative dell’Ue.

Emerge quindi l’idea di una specie di “Schengen della Difesa” come proposto anche dai nostri ministri degli Esteri e Difesa, Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti, qualche mese fa. Un gruppo di paesi “willing and able”, che si assumerebbero il compito di agire da avanguardia, lasciando il tempo agli incerti di aderire o meno a questo primo nucleo.

Apparentemente la proposta potrebbe interessare anche i paesi dell’Est Europa che su tutto il resto, immigrazioni e poteri di Bruxelles, sono invece sulla difensiva. Tuttavia sullo sfondo rimane la loro scarsa fiducia sulla credibilità dei progetti europei di difesa, in un momento in cui si sentono più che mai esposti di fronte al risveglio dell’Orso russo.

La loro propensione va ancora alla Nato, più attrezzata e impegnata a creare strutture in funzione antirussa. Bisognerà quindi vedere quale è la reale volontà di Francia e Germania di portare avanti con determinazione questo ennesimo progetto di difesa europea.

Tutti sembrano infatti rendersi conto, anche ad est, che il futuro della la Nato non è per nulla sicuro, soprattutto nel caso di vittoria di Donald Trump che già dichiara di volersene disinteressare e che strizza l’occhio a Putin. Se quindi la difesa comune sarà in ogni caso sul tavolo, bisognerà in seguito valutare se anche questo piano non sia destinato ad essere presto accantonato come è successo troppe volte in passato.

Vi sono poi altri aspetti sul tema della sicurezza. Sicurezza dalle immigrazioni, in primo luogo. Le proposte già ci sono: costituire una forza di frontiera comune, ma da schierare dove? Sui confini dell’Ue si dice. Ma come si difendono i confini di Grecia e Italia?

L’esperienza ci ha fatto comprendere che l’immigrazione si blocca portando la frontiera nei Paesi di transito o origine. È stato così nel ‘98 con l’Albania, quando l’Ue sotto guida italiana, ha occupato i porti di quel Paese. Succede oggi con la Turchia che trattiene i rifugiati all’interno del proprio territorio.

Ma che cosa si fa con la Libia? L’operazione Sophia giunta alla sua seconda fase non ha dato certo risposte soddisfacenti. Finché non si potranno occupare le coste libiche da cui partono i disperati, essa sembra più una missione di salvataggio che di distruzione delle reti di trafficanti.

L’altra preoccupazione riguarda la lotta al terrorismo. Si parla da decenni di intelligenceeuropea, di Europol più efficace e di uso coordinato degli strumenti, anche informatici, di contrasto al terrorismo. Ma anche se ciò si realizzasse (e vi è da dubitarne) bisognerebbe dare vita anche ad un’unica procura europea, a mandati di cattura comuni e ad estradizioni immediate. Di là da venire.

Per di più il terrorismo, soprattutto quello a carattere territoriale dell’autoproclamatosi “stato islamico”, si combatte anche con strumenti di proiezione militare al di fuori dei confini dell’Ue. Inutile illudersi che ad operare in questa direzione siano sempre e quasi solo gli Usa. L’Ue deve assumersi responsabilità dirette e comuni e non attraverso i singoli Paesi (sempre i soliti).

Si dice che Bratislava sarà solo l’inizio di una road map che attraverso Malta, in febbraio, ci porterà a Roma nel marzo del prossimo anno alle celebrazioni per il 60° dei Trattati. Ecco, vorremmo augurarci che non si trattasse solo di celebrazioni, ma di atti concreti. Le celebrazioni sono troppo spesso dedicate ai morti!

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.

mercoledì 31 agosto 2016

Il referendum costituzionale: nodo chiave.

Referendum di ottobre
Riforma costituzionale e Ue, i conti non tornano
Alessandra Mignolli
27/07/2016
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Il dibattito in corso sulla legge di riforma costituzionale ha finora lasciato in ombra alcuni profili la cui problematicità risulta evidente se si legge il testo alla luce dell’esperienza costituzionale dell’Unione europea, Ue.

Risultano problematici, infatti, sia il ruolo del nuovo Senato, in relazione alla sua composizione e legittimazione, sia l’abolizione del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), la cui esistenza, invece, è funzionale al lavoro del Comitato economico e sociale europeo (Cese).

Il futuro Senato
Il Senato, di cui al nuovo art. 57 Cost., presenta evidenti elementi di somiglianza con la composizione del Comitato delle Regioni dell’Unione. Quest’ultimo è composto da 350 membri in rappresentanza delle collettività regionali e locali dei 28 Stati dell’Unione.

Ne sono membri, ad esempio, per l’Italia gran parte dei presidenti di Regione, insieme a consiglieri regionali, sindaci, ecc. Analogamente, il nuovo Senato è espressione delle istanze regionali e locali, e realizza una rappresentanza indiretta, in quanto i senatori - consiglieri regionali e sindaci titolari di un mandato elettivo a livello regionale o locale - sono nominati dai vari consigli regionali.

Secondo l’art. 55, 5° comma, Cost., il futuro Senato, oltre a generiche funzioni di raccordo tra lo Stato e gli enti territoriali e tra lo Stato e l’Unione europea, non solo sarà chiamato a partecipare all’elezione di fondamentali e delicate figure istituzionali dello Stato, come il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali, ma eserciterà anche una funzione legislativa, in settori limitati ma importanti, in piena parità con la Camera, mentre per altri settori potrà proporre modificazioni, esercitando quindi una funzione consultiva.

Ai sensi del nuovo art. 70 Cost., infatti, esso concorrerà su base paritaria con la Camera a legiferare su materie, quali le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, le leggi che regolano specifiche materie, tra cui la partecipazione dell’Italia alla formazione e attuazione delle normative e delle politiche dell’Unione europea, le leggi che regolano le autonomie regionali e locali, e le leggi di ratifica di trattati internazionali relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea.

