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giovedì 18 aprile 2019

Alle radici della Repubblica Italiana


La Costituzione nel primo e nel secondo risorgimento”.

Adelio  Fabbris               

                   I documenti costituzionali sono nati per limitare il potere assoluto dei sovrani. In questo contesto si inquadra la “Magna Carta Libertatum” concessa da Giovanni Senza terra ai baroni d’Inghilterra nel 1215 e i documenti successivi, di analogo contenuto, concessi da Federico Barbarossa alla Lega Lombarda nel 1183 e dal re Andrea d’Ungheria ai propri vassalli nel 1222. Il contenuto di questi testi comprendeva, tra l’altro, il divieto di imporre nuove tasse senza il consenso degli interessati e la garanzia, per tutti gli uomini liberi, di non poter essere imprigionati senza aver subito un regolare processo da parte di una corte di  pari, secondo il principio del “ habeas corpus integrum”.Pur essendo stata interpretata come il primo documento fondamentale per il riconoscimento dei diritti dei cittadini, essa deve essere tuttavia iscritta ancora nel quadro del diritto feudale che prevede la concessione di privilegi (libertates) a comunità o sudditi da parte del sovrano.In questo contesto, di controllo delle spese del sovrano, si colloca la convocazione degli stati generali da parte di Luigi XVI che ha avuto come estrema conseguenza la rivoluzione francese e l’adozione della prima costituzione moderna. Con l’affermazione dei principi di libertà e uguaglianza (la “fratenitè” verrà introdotta in un momento successivo, soprattutto per giustificare l’attivismo internazionale della Francia) la rivoluzione francese scardina le basi dell’organizzazione feudale dello stato incentrato, fino a quel momento, sulla divisione in classi della società per diritto di nascita a prescindere da criteri di merito e di censo.
                    Ai nobili apparteneva la terra e in più si dividevano le cariche pubbliche    nell’amministrazione dello stato e i gradi di comando nell’esercito. Il clero faceva il proprio mestiere riscuotendo le decime e accumulando grandi possedimenti terrieri.  I contadini facevano i contadini per tutta la vita senza la possibilità di riscatto sociale e di arricchimento economico.
                     L’unica classe che non rimaneva negli argini dell’ordine sociale esistente era la nascente borghesia delle professioni e degli affari. Una stagione di straordinario sviluppo economico aveva permesso ad una borghesia intraprendente e creativa di cogliere i fermenti del nuovo che stava avanzando nel mondo della produzione e dei commerci. Siamo agli inizi della rivoluzione industriale e del grande sviluppo dei commerci e non la nobiltà, non il popolo, non certamente il clero sanno approfittare della nuova situazione.
                        Solo la borghesia, conscia del potere derivantegli dalla potenza economica acquisita,
pretende di svolgere un ruolo politico adeguato ai rapporti di forza instauratisi nel paese. Supportata in questo dalla nuova temperie culturale rappresentata dalla filosofia dei Lumi. Opere fondamentali come l’Esprit des Lois,(Montesquieu, 1748), l’Histoire naturelle,(Buffon, 1749) il primo volume dell’Encyclopedie di Diderot(1951)  vedevano la luce a cavallo del secolo, mentre Voltaire e Rousseau stavano per dare alle stampe le loro opere fondamentali (come il “Trattato sulla tolleranza” del 1763 e il “Dizionario filosofico” del 1764 per Voltaire; il “Contratto sociale” e “Emilio o dell’educazione” nel 1761 per Rousseau) In poco tempo, quindi, viene spezzato il rapporto che legava trono e altare distruggendo definitivamente il complesso sistema di legittimità e gerarchie che era alla base dell’Acien Regime.
 I tempi quindi sono maturi e l’occasione è offerta dalla convocazione degli Stati Generali da parte di Luigi XVI per una questione di tasse.
Non è questa la sede per ripercorrere lo stravolgimento prodotto in Francia e successivamente in tutta Europa dalla rivoluzione francese, ma è indubbio che in quella sede si posero le basi dei moderni testi costituzionali. Con la abolizione del regime feudale e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino          si sancirono definitivamente i principi di libertà e uguaglianza, con la costituzione del 1791 si stabilì la divisione dei poteri ( ispirata dalle opere di Montesquieu) e la sovranità popolare ( ispirata dalle opere di Rousseau).
Su queste basi presero vita, tra varie vicissitudini, le costituzioni concesse dai vari sovrani ai loro popoli e tra esse anche lo Statuto Albertino.
             Concesso da Carlo Alberto al suo popolo in seguito ai motti del 1948 che sconvolsero tutta l’Europa esso nacque sotto un duplice segno : quello della democratizzazione del regno e quello della unificazione d’Italia. La concessione dello Statuto infatti coincide con il primo concreto tentativo di dare avvio all’unità d’Italia rappresentato della prima guerra di indipendenza . Lo sfortunato tentativo di Carlo Alberto lascerà tuttavia in vita uno strumento giuridico idoneo, all’ombra del quale si realizzerà comunque l’unita d’Italia.
             Esso disegna uno Stato in forma di monarchia costituzionale in cui il Re era il capo supremo dello Stato, esercitava il potere esecutivo attraverso i suoi ministri, convocava e scioglieva le camere e sanzionava le leggi attraverso la promulgazione.
              Lo Statuto Albertino ha le caratteristiche di essere una carta:
concessa “con lealtà di re e affetto di padre…….ai nostri amatissimi sudditi”;
breve in quanto si limita ad enunciare i diritti e ad individuare la forma di governo;
flessibile in quanto può essere cambiata con legge ordinaria.
La sovranità non appartiene alla Nazione, ma al Re il quale, tuttavia si  trasforma in principe costituzionale sottoposto egli stesso alle norme dello Statuto.
Il potere legislativo viene esercitato da due camere, una di nomina regia ed una eletta a suffragio maschile su base censuaria.
Il potere esecutivo rimane ampiamente in mano al Re, che lo esercita attraverso i suoi ministri, senza che sia necessaria la fiducia del parlamento. Nella prassi parlamentare, tuttavia, venne  presto ad affermarsi la necessità che il governo in carica godesse della fiducia del parlamento venendo così ad instaurarsi un governo di tipo parlamentare.
 La giustizia viene esercitata da un corpo di magistrati di nomina regia. La magistratura non rappresenta quindi un potere, ma un ordine soggetto al ministero della Giustizia.
                  E’ sotto questo cappello giuridico che si svolge il primo risorgimento italiano. Con tutti i suoi limiti, ma anche con tutte le sue novità lo Statuto Albertno ha permesso alle varie realtà italiane (Regno delle due Sicilie, Granducato di Toscana, Lombardo-Veneto, Stato Pontificio) di entrare a far parte di quella che sarebbe diventata l’Italia. E questo non solo perché si mossero gli eserciti, ma anche perché le elite dominanti nelle varie realtà italiane ritennero che il progetto politico di unificare la nazione fosse un progetto che andava perseguito con convinzione e determinazione.
                   Rispetto alla querelle storica tra gli assertori della “conquista” e quelli della “adesione” si deve comunque ammettere che il Regno di Sardegna era l’unica entità politico istituzionale ad avere un progetto chiaro e realistico di unificazione  dell’Italia. In questo ambito grande importanza svolse lo Statuto nel senso che chi aderiva all’unità d’Italia conosceva e condivideva le regole sotto cui si sarebbe organizzato il nuovo stato.
                    E condivisero e aderirono all’unità d’Italia, così come si andava formando, cioè attorno all’iniziativa di casa Savoia i ceti dominanti e la nascente borghesia. Nessuno degli altri stati italiani preunitari  seppe esercitare una simile attrazione e soluzioni alternative come la federazione di stati attorno al Papa (sostenuta dal Cattaeo) erano chiaramente cervellotiche e velleitarie.
                     Dicevamo che i ceti dominanti e la nascente borghesia fecero l’unità d’Italia. Quello che chiamiamo “il popolo” e che era rappresentato per la grande maggioranza da contadini, in parte partecipò, in gran parte stette a vedere, ma abbastanza presto si accorse che per lui le cose non mi- glioravano di molto, se non addirittura peggioravano. La nascente borghesia, che stava subentrando alla nobiltà assenteista nella gestione della proprietà terriera, era un padrone esigente ed esoso che voleva far fruttare i propri investimenti  e non era disponibile  ad atteggiamenti paternalistici nei confronti dei lavoratori agricoli.
                      Si aggiunga che il nuovo stato si era molto indebitato per condurre le sue campagne di guerra ed aveva bisogno di rientrare dal debito contratto imponendo subito nuove tasse e si capirà perché il popolo si accorse subito che forse si stava meglio prima. Da qui le radici del “brigantaggio” che dilagò in gran parte del mezzogiorno subito dopo l’unificazione. Il giudizio su un fenomeno così caratteristico e così complesso si divide in due filoni: quello marxista-gramsiano della sollevazione polare per fini democratici e quella liberale di Rosario Romeo di resistenza conservatrice al nuovo che avanza. Eviterei di inoltrarmi in questa vexata quetio, ma non si può non prendere atto di recenti interventi del Capo dello Stato che prendeva posizione in materia a favore della tesi di Romeo.

