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mercoledì 26 ottobre 2016

Difesa Europea: un passo avanti

Ue e sicurezza
Difesa: c’erano un francese, un tedesco, un italiano e uno spagnolo…
Alessandro Marrone
24/10/2016
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I ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno recentemente presentato ai colleghi degli altri Paesi Ue un documento congiunto contenente alcune proposte, abbastanza concrete e ambiziose, per una maggiore cooperazione e integrazione europea nel campo della difesa.

Un, due, tre stella
Dopo un’estate a geometria variabile che ha visto diverse iniziative unilaterali, a due o a tre, sembra ora delinearsi quel “nucleo aggregatore” che intende integrare maggiormente le proprie forze armate, fermo restando la possibilità per altri stati membri di aggiungersi all’iniziativa in corso d’opera.

Con Londra avviata verso l’uscita dall’Unione europea, Ue, il quartetto Parigi-Berlino-Roma-Madrid rappresenta le maggiori potenze militari dell’Ue, sia in termini di bilancio della difesa che di impegno nelle operazioni all’estero.

Da notare che i quattro Paesi hanno avuto una storia di relazioni con la Nato e l’Ue che è partita da posizioni differenti, si pensi all’anti-americanismo francese e all’atlantismo tedesco, e si è fatta via via più convergente. Una convergenza che coincide ampiamente con la tradizionale posizione italiana, attenta a bilanciare europeismo e atlantismo e ad impostare una maggiore cooperazione europea come elemento positivo per le capacità militari Nato e le relazioni transatlantiche.

Inoltre, elemento non marginale, tra le quattro capitali vi è una serie di cooperazioni industriali incrociate, a partire ovviamente dal forte asse franco-tedesco (vedasi Airbus, ma non solo), a cooperazioni bilaterali italo-francesi (ad esempio nello spazio e nella cantieristica navale) e italo-tedesche.

Vi sono anche importanti triangoli, come quello tra Germania, Italia e Spagna sul velivolo da combattimento Eurofighter (anche con la Gran Bretagna), o quello franco-germano-italiano sulla missilistica (con anche Londra parte di Mbda).

Il primo esempio di cooperazione militare e industriale che ha visto i quattro Paesi tutti insieme, e senza altri partner, si è concretizzato nel 2015-2016 con il progetto congiunto per sviluppare un drone europeo entro il 2025.

Quartier generale Ue sì, esercito europeo no
Quali sono dunque le proposte concrete avanzate dal documento congiunto? Si propone di costituire a Bruxelles una “capacità permanente per pianificare e condurre” le missioni Ue, con i relativi “robusti meccanismi di finanziamento” per sostenere il dispiegamento delle forze europee all’esterno dell’Ue. In pratica, un quartier generale a tutti gli effetti, cui manca solo il nome nella speranza di superare vecchie opposizioni di principio a tale bandiera.

Viene invece detto chiaramente che “un esercito Ue non è l’obiettivo” dei quattro Paesi, cosa abbastanza ovvia agli addetti ai lavori in quanto il punto non è creare un elefante militare europeo inefficace ed inefficiente, ma al contrario mettere a sistema le capacità nazionali rilevanti per farle funzionare meglio.

Proprio in quest’ottica funzionalista si propone anche un “comando medico europeo” che dovrebbe appunto integrare i servizi medici militari dei Paesi Ue, ed un “hub logistico europeo” per razionalizzare e rendere più efficienti i supporti logistici riducendo così duplicazioni e costi.

Cooperazione strutturata permanente: quo vadis?
L’elemento politicamente più ambizioso è l’ipotesi, cauta, di attivare le disposizioni del Trattato di Lisbona riguardo alla Cooperazione Strutturata Permanente (Permanent Structured Cooperation – Pesco) per attuare le suddette proposte nel caso, probabile se non certo, che si riveli impossibile realizzarle a 28 o a 27 stati membri.

Una Pesco che integrerebbe le capacità militari dei Paesi partecipanti sulla base di impegni legalmente vincolanti, e di un meccanismo di valutazione che coinvolgerebbe anche istituzioni Ue come l’Agenzia Europea per la Difesa. L’ancoraggio istituzionale europeo dell’intero documento è sancito sin dal suo incipit, con il riferimento forte all’attuale lavoro sul piano di attuazione della EU Global Strategy presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso giugno.

I contenuti di una possibile Pesco sono ancora tutti da definire, ma già si segnalano perplessità rispetto a questa ipotesi da parte di altri Paesi Ue quali Polonia, Lituania, Portogallo, Svezia e Olanda. Se l’obiezione dei primi due stati dell’Europa orientale era un po’ prevedibile, data la priorità attribuita alla Nato per la difesa nazionale dai Paesi confinanti con la Russia, stupisce la freddezza da parte di Stoccolma e Aia che sono invece state tradizionalmente favorevoli a una maggiore cooperazione e integrazione europea in quest’ambito.