Il Comitato delle regioni dell’Ue
Il Comitato delle Regioni dell’Ue (Cdr) dispone invece di poteri incisivi e trasversali, ma consultivi e limitati sotto il profilo decisionale. Si tratta di poteri volti a sviluppare la democrazia partecipativa europea attraverso il coinvolgimento delle istanze regionali e locali nel processo di formazione delle norme, e a rafforzare il controllo da parte dei più diretti interessati - le comunità territoriali - sul rispetto del principio di sussidiarietà nell’adozione degli atti legislativi dell’Unione.

Il Cdr elabora pareri - obbligatori ma non vincolanti - su tutti gli atti normativi relativi a materie di interesse regionale (per esempio in tema di trasporti, navigazione marittima e aerea, occupazione, sicurezza del lavoro, ecc.); può essere consultato dalle istituzioni ogniqualvolta lo ritengano opportuno o può esprimere pareri di propria iniziativa.

In sostanza, il Cdr non possiede mai poteri decisionali o legislativi. Il parere da esso espresso, infatti, pur facendo parte del processo legislativo, non è mai vincolante. I poteri e le funzioni di cui dispone, insomma, sono coerenti sia al perseguimento dei fini per cui il Cdr è stato creato e degli interessi che esso rappresenta, sia rispetto alla limitata legittimazione democratica di cui dispone.

Tale coerenza non si riscontra nella disciplina del Senato configurato dalla legge di riforma costituzionale. In primo luogo perché, in linea generale, nessun organo con una legittimazione democratica e una rappresentatività così limitate e poco omogenee dovrebbe essere titolare di potere legislativo. In secondo luogo perché non tutte le materie per le quali tale potere è previsto dalla legge di riforma sono coerenti con gli interessi rappresentati dal nuovo Senato.

Infine, è evidente che un Senato che si propone di rappresentare gli interessi regionali e locali dovrebbe per sua natura essere coinvolto, in modo molto più trasversale di quanto la riforma non preveda, in tutti i casi in cui tali interessi siano in gioco. Il Senato, invece, verrà escluso dal processo di adozione di leggi ordinarie che potrebbero avere un impatto rilevante sugli interessi locali e regionali, ma si troverà coinvolto su un piano di parità con la Camera elettiva nel processo di revisione costituzionale, per il quale non dispone della rappresentatività e della legittimazione necessarie.

Abolizione del Cnel
L’abolizione del Cnel, invece, impatta direttamente sul funzionamento del Comitato economico e sociale dell’Unione europea. Quest’ultimo rappresenta gli interessi variegati della società civile (associazioni di datori di lavoro, lavoratori, consumatori, organizzazioni di assistenza sociale, ecc.) ed è chiamato a esprimere il proprio parere consultivo su tutti gli atti legislativi adottati dalle istituzioni dell’Unione nell’attuazione delle politiche che incidono su tali interessi.

I pareri del Cese non sono vincolanti per le istituzioni dotate di potere decisionale, ma queste ultime hanno l’obbligo di richiederli e, una volta ricevuti, di esaminarli.

Per svolgere la sua funzione, secondo il tipico strumento amministrativo europeo della rete, il Cese si pone in relazione con le analoghe strutture nazionali - il Cnel nel caso italiano - al fine di tenere conto in modo più incisivo e capillare delle diverse articolazioni della società civile e delle diverse esigenze economiche degli Stati membri.

Con l’abolizione del Cnel al Comitato economico e sociale dell’Unione europea verrà a mancare una maglia in questa rete di relazioni, e probabilmente l’Italia dovrà trovare una diversa struttura cui attribuire le indicate funzioni di raccordo oppure crearne un’altra simile.

Una sia pur rapida comparazione con l’architettura costituzionale europea mostra che il progetto di riforma costituzionale manca di coordinamento con gli organi dell’Unione europea stessa riguardo all’abolizione del Cnel, ma soprattuttodisegna un equilibrio istituzionale incoerente riguardo al Senato che, con una limitata legittimazione democratica, è equiparato alla Camera elettiva per un cospicuo numero di funzioni costituzionali fondamentali, mentre non sempre coopera all’esercizio della funzione legislativa relativa agli interessi che rappresenta.

In conclusione, mentre nella struttura dell’Unione si può riscontrare una coerenza nell’applicazione dei principi della democrazia rappresentativa (Parlamento europeo e Consiglio) e della democrazia partecipativa (Comitato economico e sociale e Comitato delle regioni), una simile visione d’insieme sembra mancare del tutto nel progetto di riforma costituzionale.

Alessandra Mignolli è professore associato di Diritto dell'Unione europea presso l'Università Sapienza di Roma, dottore di ricerca in Diritto internazionale dell'economia (università di Bergamo e Milano Bocconi), Fulbright scholar presso la Law School della Colorado University at Boulder. È autrice di numerose pubblicazioni in materia di relazioni esterne dell'Unione europea, di commercio internazionale e di tutela dei diritti umani.
 

lunedì 22 agosto 2016

Il problema delle Banche

Economia Ue
Italia e titoli tossici, esame per l’Unione bancaria
Antonio Scarazzini
20/07/2016
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Quanto è reale il rischio di una crisi bancaria in Italia? Abbastanza per imprimere un deciso cambio di direzione alla gestione del dossier “Unione bancaria” da parte delle istituzioni dell’Unione europea (Ue).

Dopo aver battagliato sul salvataggio dei quattro istituti italiani posti in risoluzione a fine 2015 e sulla creazione della bad bank per gestirne gli asset tossici, la Commissione ha infatti autorizzato garanzie di Stato per 150 miliardi di euro a favore delle banche italiane solventi, aprendo alla possibilità di ricapitalizzazioni pubbliche a tutela del settore.