                       Ma lo Statuto Albertino è stato anche quello che ha permesso, in un quadro di sostanziale continuità giuridica, l’instaurarsi del fascismo e delle sue nefaste conseguenze. Essendo, come abbiamo visto, quello che i giuristi chiamano una costituzione “flessibile”, lo Statuto permise tutte quelle variazioni che trasformarono gradualmente l’Italia in uno stato “totalitario”. Ed appunto la “flessibilità” è una delle pecche dello Statuto che è stata corretta dai costituenti introducendo una costituzione “rigida”, cioè destinata ad essere modificata con un procedimento lungo, complicato e che alla fine può prevedere il ricorso al corpo elettorale.
                     Ma non anticipiamo tempi ed argomenti. Esaminiamo innanzitutto l’ambiente culturale e le classi sociali che anno dato vita alla costituzione vigente. L’ambiente culturale è quello che definiamo del “secondo risorgimento”, caratterizzato da un’ampia partecipazione popolare e segnatamente dall’ingresso in campo, con ruolo di protagoniste, di quelle forze politiche e sociali che erano rimaste ai margini del primo. Il popolo italiano, abbandonato a se stesso dalle istituzioni (governo, corona) nel bel mezzo di una guerra mondiale, con il proprio esercito disseminato in mezza Europa e privo di ordini, con il suolo patrio ridotto a terreno di scontro tra eserciti nemici, seppe dimostrare una straordinaria capacità di riscatto dallo sfacelo in cui il fascismo lo aveva gettato.   E fu veramente la guerra di un popolo che in quei tragici momenti seppe trovare unità di intenti tra tutte le forze che  si opponevano al nazi-fascismo in nome della libertà e della dignità nazionale.
                       Popolo in armi come i combattenti inquadrati nelle forze armate regolari che diedero immediatamente il loro contributo nella battaglia di Montelungo; civili che si sottrassero alla leva imposta dalla R.S.I. e si rifugiarono in montagna dando vita alle formazioni partigiane; cittadini comuni che accoglievano festosamente l’arrivo degli alleati come liberatori, (anche se non dappertutto andò così)(1) o subivano inorriditi le stragi e le inutili crudeltà di un esercito che si ritirava lasciando dietro di se una scia di sangue.
                       Questa partecipazione generalizzata alla guerra di liberazione pose le basi di quel consenso di massa alle nuove istituzioni che si manifestò il 2 giugno 1946 con la scelta della repubblica e l’elezione dell’assemblea costituente. Le forze presenti nell’assemblea costituente erano in gran parte rappresentate da quei partititi politici che erano stati soppressi dal fascismo e che ora facevano la loro ricomparsa con rapporti di forza assai mutati rispetto al periodo anteriore all’esperienza fascista.
                       Dei 556 deputati che componevano l’assemblea costituente 207 appartenevano alla Democrazia cristiana, 104 al Partito comunista, 116 al Partito socialista ( che si scinderà poi nel Partito socialista di Nenni, tanto per capirci e nel Partito socialista dei lavoratori di Saragat), 24 al Partito repubblicano, 21 al Partito liberale, 32 al Fronte dell’uomo qualunque, 9 all’Unione democratica nazionale, 9 alla Democrazia del lavoro,10 agli Autonomisti ed infine 24 di varia estrazione politica che partecipavano ai lavori nel Gruppo misto







Partito
Numero Deputati
%
Democrazia cristiana
207
37,2
Partito comunista
104
18,7
Partito socialista
64
11,5
Partito socialista dei lavoratori
52
9,3
Partito repubblicano
24
4,3
Partito liberale
21
3,7
Fronte dell’uomo qualunque
32
5,7
Unione democratica nazionale
9
1,6
Democrazia del lavoro
9
1,6
Autonomisti
10
1,8
Vari (gruppo misto)
24
4,3
                         
