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martedì 21 marzo 2017

Il vicino inquieto 3

Ue/elezioni
Francia: le ricette dei candidati sulla sicurezza
Margherita Bianchi
19/03/2017
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Ancora paura in Francia. Questa volta allo scalo parigino di Orly, dove sabato mattina un uomo noto all’intelligence francese ha attaccato un gruppo di militari dell’operazione anti-terrorismo ‘Sentinelle’. Questo episodio s’inserisce immediatamente nel teso clima elettorale: occasione colta al volo da Marine Le Pen in un comizio a Metz, dove ha bollato il governo come “disorientato e paralizzato” sulla questione sicurezza.

Tutto ciò a cinque settimane dalle elezioni presidenziali, il cui esito è molto incerto anche a causa delle inchieste giudiziarie che coinvolgono vari candidati: c’è lo scenario di una coabitazione tra presidente e maggioranza parlamentare di segno opposto. Comunque vada, sarà un appuntamento decisivo per l’Europa tutta, con la sicurezza che resta inevitabilmente al centro del dibattito.

In questi anni, il governo francese ha risposto al terrorismo con una serie di misure e leggi ad hoc, in particolare nel novembre 2014, nel luglio 2015 e nel giugno 2016. Sul fronte militare, la reazione francese si è invece concretizzata con le Operazioni Barkhane, lanciata nel 2014 nella regione sahelo-sahariana, Chammal, dal 2014 in Iraq e in Siria, e la già citata Sentinelle dal gennaio 2015 sul territorio francese.

La grandeur de la France fatica a convivere con queste minacce: i candidati alla presidenza lo sanno bene. Ma se l’obiettivo sicurezza è chiaro a tutti, le ricette proposte dai tre candidati più forti divergono decisamente, raccontando visioni del Paese a dire poco contrastanti.

Macron: l’Europa cornice essenziale di una Francia forte
Emmanuel Macron è un convinto europeista. Consapevole del carattere transnazionale delle sfide legate alla sicurezza del suo Paese, afferma che oggi l’Europa è il solo efficace mezzo per rinvigorire la Francia.

Sostenitore di una difesa comune europea - discussa da tempo, ma mai propriamente realizzata -, intende creare due organi europei di coordinamento per accelerare il processo: un quartier generale permanente per pianificare e controllare le operazioni - nella scia di quanto già deciso a livello Ue - e un consiglio di sicurezza europeo per riunire i responsabili militari dei diversi Stati membri.

Davanti al graduale disimpegno militare americano nel vicinato dell’Ue (ancora più verosimile con Donald Trump alla Casa Bianca), una risposta europea che vada al di là dell’attuale politica di sicurezza comune sembra l’unica via. Tranquillizzando anche gli alleati statunitensi, Macron propone inoltre un aumento delle spese militari affinché la Francia rispetti il parametro del 2% del Pil, stabilito come obiettivo Nato.

A poche ore dall’attacco di Orly, annuncia poi la reintroduzione di un servizio militare obbligatorio - soppresso nel 1997 da Chirac - della durata di un mese per tutti i giovani della République. Un progetto sicuramente costoso ma dalla forte valenza simbolica. In generale, Macron sta accelerando molto su questi temi, per mostrarsi agli occhi di tutti come un candidato rassicurante in tempi d’emergenza.

La gestione di coste e confini, sostiene il fondatore del movimento “En Marche”, sarà compito di una polizia di frontiera europea formata da 5.000 uomini, nell’ambito di una rafforzata cooperazione regionale con la Turchia e con l’area del Medio Oriente e Nord Africa.

Macron ribadisce l’impegno per un’incisiva risposta alla violenza jihadista, con un pool anti-terrorismo che centralizzi la presenza delle singole unità sul territorio e con appositi centri di detenzione per i foreign fighters, evitando così la radicalizzazione e il reclutamento in carcere di nuove leve terroriste. A garanzia dell’ordine interno, promette inoltre ulteriori 10.000 uomini, tra poliziotti e gendarmi, nel prossimo quinquennio.

Le Pen: integrazione? Quelle horreur!
Di tutt’altro avviso Marine Le Pen, per la quale l’Ue uccide la sovranità del Paese e ne mina la sicurezza. La leader del Front National minaccia l’uscita della Francia dall’ Unione e dal comando militare integrato Nato (punti 1 e 118 del suo programma), immaginando una difesa francese completamente autonoma nei mezzi e nella linea strategica.

Il relativo budget - da fissare in Costituzione al 2% del Pil - è previsto al 3% entro il 2022: stessa promessa fatta dal candidato socialista Hamon, e di difficile realizzazione visti i limiti strutturali di bilancio. Queste spese aggiuntive serviranno, secondo la candidata presidente, a finanziare moderni equipaggiamenti e a reintrodurre gradualmente un servizio militare obbligatorio di tre mesi.

La sua politica di chiusura prevede naturalmente l’abbandono di Schengen. Il comodo leitmotiv della campagna elettorale del Front National, per cui immigrazione e terrorismo sono intimamente legati, trova riscontro nelle linee programmatiche: riduzione del numero degli arrivi, sospensione dell’automatismo dei ricongiungimenti familiari e dell’acquisizione della nazionalità francese, eliminazione dello ius soli e della doppia nazionalità extra-europea, inasprimento delle disposizioni sul culto islamico.

La lotta al terrorismo passa anche attraverso un’agenzia unica di intelligence incaricata dell’analisi delle minacce e collegata direttamente al primo ministro. A garanzia dell’ordine interno, la Le Pen promette inoltre un massiccio aumento di uomini e mezzi su tutto il territorio.

Fillon: una risposta a metà
Anche il conservatore Francois Fillon gioca la carta dell’identità nazionale, ragionando sì di Europa ma anche di una Francia sovrana e attenta al proprio interesse. Si è infatti schierato a favore di una messa in comune delle capacità militari, del consolidamento dell’industria europea della difesa e della creazione di un fondo per finanziare le operazioni all’ estero.

Fillon tuttavia non parla esplicitamente di difesa integrata europea, tentando così di sottrarre voti euroscettici al Front National. Promette inoltre ulteriori 10 miliardi al bilancio della difesa francese, auspicando una rinnovata e più risolutiva leadership Nato, soprattutto a sud dell’Europa.

Per la lotta al terrorismo propone procedure giudiziarie più veloci ed efficaci, l’espulsione immediata degli stranieri pericolosi per la nazione, qualche misura simile - ma meno drastica - rispetto a quelle del Front National sul culto musulmano e la creazione di una sorta di super procura anti-terrorismo.

Le due velocità Hollande-Hamon
Un Paese dal peso politico importante come la Francia influenza senza dubbio la direzione dell’Ue nella delicata materia della sicurezza e difesa. Nel recente vertice di Versailles con Gentiloni, Merkel e Rajoy, il presidente uscente Hollande ha accelerato a favore di un’Europa a più velocità, anche e soprattutto nella difesa. L’idea cioè di un nocciolo duro di Stati più ambiziosi che possano avanzare insieme senza che altri membri dell’Ue blocchino il processo, come abbozzato in qualche modo anche nel Libro Bianco sul Futuro dell’Europa da poco presentato dalla Commissione europea.

Questo disegno però non convince tutti a sinistra, a partire dal candidato del Front de Gauche Jean-Luc Melenchon. Benoît Hamon, socialista in corsa per l’Eliseo per succedere al compagno di partito Hollande, rallenta sull’Europa della difesa, vista come orizzonte di lungo periodo, puntando piuttosto nel breve termine ad un hub europeo a sostegno delle operazioni militari francesi all’estero. Infatti, secondo Hamon, con la Brexit la Francia sarà di fatto il garante della sicurezza europea.

Le crisi, sosteneva Jean Monnet, offrono stimoli per unirsi, e in questo senso Trump potrebbe essere d’aiuto. La storia però ci ricorda che nel 1954 fu proprio un voto francese a bloccare la Comunità Europea di Difesa. Storia che rischia di ripetersi ora.

Margherita Bianchi è stagista presso l’area Sicurezza e Difesa dello IAI.

Il vicino inquieto 2

Balcani
Albania: rimpasto di governo e lotta al narcotraffico
Tsai Mali
19/03/2017
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In Albania, il premier (e leader del partito socialista) Edi Rama mette mano a un rimpasto di governo in vista delle elezioni legislative del prossimo 18 giugno.

All’inizio, sembrava che si sarebbero dimessi i sette ministri che hanno incarichi di coordinamento nel partito; alla fine, sono invece finiti nella lista sacrificale in quattro: non solo il fido Saimir Tahiri (discusso titolare degli Interni fino ad allora ritenuto intoccabile), ma anche Ilir Beqaj (Sanità), Blendi Klosi (Welfare) e Blendi Cuci (Affari locali).