Con alle viste gli stress test dell’Autorità bancaria europea, che faranno miglior luce sullo stato dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche italiane, è stata indubbia l’abilità del governo italiano nello sfruttare l’incertezza post-Brexit per adempiere un duplice obiettivo: ottenere il placet ad un piano che pari i colpi della svalutazione deinon-performing loans ed evitare agli istituti in sofferenza l’attivazione del contestato principio di burden sharing, la compartecipazione privata alle perdite che ha stravolto il consueto rapporto tra banche e risparmiatori all’indomani del caso Banca Etruria.

Intimorita dalla possibilità di una nuova crisi sistemica dopo il “Leave” britannico, la Commissione è inoltre apparsa troppo debole per confutare la consistenza del rischio paventato dall’Italia (non condivisa, ad esempio, dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem) e arginare quello che appare, in gergo renziano, un vero cambio di verso.

Bailout e bail in
Pur variegata nella forma - garanzie pubbliche su emissione di nuovi bond, ricapitalizzazioni, aumenti di capitale coperti dal fondo Atlante o sofferenze acquistate dal suo gemello Atlante 2 - l’operazione di sistema profilata dall’Italia riapre infatti la stagione dei bailout pubblici che, durante la crisi finanziaria, ha pesato sui deficit di bilancio e limitato la leva fiscale per altri provvedimenti anti-ciclici.

Ad uscirne dunque indebolita è la finalità stessa dell’Unione bancaria, ossia la rottura del cosiddetto doom loop, la compenetrazione viziosa dei rischi tra sistema bancario e finanze pubbliche, alimentata dai canali dell’esposizione ai bond sovrani e della crescita dei deficit pubblici gonfiati dai salvataggi bancari.

L’enfasi, forse eccessiva, sulla ricapitalizzazione pubblica limita altre opzioni di coinvolgimento di capitali privati come, ad esempio, la conversione di obbligazioni in azioni accompagnata da una risoluzione “leggera” tramite bail in che compensi i risparmiatori non istituzionali.

È tuttavia l’architettura stessa dell’Unione bancaria a lasciare uno spiraglio aperto al rientro in scena dello Stato come ultimo garante. Il Fondo unico di risoluzione (Srf), con una dotazione di soli 55 miliardi di euro, non pare in grado di reagire a vere crisi sistemiche, né è contemplato - se non in via di principio - un ruolo del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) come prestatore di ultima istanza da sostituire alle casse nazionali.

Rimangono peraltro inesplorate opzioni in questa direzione, quali l’istituzione di linee di credito a favore del Fondo unico, come da proposta italo-francese circolata in consiglio Ecofin, o la rivisitazione dello strumento di ricapitalizzazione diretta che il Meccanismo europeo può attivare, per i soli istituti considerati sistemici, unicamente a seguito di un’iniezione di fondi pubblici e solo qualora il bailout non deteriori la situazione fiscale del paese interessato.

Principi generali vs opportunità politica
Eppure, si badi, non siamo in presenza di una ritrattazione tout court delle regole europee ma piuttosto di un’ulteriore dimostrazione della porosità di un impianto normativo frutto di un compromesso fra governi e costantemente soggetto all’interpretazione politica.

Se, appunto, l’Unione bancaria pareva poggiarsi sul principio (apparentemente) condiviso di una più equa distribuzione delle perdite, la sua applicazione pratica - ilbail in - rischia invece ora di essere indebolita da un utilizzo discrezionale delle eccezioni contenute nella direttiva Ue “Brrd”, sul risanamento e la risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento.

La direttiva disciplina infatti un sostegno finanziario pubblico straordinario come rimedio a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro, al fine di preservare la stabilità finanziaria.

La questione va dunque focalizzata non tanto sulla natura dello strumento utilizzato quanto sull’indeterminatezza del principio di stabilità finanziaria, la cui definizione da parte di governi e regolatori varia in funzione delle sensibilità nazionali.

Valga da esempio l’inserimento dello stesso bail in nell’elenco dei potenziali rischi stilato dal rapporto della Banca d’Italia sulla stabilità finanziaria, per via delle forti esposizioni dei risparmiatori italiani verso le obbligazioni subordinate.

Ragione per cui i negoziatori italiani mirano a evitarne la conversione, secondo l’eccezione contemplata dalla comunicazione del 2013 sugli aiuti di Stato al settore bancario in presenza di “potenziale rischio sistemico”.

Un primo test di credibilità 
Evidente dunque il rischio di un’eccessiva discrezionalità da parte dei regolatori nazionali nell’invocare “perturbazioni eccezionali” che inibiscano l’innesco di un fallimento ordinato delle banche in sofferenza.

Il complesso meccanismo d’azione della risoluzione gioca inoltre a loro favore: è infatti facoltà del Consiglio - dunque degli Stati membri - bloccare un piano di risoluzione proposto dall’agenzia deputata, il Comitato di risoluzione unico (Srb), qualora la stabilità finanziaria sia considerata a rischio.

Sul campo italiano l’Unione bancaria affronta quindi il primo vero test di credibilità dalla sua entrata in funzione ma la sensazione è che principi generali e opportunità politica della loro applicazione ancora non viaggino di pari passo.

Antonio Scarazzini è direttore della rivista Europae e MA Graduate presso il Collège d’Europe di Bruges.

giovedì 21 luglio 2016

Italia: prospettive sul piano internazionale

Italia
La politica estera nell’era Renzi
La redazione
18/07/2016
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Quali sono gli obiettivi prioritari del governo Renzi in materia di politica estera? E in che misura è riuscito finora a conseguirli? È cresciuto il ruolo dell’Italia in ambito Ue e sulla scena internazionale? Sono alcuni degli interrogativi affrontati nell’ultimo rapporto dello IAI sulla politica estera italiana che verrà presentato giovedì prossimo.