                            Da questi numeri si capisce che la nuova costituzione era nelle mani dei grandi partiti di massa che si ispiravano alle ideologie cattolica e social-comunista e che se si voleva un testo largamente condiviso si doveva trovare una intesa tra queste due componenti fondamentali della Assemblea costituente.  Paradossalmente possiamo dire che il primo compromesso storico della storia d’Italia è stato quello che si è realizzato nella stesura del testo costituzionale. 
                            Forze politiche molto diverse  e politicamente contrapposte trovarono la forza e la saggezza di stabilire un quadro di regole condivise in cui far vivere la vita democratica del paese. A tal proposito dobbiamo ricordare che questo esito non era né dovuto né scontato, anzi tutt’altro.                   Quel che succedeva nella vicina Francia non era affatto rassicurante, con un testo approvato dalla assemblea costituente largamente influenzato dal partito comunista e poi bocciato da un referendum popolare.
                         In Grecia poi il rifiuto del partito comunista di riconsegnare le armi a guerra finita era sfociato in una sanguinosa guerra civile. Dopo i morti e le devastazioni prodotte dalla seconda guerra mondiale la Grecia conobbe una guerra fratricida, protrattasi dal 1946 al 1949, con 80.000 morti, migliaia di profughi, una economia nazionale disastrata e uno strascico di veleni e di polemiche protrattosi fino al 1989.  Il conflitto  si è infatti formalmente chiuso solo nel 1989  con l’approvazione di una legge da parte del parlamento greco che riconosceva lo status di “combattenti” ad entrambi gli eserciti in campo.
                         Anche in casa nostra si erano manifestate le conseguenze dell’instaurarsi in europa di un clima di “guerra fredda”. Con la rottura del governo di unità nazionale e la cacciata dei social-comunisti all’opposizione c’erano tutte le premesse per l’apertura di una fase di duro scontro politico e la possibilità che questo si riverberasse sui lavori della assemblea costituente. Questo non avvenne. I lavori procedettero regolarmente fino alla  stesura di un testo largamente condiviso, approvato il 22 dicembre 1947 con 453 voti a favore e 62 contrari ed entrato in vigore il primo di gennaio del 1948. A favore votarono democristiani, comunisti e socialisti in gran parte autori del testo. Contro votarono i liberali e i deputati dell’uomo qualunque perché contrari agli articoli compresi nel titolo terzo della prima parte dedicati ai rapporti economici ed al titolo quinto della seconda parte dedicato alla istituzione delle regioni.
                         Le ragioni per cui all’Italia furono risparmiate sia la prospettiva greca che quella francese risiedono in gran parte nelle scelte fatte da Togliatti. Egli era infatti  consapevole del fatto che il nostro paese, con gli accordi di Yalta,  era stato ricompresso nella zona di influenza occidentale e che quindi era giocoforza accettare le regole di una democrazia liberale, piuttosto che imbarcarsi in pericolose avventure per realizzare una “democrazia popolare” come qualcuno nel suo partito chiedeva. All’interno del partito comunista (vedi Longo e Secchia) e delle formazioni partigiane erano infatti presenti zone di scontento per l’andamento che stavano prendendo  le cose rispetto al carico di aspettative che erano maturate durante la guerra di liberazione . Molti partigiani comunisti vissero il periodo come una specie di tradimento delle aspettative per cui avevano combattuto la guerra di liberazione e si disposero ad attendere tempi migliori nascondendo le armi invece di riconsegnarle a guerra finita(2).
                       Questa riserva mentale, per cui si aderisce perché in questa fase non è possibile ottenere di meglio, ma si sta con l’arma al piede in attesa  di condizioni migliori per la realizzazione di una autentica “democrazia popolare” (di quelle che si andavano realizzando oltre cortina) è chiaramente esplicitata in uno scritto di Umberto Terracini che vale la pena di citare per esteso. Parlando della costituzione dice:”…E’ stato così raggiunto in misura apprezzabile l’obiettivo di assicurare in generale ai cittadini uno standard di vita migliore per quanto compatibile col sistema storico in atto. Solo quando questo processo non avrà più margini ulteriori di svolgimento e cioè quando saranno storicamente mature le condizioni per il passaggio ad un sistema economico-sociale diverso e più avanzato si porrà il problema non già di questa o quella revisione parziale della costituzione democratica, ma della sua sostituzione totale.”.(3)     
                         Il primo gennaio 1948, comunque, l’Italia ebbe la sua nuova costituzione ad opera della Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946. Nella stessa data il popolo italiano aveva già scelto  la forma di stato sub specie di Repubblica.
                          Il nuovo testo si caratterizza per essere una costituzione “rigida”,  cioè modificabile solo tramite un procedimento lungo e complicato in sede parlamentare e salvo approvazione popolare tramite referendum confermativo se l’approvazione da parte del parlamento non è avvenuta con la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti.
                           La costituzione stabilisce inoltre che la Repubblica  sia “parlamentare” a sistema “bicamerale perfetto” con elezioni a suffragio universale “differenziato” fra le due camere. Il sistema di separazione dei poteri (4) prevede che al Parlamento spetti in primis la formazione delle leggi, ma anche uno stringente potere di controllo esercitato attraverso “interrogazioni”, “interpellanze”, “mozioni e “commissioni d’inchiesta”. L’Assemblea costituente ha optato, inoltre, per affidare al Parlamento, integrato dai rappresentanti delle regioni, l’elezione del Presidente della Repubblica. Al Parlamento poi , come massima espressione della sovranità popolare, sono attribuiti altri notevoli poteri di cui tuttavia non è il caso di parlare in questa sede (uno per tutti: “Le Camere deliberano lo stato di guerra…” art. 78).
                            Venendo alla gestione effettiva del “potere esecutivola Costituzione ne investe il presidente del consiglio  cui spetta la scelta dei singoli ministri e la direzione generale della politica del Governo. Per poter realizzare il proprio programma il governo deve godere della fiducia del Parlamento.
                           Nell’abito della divisione dei poteri, per quanto riguarda la giustizia, la costituzione stabilisce che: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”.art. 101; che                                                                                       La Magistratura  costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”  e che si autogoverna tramite un proprio organo denominato Consiglio Superiore della Magistratura presieduto dal Capo dello Stato, art.104, .  Vengono, inoltre, fissati i principi: - della obbligatorietà dell’azione penale, art.112 ; - del giudice naturale, dell’anteriorità della legge al reato art.25 - del diritto alla difesa e della possibilità di agire in giudizio, art. 24; della responsabilità penale personale.
                        Abbiamo così molto   brevemente tracciato le regole che hanno governato la vita politica e sociale del nostro paese negli ultimi 60 anni. Una valutazione del suo funzionamento a questo punto è d’uopo. La costituzione italiana ha operato nella seconda metà del XX° secolo.  Il quadro di riferimento internazionale è stato quello della divisione del mondo in 2 blocchi e della loro contrapposizione in quella che è stata chiamata “guerra fredda”, che in qualche momento ha minacciato di trasformarsi in guerra calda, come durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962.
                     Ma l’evento più importante a livello mondiale è stato il crollo dell’Unione sovietica. Il vulnus inferto alla civiltà occidentale nel 1917 e che tanti disastri aveva creato nella Russia e nel mondo, cadeva per consunzione interna, senza neanche una “spintarella”da parte del mondo capitalista, nel 1989. Si chiudeva così il “secolo breve” (5) che ci aveva “regalato” i due totalitarismi più feroci e sanguinari(6) e le due guerre mondiali con il più alto numero di morti della storia dell’umanità. Dopo questo avvenimento nulla può essere più come prima. Non che all’umanità, da questo momento in poi, manchino i problemi, ma quella che è venuta meno è l’idea fideistica di poterli risolvere dando il potere assoluto alla “classe operaia” (la così detta “dittatura del proletariato”) che tramite il partito (novello principe) disponeva dei mezzi (leggi:- annientamento degli avversari-) per governare il mondo.
               Possiamo ricordare anche che nel frattempo l’uomo è andato sulla luna, si è dotato di un sistema di comunicazioni che possiamo definire “istantanee” e “globali”, nuove nazioni sono assurte al rango di super potenze, mentre l’europa è scaduta a regione periferica della scena mondiale. Il mondo, insomma, è molto cambiato da come lo conoscevano i padri costituenti e ho l’impressione che continuerà a farlo ad una velocità che dobbiamo imparare a padroneggiare. Non sarà certo continuando a guardare in dietro che comprenderemo la realtà mutevole e complessa che ci sta davanti. 
                      Sul piano interno tutto questo ha comportato una aspra contrapposizione tra  forze politiche e sociali, specialmente nei primi anni del dopoguerra. I partiti comunista e socialista (in stretta collaborazione tra loro fino al 1956), pur se cacciati dal governo, mantenevano comunque delle loro zone di forza, specialmente negli enti locali delle regioni rosse e nel sindacato. La democrazia cristiana governava con i partiti di centro portando l’Italia nell’Europa e nella Nato e avviando quel fenomeno che si sarebbe chiamato “miracolo economico”.
               Dopo i fatti d’Ungheria si ebbe la rottura tra PCI e PSI e la lenta marcia di avvicinamento di questo al potere e all’Europa. Con il 1963 si apre la lunga stagione dei governi di “centro-sinistra” che, con varie vicissitudini, governeranno l’Italia finchè i giudici di “mani pulite” non  spazzeranno via dalla scena politica nazionale i partiti che ne facevano parte.
                  Ma anche il partito comunista di Berlinguer, constatato l’esaurirsi della spinta innovativa proveniente dall’URSS, iniziava nel 1973, con una riflessione sui fatti Cileni, una sua marcia di avvicinamento al potere con l’elaborazione di quella dottrina che si sarebbe chiamata del “compromesso storico”.                                          
                    Dopo la stagione del miracolo economico è subentrato un periodo di aspre lotte sociali (con il ’68 studentesco) e sindacali (con “l’autunno caldo sindacale)  e la comparsa di fenomeni come quello del terrorismo (culminato nel rapimento di Ado Moro e nell’assassinio  della sua scorta il 16 marzo 1978 , nel giorno in cui si stava recando in parlamento per votare la fiducia al IV governo Andreotti, che vedeva per la prima volta il voto favorevole  dei comunisti.). La stagione dei governi di “solidarietà nazionale” durò poco e ben presto il PCI tornò all’opposizione, non prima però di aver approvato la riforma sanitaria che con la formula “tutto gratis a tutti” e con l’attivo contributo delle regioni, tanto avrebbe contribuito al dissesto del bilancio statale e all’incremento del debito pubblico. Con la crisi del governo Andreotti si andò ad elezioni politiche anticipate  (giugno 1979) e si concluse così la breve stagione dell’avvicinamento del PCI al potere.
                 Comunque, anche se lentamente e faticosamente, lo Stato è la società civile hanno saputo mettere in campo forze sufficienti e unità di intenti tali da sgominare il terrorismo (non senza aver prima pagato un altissimo tributo di sangue di servitori dello stato)  
                   Nel frattempo arrivava il crollo dell’Unione sovietica e con essa la liberazione di quegli Stati ai quali l’ideologia comunista era stata imposta con la forza. Con il crollo del muro di Berlino si ha l’immagine plastica del fallimento del comunismo che voleva realizzare in terra il paradiso della classe operaia, ma era costretto a tenerla chiusa in un immenso gulag altrimenti questa si sarebbe volentieri trasferita nel perfido mondo capitalista.
                   Non si può dire tuttavia che questa ideologia (il comunismo) abbia cessato di influenzare molte menti di quelli che ci avevano invitato a guardare a oriente per vedere sorgere il sole dell’avvenire. Concetti come “lotta di classe”, “internazionalismo proletario”, “superiorità morale”, “sfruttamento della classe operaia”, “egemonia intellettuale” continuano ad operare, più o meno sottotraccia, anche se con sempre minore efficacia e danni collaterali (speriamo). 
                   Con la caduta del muro di Berlino è venuta meno anche la funzione e il ruolo assunto dalla democrazia cristiana e dai suoi alleati di “muro” in funzione anticomunista. Come premio e riconoscimento per questo ruolo svolto nel dopoguerra furono tutti incriminati e qualcuno messo anche in prigione. I tardi epigoni del partito comunista, dai quali non si è sentita una parola di resipiscenza per i loro trascorsi,  sono stati destinati invece al futuro governo del paese. Ma le vicende della fine della prima repubblica sono ancora troppo vicino a noi perché se ne possa parlare con serenità distacco, per cui termino qui questo breve excursus storico sui fatti avvenuti in vigenza della costruzione repubblicana.
                    Ringrazio quanti hanno avuto la pazienza di starmi ad ascoltare, ringrazio la sezione dell’A.N.C.F.A.R.G.L di Matino nella persona del suo presidente Pasquale de Cataldis per avermi dato l’occasione di parlare a questo convegno, ringrazio gli amici che mi hanno sostenuto quando ho anticipato loro le linee portanti di questo lavoro, anche se rimango l’unico responsabile di quanto scritto e detto. Ricordo tuttavia come loro fossero particolarmente interessati alla parte del mio discorso che riguardava la necessità di un “terzo risorgimento”. Riassumerò qui allora brevemente  le ragioni che mi inducono a sostenere una tale tesi.
Vi sono ragioni :-storiche
                            -politiche
                            -giuridiche
                            -economiche
                            -morali
                            -geografiche.   
               Partiamo da una premessa che tutti possono condividere e cioè che, al di la del come e del perché la prima repubblica è finita. Se fossimo un paese normale sarebbe successo come in Francia nel passaggio dalla quarta alla quinta repubblica e cioè si prenderebbe atto della situazione e ci si darebbe una nuova costituzione. In Italia, invece, alcune delle forze politiche che aderirono alla prima repubblica, con che riserve mentali abbiamo visto, hanno scoperto di avere la costituzione più bella del mondo, (come quando si diceva che avevamo il campionato di calcio più bello de mondo, ricordate ?) ed ogni proposta di revisione viene bollata come un attentato alla costituzione.
                 Cominciamo ad esaminare le ragioni geografiche. Abbiamo visto sopra come il mondo sia radicalmente cambiato da come lo hanno conosciuto i padri costituenti, in una direzione e ad una velocità precedentemente sconosciute, che richiedono capacità di analisi e rapidità di decisioni.
                 Con una costituzione come la nostra, pensata per impedire l’avvento di un altro Mussolini, piena di pesi e contrappesi, di organi che si controllano l’un l’altro e che si bloccano a vicenda le decisioni rapide e veloci sono una chimera.
                  Veniamo alle ragioni storiche. Le forze partitiche e le ideologie sociali che hanno  impregnato con le loro idee la costituzione sono in gran parte finite. La democrazia cristiana e il partito socialista non esistono più, il partito comunista, salvato da “mani pulite”, ma condannato dalla storia, ha cambiato una mezza dozzina di nomi, ma non è mai andato a Bad Godesberg(7) , e i cardini partanti dell’ideologia marxista sono rimasti nel suo d.n.a. Altre forze politiche si sono imposte sulla scena politica del paese affermando principi nuovi e sconosciuti ai partiti storici, come la Lega col suo federalismo; il c.d. “arco costituzionale” non esiste più e anche il partito che si ispirava al fascismo è stato “sdoganato”. Adesso tutti si definiscono democratici e liberali, almeno a parole, ma sappiamo quanto il liberalismo abbia sempre avuto vita difficile in questo paese. 
                      Per ragioni politiche intendiamo sostanzialmente l’esaurirsi di quel sistema di governo che si è retto per un trentennio sui partiti di centro sinistra  e che rappresentava una certa visione del mondo in una precisa epoca storica. Il governo dei partiti di centro, con l’esclusione delle ali, ha fatto il suo tempo. Adesso l’organizzazione politica avviene  attorno a due partiti o a due coalizioni che si contendono il governo del paese, tendenzialmente per una intera legislatura e che si sottopongono al giudizio degli elettori che giudicano l’operato del governo. Questo sistema di scelta del governo da parte degli elettori e non più dei partiti con la ricerca di una maggioranza in parlamento è stato introdotto in via di fatto attraverso la legge elettorale e non anche un adeguamento della costituzione. Questo è l motivo per cui si impone un adeguamento della carta in senso maggioritario. 