Quale che siano le motivazioni degli stati ora contrari, è importante lavorare diplomaticamente per spiegare le ragioni della Pesco ai Paesi scettici, anche in vista della sua attivazione che necessita di una maggioranza qualificata in Consiglio Europeo.

Ragioni che vanno dalla maggiore efficacia nel condurre missioni internazionali alle economie di scala e al risparmio sulle duplicazioni inutili, alla possibilità di mantenere insieme come europei il (costoso) vantaggio tecnologico sugli avversari militari che nessun Paese Ue può permettersi più da solo.

Il tutto, come esplicitato dal documento, a beneficio non solo della sicurezza dell’Ue, ma anche del contributo europeo alla Nato, anzi con un maggiore impegno sulla cooperazione Nato-Ue sulla base della dichiarazione di Varsavia dello scorso luglio.

Altro elemento da sottolineare è il carattere trasparente, aperto ed inclusivo della Pesco, fermo restando che i Paesi che vogliono aderire devono essere anche in grado di dare un contributo concreto, e non solo l’appoggio politico.

Sullo sfondo, occorre considerare una Gran Bretagna che resta ferocemente contraria alla Pesco, ma deve gestire la sua opposizione alla luce dei prossimi negoziati sull’uscita dall’Ue che sono la priorità del governo di Sua Maestà.

Il documento congiunto si augura che Londra resti un partner stretto, ma sulla Manica c’è ancora nebbia ed il percorso per attuare la Brexit avrà un impatto tutto da capire sulle dinamiche europee in corso nel campo della difesa.

Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma).

Immigrazione: lo scaricabarile continua

Immigrazione
Italia sempre più delusa dall’Ue
Anja Palm
17/10/2016
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Siamo nuovamente i primi. Il forte contenimento dei flussi destinati alla Grecia avvenuto nella seconda parte del 2016 - frutto anche dell’accordo tra l’Unione europea, Ue, e la Turchia - ha fatto riguadagnare all’Italia il primato di Paese con il più alto numero di sbarchi.

Infatti, mentre l’Europa si congratula per la quasi totale chiusura della rotta balcanica, il flusso mediterraneo non si arresta: secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fino al 25 settembre 2016 in Italia vi sono stati più di 130mila arrivi, rispetto ai 153mila dell’intero 2015.

Dopo Bratislava il premier Matteo Renzi ha ripetutamente biasimato l’Europa che promette ma non fa, dichiarandosi insoddisfatto per le politiche economiche e soprattutto d’immigrazione. Ha ribadito, che per frenare i flussi nei Paesi di origine e transito, bisogna dare priorità all’Africa. Se questo continente non verrà seriamente preso in considerazione dall’Europa, “l’Italia farà da sola”.

In attesa del summit del Consiglio europeo del 20-21 ottobre, in cui verrà discussa anche la questione migratoria, c’è da chiedersi se la minaccia della disintegrazione Ue sia veramente l’opzione più convincente. Sarebbe forse più opportuno che l’Italia si facesse promotrice di un’Europa a geometria variabile, con un nucleo di stati membri impegnati in un processo di maggiore integrazione. Ma non può farlo da sola.

Lo strappo di Bratislava, apice del tira e molla sull’immigrazione
Se Ventotene per Renzi aveva simboleggiato il sogno di una ‘nuova Europa’, guidata dalle tre grandi potenze, Bratislava ha rappresentato l’ennesimo colpo basso nella relazione italo-europea sulla questione migratoria. Il breve capitolo su migrazione e frontiere esterne, contenuto nelle conclusioni della riunione, si concentra esclusivamente sui Balcani e sulla Turchia, richiamando la necessità di chiudere le frontiere esterne dell’Ue.

Nessun accenno invece alla dimensione mediterranea. Sembra scomparso, il ‘piano africano’ - che prevede finanziamenti e investimenti strutturali ed imprenditoriali ai fini del contenimento dei flussi - presentato da Renzi nel Migration Compact e apparentemente ripreso nei mesi successivi dalla Commissione.

Stesso destino sembra spettare alle promesse di solidarietà e di equa ripartizione degli oneri della ‘crisi migratoria’. Al contrario, la Cancelliera Angela Merkel ha ritenuto ‘positiva’ la proposta di un approccio di solidarietà flessibile dei quatto Paesi di Visegrad, proposta che consente a quest’ultimi di non accogliere rifugiati, ma di contribuire economicamente o mediante altri strumenti. Le proposte di un sistema permanente di ricollocazione dei richiedenti asilo sembrano essere tramontate definitivamente.

2015, l’anno della svolta mai arrivata 
Dopo le rivoluzioni arabe del 2011, quando la rotta mediterranea ha assunto un’importanza fondamentale nei flussi migratori, l’Italia è stata il principale porto per coloro che volevano raggiungere l’Europa dall’Africa. Paradossalmente, l’Italia, per la maggior parte dei migranti, non è mai stata la destinazione ultima, ma semplicemente un Paese di transito verso il nord. Per tanti anni, Roma ha tentato di attirare l’attenzione su questa problematica, ma senza successo.