In questo articolo, AffarInternazionali anticipa alcuni passaggi del rapporto su tre questioni centrali dell’agenda di politica estera del governo Renzi: la governance economica Ue, la crisi migratoria e la politica di sicurezza e difesa.

Le sfide più impegnative che ha affrontato la politica estera italiana nel periodo in esame - la crescente instabilità del vicinato, la crisi migratoria, l’acuirsi della minaccia terroristica, le riemergenti turbolenze finanziarie - sono le stesse con cui hanno dovuto misurarsi, pur con diversa intensità, anche gli altri paesi europei.

Si tratta di sfide che possono trovare una risposta efficace solo a livello europeo. È quindi naturale che l’Unione europea (Ue) sia stata, come per lo più anche in passato, il principale campo di azione della diplomazia italiana.

Alla ricerca di una nuova governance economica
In campo economico, Roma ha puntato a una ridefinizione delle priorità e della strategia complessiva dell’Unione che consentisse una maggiore flessibilità nelle politiche di bilancio nazionali, una più ampia condivisione dei rischi e un’effettiva azione anticiclica a livello europeo.

Ha dovuto però fare i conti con tre ostacoli principali: il persistente approccio rigorista della Germania e di altri paesi - gran parte dei quali non mediterranei - che hanno invece continuato a porre l’accento sul rispetto delle regole di bilancio e sulla riduzione dei rischi, mostrando ben poca propensione ad accettare nuovi meccanismi di solidarietà; l’esplodere di altre emergenze - la crisi migratoria e l’ondata di attacchi terroristici sul suolo europeo - che sono passate in cima all’agenda europea, relegando in secondo piano le strategie di riforma economica; lo scarso ruolo propulsivo delle istituzioni europee, in particolare della Commissione.

Con la Commissione , il premier Matteo Renzi ha avuto momenti di aspro confronto in merito, in particolare, alle regole di bilancio. Un’escalation di dichiarazioni polemiche all’inizio del 2016 ha creato forti tensioni con Bruxelles. Successivamente, il governo ha assunto un atteggiamento più costruttivo, avanzando una serie di proposte sulla riforma della governance economica europea in larga parte in sintonia con gli obiettivi della Commissione e della Banca centrale europea (Bce).

D’altra parte, l’Italia ha continuato a trovarsi in una posizione di intrinseca debolezza in ambito europeo a causa della mancanza di una prospettiva credibile di riduzione nel breve e medio termine dell’ingente debito pubblico e della persistente fragilità del sistema bancario nazionale che è emersa in piena luce nei primi mesi del 2016.

Reagendo alla tendenza a procrastinare e annacquare la riforma della governance economica, già evidente nel rapporto dei “cinque presidenti” di metà 2015, il governo ha presentato nel febbraio 2016 un ampio documento, tornando a chiedere una maggiore simmetria nel processo di aggiustamento macroeconomico, il rilancio degli investimenti infrastrutturali e il completamento dell’Unione bancaria (in particolare l’istituzione del previsto meccanismo per la garanzia comune sui depositi, un progetto che è stato, di fatto, congelato).

Di fronte all’inasprirsi della crisi di fiducia all’interno dell’Ue e all’incapacità delle istituzioni Ue di darvi una risposta adeguata, il governo Renzi ha rilanciato anche l’idea di una più ampia riforma dell’Ue che le ridia legittimità e consenta un approfondimento dell’integrazione fra i paesi dell’eurozona.

In quest’ottica, il governo sembra aver accettato l’idea che possa esservi una crescente differenziazione nei livelli di integrazione fra i paesi membri. Nella convinzione che, in un contesto di integrazione differenziata, sia necessario un nucleo di paesi membri in grado di svolgere un ruolo propulsivo, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha promosso un processo di consultazione e coordinamento politico tra sei paesi fondatori dell’Unione.

Il tentativo ha incontrato inizialmente dubbi e resistenze negli altri paesi interessati, ma a metà del 2016 sembrava avere concrete prospettive di sviluppo, anche come riflesso dell’esito del referendum britannico sulla Brexit.

La sfida migratoria
L’Italia ha svolto un importante ruolo propositivo in materia di immigrazione, insistendo sul principio di una gestione comune e solidale della crisi in atto. Con il “Migration Compact”, un documento presentato nell’aprile del 2016, il governo ha posto l’accento sulla necessità di dedicare più attenzione ed energie agli aspetti esterni della politica migratoria e di asilo e di destinare risorse aggiuntive al miglioramento delle opportunità di sviluppo dei paesi di origine e di transito, in particolare di quelli africani.

In tal modo, l’Italia ha cercato di modificare la tendenza prevalente all’interno dell’Ue a trattare dei problemi dell’immigrazione guardando soprattutto ai problemi di sicurezza.

L’attuazione del piano italiano richiede però una mobilitazione notevole di risorse e un’attenta verifica dell’effettiva disponibilità dei governi africani a collaborare alla gestione dei flussi migratori con modalità che non siano in contrasto con i principi europei e del diritto internazionale.

Sotto quest’ultimo aspetto, appare problematico lo stesso accordo raggiunto fra Ue e Turchia nel marzo 2016 per contenere il flusso dei migranti e dei profughi verso l’Europa. L’idea, prospettata dal governo italiano, che esso possa costituire un modello di riferimento per la cooperazione con altri paesi suscita notevoli perplessità.

Su altri aspetti della politica migratoria, i passi avanti sono stati estremamente limitati. In particolare è rimasto largamente inattuato il piano europeo, approvato nel settembre 2015, per la ridistribuzione sul territorio europeo dei richiedenti asilo giunti in Italia e in Grecia, che è stato al centro di un’aspra contesa politica.

Anche l’idea di rivedere il Regolamento di Dublino con un nuovo sistema di quote basato sul principio di solidarietà e di equa distribuzione dei richiedenti asilo - uno degli obiettivi prioritari dell’Italia - ha continuato a incontrare una forte resistenza.