                       Le ragioni giuridiche riguardano quella immensa mole di lavoro di commissioni, comitati, gruppi di studio, mozioni, messaggi che si sono succeduti dal lontano 1982 ai giorni nostri
 Li elenco brevemente:
- Comitati  di studio per l’esame delle questioni istituzionali costituiti nell’ambito delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato nel 1982;
-    Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (c.d. commissione Bozzi) X legislatura;
-     Dibattito sulle riforme istituzionali svoltosi alla Camera e al Senato il 18 e 19 maggio 1988;
-   Progetto di revisione di alcune disposizioni della Costituzione approvato dalla commissione Affari costituzionali della Camera nella X legislatura;
 -    Dibattito sui temi contenuti nel messaggio del Presidente della Repubblica in materia di riforme istituzionali inviato alle Camere il 26 giugno 1991 (23-25 luglio 1991;)
-     Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (c.d. commissione De Mita – Iotti) XI legislatura;
-   Comitato di studio sulle riforme istituzionali, elettorali e costituzionali nominato nella XII legislatura (c.d. Comitato Speroni);
-      Mozioni in materia di riforme istituzionali del luglio 1996
-      Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (c.d. commissione D’Alema) 1997.
             Ma c’è di più. Dal 1948 al settembre 2009 sono state approvate 34 leggi costituzionali così divise: 14    leggi costituzionali che hanno modificato il dettato costituzionale;
            11    leggi costituzionali di approvazione o  modifica degli statuti regionali;
              9    leggi costituzionali che hanno introdotto norme di rango costituzionale.
              Ma c’è ancora di più. Sembra che quello che non è consentito agli uni sia permesso agli altri. Si veda quello che è successo con l’approvazione della legge costituzionale del 18 ottobre 2001, n. 3 “ Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione”, approvata l’ultimo giorno della legislatura da un governo di centro sinistra con 4 voti di maggioranza
                Le ragioni economiche riguardano, a mio avviso, l’aspetto più interessante della faccenda e necessitano di una breve premessa.  La collocazione internazionale dell’Italia nel dopoguerra era nell’Europa e nella NATO. Questo aveva imposto l’allontanamento dei comunisti dal potere governativo centrale e la “condanna” dei partiti di centro e poi di centro-sinistra a governare il paese. Fino alla caduta del muro di Berlino si è parlato di “democrazia bloccata”e di “fattore K”(8) per spiegare la situazione italiana. Questo ha comportato una progressiva degenerazione della qualità della vita politica in quanto:
a)     chi era al governo poteva compiere qualsiasi “nefandezza”  a cuor leggero perché sapeva che non sarebbe mai stato chiamato a risponderne;
b)     chi era all’opposizione poteva avanzare irresponsabilmente le richieste più “sconclusionate” perché sapeva che non sarebbe mai stato chiamato a realizzarle.
            Lo stato di stallo istituzionale produceva continue tensioni nella società civile, specialmente ad opera di quelle forze che si vedevano escluse dall’area di governo e cercavano per altra via la realizzazione dei propri progetti. Si ebbero così, come abbiamo visto,  il “’68 studentesco”, “l’autunno caldo” ad pera del sindacato confederale nel  ’69,  la così detta “strategia della tensione” con le sue stragi e le feroci manifestazioni del terrorismo. Tutto questo può essere considerato il frutto avvelenato di quella che abbiamo chiamato “democrazia bloccata” . La soluzione che si trovò per uscire da questo stato di stallo è, secondo me, il peggiore peccato e la maggiore causa di fallimento della prima repubblica.
              Si trovò il modo di associare surrettiziamente il  partito comunista al governo del paese attraverso la gestione della spesa pubblica. Il PCI alleggeriva la pressione dell’opposizione sul governo in cambio di un incremento della spesa dello stato a favore dei ceti sociali da lui rappresenti. Il centrosinistra concedeva all’opposizione quello voleva, senza toglierlo, attraverso la tassazione, ai ceti da lui rappresentati e ponendolo invece sulle spalle delle generazioni future attraverso un allargamento a dismisura del debito pubblico.
                 A dire il vero un tenue argine al verificarsi del fenomeno la costituzione aveva provato a metterlo obbligando chi presentava una legge che comportava una spesa ad indicare i mezzi per farne fronte ( art. 81, quarto comma),  ma l’argine era troppo debole e di fatto non ha impedito il verificarsi dello scempio. Questo gioco disastroso è andato avanti così per più di quaranta anni accumulando a carico di figli e nipoti uno dei più grandi debiti pubblici d’Europa.



                     Vediamo in una tabella l’andamento del debito delle amministrazioni pubbliche comprendente il debito delle amministrazioni centrali, delle amministrazioni locali e degli enti di previdenza. In milioni di euro; per gli anni fino al 2002 i valori sono ottenuti applicando il tasso di conversione lira/euro pari a 1936,27). Fonte banca d’Italia.

1960
4.032
1970
13.086

1980
114.066
1990
667.847
2000
1.300.340
1961
4.238
1971
16.145

1981
142.427
1991
755.010
2001
1.358.333
1962
4.642
1972
20.107

1982
181.567
1992
849.920
2002
1.368.511
1963
4.898
1973
25.780

1983
232.385
1993
959.713
2003
1.393.495
1964
5.468
1974
32.403

1984
286.744
1994
1069.415
2004
1.444.603
1965
6.140
1975
41.899

1985
347.592
1995
1.151.488
2005
1.512.779
1966
7.837
1976
52.317

1986
404.335
1996
1.213.508
2006
1.582.008
1967
8.587
1977
62.459

1987
463.083
1997
1.238.196
2007
1.598.971
1968
10.024
1978
79.091

1988
524.528
1998
1.254386


1969
11.285
1979
94.800

1989
591.618
1999
1.282.061



      Ogni commento è superfluo. Il furore dissipativo comunque si concentra tra il 1983 e il 1994 in cui il rapporto debito/pil raggiunge il 120%.


    Questo grafico indica l’andamento del debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo (PIL)
negli anni che vanno dal 1960 al 2009. Si nota la prima impennata successiva all’”autunno caldo”
del 1969, la stabilizzazione, attorno al 60%, degli anni tra il ’75 e ’82 per la crisi economica conseguente agli shok petroliferi, e infine l’autentica esplosione ’83-’94, con il raddoppio del rapporto debito/pil dovuto alle politiche di welfare per venire incontro alle richieste dei lavoratori, e l’applicazione delle ricette keynesiane di deficit spending , per sostenere la crescita.


Non voglio spingermi oltre in inutili tecnicismi. L’argomento potrebbe essere il soggetto di un altro intervento.  Voglio solo ribadire il concetto
1)     – il disastro dell’amministrazione della cosa pubblica è sotto gli occhi di tutti, anche se, tutto sommato, non se ne parla molto (avete notato?, molti hanno la coda di paglia !)
2)      - all’assalto alla diligenza hanno partecipato tutti, dal governo e dall’opposizione, dai sindacati operai alle associazioni padronali, al centro e alla periferia.
3)     – l’indebitamento dello stato è servito in minima parte alla realizzazione di opere pubbliche e al finanziamento dello sviluppo (secondo le ricette Keynesiane), andando invece a mantenere rendite parassitarie, apparati burocratici pletorici ed inefficienti e ultima, ma non ultima, una corruzione diffusa e devastante, condita di criminalità più o meno organizzata.
4)     – si è creata così una generazione di giovani senza un lavoro stabile e, quando sarà l’ora, senza una pensione decente, in un paese che non può investire in cultura, che non può investire in ricerca perché le generazioni politiche precedenti si sono mangiate il proprio e l’altrui tesoro di famiglia.
5)     – il tutto in regime di attuale costituzione vigente
6)     Ed è per questo che io auspico un sussulto morale da parte degli italiani, capace di portare ad un terzo risorgimento e ad una coraggiosa riscrittura  della nostra costituzione.