Il 2015, anno di un rinforzato dialogo europeo sulla questione migratoria, pareva aver segnato una svolta. La fattuale sospensione del regolamento di Dublino, il programma di ricollocazione e il patto Ue-Turchia - che, pur se criticato, rappresenta il primo accordo di ampio raggio che realizza la dimensione esterna delle politiche europee di migrazione - hanno dato l’impressione di una svolta in senso sovranazionale.

In realtà ha però solamente evidenziato come l’attenzione degli Stati membri rispecchi l’interesse nazionale: solo alla luce dei flussi sempre più consistenti nei Paesi fin allora protetti dalla buffer zone italo-greca, si è finalmente parlato di migrazione a livello europeo.

La sostanziale chiusura della rotta balcanica sembra però aver sancito anche la chiusura della stagione delle politiche europee. E il risultato per l’Italia è deludente: il meccanismo di ricollocazione sta funzionando a rilento: dei 40mila rifugiati che dovevano essere ricollocati dall’Italia ad altri paesi europei, ad oggi ne sono stati ricollocati meno di 1.200 e la rotta mediterranea continua ad essere attiva, mantenendo flussi praticamente identici all’anno passato.

Unione a geometria variabile?
L’Italia ha fissato una dead line simbolica: il 25 marzo 2017, data che segna i 60 anni dalla ratifica dei Trattati di Roma. Qualora non vi fossero dei risultati per questa scadenza, l’Italia minaccia la disintegrazione. A suon di ‘faremo da soli in Africa’, Roma avverte che opererà autonomamente e al di fuori dagli schemi europei.

Invece di agire come lupo solitario, il nostro Paese potrebbe accettare la realtà dei diversi valori e mirare ad un nucleo di Stati Membri che si facciano portatori di un processo di maggiore integrazione. Un’Europa a geometria variabile rappresenterebbe in fin dei conti una formalizzazione e un rafforzamento dello status quo. Contrariamente alle recenti prese di posizione sarebbe però necessario che Germania e Francia includessero l’Italia nel nucleo forte, riconoscendola come partner fondamentale.

Da molti anni si era detto che la questione migratoria avrebbe decretato il successo o il fallimento di un’Unione dei valori, capace di andare oltre agli accordi di natura commerciale. Se non vi sarà un radicale cambiamento di approccio nel breve periodo, che metta in secondo piano le lotte politiche interne, vivremo non solo il tramonto di un’Europa più sovranazionale, ma anche il fallimento in partenza di un’Europa a geometria variabile.

Anja Palm è stagista dell’Area Mediterraneo-Medio Oriente presso l’Istituto Affari Internazionali, dove concentra la sua ricerca sulla dimensione esterna dell’Unione europea in ambito migratorio e l’esternalizzazione dei controlli migratori.

Roma: Come dovrà cambiare l'Europa

Referendum costituzionale
Il profilo europeo della Riforma 
Lucia Serena Rossi
14/10/2016
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La riforma costituzionale presenta importanti profili per quel che riguarda partecipazione dell’Italia all’Unione europea, Ue, che nel dibattito generale non sembrano presi in considerazione adeguatamente. Di seguito analizziamo i tre aspetti di maggior rilievo.

La “partecipazione” del Senato al raccordo con l’Ue
Secondo il nuovo art. 55 Cost., il Senato concorre al raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Ue e partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea.

In realtà, per quel che riguarda la fase “ascendente”, di formazione degli atti dell’Ue, si tratta, e ciò vale anche per la Camera, non di una partecipazione diretta, poiché gli atti dell’Ue sono adottati dalle istituzioni europee, ma del controllo preventivo sulla sussidiarietà e proporzionalità, introdotto dai protocolli 1 e 2 del Trattato di Lisbona.

Il bicameralismo perfetto sopravvive solo in un numero limitato di ipotesi, considerate di particolare importanza. Fra queste vi è la ratifica dei “trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Ue”: in questo caso, a differenza che per tutti gli altri trattati internazionali - in cui è sufficiente l’autorizzazione della sola Camera - l’art. 80 prevede che la legge di autorizzazione alla ratifica sia bicamerale.

Viene così affermata in Costituzione la maggior rilevanza di questi trattati e la necessità di una maggiore legittimazione democratica per adottarli o modificarli, rispetto agli altri trattati internazionali. Ciò appare coerente con quel valore “costituzionale” del diritto dell’Ue che è stato affermato dalla Consulta nelle sentenze 348 e 248 de 2007, in contrapposizione con il valore “sub-costituzionale” di tutti gli altri trattati internazionali.

L’attuazione del diritto europeo
Quanto alla fase discendente, in linea generale il Senato non interviene nell’attuazione delle norme dell’Ue. L’art. 70 comma 1 - che indica le leggi la cui approvazione è bicamerale - non menziona fra queste gli strumenti ordinari di adattamento agli atti dell’Ue, quali la legge europea, la legge di delegazione europea o leggi ad hoc che recepiscano singole direttive, riferendosi soltanto alle leggi generali che regolano l’appartenenza all’Ue o a quelle di cui all’art 117.5, che stabiliscono le norme di procedura per le Regioni e le Province autonome, nelle materie di loro competenza, sulla partecipazione alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Ue, o al potere sostitutivo dello Stato alle Regioni.