Nell’abituale video settimanale pubblicato sui social network per ripercorrere gli eventi salienti della settimana, Rama è stato insolitamente parco di parole e di spiegazioni, ma ha escluso qualsiasi malcontento nei confronti delle performance dei quattro ministri.

Nessuna pressione dagli alleati di governo e nessuna concessione all’opposizione, che boicotta tutti i lavori parlamentari e dalla piazza chiede ogni giorno la formazione di un esecutivo tecnico che porti il Paese al voto. I ministri che lasciano l’incarico hanno “la più positiva considerazione” del premier e sono ora chiamati ad affrontare “con rinnovate energie e presenza costante” il carico straordinario di impegni dell’imminente campagna elettorale.

Traffici di droga con l’Italia
L’improvvisa decisione del premier Rama di rivedere la squadra governativa ha lasciato perplessi non solo gli stessi protagonisti (“Non ho mai dato le dimissioni, né qualcuno me le ha mai chieste”, twittava Tahiri appena la sera prima del turnover), ma l’intera opinione pubblica.

A Tirana, però, su una sola cosa non ci sono dubbi. Estendere la manovra a quattro ministeri è parso da subito come un maldestro tentativo di coprire il fatto principale; l’unico a lasciare il governo doveva essere il titolare dell’Interno, da tempo nell’occhio del ciclone per presunti legami con la criminalità organizzata e soprattutto per l'impotenza di fronte al fiorente fenomeno della coltivazione della cannabis nel Paese.

Nell’agosto del 2014, un blitz a sorpresa della polizia di Tahiri espugnava Lazarat, portando nella famigerata “capitale albanese della cannabis” i riflettori dei media nazionali e internazionali e facendo pensare ad una prossima risoluzione dell’annoso problema delle coltivazioni nel Paese, ma evidentemente quella mossa non è bastata a frenare il fenomeno e i segnali di allarme sono diventanti sempre più frequenti.

Così, lo scorso dicembre, il procuratore antimafia di Lecce Cataldo Motta, in visita a Tirana, ha invocato una collaborazione più intensa con le autorità albanesi alla luce “dell’incrementato traffico di sostanze stupefacenti sia di provenienza albanese che di altre regioni”.

Un mese fa, anche il capo della missione Osce in Albania, Bernd Borchardt, ha affermato in un’intervista televisiva che il fenomeno della coltivazione di cannabis negli ultimi anni è aumentato e che il traffico di narcotici mette in circolo più di 2 miliardi di euro. Denaro sporco, ha sottolineato, che può essere utilizzato per la compravendita di voti e di deputati.

A inizio marzo, invece, il procuratore nazionale antimafia italiano Franco Roberti ha dichiarato, al termine di una visita, che “il traffico di sostanze stupefacenti nella rotta tra Albania e Italia negli ultimi anni è andato crescendo esponenzialmente”, ed ha annunciato la nomina di un magistrato italiano di collegamento a Tirana allo scopo di rendere più efficiente e tempestiva la collaborazione tra i due Paesi.

A fronte delle accuse di intenzionale inoperosità nel contrastare il traffico di narcotici, Saimir Tahiri ha comunque messo in atto una profonda riorganizzazione della Polizia di Stato, notoriamente inefficiente e corrotta, nel tentativo di garantire un più rigoroso rispetto delle regole e delle leggi.

Tahiri era insomma diventato una figura centrale del governo ed ha goduto in ogni circostanza del sostegno incondizionato di Rama. Anche per questo, la decisione di sospenderlo dal governo a pochi mesi dalle elezioni per affidargli compiti di partito, a Tirana non ha convinto nessuno.

Elezioni per Parlamento e capo dello Stato
Al di là della manovra, l’incertezza e il nervosismo che hanno animato di recente la capitale albanese hanno dimostrato che, da un lato, Rama non ha rivali all’interno del partito e che i socialisti sembrano disposti a seguirlo anche nelle improvvisazioni governative; ma dall’altro, i rapporti all’interno della coalizione di governo sono sempre più incerti. Proprio da questa instabilità - mettono la mano sul fuoco gli opinionisti di Tirana - originerebbero le pressioni per la rimozione di Tahiri.

Certo è che, al momento, il Movimento per l’integrazione europea di Ilir Meta, principale alleato del Ps, non ha ancora sciolto la prognosi sul futuro dell’alleanza, rimandando la decisione ad un congresso che non ha ancora una data.

Nei prossimi mesi, invece, oltre alla definizione delle alleanze e prima ancora del voto per il rinnovo del Parlamento, le parti dovranno trovare l’accordo anche per concludere la riforma elettorale avviata e, soprattutto, per eleggere il nuovo capo dello Stato.

Con l’opposizione autoreclusa nel tendone allestito in piazza, e isolata a causa della propria incapacità di rinnovarsi per diventare credibile agli occhi degli elettori, il timore è che questo rimpasto di governo sia solo il primo atto di un lungo e tormentato braccio di ferro interno alla maggioranza.

Le nuove nomine
Al ministero dell’Interno arriva Fatmir Xhafaj, attuale presidente della commissione parlamentare sulla riforma giudiziaria e figura di riferimento del processo che ha portato all’approvazione, all’unanimità, della legislazione sull’ammodernamento della giustizia albanese, nel luglio scorso. Si tratta di una delle riforme più attese dall’Unione europea (Ue) nel valutare le prospettive di integrazione dell’Albania, recentemente rilanciate dal ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano in visita a Tirana.

Agli Affari locali va invece Eduard Shalsi, già capo di gabinetto e vice-sindaco di Tirana negli anni dell’amministrazione Rama e principale autore della discussa legge sull’importazione di rifiuti. Il testo è stato rimandato al Parlamento lo scorso ottobre dal presidente della Repubblica, mentre il voto definitivo in aula è slittato più volte a causa di evidenti incomprensioni all’interno della maggioranza.

Primo incarico governativo per la deputata Olta Xhaçka, al Welfare, e per Ogerta Manastirliu, anche lei nella squadra di Rama al Comune di Tirana, alla Sanità. Con queste due nomine, per la prima volta in Albania la presenza delle donne al governo supera quella degli uomini.

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra l'Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso.

Tsai Mali collabora dall’Albania con Osservatorio Balcani e Caucaso.

Il vicino inquieto 1

Balcani
Serbia: il premier sogna da presidente
Giovanni Vale
15/03/2017
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Scaduto il termine per la presentazione delle candidature alle elezioni presidenziali del prossimo 2 aprile, sono una decina i candidati che in Serbia si contenderanno il posto di capo dello Stato nelle prossime settimane di campagna elettorale (destinata a durare fino al 16 in caso di secondo turno).

Dato il ruolo sostanzialmente rappresentativo del presidente della Repubblica all’interno del sistema istituzionale serbo, l’interesse della competizione è principalmente politico. “Un referendum pro e contro Aleksandar Vučić”, per dirla con le parole di uno degli aspiranti presidenti.

Il primo ministro serbo, in carica dal 2014, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto in questa tornata elettorale, candidandosi in prima persona alla successione del suo compagno di partito Tomislav Nikolić, che i sondaggi vedevano in difficoltà davanti all’ipotesi di una rielezione. Se vincerà, Vučić sarà presidente fino al 2022, mantenendo verosimilmente anche il controllo del potente Partito progressista serbo (Sns), e nominando un uomo di fiducia alla guida del governo. Se perderà, il Paese vivrà invece un cambiamento radicale, che l’opposizione non esita a comparare alla caduta di Slobodan Milošević.

Le voci dell’opposizione
“La Serbia oggi è una finta democrazia, talmente finta che chi è al potere non si preoccupa nemmeno di nasconderlo”. L’accusa, pesantissima, viene da Saša Janković, l’ex ombudsman serbo, oggi candidato indipendente alla presidenza. “Il presidente rappresenta l’unità della Serbia e i suoi valori costituzionali. Io intendo far rispettare quei principi in modo da garantire, su un altro livello, una corretta competizione politica”, assicura Janković.

Dopo che un centinaio di intellettuali ed artisti ne hanno pubblicamente invocato la candidatura, alcune formazioni di opposizione (come il Partito democratico, Ds, e il “Nuovo partito” dell’ex premier Zoran Živković) hanno assicurato il sostegno all’ex difensore civico. Allo stesso tempo, però, il fronte anti-Vučić ha partorito anche altri aspiranti presidenti, come l’ex ministro degli Esteri VukJeremić - che di recente è stato candidato di Belgrado come Segretario generale dell’Onu - e l’ex ministro dell’Economia Saša Radulović, leader del movimento “Dosta je bilo” (“Ora basta”).