 D'altronde le cose da fare sono sotto gli occhi di tutti e riguardano:
   
-        la revisione del bicameralismo perfetto;
-        la riduzione del numero dei parlamentari;
-        la delegificazione  di alcune materie
-        la riforma dell’ordinamento della presidenza del consiglio
-        la riforma dei regolamenti parlamentari volta a rendere certi i tempi dell’approvazione delle leggi;
-        il controllo della spesa pubblica
-        la riduzione della pressione fiscale
-        il riequilibrio dei rapporti tra magistratura e politica.
-        E quant’altro si vuole aggiungere, nell’ambito di una discussione tra persone oneste che, autenticamente laiche e pragmatiche, vedano la realtà così com’è, senza avere la mente deformata da qualche impresentabile ideologia.

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venerdì 22 marzo 2019

Sempre più alla deriva verso un ignoto futuro

Nella bocca del Leone
L'Italia, la politica estera, l'abbandono dei vecchi alleati e la Cina

Secondo Asia Times la firma del memorandum di intesa con cui il governo italiano aderisce formalmente alla nuova via della seta è una manna per la Cina e per il suo leader Xi Jinping. La firma del documento avviene in queste ore in cui è in corso la visita di tre giorni del leader cinese in Italia, .

Questa firma è stata oggetto di molte polemiche. L'Italia infatti è il primo paese del G7, e dopo questo passo sicuramente diventerà G6, a mettere nero su bianco la sua partecipazione alla Belt and road initiative.(BRI)
La BRI è il gigantesco piano infrastrutturale con cui Pechino vuole creare nuovi collegamenti via terra e via mare tra Cina Europa ed Africa ed estendere la sua influenza a livello globale. Apparentemente si tratta di una questione commerciale tra due paesi  ma non è così semplice. Quando l'ha lanciata nel 2013 Pechino ha messo la nuova via della seta al centro della sua politica estera-
Comprensibilmente il piano è visto con sospetto dagli Stati  Uniti e dall'Unione Europea, che infatti hanno criticato Roma . Discostarsi dalla linea UE e del G7 sfidando l'opposizione di Waschington l'Italia non solo abbraccia il discusso piano di Pechino, ma sceglie anche di allinearsi ad un paese autoritario ai danni dei suoi alleati storici. Per la Cina che ha varie questioni aperte con gli Stati Uniti, la mossa dell'Italia è un colpaccio diplomatico,

Questo il commento di Asia Times, riportato su l'Internazionale del 22/28 marzo 2019 n. 1299 anno 26

Questo Governo italiano, dopo gli schiaffi alla UE, si porta ancora di più lontano da coloro che sono i suoi creditori. L'enorme debito pubblico che schiaccia l'Italia, sembra essere usato come grimaldello  dalle forze di destra e dagli impreparati, ingenui e, dati gli ultimi avvenimenti al comune di Roma, anche corrotti loro alleati per scardinare la costituzione repubblicana del 1948 e creare una repubblica neofascista di stampo sudamericano, con il consenso della Chiesa cattolica romana ormai impotente a proporre agli Italiani un linguaggio morale ed etico persuasivo (vedi scandalo dei preti pedofili e l'impossibilità a porvi rimedio e dare giustizia), sempre contraria alla costituzione repubblicana, ispirata alla costituzione della Repubblica Romana del 1849,

giovedì 21 marzo 2019

Vincenti e perdenti


Presente un problema,  chi trova o propone una soluzione è un vincente, ed un uomo positivo; chi trova una giustificazione è un perdente, un uomo negativo.
Un perdente tra l'altro presenta caratteristiche precise: la prima più chiara di tutte, cerca di addossare la colpa ad altri. Tutto è colpa di....; questo perdente non si mette mai in discussione, ne ha il coraggio di prendersi le responsabilità.

Questo assioma applicato alla politica ed ai protagonisti della politica italiana da già un livello di considerazione e da una idea di con chi abbiamo a che fare.

venerdì 15 marzo 2019

Italia. la piaga sociale


Fonte
LIMES Rivista di geopolitica

Da questa carta emerge chiaramente come ci siano due Italie
La Questione Romana, La Questione del mezzogiorno
La Questione degli Emigrati
L'Antistato e Lo Stato
trovano in questa carta espressione dei loro lineamentiprincipali

lunedì 4 marzo 2019

I Confini dell'Italia.


IL CONFINE ITALO-SVIZZERO, 
LA NEUTRALITÀ DELLA SVIZZERA E DELLA SAVOIA
 E LE RIPERCUSSIONI MILITARI
 SUL REGNO D’ITALIA


Si riporta,  una analisi abbastanza accurata di Alberto Rovighi in merito al confine italo-svizzero e i riflessi sia di carattere storico e delle relazioni diplomatiche:

Il nuovo Stato unitario italiano, con le sue estesissime coste e, alle frontiere terrestri, due grandi Paesi, Francia ed Austria, che ne condizionavano la politica ulteriore, doveva naturalmente affrontare immediatamente gravosi problemi di sicurezza militare; e ciò nelle ben note difficoltà di consolidamento interno e di ordine finanziario.
Di primo acchito, l’avere alla frontiera terrestre settentrionale, o centrale, un Paese dichiaratamente neutrale come la Svizzera, di minori dimensioni territoriali e demografiche (41.324 Kmq e 2,5 milioni di abitanti), costituiva un fattore di sicurezza apprezzabile che consentiva al nuovo Regno di concentrare la sua attenzione altrove.
Tuttavia, nel prosieguo, le relazioni tra i due Paesi sul piano militare andranno trovando motivi di tensione e provocando nei nostri militari non indifferenti preoccupazioni, soprattutto per le condizioni geotopografiche della frontiera e per le possibilità di azione strategica attraverso il territorio svizzero, connesse con la sua posizione nel quadro delle Potenze confinanti.
Non è il caso di dilungarsi in una presentazione dettagliata del confine italo-svizzero e dei due versanti della dorsale alpina che una buona carta ci può dare a sufficienza; sembra necessario ricordare però quegli elementi e quelle caratteristiche geotopografiche che, come si è detto, hanno avuto un peso determinante nelle relazioni di ordine militare fra i due paesi. (V. carta n. 1 e schizzi n. 3a, 3b, 3c, 4, 5).
Il confine italo-svizzero non seguiva e non segue, essendo rimasto sempre praticamente invariato, linee di carattere naturale o etnico; esso ha carattere esclusivamente politico ed è conseguente ad avvenimenti e situazioni storiche evolute soprattutto nel XVI secolo nelle relazioni fra i Cantoni meridionali svizzeri (Vallese, Ticino, Grigioni) e le regioni italiane confinanti (Piemonte, Lombardia, Venezia). Esso, seguendo limiti di passate circoscrizioni feudali o comunali locali, ha quindi un andamento spesso tortuoso e complesso, non rispondente certamente a criteri di sicurezza reciproca1.
-------------------------------------
1 Le innumerevoli contestazioni per minuti particolari del confine vennero risolte solamente dopo un lungo lavoro di Commissioni di delimitazione che, iniziato nel 1913 e poi sospeso per lo scoppio della I Guerra Mondiale, fu ripreso solo nel 1923, condotto a termine nell’anno 1933 e sancito con la Convenzione stipulata a Berna il 24 luglio 1941.





Partendo dal M. Dolent (ad est del M. Bianco) fino alla zona dello Stelvio (P.zo Umbrail fino al 1918; ora al Piz Lat) esso è lungo circa 700 Km e corre per soli 220 km sulla dorsale elevata e difficile delle Alpi Centrali (Pennine e Lepontine ad ovest, Retiche ad est). Per la parte rimanente se ne distacca in più punti per creare salienti che si svolgono per ben 397 km sul versante italiano e per 92 km sul versante svizzero.
I due salienti italiani, delle valli di Lei e di Livigno, nelle Alpi Retiche, sono di minore interesse ai fini delle comunicazioni e di eventuali operazioni militari.
Tutti i cinque salienti svizzeri, invece, in maggiore o minore misura, conferiscono rilevanti possibilità offensive verso il nostro Paese:
-               il saliente di Gondo o di Val di Vedro permette un controllo assoluto del Passo del Sempione e   dell’accesso alla Valle dell’Ossola (F. Toce);
-         il grande saliente del Canton Ticino, spingendosi profondamente sul versante padano fra Lago Maggiore e Lago di Como e giungendo col Mendrisiotto a meno di 50 km da Milano, permette il controllo indisturbato di importanti passi alpini sull’alto e moltiplica sul basso le possibilità di passaggi della frontiera in terreni facili;
-         il saliente della Mera o di Val Bregaglia permette di scendere rapidamente a Chiavenna, tagliando le comunicazioni con lo Spluga, e di qui su Colico nell’alta Valle dell’Adda;
-         il saliente di Val Poschiavo consente di puntare a tagliare agevolmente, a Tirano, le comunicazioni della Valtellina tra Sondrio e Bormio e di aprirsi il passo verso il Colle dell’Aprica e la conca di Edolo in Val Giudicaria;
-         infine il saliente di Val Monastero, per quanto minacciato da quello italiano di Val Livigno, permette aggiramenti a breve raggio delle difese (Giogo di S. Maria e Passo di Frach) allo Stelvio e di marciare, quindi, sia verso la Valtellina sia verso la Val Venosta.
Il confine, là dove corre sulla dorsale o su contrafforti difficilmente percorribili, garantisce sicurezza; ma i numerosi salienti a favore della Svizzera moltiplicano i passi percorribili: da controllare per evitare le sempre fiorenti attività del contrabbando, o da difendere in caso di conflitto. Mentre poi alle ali, fra Valle d’Aosta e Lago Maggiore e fra Lago di Como e lo Stelvio,