Perciò nelle materie di competenza statale, le leggi di adattamento agli atti Ue saranno adottate solo dalla Camera. La “partecipazione” del Senato, meramente eventuale, si potrà avere, al pari di ogni altra legge per cui non sia disposto altrimenti dalla Costituzione, se richiesta da un terzo dei suoi componenti entro 10 giorni dalla approvazione del disegno di legge da parte della Camera; il Senato avrà poi solo 30 giorni per proporre eventuali modifiche, sui cui spetterà alla Camera pronunciarsi definitivamente.

Le conseguenze del ridimensionamento del ruolo del Senato sono due. Da un lato, ci si può attendere una maggiore rapidità dall’adozione monocamerale delle norme statali di attuazione del diritto dell’Ue. Dall’altro, il Senato, sollevato da attività legislativa, potrà concentrarsi sul controllo di sussidiarietà e proporzionalità delle norme Ue in fase ascendente, ma soprattutto potrà garantire, in fase discendente, un coordinamento, assai più continuo ed efficace di quello attualmente svolto dalla Conferenza Stato Regioni.

La continua produzione di norme europee rende infatti difficile tenere il passo alle Conferenze. Queste si riuniscono troppo sporadicamente nella c.d. “sessione comunitaria” e possono esercitare solo un’influenza limitata sugli enti territoriali e sulla loro legislazione e non sembrano oggi in grado di garantire un vero coordinamento fra Stato e Regioni o Province autonome e nemmeno fra queste ultime.

Il nuovo Senato potrà svolgere, molto più efficientemente delle Conferenze, la funzione di raccordo fra le diverse autonomie territoriali e fra queste ultime e lo Stato, proprio perché in esso siede un’estesa rappresentanza di persone quotidianamente impegnate nel governo del territorio.

Al recepimento degli atti dell’Ue nelle materie di competenza delle Regioni e Province autonome provvederanno queste ultime, legiferando nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato, attualmente la legge 234/2012 e dei vincoli economici stabiliti dagli artt. 119 e 81 Cost.

Con la riforma Costituzionale si ha un chiarimento della ripartizione fra Stato ed enti territoriali, con l’abolizione delle materie di competenza concorrente e la riallocazione alla competenza statale di diverse materie, in cui sarà più facile garantire un’uniforme recepimento delle regole europee.

Inoltre viene rafforzato il potere sostituivo dello Stato alle Regioni nelle materie di loro competenza, il che sarà utile per prevenire condanne in infrazione da parte dell’Ue, prevedendo però il parere del Senato. Questo opportuno coinvolgimento del Senato si ricollega alle funzioni di rappresentare gli enti territoriali e di verificare l’impatto delle norme europee sui territori.

Rafforzamento delle regole di partecipazione dell’Italia all’Ue
La riforma costituzionale introduce una rilevante modifica per quanto riguarda gli strumenti che regolano in via generale l’appartenenza dell’Italia all’Ue.

Come si è detto, il bicameralismo sopravvive solo per leggi su temi di importanza rilevante, o “di sistema”. Questo tipo di leggi vengono anche innalzate ad un rango “semi costituzionale”, per l’impossibilità, che leggi successive, anche bicamerali, possano abrogarle tacitamente. Fra queste leggi il nuovo art. 70 include anche la “legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”.

È questo un notevole passo avanti nel raccordo del nostro ordinamento con quello dell’Ue. Infatti tutte le leggi che sino ad ora stabilivano procedure, regole e meccanismi per la partecipazione italiana all’Ue -dalla “legge La Pergola” a quella “Buttiglione (11/2005) sino alla vigente legge 234/2012 - avevano lo status di legge ordinaria e quindi erano modificabili, anche implicitamente, da qualunque legge posteriore, incluse le leggi “comunitarie” annuali o le leggi settoriali, con il risultato di stravolgere il sistema previsto dalla legge di inquadramento.

Ora la legge 234/2012 viene innalzata ad un livello semicostituzionale, il che conferirà maggiore stabilità e solidità al processo di recepimento delle norme europee nel nostro Paese.

Lucia Serena Rossi è Ordinario di Diritto Ue Università di Bologna. Qui la versione più lunga dell’articolo pubblicato.

Una Vetrina per l'Italia

Relazioni Italia-Usa
Renzi alla Casa Bianca 
Massimo Teodori
14/10/2016
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La visita del premier Matteo Renzi al presidente Barack Obama il 18 ottobre si svolgerà all’insegna della “relazione speciale” che connota il rapporto tra Italia e Stati Uniti. Una relazione speciale in cui si intrecciano una molteplicità di fili che riguardano non solo la politica estera, l’economia e il militare, ma investe anche la società statunitense e i rapporti culturali sviluppatisi dal secondo dopoguerra.