A destra dell’emisfero politico, ad aver raccolto le 10mila firme necessarie per concorrere alla presidenza sono il presidente del movimento nazionalista Dveri, Boško Obradović, l’esponente del Partito democratico di Serbia (Dss) Aleksandar Popović e l’immancabile Voijslav Šešelj, alla guida del Partito radicale serbo.

Al primo turno, questa varietà di candidati potrebbe giocare a sfavore dell’attuale capo del governo, che punta ad ottenere più del 50% delle preferenze. In caso di ballottaggio il 16 aprile (data che coincide con la domenica di Pasqua), il risultato sarà invece determinato dal tasso di affluenza e dalla capacità dell’opposizione di convergere su un unico nome.

Vučić, leader pro-Ue?
Aleksandar Vučić, stando ai sondaggi, rimane comunque il favorito. Alle ultime elezioni, il suo partito ha incassato oltre il 48% dei voti ed una vittoria al primo turno sembra dunque essere a portata di mano. Dalla sua parte, inoltre, Vučić può contare sulla visibilità che gli è assicurata dalla posizione di primo ministro, a cui non ha rinunciato malgrado l’avvio della campagna elettorale.

Una scelta che la minoranza ha denunciato come “illiberale”, al pari della decisione di sospendere i lavori del Parlamento fino all’esito del voto, benché ci si prepari ad un’elezione presidenziale e non legislativa. Ma se per l’opposizione pro-europea, questi fatti sono la prova della “finta democrazia” serba e dell’autoritarismo del suo leader, per i diplomatici occidentali di stanza a Belgrado, la situazione non è così grave.

Il dialogo con il Kosovo, la dichiarazione congiunta per il miglioramento delle relazioni bilaterali firmata con la presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović, o ancora la visita a Srebrenica, sono alcuni degli elementi positivi - forse più formali che sostanziali - che le cancellerie europee riconoscono al premier serbo. Ma per i detrattori di Vučić, si tratta di un approccio completamente sbagliato che confonde il piromane con il pompiere.

Sicurezza contro stabilità
Nel suo ultimo tour dei Balcani, a inizio marzo, l’Alto rappresentante dell'Unione europea (Ue) per la politica estera e di sicurezza comune Federica Mogherini ha dovuto fare i conti con diversi focolai di tensione, dalla volontà di Pristina di creare un esercito kosovaro alla sempre più grave crisi politica in Macedonia.

A Belgrado, il Parlamento è stato riaperto per l’occasione (dopo le “ferie” decise il giorno prima) per permettere alla responsabile della diplomazia europea di tenere un breve discorso. Boicottato dall’opposizione pro-europea, che intendeva così mostrare la sua contrarietà alla sospensione dell’attività legislativa dell’assemblea, l’intervento della Mogherini è stato caratterizzato dai fischi e dalle urla dei radicali di Voijslav Šešelj, rispetto ai quali Aleksandar Vučić, impassibile tra le fila della maggioranza di governo, è apparso ancora una volta come l’unico interlocutore possibile per l’Ue.

Per Janković, “tutti i problemi che oggi vive la Serbia” sono in qualche modo riconducibili all’Ue. “Così facendo, l’Ue sta infatti distruggendo la nostra prospettiva europea: i cittadini che sono sinceramente pro-europei finiranno presto col chiedersi perché l’Unione approvi tutto ciò. Bruxelles sta sacrificando la sicurezza di lungo termine per una stabilità di breve termine”, sentenzia l’ex ombudsman. A forza di chiudere un occhio sui limiti della democrazia serba, l’Ue potrebbe ritrovarsi insomma con una nuova crisi macedone, ma questa volta a Belgrado.

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso.

Giovanni Vale, giornalista, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso
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lunedì 20 marzo 2017

Verso il Futuro

Ritardi sull’Europa
Smart Italy: presto le città del futuro
Sara Piacentini
13/03/2017
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“Society has always to demand a little more from human beings than it will get in practice”: sono fonte d’ispirazione le parole scritte da George Orwell più di mezzo secolo fa. Che stiamo vivendo in una realtà sempre più iper-connessa è ormai un dato di fatto. Rimane da vedere quanto tempo servirà all’Italia per trasformare le sue bellissime città in Smart City.

È ormai il nuovo trend di sviluppo urbanistico a livello mondiale: solo nell’Unione europea, Ue le città “smart” sono 240. In Italia, invece, è ancora un argomento di nicchia, ma del resto siamo abituati al fatto che il treno del progresso arrivi in ritardo nel nostro Paese. Eppure, qualcosa sta accadendo anche qui.

La febbre “smart” contagia l’Italia
L’ultima dal mondo Smart City è la recente partnership per l’innovazione digitale siglata tra Roma e Barcellona. Gli obiettivi da raggiungere sono quelli tipici del modello di crescita urbana sostenibile: più inclusione e partecipazione dei cittadini, nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato, software che permettano l’archivio e l’utilizzo degli open data al fine di creare servizi più efficienti.

Ma Roma non è stata la prima città italiana ad affrettare il passo verso l’omologazione con le sorelle Smart City europee. Già Milano, Torino e Padova contano tra i 50 e gli 80 progetti Smart all’attivo, con centinaia di milioni di euro di investimenti; ma ci sono anche Bari, Genova, Venezia, Cagliari e altri 150 comuni.

Nonostante la diffusione dei progetti nell’intero territorio della penisola, è impossibile non notare il divario tra Nord e Sud, in termini di quantità di fondi stanziati e numero di progetti realizzati. Altro ostacolo alla piena realizzazione delle Smart City in Italia è la scarsa coordinazione intercomunale: spesso le eccellenze rimangono isolate e non vengono replicate in un altro comune.

Il problema principale, secondo gli esperti del settore, non solo in Italia ma in generale nel mondo Smart City, è la difficoltà nel cambio di governance. In poche parole, non ci si può aspettare che l’innovazione tecnologica da sola riesca a trainare l’intero processo di cambiamento da città “del vecchio mondo” a Smart City, ma si deve partire da un nuovo concetto di pubblica amministrazione “aperta”. Si deve avere cioè un cambio di governabilità prima che un cambio di tecnologia nella città.

Italia vs. Europa: somiglianze e differenze
Ad Amsterdam la “Klimaatstraat” (strada del clima) è un progetto mirato alla riduzione di CO2 nelle vie dello shopping. Nella fase pilota del progetto (2009-2011) sono state risparmiate 661 tonnellate di CO2, che si stima possano arrivare a 35 chilotonnellate l’anno nel caso di estensione del progetto all’intero centro urbano. Tra i fattori chiave di riuscita, la presenza sul posto di un pioniere-leader dell’iniziativa e lo spillover effect del successo del primo gruppo di utenti, che ha incoraggiato altri potenziali utenti della stessa via ad aderire al progetto.

In ambito di e-governance, invece, a Barcellona sono nati i Quiosc Punt BCN, dei chioschi interattivi in diversi punti della città, come centri commerciali, biblioteche, ecc., per assicurare dovunque la presenza dell’autorità municipale. Simili a delle macchinette per prelevare denaro in contanti, questi chioschi rendono possibile ai cittadini effettuare procedure amministrative self-service, non in sostituzione ma in aggiunta agli uffici tradizionali. Il servizio consente ai cittadini di risparmiare tempo ed energie e si basa sulla fruizione dei dati in possesso dall’amministrazione municipale.

Questi come altri esempi di successo hanno in comune un punto fondamentale: i cittadini sono attivi nel processo. E le amministrazioni calibrano le iniziative in base ai bisogni degli stessi cittadini. Oltre che secondo un piano più ampio di agenda urbana sostenibile.

Smart City Expo World Congress
L’esposizione universale targata Smart City, sostenuta dalla Commissione europea, si svolge ogni anno a Barcellona. Attraendo esperti, visionari e grandi marchi tech da tutto il mondo, è un affascinante hub di innovazione tecnologica e socio-politica. Moltissime le città coinvolte, dalle americane Boston, New York e San Francisco alle asiatiche Singapore e Kuala Lumpur, ma anche Tel Aviv, Edinburgo, Città del Messico, solo per citarne alcune. Nell’edizione 2016 l’Italia Smart era rappresentata dall’Ice, con ben 19 aziende espositrici di servizi e prodotti.

Emanuela Ciccolella, manager Ice, si dichiara soddisfatta dell’evento, che ha offerto “grandi opportunità di networking e un feedback positivo sui progetti italiani”. Alla domanda su come colmare il gap tra Italia e resto del mondo sullo sviluppo urbano intelligente risponde: “La legislazione è stata fatta, a livello sia Ue sia nazionale. Il problema è antropologico e socio-culturale: viviamo ancora in un clima ‘anti-tecnologico’”.