le condizioni difensive sfavorevoli per l’Italia trovano una qualche attenuazione per l’esistenza dei rilievi che dal M. Rosa si spingono sulla destra della Val D’Ossola, e delle impervie dorsali del- le Prealpi Orobie che corrono lungo il versante meridionale della Valtellina; nel settore centrale, invece, il confine si spinge fino alle basse colline fra Lugano e Varese ed alle porte di Como.
Anche i solchi lacustri e fluviali del versante meridionale, con il loro andamento generalmente perpendicolare alla dorsale alpina, costituiscono un elemento meno favorevole; la regione fra Ticino ed Adda adduce poi direttamente alla sezione del Po compresa fra Casale e Cremona ed a quella Stretta di Stradella, considerata dal tempo della battaglia di Fornovo (1495) il perno della difesa dell’Italia, quale punto di frattura fra difesa della Valle Padana e quella della Penisola.
Nel territorio svizzero, anche ammesso il nostro raggiungimento della dorsale alpina con l’occupazione del Canton Ticino, ulteriori penetrazioni si presentano difficili: sia per la maggior profondità del versante montano, sia per l’andamento a quinte trasversali e le difficoltà delle Alpi Bernesi e di Glarona e poi delle Prealpi Svizzere e delle Alpi Bavaresi, sia - infine - per l’andamento dei principali corsi d’acqua. Ad ovest del nodo oroidrografico del Gottardo, infatti, eventuali penetrazioni tendono ad essere dirottate dall’alta valle del Rodano verso il lago di Ginevra ed il Giura franco-svizzero mentre ad est le valli del Reno anteriore e posteriore e quella dell’Inn spingono le penetrazioni verso la stretta di Sargans ed i monti del Voralberg, ad oriente dell’Altopiano Svizzero.
Al di là della conca di Andermatt, a nord del S. Gottardo, si spingono solo difficili comunicazioni per le valli dell’Aare (dopo il superamento dei passi della Furka e del Grimsel) e della Reuss, che presentano strozzature ed adducono a zone lacustri trasversali, di notevole osta- colo.
Dunque, dal punto di vista militare, la frontiera italo-svizzera presenta caratteristiche del tutto negative per l’Italia, particolarmente per le azioni possibili dal Canton Ticino.
Infatti, i due tratti laterali di frontiera sulle Pennine e sulle Reti che, per quanto negativi, trovano compensazione negli sbarramenti in profondità; mentre quello centrale consente la condotta di operazioni in forza, particolarmente dopo che, con il miglioramento delle comunicazioni stradali e ferroviarie del S. Gottardo (1882) si è reso possibile, da parte svizzera, l’afflusso rapido di forze ingenti alla zona Locarno - Lugano - Bellinzona.
Esistono certamente alcuni fattori di qualche peso anche a nostro favore. Uno è rappresentato dalla possibilità di esercitare azioni volte a recidere alla base ed al centro il






saliente ticinese agendo dai nostri due salienti: ad ovest, dell’alta valle del Toce (V. Antigorio, Val Formazza e Val Vigezzo); e ad est, del Liro (V. S. Giacomo) e per il Passo di S. Iorio. Si tratta però di azioni difficili se non condotte di sorpresa e se destinate a scontrarsi contro una difesa ben predisposta ed efficiente.
                L’altro fattore di maggior peso, nei riguardi della possibilità di contrapporsi con successo ad una offensiva avversaria dal Canton Ticino verso Milano, è costituito dalla nostra possibilità di far affluire forze concentricamente – ad ovest, da sud e da est – attraverso la ricca rete di comunicazioni della Valle Padana e di concentrare masse superiori contro quelle eventualmente sboccate dal saliente ticinese nell’aperta pianura.
Ma questa possibilità non sarebbe attuabile qualora il grosso delle forze italiane fosse fortemente impegnato ad Oriente o ad Occidente, sull’arco alpino o sulla pianura. In tal caso una minaccia esercitata nel settore centrale, dal saliente ticinese, si presenterebbe con caratteri di estrema gravità: per la difficoltà di contrapporvisi tempestivamente e sufficientemente; per la prossimità di obiettivi primari; per il suo carattere avvolgente rispetto al grosso delle forze italiane impegnate ad est o ad ovest.
Oltre alla minaccia costituita dal saliente ticinese, il territorio svizzero presentava, ad eventuali nostri avversari, altre possibilità, per quanto di minore pericolosità.
Soprattutto dacché la Savoia era passata sotto la sovranità della Francia, questa, in caso di conflitto con l’Italia, poteva cercare di estendere la sua fronte di attacco e di esercitare una pericolosa azione avvolgente risalendo l’alta valle del Rodano per invadere l’Italia non solo per il Gran San Bernardo ma anche per il Sempione e, dopo l’apertura delle comunicazioni per il passo della Furka, perfino per il Gottardo e la valle del Ticino, violando così la neutralità della Savoia. Così, ad Oriente, fino al 1918 cioè fino a quando l’Austria ebbe il possesso dell’Alto Adige, questa avrebbe potuto facilitare una offensiva dallo Stelvio e dal Tonale verso la Valtellina e la Val Giudicaria aggirandone le difese passando per le valli svizzere dei Grigioni ed i passi mal difesi di quel confine. E’ vero che queste azioni avrebbero violato la neutralità svizzera e, la prima, anche quella della Savoia, stabilite dal Trattato del 1815; ma in entrambi i casi, si trattava di passaggi di forze attraverso regioni periferiche della Svizzera.
Sicché si poteva sempre temere che circostanze interne ed esterne potessero impedire alla Svizzera di impegnarsi a fondo per garantire la neutralità ed opporsi a queste violazioni.
E’ da dire che con simili passaggi attraverso zone periferiche della Svizzera potranno






apparire possibili, in particolari circostanze che considereremo nel prosieguo, anche alle Autorità italiane nel caso di eventuali nostre operazioni offensive contro la Francia in combinazione con la Germania alleata.
Non ci si nascondeva, peraltro, le difficoltà dell’impresa sia per le asperità del terreno e successivamente anche per le difese predisposte da parte svizzera; era una impresa che si riteneva possibile essenzialmente qualora le pressioni interne ed esterne esercitabili da parte tedesca avessero reso la Repubblica Elvetica praticamente consenziente.
In questo caso la possibilità di attraversamento della Svizzera avrebbero potuto consentire due possibilità:
-          o di estendere le nostre azioni offensive (attraverso il Moncenisio, il Piccolo San Bernardo, la Tarantasia e la Moriana) verso il fronte Grenoble - Albertville con altre avvolgenti per il Gran San Bernardo, il Sempione e l’alta valle del Rodano, in modo da sboccare in forze nella regione di Lione;
-          oppure di avvalersi delle numerose linee di penetrazione e di arroccamento attraverso il territorio svizzero per portarsi al confine nord occidentale della Svizzera ad investire, in combinazione con le Armate tedesche alleate, le posizioni del Giura Franco-Svizzero e della famosa Trouè de Belfort, concorrendo alla battaglia decisiva sul Reno.
Va detto chiaramente, poi, che, nonostante le condizioni topografiche del confine così negative, le preoccupazioni delle nostre Autorità Militari non erano destate tanto dalle minacce esercitabili da parte della Svizzera, sulla cui volontà e sul cui interesse a mantenere la neutralità generalmente si confidava, quanto da quelle esercitabili attraverso il suo territorio dalle altre grandi Potenze confinanti.
Si è detto che generalmente si confidava nella volontà e nell’interesse della Svizzera ad osservare la neutralità; ma si temeva che essa non potesse in certe circostanze garantirla, oppure che il quadro politico esterno ovvero le stesse complessività della costituzione interna della Confederazione potessero indurla a non contrapporsi decisamente a violazioni periferiche del suo territorio, che non fossero tali da minacciare la sua esistenza o il grosso delle sue forze arroccate nel ridotto del Gottardo o sull’Altopiano svizzero.
Si era ben convinti, dunque, che la neutralità svizzera fosse a noi favorevole e che la sua osservanza fosse a noi conveniente; ma si paventava ogni possibilità che la Svizzera stessa non potesse garantirla. Preoccupavano poi tutti quei sintomi o quelle opinioni che, nella Svizzera medesima, erano indicativi di una minore volontà di osservarla. Veniva riconosciuto che la politica interna della Svizzera era influenzata essenzialmente dalle pressioni interne ed esterne dell’elemento tedesco e quello francese, mentre non mancavano, nella libera Svizzera, uomini e forze politiche orientati a vedere ed a chiedere politiche più attive di quelle ancorate al mantenimento della neutralità.
Di fatto, nel primo ventennio di questo secolo, una netta prevalenza dell’elemento tedesco nella popolazione, nelle attività economiche, negli organi di informazione e, soprattutto, nelle sfere militari, finirono per preoccupare le nostre Autorità politiche e militari per il caso di un possibile schieramento della Svizzera al fianco dei nostri avversari oppure di un suo atteggiamento piuttosto consenziente verso loro iniziative.
Dinnanzi a tali prospettive acquisivano, allora, grande rilevanza tutte quelle caratteristiche negative della frontiera italo-svizzera che abbiamo sinteticamente ricordato.*