L’Alleanza atlantica e le basi Nato e Usa in Italia non sono state mai messe in discussione. Ieri erano la prima linea sul fronte sovietico, ed oggi hanno acquisito l’importanza di baluardo euroatlantico nella crisi del Mediterraneo, in particolare rispetto alla Libia, uno degli anelli fragili di grande interesse per l’Italia in ragione delle risorse energetiche e delle migrazioni.

Nei rapporti transatlantici, occorre tenere conto anche di un altro filo che lega gli Stati Uniti all’Italia. La nostra emigrazione, che tra Ottocento e Novecento ha contribuito alla formazione della società multietnica, esprime oggi significativi segmenti della classe dirigente politica ed economica oltre che dello spettacolo.

Basta ricordare i nomi dei sindaci e governatori di New York, Mario e Andrew Como, Rudy Giuliani e Bill De Blasio, della ex speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, e dei giudici supremi Samuel Alito e Anthony Scalia, per comprendere come gli Italiansnon sono più soltanto “pizza e mafia”.

L’endorsement di Obama a Renzi
Il presidente Renzi arriverà a Washington con l’onore della “cena di Stato” alla Casa Bianca. Più volte l’Amministrazione democratica ha manifestato l’endorsement per l’attuale governo. Nell’aprile 2015 Obama dichiarò di essere “impressionato dall’energia di Renzi e dalla sua volontà di sfidare lo status quo”, complimento che era stato già espresso nel G20 del marzo 2014.

Al di là delle dichiarazioni d’occasione a favore dell’“alleato fedele”, l’apprezzamento per Renzi nasce dalla valutazione che il suo governo ha portato stabilità istituzionale nel travaglio della politica italiana, un valore che per Washington è il primo che deve avere un alleato in posizione geopolitica sensibile in tempi di scomposizioni internazionali.

Ed è proprio in questa ottica che va interpretata la dichiarazione dell’ambasciatore John Phillips contro l’incertezza che potrebbe seguire la bocciatura del referendum costituzionale.

Cena di stato, i temi in tavola
I più importanti dossier sul tavolo del prossimo vertice Italia-Usa riguardano il Mediterraneo, l’Europa di fronte alla Russia, il commercio e gli investimenti. La politica estera di Obama è stata tesa, se pure tra ondeggiamenti, alla progressiva riduzione degli impegni militari sui teatri europeo e mediorientale a favore di un maggiore dislocamento di risorse nell’Asia sud-orientale.

In generale il presidente ha promosso una strategia internazionale incentrata sulla trattativa e sulla leadership esercitata più con la diplomazia del soft power che non dell’hard power, ed ha abbandonato la filosofia degli Stati Uniti come “gendarme del mondo” che per anni ha guidato l’interventismo internazionale di Washington.

Da tempo l’Amministrazione statunitense richiede un maggiore impegno militare degli alleati Nato e in particolare una larga disponibilità italiana sul fronte libico. Per ora l’Italia ha risposto con l’invio di 100 medici protetti da un piccolo contingente di parà non combattenti.

Pertanto è possibile che la Casa Bianca avanzi nuove richieste in tal senso - anche se non sappiamo cosa farà il nuovo presidente -, e spinga per più decise sanzioni alla Russia come risposta all’aumentata aggressività di Vladimir Putin.

Obama avrebbe voluto portare a compimento i due trattati di liberalizzazione commerciale, oltre all’area del Pacifico (Ttp), anche in quella d’Europa (Ttip). A fine mandato appare però improbabile che il progetto vada in porto per cui l’America potrebbe volere sviluppare rapporti commerciali più aperti con i singoli Stati con la dilatazione dei vincoli dei trattati europei in cambio di maggiori investimenti.

La “cena di Stato” alla Casa Bianca potrebbe avere anche un altro risvolto. L’8 novembre andranno alle urne alcune decine di milioni di cittadini statunitensi di discendenza italiana che, dopo una originaria fedeltà democratica, hanno rivolto in parte le loro preferenze verso i repubblicani.

L’immagine dei buoni rapporti con la “madrepatria” potrebbe stimolare l’indicazione democratica patrocinata dal presidente, soprattutto negli Stati come New York e Pennsylvania dove più significativa è la presenza delle nostre comunità.

Massimo Teodori è storico e americanista (m.teodori@mclink.it).

giovedì 6 ottobre 2016

Roma: il braccio di ferro con la burocrazia

onti pubblici
Italia, al via la trattativa con Bruxelles 
Veronica De Romanis
13/10/2016
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Entro il 15 ottobre il governo italiano dovrà inviare a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio 2017. Da quel momento, la Commissione europea avrà due settimane per valutarne la conformità alle regole del Patto di Stabilità e Crescita.

Nonostante, il governo di Roma non stia rispettando gli impegni presi prima dell’estate, il confronto con l’Europa si preannuncia meno complicato di quanto possa suggerire la mera applicazione dei criteri burocratici. L’incertezza che caratterizza il contesto politico internazionale e il perdurare delle difficoltà del Paese a crescere avranno un peso non indifferente nel processo decisionale della Commissione.