Le ultime sfide prima del cambiamento
Se non ci sono più dubbi sulla necessità dello sviluppo urbano sostenibile, di cui le Smart City sono promotrici, vi sono ancora incertezze sulla sfera della sicurezza personale. Il difficile equilibrio tra protezione della privacy e utilizzo dei dati condivisi è una questione tutta europea ed è al centro di un dibattito sempre più infuocato. Nonostante le iniziative a livello comunitario, non ci sono ancora norme univoche su possesso, utilizzo e condivisione dei dati.

In ogni caso, non si può arrestare il progresso e non si può fermare la diffusione della Smart City, con tutti i benefici che apporta: riduzione degli sprechi, aumento dei posti di lavoro, miglioramento della mobilità. In sintesi, miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

Inoltre, non si deve dimenticare che una Smart City rientra perfettamente in due prospettive ben più ampie lanciate recentemente dalla Commissione europea. Stiamo parlando di un nuovo modello di crescita economica, l’Economia circolare, e di un nuovo mercato, il Mercato unico digitale.

Cos’è stato fatto finora a supporto della transizione? Le misure favorevoli all’Industria 4.0 e gli incentivi alla digitalizzazione e alle start-up nell’ultima Legge di Bilancio sono fattori necessari, ma non sufficienti ad avviare il vero processo di cambiamento. Finché non ci sarà volontà politica e collaborazione attiva dei cittadini, le città italiane rimarranno pur sempre belle, ma non “smart”.

Sara Piacentini è tirocinante allo IAI nell'Area Europa

venerdì 17 marzo 2017

Italia: prospettive di rilancio economico

Economia
La nuova Via della Seta nel Mediterraneo
Massimo Deandreis
09/03/2017
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Se si guarda l’andamento dell’interscambio commerciale (importazioni più esportazioni) da e verso i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Golfo - che, in una logica allargata, fanno parte integrante della dimensione geopolitica dell’area -, dal 2001 a oggi si osserva una crescita costante: l’Italia è passata da 37,6 a 66,5 miliardi di dollari, la Germania da 40,6 a 89,8, gli Stati Uniti da 82,9 a 168,5 (1).

Chi, però, ha fatto un balzo impressionante è la Cina. Nell’area Mena (Medio Oriente e Nord Africa), l’interscambio di Pechino è passato dai 21,3 miliardi di dollari del 2001 ai 257,4 del 2015 (2), con stime in crescita fino ai 283 miliardi del 2018 (3). La gran parte di questo commercio avviene via nave. Questi dati essenziali consentono di comprendere l’evoluzione che è in corso e che tocca direttamente il futuro del Mediterraneo e la sua crescente centralità nella geo-economia marittima.

Il raddoppio di Suez
Il posto di prim’ordine del Mediterraneo si riscontra anche nella portualità. I suoi porti (tra cui Tangeri in Marocco) hanno accresciuto sensibilmente le loro quote di mercato passando dal 27% del totale della portualità euro-mediterranea nel 2008 al 34% nel 2015. Questo avveniva mentre l’efficiente portualità del Nord Europa (Amburgo, Rotterdam e Anversa) calava leggermente dal 46% (2008) al 42% (2015).

Per essere ben compresi questi dati vanno letti contestualmente a quattro fenomeni tra loro interconnessi: il raddoppio del Canale di Suez e l’allargamento di quello di Panama, il crescente gigantismo navale e le nuove grandi alleanze nell’industria del trasporto via mare.

Il raddoppio del Canale di Suez è avvenuto nel 2015. Si tratta di un’opera imponente che ha comportato lo scavo di un nuovo canale lungo 72 chilometri e profondo 24 metri che consente l’attraversamento nelle due direzioni contemporaneamente e il raddoppio del numero delle navi in transito giornaliero, con un tempo di passaggio fortemente ridotto. Il punto essenziale, però, è che il nuovo Canale di Suez consente il passaggio anche alle navi di grandissima dimensione.

Il fenomeno del gigantismo navale sta infatti proseguendo senza sosta. Certo, le statistiche sulle navi porta-container in circolazione - che includono anche quelle costruite negli anni passati - mostrano che esse sono ancora in maggioranza di media stazza. Tuttavia, questo numero delle navi è in costante calo, a favore di navi di nuova costruzione e più grande dimensione.

La concorrenza con Panama
Allo scenario geo-economico che abbiamo finora descritto si è aggiunto un importante tassello lo scorso 26 giugno, quando è stato inaugurato l’allargamento del Canale di Panama, altro nodo marittimo strategico: un’opera ingegneristica sofisticata (realizzata anche da un’impresa italiana) che ha consentito di aumentare drasticamente sia la dimensione delle navi che possono attraversare lo stretto sia il numero dei transiti, che a regime potrebbe raggiungere i 50 passaggi giornalieri.

Studi e analisi recenti hanno messo in risalto come, pur confermandosi come hub e snodo marittimo globale, Panama - grazie all’allargamento - si rafforzerà soprattutto come grande canale pan-americano al servizio del commercio tra le due coste del Nord e Sud America e avrà un effetto di potenziamento della portualità atlantica statunitense, che drena il maggior numero di scambi.

Osservando Suez e Panama in connessione tra loro si comprende come questi due snodi - pur così lontani - siano in competizione. Per quanto riguarda i tempi di percorrenza di alcune rotte, già prima dell’allargamento dei due canali, il vantaggio di Panama era solo di un giorno di navigazione sulla rotta Hong Kong-New York e di quattro giorni sulla Shanghai-New York. Un vantaggio che rischia di essere troppo esiguo, soprattutto in considerazione del fatto che il nuovo Suez non presenta limiti al passaggio di meganavi.

La concorrenza tra i due Canali è iniziata subito: già il 6 giugno scorso (prima dell’inaugurazione del nuovo Panama), le autorità di Suez hanno lanciato un nuovo piano tariffario con sconti fino al 65%, ma solo sul transito di navi che viaggiano su alcune rotte dalla costa atlantica degli Stati Uniti all’Asia.

Inoltre, questa rotta risulta essere migliore soprattutto per le meganavi, perché consente più scali in aree strategiche e in forte crescita (partendo da Shanghai: India, Golfo arabico, Suez, Mediterraneo anche come base per scali in Europa, Stati Uniti), mentre nella rotta via Panama, dopo aver lasciato le coste cinesi, ci sono lunghe giornate di solitaria navigazione del Pacifico prima di giungere a destinazione.

Pechino punta sui porti 
La Cina ha compreso perfettamente la crescente salienza strategica della rotta via Suez anche per raggiungere gli Stati Uniti e non solo l’Europa.

È in questo scenario che si inserisce il robusto investimento del colosso di Stato cinese Cosco nel porto del Pireo come hub di transhipment e l’acquisizione del 20% di quello di Porto Said, allo sbocco mediterraneo del Canale di Suez. Se poi si guarda agli operatori, si vede chiaramente che i carrier cinesi dominano il mercato.

La recente alleanza tra Cosco e China Shipping ha portato alla nascita di China Cosco Shipping Company, che rappresenta il 7% del mercato mondiale dei container con un valore di 22 miliardi di dollari, 1.114 navi e 46 terminal nel mondo. Questo operatore si è inoltre alleato con altri - prevalentemente asiatici - in una “Ocean Alliance” che controlla tra il 35% e il 40% del mercato nelle principali rotte Est-Ovest.

Il nuovo canale di Suez è un tassello fondamentale in questo processo di rafforzamento della nuova Via della Seta marittima che dall’Asia porta all’Europa. Oggi la novità, accentuata anche dagli effetti del nuovo Panama, è che tale rotta non si ferma più alle nostre coste, ma dal Mediterraneo raggiunge gli Stati Uniti.

La crescente centralità del Mediterraneo nello scenario geo-economico globale risulta evidente soprattutto sulle rotte marittime attraverso cui passano le merci. Ed è la Cina la vera protagonista di tutto ciò. Data la sua posizione, l’Italia potrebbe giocare il ruolo di hub logistico portuale, base per accedere direttamente all’Europa continentale. Ma servono visione strategica, investimenti nella portualità e migliore efficienza logistica. Ne saremo capaci?

(1) Elaborazione SRM su dati Eurostat.
(2) Elaborazione SRM su dati Unctad.
(3) Stime SRM.


Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Massimo Deandreis, direttore generale, SRM Studi e Ricerche per il Mezzogiorno; presidente, GEI - Associazione italiana degli economisti d’impresa.

mercoledì 8 marzo 2017

Immigrazione: alla ricerca di una strategia

re-founding Europe
Futuro immigrazione Ue: questione di coraggio 
Enza Roberta Petrillo
07/03/2017
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L’ultimo tentativo di un’Europa incagliata tra crisi d’identità e cupio dissolvi di avviare una riflessione comune in vista del vertice di Roma del 25 marzo è targato Jean-Claude Juncker.