Verso un nuovo modello per la difesa
L’impegno ad uno sviluppo e adattamento dello strumento militare ha trovato un significativo riscontro nell’adozione di un “Libro Bianco” che delinea una strategia di medio termine per la politica di sicurezza internazionale e di difesa. Con questo sforzo di correlare obiettivi, strumenti e risorse in un quadro più organico e coerente si è cercato di colmare una vistosa lacuna rispetto agli altri maggiori paesi europei.

L’ambizioso piano di riforma propugnato nel Libro Bianco continua però a scontrarsi con una serie di ostacoli legislativi e amministrativi e di resistenze corporative. D’altronde, le spese per la “funzione Difesa” continuano a diminuire, ampliando il divario con gli impegni assunti in sede Nato.

In linea con la strategia generale di politica estera del governo, il Libro Bianco indica esplicitamente la regione euromediterranea come lo scacchiere prioritario di azione per gli interventi dell’Italia. In effetti, vi è stato un ri-orientamento complessivo dell’impegno militare verso il Mediterraneo e il Medioriente, dove le Forze Armate italiane svolgono oggi un ruolo di spicco, e talora di guida, nell’ambito delle missioni di stabilizzazione e gestione delle crisi.

L’Italia ha anche assunto impegni militari significativi nel quadro della coalizione anti-Isis in Iraq e dei piani per il rafforzamento del dispositivo di dissuasione della Nato in risposta alla crisi ucraina. Più direttamente collegato agli interessi nazionali è il contributo di primo piano fornito in diverse operazioni navali nel Mediterraneo per il soccorso dei migranti e il contrasto ai trafficanti di esseri umani.

Il governo ha anche evocato, più volte, la possibilità di un intervento terrestre in Libia, qualora se ne determinassero le condizioni politiche e legali, incluso un mandato dell’Onu. L’interrogativo è se questa partecipazione così ampia e attiva alle missioni di sicurezza e il contributo alla difesa collettiva - che è uno dei trattati distintivi del profilo internazionale dell’Italia - sia sostenibile nel più lungo termine data la scarsità di risorse e le persistenti difficoltà ad attuare una riforma incisiva dello strumento militare.

giovedì 14 luglio 2016

Roma. Atriti con il Cairo

Caso Regeni
Italia-Egitto, il clima si fa rovente
Viola Siepelunga
11/07/2016
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Era nell’aria già dopo il voto del Senato ed è diventato realtà dopo l’approvazione alla Camera del cosiddetto “emendamento Regeni”, quando l’Egitto ha inviato all’Italia un messaggio che è suonato come una minaccia.

La decisione del Parlamento di fermare la fornitura all'Egitto di pezzi di ricambio per i caccia F16 avrà degli "impatti negativi in tutti i campi della cooperazione tra i due Paesi: sul piano bilaterale, regionale e internazionale", ha dichiarato il ministero degli Esteri egiziano, che, pur non entrando nei dettagli delle contromisure sulla tavola, ha menzionato i dossier più caldi che potrebbero esserne influenzati: immigrazione e Libia.

Il caso Regeni diventa un tema di politica interna
La relazione tra Roma e il Cairo si è ulteriormente incrinata da quando il caso Regeni è diventato terreno di battaglia per la politica interna italiana. A mostrarlo è stato proprio quanto scatenatosi in Parlamento attorno all’omonimo emendamento. Le dichiarazioni egiziane sono infatti arrivate dopo il respingimento, mercoledì, da parte della Camera, di un emendamento presentato da Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia che mirava a reintrodurre nel decreto missioni una clausola che permettesse il rifornimento all'Egitto di pezzi di ricambio per i caccia F16.

L'autorizzazione era stata cancellata dal decreto nel passaggio al Senato con l'approvazione, il 29 giugno, di un emendamento presentato in commissione da Sinistra italiana. Una proposta di modifica definita dal relatore Gian Carlo Sangalli "un segnale" da parte del Parlamento, un modo per continuare a tenere sotto pressione l'opinione pubblica, e anche l'Egitto, sulla vicenda Regeni.

Ma non - ha sottolineato Sangalli - un atto ostile al governo egiziano. Le sue parole hanno però scatenato un vivace dibattito in aula, portato avanti in primis dal capogruppo di Forza Italia Paolo Romani che ha definito quella che si stava scrivendo una delle peggiori pagine della storia del Senato italiano. Romani si è poi impegnato a portare all’ambasciatore egiziano a Roma, Amr Helmy, il testo dell’emendamento.

Immediata e univoca la reazione del regime egiziano che, nelle parole del capo della commissione Esteri del Parlamento Mohamed El-Oraby, ha definito la decisione italiana una escalation ingiustificata che non tiene in considerazione la “collaborazione” giudiziaria sul caso Regeni - in realtà quasi inesistente - e quella che viene definita l’innocenza del governo egiziano sulla morte del giovane ricercatore.

Roma isolata in Europa
La prova di forza tra Egitto e Italia sul caso Regeni coinvolge rapporti strategici e militari in un quadrante di mondo decisivo per i flussi migratori, la lotta al terrorismo e la stabilizzazione della Libia. Prima della scomparsa del nostro ricercatore, la collaborazione sulla questione migratoria tra Al-Sisi e Renzi era stata ottima. La ripresa, in primavera, della rotta egiziana, con connesse tragedie del mare, è stato il primo avvertimento del cambiamento che potrebbe accadere.

Più complesso il discorso sulla Libia, dossier sul quale la posizione di Roma si è distanziata da quella del Cairo. Mentre l’Italia sostiene gli sforzi Onu e il governo di unità nazionale di Fayez al-Serraj, l’Egitto continua a schierarsi al fianco di Khalifa Haftar, generale con il quale Al-Sisi condivide l’antipatia per gli islamisti e il piano di sterminarli.