Le probabilità di portare a casa un risultato positivo sono, pertanto, elevate. C’è da chiedersi, però, se ciò possa effettivamente rappresentare un successo per l’Italia, non solo nel breve periodo, ma anche nel lungo.

Debito e disavanzo strutturale non calano
Il confronto con l’esecutivo comunitario si inserisce in un contesto macroeconomico ben diverso da quello di sei mesi fa. La crescita per il 2017 è stata, infatti, ridotta di quasi mezzo punto percentuale rispetto alle precedenti previsioni, dall’1,4% di maggio all’attuale 1%. E, tuttavia, per molti analisti, si tratta di una revisione al ribasso ancora troppo ottimista.

Le stime dell’effetto di trascinamento (l’anno in corso potrebbe chiudersi con una crescita inferiore allo 0,8% stimato), della variazione degli investimenti, in particolare del comparto delle costruzioni (prevista in crescita al 2,9 %) e, infine, dell’impatto della manovra (la differenza tra il Pil tendenziale e quello programmatico è dello 0,4%, di cui due terzi è ascrivibile al disinnesco delle clausole di salvaguardia) potrebbero, infatti, rivelarsi eccessive.

Il rallentamento delle prospettive di crescita si è tradotto in obiettivi di finanza pubblica peggiori di quelli contenuti nel Documento di Economia e Finanza, Def, della primavera scorsa. In primo luogo, il disavanzo sale dall’1,8% al 2% e, con un metodo assai inusuale, un ulteriore aumento dello 0,4% verrà autorizzato in una fase successiva dal parlamento.

L’extra deficit dovrebbe servire a finanziare le spese legate al sisma e alla gestione dei migranti. Questa volta, però, non sarà necessario chiedere l’attivazione delle clausole di flessibilità, bensì di utilizzare il margine che scatta in modo automatico in presenza di circostanze eccezionali ed eventi imprevisti.

Pertanto, la trattativa dovrebbe vertere unicamente sul “quanto” poter scorporare dal calcolo del disavanzo: il governo chiede uno scostamento per 7,4 miliardi di spese, di cui 3,5 per i migranti, una cifra rilevante considerato che lo scorso anno la Commissione aveva dato il via libera a poco più di un miliardo e mezzo.

Anche la stima del debito pubblico è stata rivista verso l’alto, dal 130,9 del Def al 132,5%. Infine, il disavanzo strutturale, ossia il saldo depurato dagli effetti del ciclo economico, nonostante l’impegno del governo a migliorarlo di almeno lo 0,2%, resta costante all’1,2%.

Nell’eventualità di un’applicazione rigorosa del Patto di Stabilità e Crescita, i suddetti tre elementi - disavanzo nominale più levato, debito ancora in crescita e saldo strutturale invariato - sarebbero sufficienti a far scattare una procedura per disavanzo e debito eccessivi. Il contesto attuale, tuttavia, potrebbe favorire un’interpretazione più morbida delle regole. Così come, in passato, è stato fatto per altri paesi. A cominciare dalla Spagna e dal Portogallo.

Una trattativa in un contesto politico-economico complesso
Nonostante il mancato rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, la Commissione europea ha accordato ai due Paesi iberici del tempo ulteriore per rimettere le finanze pubbliche su un percorso sostenibile. Questa decisione assume una rilevanza particolare perché si inserisce in un contesto politico-economico nuovo.

Nel maggio del 2017 ci saranno le politiche in Francia, un Paese in cui tutti i partiti, incluso il primo, il Front National di Marine Le Pen, chiedono meno austerità nonostante il livello di spesa pubblica in rapporto al Pil sia il più elevato - e in aumento -, della zona euro.

In autunno sarà il turno della Germania. I tedeschi dovranno decidere se confermare Angela Merkel, ad oggi unico candidato forte. Molto dipenderà dalla capacità della cancelliera di trovare l’ennesimo compromesso tra la ricerca del consenso interno e il rafforzamento della stabilità europea: da un lato, dovrà gestire l’ascesa del movimentoAlternative fur Deutschland che prende voti anche facendo campagna “contro” la flessibilità di bilancio, dall’altro cedere ad una lettura meno rigorosa delle regole fiscali.

Infine, il 2017 sarà l’anno della Brexit. Nonostante Theresa May abbia annunciato che le procedure verranno attivate entro il mese di marzo, l’incertezza rischia di permanere, soprattutto se, oltre a ripetere lo slogan - un po’ vuoto per la verità -, “Brexit means Brexit”, non inizia a definire i dettagli sul “come” agire.

A conti fatti, ci sono buoni motivi per ritenere che prevarrà un’interpretazione più politica e meno burocratica del Patto di Stabilità e Crescita. Per l’Italia, in particolare, la Commissione potrebbe replicare il metodo dello scorso anno: prendere tempo a novembre, rimandare la valutazione alla primavera prossima e decidere quando oramai i margini sono diventati stretti perché il piano di finanza pubblica è già stato approvato dal parlamento nazionale.