"Con il sessantesimo anniversario dei trattati di Roma è giunto il momento per un’Europa unita a 27 di definire una visione per il futuro. È l’ora della leadership, dell’unità e della volontà comune" ha chiosato durante la presentazione del Libro Bianco sul Futuro dell’Europa il presidente della Commissione europea, lanciando la palla ai 27 capi di Stato o di governo attesi a Roma il 25 marzo per definire ruolo e prospettive dell’Unione dopo lo shock della Brexit, la grande crisi migratoria e la rimonta dilagante di protezionismi e nazionalismi.

L’immigrazione nel Libro Bianco sul futuro dell’Europa
In Europa pretendere azioni concrete sull’immigrazione può costare l’isolamento politico. E questo lo sa bene chi ha scritto il Libro Bianco. Un testo che nomina la parola immigrazione solo nove volte, e che dal punto di vista sia politico che programmatico ricorda proprio quanto questa continui a essere l’anello debole della strategia europea che ambirebbe a guidare i 27 fino alla nuova legislatura del 2019.

Che la faccenda stia diventando di giorno in giorno più complicata lo dimostrano le esternazioni del commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, a cui è spettato, soltanto un giorno, dopo la diffusione del Libro Bianco, per ribadire che senza solidarietà non può esserci alcuna condivisione di responsabilità e che non spetta agli Stati membri scegliere quali misure intendano mettere in atto per gestire i flussi.

Dichiarazione che mette a nudo la riluttanza della DG Affari Interni verso ipotesi volte a smantellare quanto faticosamente avviato negli ultimi due anni in ambito immigrazione: approccio hotspot, accordi di partenariato nei Paesi terzi, ricollocamento, re-insediamento, rafforzamento del controllo delle frontiere esterne, riforma del sistema d’asilo e lotta ai trafficanti.

Temi su cui sin dal lancio dell’agenda europea sull’immigrazione nel 2015, le cancellerie europee continuano a ricattarsi, litigare e negoziare approdando solo di rado a soluzione realizzabili.

La verità di fondo è che, oggi, solo una manciata di Paesi, tra cui l’Italia, continua acredere al burdensharing dell’accoglienza dei migranti. Nemmeno la comunanza di intenti tra il presidente della Commissione europea, il commissario all’immigrazione Avramopoulos e l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune Federica Mogherini (espressa in tutta la sua potenza al Vertice di Valletta dello scorso febbraio) è valsa per convincere sull’unitarietà delle posizioni in seno al Consiglio e sulla bontà del cammino avviato.

È anche per questo che, a due anni dal lancio dell’agenda immigrazione, la dimensione interna del piano caratterizzata dalla centralità di dispositivi umanitari, come il ricollocamento e il reinsediamento, è andata progressivamente virando verso una dimensione esterna marcatamente securitaria e contenitiva.

Il principio di base non è più gestire le immigrazioni, ma contenerle e scoraggiarle. È questo l’unico modo per garantire convergenza in seno a un Consiglio terrorizzato dagli appuntamenti elettorali attesi in Olanda, Francia e Germania.

Gli esiti dubbi della strategia della realpolitik e dei partenariati su misura
In questa prospettiva, la strategia emersa dal Consiglio di Valletta formalizza il cambio di rotta avviato nel 2016, quando buttato alle spalle il coraggioso cambio di passo tedesco del wirschaffendas, anche il sognante “ce la faremo” della cancelliera Angela Merkel ha dovuto capitolare nel nome della realpolitik.

Per questo, a tempo di record e in piena unitarietà, durante il 2016, i 27 hanno potenziato le risorse di Frontex, inaugurato una nuova guardia costiera europea e rafforzato l'assistenza finanziaria e operativa per gli Stati membri più esposti.

In questo quadro, mentre il controverso accordo fra Unione e Turchia cominciava a indebolire la rotta balcanica che aveva portato più di 800 mila rifugiati in Europa, i 27 hanno creduto di replicare quel modello in Libia, il buco nero da cui solo nel 2016 sono partiti più di 181 mila migranti con destinazione Italia.

Tuttavia, gli esiti dubbi di questa strategia hanno messo a nudo per l’ennesima volta l’inanità politica dell’Unione. Nel vuoto di potere seguito al rovesciamento di Gheddafi, l'Unione ha faticato a trovare un partner credibile per gestire la situazione sul terreno. Di conseguenza il traffico di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana è continuato.

Anche se la crisi dei rifugiati siriani ha avuto maggiore visibilità, per l’Unione la maggiore sfida nel lungo periodo è rappresentata dai flussi di migranti dall'Africa. Oltre il 40% dei 300 milioni di africani tra i 15 ei 30 anni sono Neet, “Not in education nor in employment”. Più di 300 milioni di africani vivono in assoluta povertà, con un reddito inferiore a 30 euro al mese. Dati acuiti dalle proiezioni demografiche delle Nazioni Unite, che per il 2050 prevedono una crescita della popolazione africana dal miliardo di abitanti odierno, a più di 2,4 miliardi di persone.

Rispetto a dati di questo tipo è evidente che il problema non sta solo nelle centinaia di migliaia di cittadini africani intenzionati a emigrare irregolarmente verso l’Europa, ma nell’assenza di crescita economica, stabilità istituzionale e aspettativa di vita che alimenta l’emigrazione dai Paesi di provenienza.

L’approccio contenitivo-difensivo del piano della Valletta
Eppure, rispetto a queste criticità,il piano licenziato alla Valletta sulla scia del Partnership Framework di giugno 2016 sembra andare fuori pista.

I partenariati "su misura" con i principali Paesi di origine e di transito dei migranti, immaginati per ridurre il numero di morti nel Mediterraneo, aumentare i ritorni, consentire ai migranti di rimanere vicino casa evitando così viaggi pericolosi, poggiano su una strategia totalmente improntata al do ut des: aiuti allo sviluppo utilizzati come leva o incentivo alla cooperazione nella gestione delle migrazioni irregolari e alla stabilizzazione dei quadri politico-istituzionali.

La forte enfasi del piano sull’utilizzo strategico di tutto l’arsenale delle politiche con i Paesi terzi dall’istruzione e ricerca, al commercio, all’azione umanitaria come leverage per la collaborazione dei Paesi terzi la dice lunga sull’essenza degli obiettivi di breve periodo dei 27: fermare la rotta centro-mediterranea e bloccare le migrazioni lì dove cominciano.

Peccato che nella lunga durata questo piano non convinca. L’Unione avrà sempre interessi strategici in Africa. Una delimitazione delle priorità strategiche e geopolitiche nel continente è necessaria, ma una subordinazione di tutte le aree di azione ad unico obiettivo e per di più a breve durata, è, come ha argomentato Carnegie Europe un'opzione irrealistica e pericolosa.

L’assistenza umanitaria non può essere ipotecata alla collaborazione nella gestione delle migrazioni. Per di più, il piano fa accenno in modo piuttosto fumoso al nodo che risolverebbe parte dei flussi irregolari africani: l’apertura di canali legali per le migrazioni di lavoro. Tema accennato senza fare alcun riferimento al programma di azione che s’intende intraprendere.

Allo stesso modo il piano pare dimenticare l’incidenza dei flussi di rifugiati nella mobilità africana. Limitandosi a ribadire “la determinazione ad agire nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e dei valori europei” le conclusioni licenziate alla Valletta non nominano neanche una volta parole come protezione o rifugiati, chiudendo gli occhi sul fatto che i Paesi dell’Africa sub-sahariana accolgono il 26% dei 65.3 milioni dei rifugiati mondiali a fronte del 6% ospitato in Europa.

Il prossimo Consiglio di Roma punterà i riflettori su un’Europa che mai come oggi appare confusa e lontana dai suoi principi fondatori. Se tra le ipotesi lanciate dal libro bianco di Juncker dovesse prevalere quella “dell’avanti così” sul fronte immigrazione l’approccio economico-centrico legittimato alla Valletta potrebbe portare al collasso della gestione dei flussi e peggio ancora alla marginalizzazione di molti di quei diritti che l’Europa si è sempre fregiata di tutelare.

Queste lacune possono essere sanate solo sostituendo l’approccio contenitivo-difensivo con misure concrete e di lunga durata utili a gestire meglio le migrazioni forzate, siano esse di origini economiche o umanitarie.

Da anni, le azioni da mettere in atto non sono un mistero: aprire canali per la migrazione legale, agevolare le politiche per i visti, offrire protezione a chi fugge da persecuzioni, potenziando sia la mai decollata politica del reinsediamento sia sostenendo le organizzazioni che sostengono l’apertura di corridoi umanitari. Banalmente solo una questione di coraggio.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it).

martedì 7 marzo 2017

Difesa: questa NATO come sarà?