*Rovigli A., Un secolo di relazioni tra Italia e Svizzera 1861 -1961, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1987.

mercoledì 30 gennaio 2019

domenica 20 gennaio 2019

lunedì 14 gennaio 2019

Il problema della LIbia. Non solo emigranti


Fonte l'Internazionale Dicembre 2018

Emeroteca. CESVAM

(Info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

mercoledì 9 gennaio 2019

Dati statistici al 31 dicembre 2018


Aperto nel 2013, ha un totale di 16759 visitatori

 con una media mensile che oscilla tra i 300 e 400 visitatori.

Sono stati pubblicati 205 post.

Come utenza, sorprende che dalla Russia vi sono 72 contatti,
mentre sull’ordine delle unità sono
i contatti dall’ Italia, Francia ed altri paesi europei.

(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

martedì 27 novembre 2018

Materiali per il Master di I Livello "Storia Militare Contemporanea


Pubblicità e alimenti nel Ventennio italiano

di Alessia Biasiolo*
La Germania non poteva non guardare anche all’Italia per le proprie scelte alimentari in epoca nazista.
La ricaduta del giovedì nero statunitense sull’Europa, influì fortemente anche sul Belpaese: nel 1929 eravamo nella seconda decade dell’autarchia e in periodo di forte protezionismo doganale.
La piazza più importante per la vetrina dei prodotti italiani, e autarchici, era senz’altro Milano, in cui le merci venivano propagandate più ampiamente.
La propaganda evidenziava una vita moderna, emancipata, simbolo di una borghesia che stava vivendo, almeno sulla carta, un periodo favorevole. Le tasse aumentavano e le crisi produttive erano sempre dietro l’angolo, ma l’idea di avere una classe borghese imprenditorialmente forte, era suffragata da forti prese di posizione della Confindustria, dalla nascita o crescita di gruppi industriali, dal forte aumento di adepti dei gruppi sindacali. Su tutto, una visione futurista del prodotto e della pubblicità, che porterà alla sostituzione del cartellonista come interprete delle necessità commerciali delle aziende, con artisti scelti o selezionati dalle aziende stesse per pubblicizzare i propri prodotti secondo una visione aziendale frutto di strategia messa in atto a tavolino, ancor prima di realizzare il prodotto stesso. Le aziende cominciarono proprio a cavallo tra le due guerre mondiali a cercare una propria identità distintiva sugli altri prodotti, a volere creare un segno per lasciarlo. Risorsa indiscussa per le aziende italiane fu proprio il Futurismo, determinato auto-promotore, i cui seguaci erano profondamente consapevoli dell’importanza della pubblicità, soprattutto per abbattere le barriere tra alta e bassa società. I futuristi che lavorarono per la pubblicità furono molti, da Marinetti che creò pubblicità per Snia Viscosa, oppure Farfa che creò per Ferrania, mentre Fiat Balilla scelse di essere rappresentata dal Futurismo di Diulgheroff. Fu però Fortunato Depero ad essere il più innovativo grafico del movimento: collaborò con la Davide Campari dal 1924 al 1939, creando per l’azienda di bevande non soltanto pubblicità, ma anche oggetti, come pupazzi, lampade, vassoi e la bottiglia icona Campari Soda. Inoltre, Depero ha progettato per la Campari chioschi e architetture pubblicitarie, ideando delle vere e proprie opere d’arte con l’aiuto dell’azienda: il libro bullonato, ad esempio, venne realizzato proprio grazie all’aiuto di Davide Campari. L’insegnamento l’artista lo traeva dai musei, dalle grandi opere del passato, sosteneva, perché tutta l’arte dei secoli passati, secondo Depero, era improntata all’esaltazione (del guerriero, del religioso, delle cerimonie, delle vittorie), in chiave pubblicitaria, per fare restare nella memoria dei contemporanei e dei posteri qualcosa. Sempre secondo Depero, “i prodotti nostri hanno bisogno di un’arte nuova altrettanto splendente, altrettanto meccanica e veloce, esalatrice della dinamica, della pratica, della luce, delle materie nostre”. L’arte pubblicitaria, secondo il futurista, poteva poi essere piazzata dovunque, per terra, sui muri, nei treni, nelle vetrine, ed essere colorata, moltiplicata, non sepolta nei musei, ma viva. Quindi le aziende dovevano avere l’intelligenza strategica di usare il valore artistico della funzione pubblicitaria per costruire qualcosa di unico sul mercato e distinguersi in ogni dove. Depero teneva presente, poi, che anche le persone erano cambiate, non camminavano più avendo il tempo di leggere un manifesto sul muro, ma sfrecciavano veloci in treno e in automobile o su un autobus, di certo più veloce del tram. Quindi bisognava creare pubblicità belle, colorate, veloci da leggere e da capire, funzionali al prodotto. La scuola dell’Art Decò fu fondamentale: le linee potevano e dovevano essere diagonali, le lettere grandi e maiuscole, la novità doveva catturare l’attenzione. Depero applicò queste innovazioni per la Campari, ma anche per Unica, Strega, San Pellegrino, Presbitero, Schering, non limitandosi al disegno, ma a riflettere gli umori politici del Paese, le nuove prospettive verso un’arte unica. Spesso nelle pubblicità venivano ricordati l’esotico, il dogma, le teorie sulla razza, testimoniando il complesso rapporto tra aziende, politica e arte futurista. Gli oggetti delle pubblicità diventano grandi, ingombranti: devono colpire lo spettatore, il visitatore delle fiere. Colpire l’immaginario della persona comune, piccola, con un’immagine di grandezza che, se è vero che era politica in quel tempo in Italia, era quanto più la raffigurazione di come si poteva diventare se si acquistava, se ci si impossessava proprio di quel prodotto. Alla Fiera di Milano, ad esempio, accanto ai prodotti alimentari si esponevano opere che avevano lo scopo di stupire e impressionare positivamente: carri armati, maschere antigas, apparati antiaerei, aerei, camere-rifugio antiaereo, ma anche i più moderni mezzi per comunicare come la macchina per scrivere e, soprattutto, il telefono. Anche questo grande, come nella pubblicità della Stipel. L’oggetto doveva e poteva fare sentire potenti, grandi come doveva esserlo l’Italia in quei frangenti storici. Quali erano i prodotti alimentari pubblicizzati in Italia? Possiamo darne solo qualche esempio, scelto tra quelli che richiamano i cibi citati nei precedenti capitoli. Un grande fermento ruotava attorno alle proteine animali: molti stand fieristici o manifesti pubblicitari erano dedicati ai grassi, sia per l’alimentazione che non, in modo da studiarne le proprietà e gli usi, e di sostenere la diffusione di grassi animali come di surrogati. È il caso della margarina, che ebbe vasta diffusione dalla seconda metà degli anni Venti, soprattutto quando era necessaria per sostituire il carente burro. Achille Luciano Mauzan aveva curato, nel 1926, una pubblicità per la Società Anonima Angelo Arrigoni di Crema. Le società anonime erano pullulate in Italia soprattutto dai primi anni del Novecento, quando la quasi improvvisa ripresa economica aveva convinto della bontà del tramutare imprese anche di stampo artigianale in Società Anonime appunto, poi in Società per Azioni. Non che il burro non si usasse più, certo, come recitavano le cremerie Zatti Verderi Chiesi di S. Ilario D’Enza nel 1935: “Esigete Super Burro”, di pura panna, mentre c’era il patriottico “Burro Vittoria”, sempre finissimo di pura panna. Era il momento dell’estratto per brodo, salutare, economico e capacissimo di sostituire spese per acquistare la carne e per cuocerla. Le ditte produttrici erano molte, dalla Liebig che aveva messo a punto la ricetta per il mitico dado per brodo, al “Vero estratto di carne australiano Arrigoni” di Genova, in vasetti e dadi (1925), all’estratto di carne “Food” del 1925, che diverrà ben presto troppo “straniero”; al “Nutreina” dei Laboratori Scientifici di Milano (1925), al “Bovis” della ditta Luciani (1930), all’estratto di carne “Texas” (1935), che rispondeva ai migliori requisiti fissati dalle norme vigenti, prodotto dalla ditta Italiana Texas a Milano. Molto successo l’ebbe anche l’estratto Wührer (1924, 1931), dell’omonima ditta produttrice di birre di Brescia. L’estratto, infatti, di brodo di manzo o di pollo, veniva prodotto accanto allo stabilimento birrario di Viale della Bornata nella Leonessa d’Italia. La produzione di birra in Italia aveva, in quel momento, andamento altalenante: l’aumento delle accise indeboliva le vendite della bevanda, ma allo stesso tempo convincevano lo Stato che l’incasso in tasse era