Meno regole, maggior rischio di contagio 
Ulteriore flessibilità è davvero un vantaggio per un Paese come l’Italia? Probabilmente no, per almeno due motivi.

In primo luogo, continuare a rimandare il consolidamento fiscale rappresenta un problema. Si rischia di dover intervenire quando l’intervento della Banca centrale europea, che consente di risparmiare spesa per interessi, è terminato.

Inoltre, un livello di debito pubblico elevato indebolisce la posizione negoziale dell’Italia nella sua (giusta) battaglia per il completamento dell’unione bancaria. E poi c’è un problema di equità, perché saranno i giovani di oggi, che già faticano a trovare un impiego, ad accollarsi il finanziamento di spese di cui non hanno usufruito.

In secondo luogo, regole più morbide per tutti rendono l’Italia più vulnerabile agli shock. Nell’eventualità di un altro “caso Grecia”, sarebbero proprio i paesi ad alto debito a subire le conseguenze maggiori: la recente crisi lo ha dimostrato.

Peraltro, con regole meno stringenti si dovrebbe rinunciare a strumenti come ilQuantitative Easining, il cui beneficio per le finanze pubbliche italiane nel 2015 è stato di oltre 6 miliardi. In assenza di vincoli quantitativi, infatti, sarebbe difficile convincere gli stati virtuosi - ma non solo loro - ad accettare acquisti di titoli di debito sovrano da parte dell’Istituto centrale di Francoforte.

In conclusione, un verdetto positivo sulla flessibilità di bilancio da parte della Commissione europea consentirebbe - nell’immediato -, di mettere in atto misure di redistribuzione delle risorse utili - soprattutto - in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Tuttavia, una strategia che continua a posticipare nel tempo la riduzione del debito pubblico rischia di essere miope.

Veronica De Romanis, economista, è autrice de “Il Caso Germania: così la Merkel salva l’Europa” (Marsilio editori).

domenica 2 ottobre 2016

.Roma: i difficili rapporti con il Cairo

Immigrazione
Italia-Egitto: occhi puntati su collaborazione migratoria
Azzurra Meringolo, Anja Palm
02/10/2016
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A seguito del passaggio del cosiddetto "emendamento Regeni" - ovvero la decisione del nostro parlamento di bloccare l'esportazione di pezzi di ricambio di F-16 verso l’Egitto - il Cairo ha minacciato di riconsiderare la cooperazione bilaterale in materia di immigrazione irregolare.

Ricordando scenari tutt'altro che remoti, l'Egitto ha messo pressione all'Italia, agitando lo spauracchio di un nuovo flusso di migranti pronti a salpare le coste egiziane in direzione italiana.

Italia-Egitto: gentlement’s agreements sui flussi migratori 
Le minacce egiziane si basano sulla consapevolezza che negli ultimi vent’anni, in Italia come in Europa, il desiderio di porre un freno ai flussi migratori è divenuto una priorità ogni anno più importante.

La collaborazione di polizia avviata a livello bilaterale tra Italia-Egitto negli anni 2000 si è concentrata sul controllo delle frontiere (attraverso formazione, equipaggiamento e scambio di informazioni con le forze dell’ordine locali) e su accordi di riammissione che rendano possibile il rimpatrio o l’allontanamento di migranti privi dei requisiti per soggiornare nel nostro Paese. Per queste ultime pratiche Roma è stata anche richiamata dal Consiglio d’Europa.

La collaborazione bilaterale è divenuta più urgente durante la stagione delle "primavere arabe", quando l’immigrazione verso il nostro continente è cresciuta esponenzialmente. Soprattutto a seguito del ritorno al potere dei militari nell’estate 2013, Italia ed Egitto hanno stretto gentlement’s agreements che hanno avuto un significativo impatto sulla gestione delle frontiere.

Le minacce avanzate all’indomani del passaggio dell’emendamento Regeni rischiano però di agitare le acque. Dobbiamo quindi preoccuparci?

Nessun travaso dalla rotta balcanica a quella egiziana
I flussi egiziani sono particolarmente preoccupanti a causa della loro composizione, in prevalenza donne e bambini, maggiormente soggetti allo sfruttamento da parte di trafficanti di esseri umani e associazioni criminali.

Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Egitto è il Paese da cui provengono il maggior numero di minori non accompagnati. Solo in Italia, nel 2015, ne sarebbero arrivati 1.711.

Ma se questo è motivo di preoccupazione, meno serie sono le minacce prettamente numeriche che provengono dalla chiusura della rotta balcanica.

Mentre il ministero degli Esteri egiziano si è detto preoccupato in primis per il flusso di siriani (500 mila secondo i dati del Cairo, 114.911 per l’Unhcr) i numeri del 2016 mostrano che ad aumentare, in Egitto, sono sempre gli stessi migranti, quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana che non hanno mai preso in considerazione la rotta balcanica.