L’ora di Trump
Sicurezza: per una Nato più pragmatica
Andrea Manciulli
03/03/2017
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La condizione necessaria per rilanciare l'Alleanza atlantica è lavorare per rispondere meglio agli incredibili e rilevanti mutamenti degli scenari di sicurezza. Questo è stato, pertanto, il filo conduttore dell’ultima riunione a Bruxelles dei ministri della Difesa durante la quale sono state affrontate, come di consueto, le questioni legate a flessibilità e deterrenza, ma dalla quale è emerso un approccio più pragmatico in termini di lotta al terrorismo, sicurezza cibernetica e dispiegamento di nuove forze di dissuasione.

A tratti simile alla portata dei Vertici, la ministeriale di febbraio ha inciso in maniera notevole sul confronto dialettico del quale è tornata ad essere protagonista l’Alleanza atlantica, complice il cambio di Amministrazione statunitense e il timore di un disimpegno di Washington da questioni che non afferiscano direttamente i suoi interessi.

L’incontro di Mattis con i colleghi europei
Alla richiesta avanzata dagli alleati europei di rassicurazione e chiarezza sulle intenzioni statunitensi, il segretario alla Difesa Usa James Mattis ha risposto confermando il forte sostegno all’Alleanza atlantica e sollevando, al contempo, una questione non nuova, che attiene alla giusta ripartizione degli oneri all'interno dell'Alleanza e a un maggior impegno per fare fronte ai costi del dispositivo militare.

Un’impostazione che potrebbe apparire ai meno attenti un “do ut des”, ma che si conferma una delle componenti più concrete ed essenziali in funzione di un processo di pianificazione della difesa Nato che garantisca l'interoperabilità e il più efficiente sfruttamento del pieno potenziale delle risorse dell’Alleanza.

In realtà, infatti, quello che a molti è apparso come un ultimatum lanciato dal segretario alla Difesa Usa, e la cui sostanza è stata rimarcata anche dal nuovo presidente in occasione del suo primo discorso al Congresso, è un richiamo costante ad un impegno assunto 60 anni fa in direzione di una difesa collettiva che gli alleati, a partire da quelli europei, dovrebbero rispettare aderendo più convintamente al progetto di smart defence, attraverso una sincronizzazione delle priorità nazionali con gli obiettivi definiti dall’Alleanza, nonché mettendo a fattore comune le risorse e condividendo iniziative di innovazione.

Valorizzare atlanticismo ed europeismo
In questo, l’atlanticismo del nostro Paese passa anche attraverso il tentativo di sensibilizzare l’animo più propriamente europeista, sia lanciando il progetto di una Schengen della Difesa, sia proponendo ad esempio, nel momento in cui apparisse praticabile, uno scorporo dai vincoli europei di bilancio delle spese militari attinenti al piano della difesa europea.

Ancora, la serietà dell’impegno italiano si evince anche dal piano di riorganizzazione delle Forze Armate iniziato con il Libro Bianco e proseguito con il decreto ministeriale in procinto di passare al vaglio della Camera.

La rilevanza della ministeriale di Bruxelles si evidenzia anche nella sottolineatura posta al carattere difensivo e alla logica securitaria, sottesa alle ragioni costituenti della Nato, elemento che assume ulteriore importanza se contestualizzato rispetto all’attuale quadro geopolitico di riferimento.

Progressi dopo il Vertice di Varsavia
I nuovi progressi relativi al dispiegamento di nuove forze di dissuasione in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, guidati attualmente da Gran Bretagna, Canada, Germania e Stati Uniti, in base al meccanismo di rotazione del battlegroup adottato tra le misure del vertice Nato di Varsavia nel luglio 2016, confermano la risposta dell’Alleanza rispetto alla richiesta di sicurezza lungo la parte orientale del territorio alleato.

Analogamente si procede sul piano cibernetico (è stato siglato, ad esempio, un Political Framework Agreement con la Finlandia, senza dimenticare la sigla del Cyber Defence Pledge e della collaborazione con l’Unione europea raggiunta in occasione del Vertice di Varsavia), che ad oggi rappresenta la minaccia più insidiosa in un contesto privo di codificazione internazionale e ricco di profili di criticità e che, pertanto, contribuisce ad arricchire il dibattito relativo al ripensamento del ruolo complessivo e alle capacità dell’Alleanza atlantica.

Joint Force Command-Naples
Sul piano della situation awarenesse preventivo, un importante segnale di cooperazione è giunto in merito all’impegno nel contrasto al terrorismo internazionale e all’adozione della proposta italiana di costituire un centro di raccordo anti-terrorismo nel nostro Paese presso il Joint Force Command-Naples.

Si tratta di una decisione molto importante per almeno tre ordini di motivi. Il primo, operativo, in quanto il Comando congiunto interforze di Napoli costituirà il punto di riferimento di una serie di attività che vanno dal coordinamento delle informazioni sui Paesi di crisi, dalla Libia all’Iraq e dunque alla considerazione delle situazioni locali, al coordinamento delle operazioni che attengono il quadrante Sud, comprese le operazioni di capacity-building che già la Nato conduce.

Il secondo, di natura strategica, attiene alla riconsiderazione ed evoluzione del ruolo della Nato, in linea con quanto detto sul piano cibernetico, relativamente alle strategie da intraprendere in un contesto geopolitico segnato da dinamiche profondamente aggressive, e per fronteggiare l’emergere di nuove minacce, anche non tradizionali e asimmetriche.

Infine, il terzo attiene alla considerazione e al riconoscimento del contributo apportato dall’Italia. Soprattutto negli ultimi anni, il nostro Paese, assieme alla determinante partecipazione alle missioni e operazioni internazionali, ha svolto un’intensa attività volta a riequilibrare e reindirizzare l’Alleanza atlantica sugli interessi del Mediterraneo, aprendo anche canali di dialogo e cooperazione nel quadro delle relazioni di partenariato con i paesi della sponda Sud.

Il Mediterraneo è senza dubbio l’area dove si concentra una percentuale non esigua di interessi italiani, ma anche dove convogliano numerose preoccupazioni per la sicurezza. Il bisogno che l’Alleanza atlantica, così come l’Europa, spostino di più la loro attenzione sullo scenario di crisi che riguarda il loro versante meridionale deriva anche dalla consapevolezza che la stabilità del Mare Nostrum è nevralgica per la stabilità regionale ed euro-atlantica.

In questo senso, sarebbe immeritevole non ricalcare il richiamo d’attenzione fatto dall’Italia sul fenomeno del terrorismo di matrice jihadista e dei foreign fighters, che pongono alla Nato e all’Europa una minaccia a 360 gradi. La costituzione dell’hub antiterrorismo a Napoli sia, quindi, un grande motivo di orgoglio per il nostro Paese.

Ma ora spetta a tutta l’Alleanza lavorare affinché la decisione veda la sua adeguata implementazione. Al contempo, affinché la Nato continui ad affermarsi come il più grande successo di difesa internazionale, è bene che il dibattito sul rilancio dell’Alleanza non resti sterile, ma che si promuovano e si attuino nuove idee basate al contempo sui valori costituenti il legame transatlantico e le sfide attuali e future alla sicurezza.

Andrea Manciulli, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato.

giovedì 23 febbraio 2017

Mercoledì del Nastro Azzurro. 1 marzo 2017 ore 17

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO

FRA COMBATTENTI DECORATI AL V.M.

(Ente Morale R.D. 31 maggio 1928 n. 1308)
Piazza Galeno, 1 - 00162 ROMA


Federazione Provinciale di Roma Roma,
 22 febbraio 2017

Comunicato Stampa



Mercoledì 1 marzo 2017
presso la Sala Convegni dell'Istituto del Nastro Azzurro Piazza Galeno,1 – Roma
dalle ore 17,00 alle ore 19,00
si terrà il 6° incontro del 2° ciclo
de "I Mercoledì del Nastro Azzurro"

verranno presentati i volumi
'Caschi Blu Italiani'

'ReportagEsercito'

a cura di 'Informazioni della Difesa'
rivista dello Stato Maggiore della Difesa


Interverranno:
Stefano Pighini, Tommaso Gramiccia, Massimo Coltrinari, Mario Renna, Giuseppe Tarantino


info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

lunedì 13 febbraio 2017

Un aiuto da Tripoli

Migranti
Ue: Malta, Tripoli in mare contro scafisti
Fabio Caffio
06/02/2017
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La Libia di Serraj torna al passato impegnandosi, come già fece Gheddafi, a fermare gli espatri irregolari dalle sue coste. Questa volta l’intesa non è solo bilaterale con l’Italia. L’Unione europea, Ue, con la Dichiarazione di Malta (del 3 febbraio 2017), ha garantito il suo sostegno a Tripoli per il controllo delle proprie frontiere marittime. L’attività di sorveglianza interna che verrà svolta è tuttavia definibile come blocco solo in senso figurato.