In casa come in Cirenaica - poroso confine dal quale provengono sempre più minacce per un Egitto che pur avendo dichiarato guerra ai terroristi (termine con il quale il Cairo si riferisce, indistintamente tanto ai miliziani dello “stato islamico” quanto agli oppositori ad Al-Sisi) - non riesce a contenere l’escalation di violenza che dal Sinai è arrivata a coinvolgere i centri urbani.

L’atteggiamento italiano sulla Libia spiega in parte anche la posizione assunta sul caso Regeni dalla Francia, Paese che nei fatti fatica a sostenere la linea comune decisa con l’Onu. Dopo aver esercitato pressioni sul regime di Al-Sisi, ad aprile il presidente Hollande ha firmato al Cairo commesse miliardarie per nuove forniture di armi.

Silenziosa anche l’Inghilterra, patria dell’università di provenienza di Regeni che si è rifiutata di rispondere alle domande degli inquirenti italiani.

In Europa, gli unici pronti ad assumere una posizione simile a quella di Roma potrebbero essere gli irlandesi. Dopo aver richiesto all’Egitto il rilascio di Ibrahim Halawa - cittadino con doppia nazionalità arrestato durante le manifestazioni contro la deposizione del presidente Mohamed Morsi dell’estate 2013 - il parlamentare Brid Smith ha suggerito di seguire l’esempio di Roma, richiamando in patria l’ambasciatore attualmente al Cairo.

Cantini e Badr, nuovi ambasciatori in attesa di partire 
E anche su questo dossier continua lo stallo diplomatico. Nominato il 10 maggio come nuovo capo missione al Cairo, l’ambasciatore Giampaolo Cantini dovrà aspettare prima di mettere piede in Egitto, visto che la Farnesina non ha ancora chiesto il gradimento alle autorità egiziane. Sorte simile potrebbe spettare a Hisham Badr, sostituto di Helmy che ad agosto termina la sua missione a Roma.

Non vedendo la luce in fondo a questo tunnel e spaventati dagli effetti del deterioramento della relazione, quanti hanno a cuore gli interessi economici bilaterali hanno iniziato a fare lobby sul premier Renzi. Il 5 luglio, l’Associazione di Amicizia e Cooperazione tra Italia ed Egitto ha inviato una lettera al premier, chiedendo di riesaminare le azioni che hanno introdotto misure restrittive tra i due Paesi. Nel farlo, hanno richiamato proprio le parole usate da Renzi al Forum degli investimenti di Sharm el Sheik del marzo 2015, quando il premier descrisse le minacce alla sicurezza dell’Egitto come minacce italiane.

Da allora ad oggi, la spericolata scommessa di Renzi sul regime di Al-Sisi si è rivelata fallimentare. Investire su una stabilità basata su repressione ed esclusione politica non è stata una mossa lungimirante. Come già accaduto nel passato più recente non solo tale stabilità si è rivelata insostenibile nel lungo periodo, ma non è neanche riuscita a garantire i nostri interessi. Anzi…

Viola Siepelunga è una giornalista free lance.

sabato 9 luglio 2016

Per Roma Mosca sempre più vicina

Politica estera italiana
L’Italia alla ricerca della distensione con la Russia
Marco Siddi
04/07/2016
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Matteo Renzi è stato l’unico leader di un Paese Ue a partecipare al recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Il Forum, al quale erano presenti anche il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, si è svolto alla vigilia della decisione dei leader Ue di estendere le sanzioni imposte alla Russia in seguito alla crisi ucraina.

Pur sostenendo le sanzioni, il governo italiano ha manifestato segni di apertura nei confronti del Cremlino. Renzi ha firmato accordi economici per il valore di oltre un miliardo di euro e ha sottolineato la necessità che Russia e Ue tornino ad essere “buoni vicini di casa”.

Dall’Expo a San Pietroburgo
Il fatto che i contatti bilaterali tra Italia e Russia nell’ultimo anno siano stati incentrati su grandi manifestazioni economiche e commerciali - dall’Expo a Milano al Forum di San Pietroburgo - non è casuale. Nel 2013 l’interscambio tra i due Paesi aveva superato i 30 miliardi di euro, e la Russia appariva come un promettente mercato per gli investimenti italiani.

Alla lunga tradizione di rapporti economici, cominciata tra gli anni ’60 e ’70 con gli accordi per l’acquisto di petrolio e gas russo e l’inizio della produzione Fiat a Togliattigrad, si sono aggiunti più recentemente gli investimenti dei colossi Finmeccanica e Enel e di altre imprese minori - se ne contano più di 500 attualmente attive in Russia.

Lo scenario è cambiato con il crollo del prezzo del petrolio, la crisi ucraina e le conseguenti sanzioni europee e le contro-sanzioni russe. Tra il 2013 e il 2015 l’export italiano in Russia ha registrato -34%, passando da 10,7 a 7,1 miliardi di euro.

Le perdite maggiori riguardano il comparto manifatturiero, ma le contro-sanzioni russe hanno colpito anche il settore agroalimentare. Lombardia, Emilia Romagna e Veneto - motore industriale e agricolo del Belpaese - hanno subito in particolar modo gli effetti di crisi e sanzioni, assorbendo il 72% del calo dell’export italiano verso la Russia.

In questo contesto, Renzi è stato messo sotto pressione da forze economiche domestiche in vari settori: Coldiretti, Confartigianato e alti rappresentanti di Confindustria hanno lamentato gli effetti delle sanzioni. Al coro si è unita anche gran parte dell’opposizione politica: il Movimento Cinque Stelle ha accusato il governo di non aver difeso l’interesse nazionale, mentre Lega Nord e Forza Italia hanno criticato la politica delle sanzioni.