penalizzato se si esagerava nella tassazione anche per rispondere alla domanda di maggiori controlli verso l’abitudine di ubriacarsi di molti operai durante i giorni liberi. La birra italiana Wührer, che aveva incamerato molte altre aziende tra cui la Birra Italia, era in grado di competere con le birre straniere, soprattutto bavaresi e austriache, pertanto ben si piazzava nelle vendite, e anche l’estratto per brodo omonimo ebbe un notevole successo. Accanto alle birre italiane, soprattutto dalla seconda metà degli anni Trenta e fino al 1941-1942, proprio alla Fiera di Milano, la quarta per importanza mondiale, si trovarono le birre tedesche, esposte in interessanti stand dove la mescita e l’assaggio erano seguiti da un folto pubblico di giornalisti. La presenza degli stand tedeschi non era stata vista di buon occhio da tutti, specialmente da chi, già non essendo allineato alla politica fascista, ma troppo in vista per subirne le conseguenze, aveva contestato o comunque non aveva digerito affatto la presa di posizione sulle leggi razziali. La visita dei padiglioni fieristici milanesi che, appunto, costituivano quanto di più interessante e moderno circolava sulle piazze mondiali, avveniva sempre anche da parte delle autorità, tra le quali il re Vittorio Emanuele III, il duca d’Aosta, molti ambasciatori stranieri, molte autorità civili e militari, tra cui spiccavano annualmente il ministro Starace, Vittorio Mussolini e altri, accompagnati da gerarchi fascisti e poi anche nazisti. Se è vero che il Re prediligeva visitare gli stand dell’aeronautica, ad esempio, o delle bellissime vetture Balilla, è anche vero che per la Fiera giravano bellissime signorine, vestite in tailleur, che portavano con sé cestini di caramelle al miele Ambrosoli (1939); che pubblicizzavano i tortellini o la stessa birra. L’Amaretto di Saronno o i biscotti Lazzaroni divennero i testimoni dell’evoluzione della società in corso: la famosa scatola Lazzaroni di biscotti, molto inglese nella fattezza così come era inglese il sapore dei biscotti stessi, non doveva mancare nei salotti buoni delle città italiane. I biscotti e le caramelle cominciarono a spopolare, simbolo proprio della rinascita economica del primo dopoguerra: aziende come Saiwa, fondata a Genova da Pietro Marchese, o Elah nata da Francesco Ferdinando Moliè nel 1909, sempre più producevano preparati per budini, creme da tavola e dessert vari. Lazzaroni veniva pubblicizzata, nel 1934, da trampolieri, mentre Elah scelse l’abitudine degli animali esotici, come l’elefante. Magnesia S. Pellegrino aveva invece scelto lo struzzo, mentre altri si accontentavano delle più caserecce capre. Animali che circolavano per le fiere vivi, naturalmente, con la pubblicità montata addosso (1935), oppure su eleganti calessini che essi stessi tiravano. Sempre per restare in tema, quasi l’Italia non fosse toccata dalla miriade di ricerche scientifiche sulle carie da zuccheri, oppure sulla necessità della dieta povera di zuccheri che spesso venivano sbandierate nell’alleata Germania, Unica, che produceva la famosissima caramella Nougatine ricoperta di cioccolato fondente, utilizzava la sagoma di un nero delle colonie (1931) per la propria pubblicità. Avevamo poi Pernigotti (dal 1868) per il torrone, Venchi dal 1878 per la produzione di praline, Perugina (fondata nel 1907) che negli anni Venti si affermerà con il famoso Bacio. Battaglie per la conquista dei mercati a suon di cioccolatini, ma anche di panettone: nel 1919, Angelo Motta apre a Milano un piccolo laboratorio che diverrà un’industria e anche questo tipo di produzione diverrà campo di battaglia, contro Gioacchino Alemagna nel 1921 e con il figlio di questi Alberto poi, per conquistare sempre più acquirenti. Sarà la Perugina a scegliere di investire, per prima, nella radio per la propria pubblicità. Finanzierà con Buitoni la realizzazione di due serie di puntate di una rivista radiofonica intitolata “I quattro moschettieri”, liberamente tratta dal libro di Alexandre Dumas. L’idea ebbe un successo clamoroso, tanto che diverrà “I quattro moschettieri in pallone”: quattro personaggi in maschera scenderanno sulla Fiera di Milano in pallone e circa centomila persone si raduneranno intorno agli stand delle due aziende ideatrici dell’iniziativa. Il clamore fu tale che le produzioni si moltiplicarono, e a queste si unì quella del famoso feroce Saladino (personaggio molto amato dalla retorica di regime), il quale ebbe la sua fetta di successo grazie soprattutto alla raccolta di figurine, con le quali si doveva appunto dare la caccia a quella che raffigurava il mitico personaggio da battere con le novelle “crociate”. I tempi volevano poi, oltre ad un popolo italiano forte (grazie al riso, ad esempio, alla pastina all’uovo, alla pasta glutinata, al VOV, all’olio d’oliva Sasso, alla farina alimentare Carlo Erba, al massimo ricostituente per bambini “Eutrofina”, al vital nutrimento ROM, e molto altro) delle donne dedite alla casa, alla cura della prole, al decoro che poteva garantire una nazione forte e con solide basi. Rivolta alle donne era la pubblicità delle macchine per scrivere, dato che il lavoro di segretaria ben si addiceva ad un signorina, e così Marcello Dudovich disegnerà il manifesto per la Olivetti nel 1925, mentre lo studio Boggeri curerà quello per la stessa azienda nel 1934. Passiamo da una ragazza semplice, dal rossetto rosso e abito immacolato, all’avvenente e seducente, elegante signora degli anni Trenta, in cappello a larga tesa blu, capace di guardare al futuro. Naturalmente erano rivolte prevalentemente alle donne le pubblicità della moda, quando le novità si ammiravano a La Rinascente, dal nome dannunziano del 1917, con pubblicità sempre con lo scopo di illustrare una sana morale borghese. Le donne erano eleganti, benestanti, quasi mai massaie, lavoratrici o contadine e gli uomini erano sicuri di sé, appartenenti ad una classe borghese dominatrice. Come nei film degli anni Venti, le giovinette delle immagini erano snob, studiavano in collegio privato, vivevano in ville lussuose e bevevano champagne telefonando alle amiche per organizzare partite a tennis o gite a prendere il sole, in automobili decappottabili dai motori rombanti. Andava mitizzata la vita vista dal basso, dal provincialismo di gran parte d’Italia che doveva guardare alla borghesia fascista, in questo caso, come a simbolo a cui aspirare. Da un lato la modernità e dall’altro l’autarchia, la miseria delle piccole città e delle campagne, il mito della guerra, pubblicizzato da slogan come “Ali fasciste sul mondo”, “Lavoro e armi”. La moda doveva non solo colpire e incuriosire, attirare acquirenti con le novità, ma anche trovare soluzioni sempre nuove, soprattutto con la difficoltà di approvvigionamento di tessuti a seguito dell’embargo. Proprio questo momento fu foriero per l’Italia di ulteriore creatività: venne prodotta la seta artificiale, il rayon, ma anche lo sniafiocco (il cotone nazionale), l’albene, il selenal, il tessile per l’indipendenza, il lanital, fibra prodotta dalla Snia Viscosa, tratta dalla caseina e pubblicizzata come la “nostra lana” o i “tessuti dell’impero”. Nel 1937, tutte queste nuove fibre tessili venivano prodotte in 7 milioni di chili in Italia, ad indicare come l’impegno all’indipendenza dagli altri Paesi avesse creato un volano per l’industria. Il rayon utilizzato per la produzione delle calze da donna, divenne idea anche per i manifesti, come quelli del 1934 ritraenti una figura di donna in poltrona a cui venivano messe in risalto le lucentissime gambe, seducenti grazie alle calze di rayon. Che arrivava con le “5000miglia del Rayon” (Federico Seneca, 1935). Interessante l’insegna della De Angeli-Frua, produttrice di tessuti, che dichiarava che i loro prodotti “Vincono le sanzioni”. Mano a mano che la creazione pubblicitaria si approfondiva, più gli stili si intersecavano. Futurismo e Cubismo si intrecciavano e i contrasti cromatici diventavano eleganti, la sintesi creava una magia unica, teatrale.
La pubblicità italiana del Ventennio ritraeva un Paese dedito a crearsi nazione forte, autoritaria più che autorevole, per imporsi sugli altri e nelle colonie come punto di riferimento e faro di cultura in senso stretto e politico. Di certo, una propensione a dettare legge a tavola c’era e, per questi versi, per fortuna è anche rimasta.

* Collegio degli Scrittori della Rivista "Quaderni" del nastro Azzurro.
(abiasiolo@tin.it