Nelle acque territoriali ci saranno mezzi e personale di Tripoli per evitare espatri illegali, intervenire per il salvataggio, Sar, delle persone trasportate su imbarcazioni insicure ed arrestare gli scafisti. Oltre le 12 miglia opereranno le navi Ue ed italiane. Qualunque misura si adotti, il rispetto dei diritti umani sarà comunque una precondizione ed un impegno che tutti gli attori della partita dovranno far rispettare.

Relazione speciale italo-libica
Il Memorandum d’intesa firmato da Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017, rivitalizza, nella parte relativa all’immigrazione clandestina, lo storico Trattato italo-libico di Bengasi del 2008 confermando le tesi espresse su queste pagine da Natalino >Ronzitti.

L’accordo non prevede misure di cooperazione navale, a differenza dei memorandum stipulati con Gheddafi relativi agli immediati riaccompagnamenti in Libia dei migranti salvati. Come si ricorderà, durante la loro applicazione ci fu il ritorno forzato a Tripoli di persone imbarcate su Unità Sar italiane; evento che portò la Corte europea dei diritti dell’uomo, Cedu, a condannare l’Italia per forme di espulsione collettiva verso un Paese “non sicuro”, in violazione del principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951.

Per rafforzare la sovranità libica, l’Italia s’impegna ora - oltre che a finanziare la costruzione di “campi di accoglienza temporanea” ed un sistema di controllo dei confini meridional i- a cedere Unità guardiacoste alle Forze marittime tripoline addestrando il personale.

(Fonte: UK Parliament).

L’ombrello dell’Ue
L’Ue si assume la piena responsabilità di sostenere Tripoli accettando le richieste di intangibilità della propria sovranità territoriale. Il Consiglio europeo ha quindi accantonato l’ipotesi di passare alla fase (2B) di intervento in acque territoriali libiche delle unità navali partecipanti all’Operazione Eu Navfor Med Sophia che dovrebbero neutralizzare sin dalla partenza i barconi degli scafisti.

Le navi europee impegnate in tale operazione continueranno quindi (lo stanno già facendo) nella formazione della Guardia costiera e della Marina di Tripoli e nella sorveglianza delle acque internazionali, anche ai fini Sar, avendo a bordo personale della Guardia di frontiera e costiera europea che dovrebbe svolgere compiti ancora da definire.

Il modello dell’Egeo, in cui unità greche - con il supporto della Nato - riaccompagnano in Turchia le persone salvate, è risultato impraticabile, benché inizialmente preso in considerazione. Esso avrebbe infatti comportato un vulnus della sovranità libica ed avrebbe esposto i Paesi Ue al rischio di essere condannati dalla Cedu per forme di respingimento collettivo.

Diritti umani e Sar
Il portavoce per il Sud Europa dell’Alto commissariato per i rifugiati, UnHcr, ha paventato violazioni ai diritti umani nei confronti delle persone (salvate in mare e non) che saranno in futuro custodite nei centri di accoglienza libici.

Il rischio è reale, visti i precedenti di Gheddafi e l’instabilità dell’attuale situazione, ma bisogna considerare quello che resta ancora da fare. Oltre ad un’azione di persuasione dell’Ue verso Tripoli perché aderisca alla Convenzione di Ginevra, c’è da aspettarsi che successivamente l’UnHcr stipuli un accordo, come fatto con la Turchia, per un proprio coinvolgimento nella gestione di detti centri, nell’avvio di procedure selettive di verifica in loco del diritto a status di rifugiato e nell’apertura di corridoi umanitari che permettano ai richiedenti asilo di entrare legalmente in Europa.

Una volta sciolti questi nodi umanitari si potrà decidere se riportare in Libia le persone soccorse da navi Ue - anche con l’ausilio di Ong molto attive nel Sar - in zone vicine alle acque libiche. Non avrebbe infatti senso continuare a sbarcarli in Italia per non alimentare il circuito perverso dei trafficanti, anche se c’è chi pensa che sia nostro interesse continuare a farlo. Si ipotizza che una possibile alternativa alla Libia, siano Tunisia, Algeria o Egitto.

(Fonte: European Council).

Malta, Italia, Ue
Il ruolo, pragmatico e propositivo de La Valletta nella gestione delle relazioni con Tripoli è stato eccellente permettendo ad Italia ed Ue di raggiungere il risultato sperato. Malta potrebbe giocare altre carte durante il semestre Ue, magari cercando di coinvolgere la Cirenaica - grazie ai buoni rapporti con il Parlamento di Tobruk - nel controllo dei flussi migratori, ad evitare che si aprano nuove rotte ad oriente.

Per aiutare l’Italia ad assolvere il suo gravoso compito di principale autorità di salvataggio marittimo del Mediterraneo, Malta potrebbe inoltre lanciare un’iniziativa di cooperazione nel Sar, tentando anche di raggiungere un’intesa per la definizione, su base consensuale da parte dei Paesi coinvolti, del luogo dove sbarcare i migranti soccorsi aldilà delle acque libiche.

L’obiettivo è fare della Libia un Paese dotato di proprie capacità marittime. La Marina di Gheddafi, in parte addestrata in Italia, cercava di fare del suo meglio. Non ci sono alternative alla speranza che la nuova Libia, grazie all’Ue, all’Italia, a Malta ed alle sinergie con i Paesi confinanti, riacquisti ora il controllo delle coste e del mare: questo è il presupposto per il conseguimento di quell’integrità territoriale che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in più risoluzioni, continua a perseguire.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto in diritto marittimo.

venerdì 10 febbraio 2017

Il servizio militare obligatorio di 19 mesi.

Donne e sicurezza internazionale
Norvegia, servizio militare unisex 
Ester Sabatino
27/01/2017
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La Norvegia ha reso obbligatorio il servizio militare femminile per tutte le donne di età compresa tra i 19 e i 44 anni. Proposto in Parlamento nel 2014 sotto iniziativa del ministro della Difesa norvegese Ine Eriksen Søreide, il servizio militare universale obbligatorio, con durata di 19 mesi, è operativo dall'estate 2016.

Staffetta di 5 donne a capo della Difesa 
Nel 2015 il Ministro della Difesa aveva sottolineato come fosse tangibile la necessità dell'esercito di operare una riforma del personale militare per poter utilizzare al meglio gli armamenti altamente tecnologici impiegando il personale maggiormente adatto all'utilizzo del sistema d'arma specifico.

In tal modo, disponendo l'esercito di un bacino di reclute maggiormente variegato, il sistema di difesa norvegese risulta più atto a formarsi adeguatamente per far fronte alle sfide nazionali e internazionali. Il motivo di questa decisione risiede dunque nella volontà di poter avere accesso alle capacità migliori dalla propria popolazione, indifferentemente dal sesso del cittadino, puntando ad avere circa il 20 per cento di donne nel 2020.

Inoltre, la decisione approvata con larga maggioranza in parlamento (solo 6 voti contrari su 102) di estendere il servizio militare obbligatorio anche alle donne è volta a facilitare l'eguaglianza di genere con un occhio attento alle pari opportunità.

La decisione di estendere l’obbligatorietà del servizio militare alle donne arriva in un Paese che dal 2001 ha posto alla guida del proprio ministero della Difesa una donna. Negli ultimi 16 anni il ministero è stato guidato da cinque donne e ciò ha certamente facilitato la decisione nel senso di permettere al sesso femminile pari opportunità ad ogni livello.

Ad ogni modo, è da sottolineare il fatto che tale decisione non andrà ad incidere sul numero totale di coscritti, bensì sulla loro composizione. Pertanto, solamente un sesto degli uomini e delle donne rientranti nella fascia d’età di coscrizione può essere effettivamente integrato nelle forze armate.

Il servizio militare obbligatorio mantiene pertanto una parte di volontarietà, consentendo di reclutare primariamente le persone effettivamente interessate alla vita militare, pur dovendo gli altri rimanere a disposizione in caso di necessità, risolvendo in tal modo problemi legati ai costi di gestione e al mantenimento delle Forze Armate.

Ciononostante, non sono mancate le critiche sul merito e sulle ripercussioni pratiche della decisione parlamentare norvegese. L’associazione in difesa dei diritti delle donne, Norsk Kvinnesaksforening si è battuta contro il servizio obbligatorio femminile facendo leva sul concetto che uguaglianza dei diritti non significa dover necessariamente considerare uomo e donna uguali in tutto e per tutto.

Secondo l’associazione, nel processo decisionale bisognerebbe tener conto delle necessità femminili e pensare a soluzioni ottimali per permettere a chi nell’esercito di poter, eventualmente, portare avanti una gravidanza o di poter altresì accedere alle più alte cariche nelle Forze Armate, ancora per la maggior parte dei casi appannaggio maschile.