Impasse nella partnership energetica
Le politiche energetiche europee hanno suscitato ulteriori malumori in Italia. A fine 2013, la Commissione europea ha bocciato i trattati intergovernativi tra la Russia e i Paesi interessati dalla costruzione del gasdotto South Stream, progetto caldeggiato dall’Italia.

Dopo un anno di impasse, Putin ne ha annunciato la cancellazione, accusando gli ostacoli legali imposti da Bruxelles. L’Italia ha accettato a malincuore la decisione: Saipem, che avrebbe dovuto costruire la parte offshore del gasdotto, ha fatto causa a Gazprom, chiedendo un miliardo di dollari di danni per i lavori già svolti.

Nell’estate 2015, il rilancio del progetto di raddoppiamento del gasdotto Nord Stream (che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico) ha rafforzato la sensazione che a livello europeo si stiano applicando diverse misure nella valutazione dei progetti che coinvolgono Gazprom: Nord Stream-2 - sostenuto dalla Germania e altri Paesi dell’Europa nord-occidentale - va avanti, mentre South Stream è stato bloccato.

Circa il 30% delle importazioni italiane di gas e il 15% di quelle del petrolio provengono dalla Russia. Con la costruzione del Nord Stream-2, l’Italia potrebbe trovarsi ad importare gas russo attraverso la Germania - che, pur essendo un Paese di transito più affidabile dell’Ucraina, resta un competitor industriale. Un potenziale rischio è che gli ulteriori costi di transito comportino un prezzo del gas maggiore rispetto a quello pagato dalla Germania.

In questo contesto, nel febbraio 2016 Edison e la compagnia greca Depa hanno firmato un memorandum of understanding con Gazprom per la creazione di un nuovo corridoio energetico per il gas russo nel sud-est Europa. Il progetto si baserebbe sull’estensione del gasdotto Itgi Poseidon per portare il gas russo in Italia attraverso il Mar Nero, Bulgaria o Turchia, Grecia e Mar Ionio.

Cooperazione su Libia, terrorismo e sicurezza europea
Meno discussa, ma altrettanto importante per capire le recenti aperture alla Russia, è la visione italiana della sicurezza europea. L’Italia vede Nato e Ue come i pilastri della sua politica estera, ma al contempo usa la sua influenza all’interno di queste organizzazioni per incoraggiare il dialogo con la Russia. La ricerca del dialogo con Mosca è motivata dalla profonda convinzione che la stabilità e la sicurezza europea dipendano dal coinvolgimento della Russia nelle strutture di decision-making.

Per questo motivo, l’Italia ha sostenuto la creazione del Consiglio Nato-Russia nel 2002 (in contemporanea all’allargamento a est dell’Allenza atlantica) e ha manifestato interesse dinanzi alla proposta di un nuovo Trattato per la sicurezza europea presentata dall’ex presidente russo Dmitri Medvedev nel 2009. È in quest’ottica che, nelle discussioni con Putin a San Pietroburgo, Renzi ha definito l’idea di una nuova guerra fredda come “inutile” e “fuori dalla storia”.

L’Italia sta inoltre tentando di coinvolgere la Russia nella risoluzione della crisi libica, sul modello dei negoziati riguardanti la Siria. Benché l’influenza russa in Libia sia più limitata, Mosca può giocare un ruolo tramite il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i solidi rapporti con l’Egitto e, secondo alcune analisi, una potenziale alleanza con il generale libico Khalifa Haftar.

L’agenda italiana per un approccio più cooperativo verso la Russia, quanto meno in alcune aree dove esistono interessi condivisi, ha maggiori possibilità di successo se portata avanti a livello europeo e transatlantico in coordinamento con Paesi che hanno una visione simile dei rapporti con Mosca, come Francia, Germania, Spagna e Austria.

*Un’analisi più dettagliata è disponibile sul sito dell’Istituto Finlandese di Affari Internazionali.

Marco Siddi è ricercatore presso l'Istituto Finlandese di Affari Internazionali (FIIA) a Helsinki
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Italia nel Cnsiglio di Sicurezza dell'ONU, ma è uno strapuntino

Onu, Consiglio di Sicurezza
Un seggio a metà per Italia e Olanda
Giampiero Gramaglia
01/07/2016
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Ci sono partite che sei sicuro di vincere e, poi, quando sei in campo, non riesci a sbloccare: Italia - Olanda, all’Onu, era una di queste.

Con una trovata di diplomazia creativa, le due squadre, alla fine, hanno patteggiato un pareggio: bottiglia mezza piena, all’Aja; mezza vuota, da noi, che credevamo d’avere in cassaforte i voti per passare contro gli olandesi, di questi tempi un po’ in disarmo, tanto che non sono neppure arrivati alla fase finale di Euro 2016.

Tradita da qualche amico infido, l’Italia approda comunque per la settima volta nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma il seggio, condiviso con l’Olanda, diventa uno strapuntino: ci si sta stretti.

Le alee del voto e la diplomazia creativa
La scena: mercoledì 28, Assemblea generale delle Nazioni Unite. Si eleggono cinque membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, che entreranno in carica il 1° gennaio 2017 per un biennio.

Per passare, ci vogliono due terzi dei votanti, circa 128 suffragi. Al primo turno, la Svezia conquista uno dei due seggi in palio per l’Europa occidentale, con 134 voti: l’Italia stecca, terza con 113 voti, dietro l’Olanda con 125; passano pure Etiopia - Africa - e Bolivia - Americhe. Al secondo turno, ce la fa il Kazakhstan, che fa fuori la Thailandia nell'area asiatica.

Fra Italia e Olanda, il ballottaggio è testa a testa: 99 a 92 al secondo scrutinio, lontani dal quorum; 96 a 94 al terzo, 96 a 95 al quarto, 95 pari al quinto, l’unico che non ci vede dietro. Di qui in avanti, i giochi potrebbero riaprirsi con nuove candidature.