Altro punto contrario alla decisione attiene alle soluzioni dei dormitori misti (due donne e quattro uomini per stanza) dell’esercito norvegese e a casi riportati di aggressione verbale e fisica subita dalle giovani reclute donne norvegesi.

Donne ed esercito, altro passo verso la parità di genere
La Norvegia è l’unico Paese europeo e primo Paese Nato ad aver deciso di estendere il servizio militare obbligatorio alle donne. Più spesso si è parlato invece della possibilità per le donne di arruolarsi volontariamente nell’esercito, seppur questa decisione sia arrivata in momenti diversi tra i Paesi europei.

Prima delle rispettive legislazioni nazionali in merito, le donne avevano diritto di accedere ai ranghi dell’esercito solo ed esclusivamente per posizioni di assistenza medica e in qualità di membri delle bande dell’esercito. Successivamente però ci si è resi conto del valore aggiunto della presenza femminile tra i ranghi dell’esercito, arrivando a una generale, graduale apertura del mondo militare.

Oltre che a costituire un valore aggiunto, la presenza delle donne nell’esercito rappresenta un diritto conquistato verso una parità di genere. In tal senso si espresse la sentenza C-285/98 della corte di giustizia europea in Lussemburgo adita da un giovane cittadina tedesca dopo aver visto il diritto di accedere alla carriera nelle forze armate esserle negato non perché non idonea, ma in quanto donna. La giurisprudenza derivante dalla sentenza del 2000 ha quindi regolato la possibilità per le donne di arruolarsi, oggi norma in Europa.

Leva femminile: imposizione o libera scelta?
Tra i maggiori stati europei tutti permettono alle donne la possibilità di arruolarsi volontariamente. In Italia l’ingresso delle donne nelle forze armate è possibile dal 2000, con approvazione della legge n. 380 del 20 ottobre 1999.

La Francia invece, dove le donne detengono il diritto formale dal 1972 ma dove l’abolizione dei limiti all’ingresso di alcuni ranghi arriva nel 1998, è il Paese europeo a detenere la più alta percentuale di donne nell’esercito.

Anche nei Paesi del vecchio continente nei quali permane la leva obbligatoria si decide di optare per la sola coscrizione maschile lasciando facoltà di scelta alle donne - avviene in Svizzera, in Austria, o in Lituania che ha recentemente reintrodotto il servizio militare obbligatorio.

L’unico Paese che potrebbe optare per la coscrizione militare universale è la Svezia, ma una decisione è da attendersi non prima del 2018.

Data la novità della coscrizione universale obbligatoria norvegese, probabilmente è ancora presto per parlare di storture nel percorso verso la parità di genere in ambito militare. Certo, tra i Paesi con il servizio militare obbligatorio la Norvegia è l’unico ad estenderlo alle donne: avanguardista o eccessivo?

Ester Sabatino è Junior Fellow presso il programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@Ester_Sab1).

Attenti a mangiare!

Food terrorism 
La minaccia terroristica arriva in tavola
Mariagrazia Alabrese
29/01/2017
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Il rischio di ‘bioterrorismo’ - vale a dire del rilascio intenzionale di microrganismi patogeni per provocare panico, terrore, morte o malattie, al fine di rivendicazioni politiche, religiose o economiche - è uno dei pericoli più temuti che di tanto in tanto rimbalza nelle notizie dei media.

La minaccia relativa alla contaminazione dei cibi che mangiamo rientra in questo quadro e anche se non riguarda esattamente il nostro Paese, proviene da un gruppo ‘eco-terrorista’ nato una quindicina di anni fa proprio in Italia e che si è diramato in varie parti del mondo, tra le quali la vicina Grecia.

Green Nemesis 
La Federazione anarchica informale-Fronte Rivoluzionario internazionale (Fai-Irf) aveva minacciato di boicottare alcuni prodotti delle multinazionali Coca-Cola e Nestlè, manomettendo le bottiglie e immettendovi acido cloridrico già nel dicembre 2013, quando aveva causato il ritiro delle bevande dagli scaffali dei negozi di alcune città greche.

Nel dicembre 2016 la gamma dei prodotti presi di mira sembra essersi ampliata, includendo anche insalate, passate di pomodoro, maionese, latte e prodotti Unilever e Delta. La minaccia è ancora quella di immettere sul mercato prodotti contaminati con cloro e acido cloridrico senza che le confezioni risultino manomesse.

L’obiettivo dell’organizzazione anarchica, nell’ambito del Progetto ‘Green Nemesis’ non è quello di colpire i consumatori, ma di dare luogo ad un sabotaggio economico delle multinazionali e dei grandi gruppi bersaglio dell’azione, considerati responsabili di fare profitti sfruttando i lavoratori, anche minori di età, e di essere tra le società più inquinanti del mondo.

La reazione dei soggetti economici colpiti è stata immediata. In un comunicato congiunto, Coca-Cola, Nestlè e Unilever hanno elencato i prodotti ritirati dal mercato nell’area interessata e dato notizia di aver attivato, ciascuna di esse, un numero verde per fornire informazioni ai consumatori.

Food terrorism e agroterrorism
Il food terrorism è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento del 2002 dal titolo “Terrorist Threats to Food: Guidance for Establishing and Strengthening Prevention and Response Systems” come un atto o una minaccia di contaminazione deliberata di cibo destinato al consumo umano mediante l’impiego di agenti chimici, biologici o radiologici e al fine di causare malattie o morte della popolazione civile e/o di turbare la stabilità sociale, economica o politica.

L’agroterrorism, secondo la definizione adottata anche dall’Fbi, è rappresentato dall’introduzione deliberata di una patologia animale o vegetale allo scopo di generare paura, causare danni economici o minacciare la stabilità sociale.

Il cibo, dunque, può ben essere un veicolo per atti terroristici finalizzati a scopi politici, come nel caso delle insalate contaminate con la salmonella nello stato dell’Oregon in occasione di elezioni locali nel 1984, o, come nel più recente caso greco, usato allo scopo di compiere sabotaggi economici di gruppi commerciali. Tali azioni terroristiche, inoltre, possono interessare ogni anello della catena alimentare, dai campi alla tavola.

Quali strumenti da parte del diritto agroalimentare?
Il caso della minaccia in Grecia ci offre l’occasione di svolgere alcune considerazioni sugli strumenti giuridici attualmente in essere per affrontare situazioni di tal genere. La regolamentazione in materia agroalimentare, spesso assai complessa e dettagliata in molti Paesi del mondo, ha, tra l’altro, il ruolo di garantire alimenti sani e sicuri ai consumatori e di permettergli di compiere scelte informate.

Esistono, dunque, strumenti posti a tutela della sanità del cibo immesso sul mercato: vi è da chiedersi se risultano adeguati nell’ipotesi di un attacco di food terrorism.

Il recente Food Safety Modernization Act, atto normativo in materia di sicurezza alimentare emanato negli Usa nel 2011 prevede, tra le sue regole di esecuzione, delle mitigation strategies finalizzate a proteggere gli alimenti proprio da ‘adulterazioni intenzionali’.

Tra le azioni previste vi è la preparazione da parte degli operatori del settore alimentare di un food defense plan, secondo una procedura che ricalca l’Haccp, vale a dire quel sistema per il quale le imprese agroalimentari identificano, valutano e controllano i punti critici di possibile rischio di contaminazione nei propri processi produttivi.

La disciplina dell’Unione europea, Ue in materia di food safety è certamente una delle più avanzate al mondo. La sua architettura poggia sul Reg. 178/2002 ed è completata da una serie di atti normativi, tra i quali in primis quelli che formano il c.d. “pacchetto igiene”.

Tale strumentario comprende, tra l’altro, il sistema di autocontrollo Haccp che si è menzionato, regole stringenti di tracciabilità dei prodotti dal campo alla tavola e un efficace sistema di allarme rapido che permette, nell’ipotesi in cui vi sia il rischio che un alimento o un mangime comporti un grave pericolo per la salute umana, per la salute degli animali, o per l’ambiente, di adottare misure di emergenza quali, ad esempio, il ritiro del prodotto dal mercato.

Si tratta, dunque, di norme che si stanno dimostrando adeguate per le ipotesi di contaminazione accidentale, ma che, in effetti, non sono rivolte a contaminazioni intenzionali, come avviene nei casi di food terrorism.

Per tale ragione, probabilmente, sarebbe necessario riflettere sull’opportunità di introdurre, anche nell’Ue misure di food defense, volte cioè alla protezione dei prodotti alimentari da alterazioni intenzionali dovute ad agenti biologici, chimici, fisici o radiologici, che al momento rappresentano solo misure volontarie alle quali aderiscono, ad esempio, gli operatori del settore alimentare che vogliano esportare negli Usa.

Mariagrazia Alabrese è ricercatrice in diritto agr