E allora scatta la diplomazia creativa: un accordo per spartirsi il seggio un anno ciascuno, l’Italia nel 2017, l’Olanda nel 2018, raggiunto tra il Palazzo di Vetro a New York, dove ci sono i ministri degli Esteri Paolo Gentiloni e Bert Koenders, e il Justus Lipsius di Bruxelles, dove ci sono i premier Matteo Renzi e Mark Rutte, che partecipano al Vertice europeo.

La staffetta non è inedita - venne sperimentata la prima volta negli Anni Cinquanta da Jugoslavia e Filippine -, ma è rara.

Il settimo mandato: precedenti e protagonisti
Per l'Italia, è il settimo mandato, anzi il sesto e mezzo. Ma questa volta non è una marcia trionfale, come nel ’94. E neppure una passeggiata, come nel 2006. A New York, per sostenere la candidatura si sono spesi il presidente Mattarella e il premier Renzi, oltre che, più volte, il ministro Gentiloni.

Che prova a rivendersi in positivo la mezza delusione: l’intesa fra Italia e Olanda è “un messaggio d’unità all’Ue”. E Koenders vede nel testa a testa "un segnale d’apprezzamento per entrambi i Paesi". La soluzione salomonica, inconsueta ma non inedita, viene presentata come "una dimostrazione di flessibilità all'italiana, ma anche di grande intelligenza diplomatica".

Centrare l’obiettivo appariva, sulla carta, non impossibile perché i nostri rivali, Svezia e Olanda, sono Paesi che un po’ s’elidono a vicenda - entrambi del Nord Europa, entrambi ‘piccoli’ almeno come popolazione, entrambi attenti ai diritti dell’uomo, l’uno però neutrale e terzomondista, l’altro atlantico e spesso interventista.

L’Italia poteva contare sui suoi molteplici radicamenti - europeo, atlantico, mediterraneo, persino latino-americano - e disponeva sulla carta di qualche voto in più del quorum. L’andamento degli scrutini non è stato quello sperato e atteso.

L’ultima volta italiana fu nel 2007-’08 - ambasciatore Marcello Spatafora: fummo i più votati, pari merito con il Sud Africa. Ma nella leggenda della diplomazia è entrato il biennio 1995-’96, quando prendemmo più voti della Germania: l’ambasciatore era Francesco Paolo Fulci, mitica feluca, che portò a casa consensi persino dispensando allenatori di calcio nostrani a improbabili nazionali d’arcipelaghi polinesiani.

L'esordio fu nel 1959, quando i membri non permanenti erano ancora sei: l’Italia è da 60 anni al Palazzo di Vetro - vi entrò nel 1955.

Questa volta, la campagna elettorale è stata affidata all'ambasciatore Sebastiano Cardi e al suo vice, pure ambasciatore di rango, Inigo Lambertini: una coppia d’assi, messa insieme per centrare l’obiettivo, alla fine raggiunto a metà dopo una campagna elettorale di 24 mesi. Il problema non è la qualità della diplomazia, ma la credibilità del Paese e dei suoi leader.

Le credenziali dell’Italia
La ricerca di consensi suggeriva all’Italia atteggiamenti non urticanti nella fase pre-voto, pure verso Paesi non particolarmente virtuosi, ad esempio, sui fronti della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo. La gestione ferma d’un crimine intollerabile come la fine al Cairo di Giulio Regeni può essersi riflessa nelle urne. E possono avere lasciato qualche segno in ambito continentale i ceffoni del premier ai partner dell’Ue, sonoramente impartiti l’autunno scorso.

Ma l’Italia non puntava solo sui salamelecchi delle visite ufficiali e sulle cortesie diplomatiche: può giocarsi credenziali importanti, è l’ottavo contributore Onu - ed il primo occidentale -, quanto a truppe in missioni di pace, è in prima fila nei salvataggi dei rifugiati in mare, vuole la moratoria della pena di morte e promuove l’uguaglianza di genere e i diritti di donne e bambini.

Uno dei punti di forza della candidatura era la disponibilità italiana alla riforma - attesa da anni - dell'Onu e, in particolare, del Consiglio di Sicurezza. L'Italia chiede da tempo maggiore trasparenza e più rotazione (ben 68 Paesi non hanno mai fatto parte del Consiglio), dando maggiore attenzione ai nuovi equilibri economici e geopolitici.

Il 29 settembre, il premier Renzi aveva illustrato i temi forti della candidatura italiana davanti all'Assemblea generale: "Costruire la pace di domani" il motto, con in evidenza la cooperazione, specie in Africa, e l'impegno contro il terrorismo, ma anche a favore della cultura, con la proposta dei Caschi blu della cultura.

Per acquisire voti, l'Italia contava sulla posizione strategica al centro del Mediterraneo, sul ruolo nell’accoglienza dei migranti, sull'inclinazione al multilateralismo. Roma annoverava amici in Europa e in America latina, fra i Paesi arabi e mediterranei, un po’ pure in Asia e in Africa: una trentina non hanno mantenuto le promesse.

Ruolo e storia del Consiglio di Sicurezza
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu comprende cinque membri permanenti con diritto di veto (i Paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale e le potenze nucleari legittime: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) e 10 membri non permanenti, che ruotano ogni due anni cinque alla volta, con mandato a partire dal primo gennaio.

Che il posto sia ambito e prestigioso lo conferma, se ce ne fosse bisogno, il fatto che la Germania, che lo ha lasciato nel 2012, s’è già ricandidata per il biennio 2019-’20.

Creato nel 1945, il Consiglio di Sicurezza è l’organo dell’Onu che delibera su atti di aggressione o di minaccia alla sicurezza e alla pace: ha "la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale", decide le sanzioni e autorizza interventi armati. Le decisioni richiedono una maggioranza di almeno 9 dei 15 membri e nessuno dei cinque membri permanenti vi si deve opporre.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.