Non solo non si può parlare di un travaso dalla rotta balcanica a quella egiziana, ma le percentuali riguardanti i Paesi di partenza delle imbarcazioni sono rimaste pressoché invariate nel corso degli anni, mantenendo la Libia in una posizione di assoluta prevalenza.

L’Egitto ha certamente visto un incremento nel 2016, ma se rappresenta un’alternativa ai rischi di un passaggio per la Libia - viaggio ormai famoso per i sequestri e i ricatti organizzati dalla mafia delle migrazioni - percorrere la rotta egiziana resta comunque più impegnativo perché richiede un tragitto di 750-900 miglia, un viaggio di 10-15 giorni che si svolge in un mare poco monitorato e lontano dalla costa, aumentando la possibilità di naufragi e morte.

Tesi tristemente confermata dall’affondamento di un barcone di 450 migranti partiti dall’Egitto per l’Italia il 21 settembre.

Interessi economici e cooperazione migratoria 
Nonostante le minacce, anche dopo l’inizio della crisi bilaterale, l’Egitto ha continuato a controllare le sue coste. Pur lamentando la mancanza del sostegno europeo, fra marzo e giugno vi sono stati più di 5 mila arresti per tentate partenze irregolari.

Al-Sisi ha anche parlato di un ulteriore rafforzamento dei controlli frontalieri e della lotta all’immigrazione irregolare in seguito al recente naufragio che ha attirato l’attenzione sulla rotta egiziana. E a continuare sono stati anche centinaia di rimpatri dall’Italia.

Roma, principale mercato per le esportazioni egiziane e primo partner commerciale dell’Egitto fra i Paesi europei e terzo a livello globale, è infatti considerata il fondamentale interlocutore europeo dell’Egitto.

Il fatto che il Cairo abbia un forte interesse nel mantenimento di un rapporto di collaborazione con l’Italia si intuisce anche dai recenti tentativi di contenimento delle minacce, confermati da alcuni dibattiti parlamentari durante i quali è stato rivolto un invito alla calma.

Per evitare che la minaccia attuale diventi reale, il premier Matteo Renzi sembra però intenzionato a spingere sin da ora l’Unione europea a replicare in tutta l’Africa accordi simili a quello siglato con la Turchia, come del resto fatto in Libia.

Cercasi strategia a lungo termine
Al posto dell’esternalizzazione del controllo migratorio, strategia a breve termine e a volte incoerente con i valori fondanti dell’Unione, è necessaria una strategia a lungo termine che preveda la possibilità di raggiungere l’Europa in modo regolare per richiedenti asilo, un potenziamento della migrazione economica e una politica che miri alla creazione di possibilità economiche e stabilità nella regione Mena.

Soprattutto però, le partnership non devono più essere euro-centriche, ma bilaterali, rispondendo ai bisogni e alle politiche degli Stati con cui vengono stretti i patti. La politica dei ricatti deve cedere il passo ad un dialogo fondato su comprensione e fiducia reciproche.

Che l’Egitto sia il primo a saperlo, è dimostrato dal suo tentativo di ridare credibilità al rapporto con l’Italia. Questo passa però anche dal caso Regeni. Dopo i goffi e ripetuti tentativi di depistaggio egiziani, solo un’assunzione di responsabilità per la morte di Giulio potrebbe risanare la relazione bilaterale che sembra ripartire come le rotte aeree verso il Mar Rosso.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
Anja Palm è stagista dell’Area Mediterraneo-Medio Oriente presso l’Istituto Affari Internazionali, dove concentra la sua ricerca sulla dimensione esterna dell’Unione europea in ambito migratorio e l’esternalizzazione dei controlli migratori
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giovedì 29 settembre 2016

Referendum: interpretazioni

Referendum costituzionale
Nessun allarmismo per l’esito del referendum italiano
Gianfranco Pasquino
03/10/2016
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Dissento fortemente dall’analisi di Gianni Bonvicini “I rischi per l’Italia se vince il NO” e ancor più dalla sua conclusione: “Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione”. L’accusa di disfattismo e di antipatriottismo mi pare davvero fuori luogo.

Riforme inutili e inefficaci
Credo che sia praticamente impossibile dimostrare che uno qualsiasi dei capi di governo che contano nell’Unione europea, Ue, conosca le riforme costituzionali imposte da Matteo Renzi e sia in grado di valutarne, compito difficile anche per gli italiani, l’utilità e l’efficacia.

Tanto per cominciare la riforma del bicameralismo italiano, che non è affatto “perfetto” come scrive Bonvicini, produrrà un Senato di consiglieri regionali e sindaci che si occuperanno, certamente senza farne sfoggio durante le loro campagne elettorali regionali, (con quale preparazione e con quali conoscenze?), della politica europea. È una scelta assolutamente fuori luogo.

Secondo, nel momento in cui sarebbe opportuno valorizzare le regioni e le autonomie locali, anche per attuare compiutamente il principio di sussidiarietà, le riforme approvate reintroducono la “supremazia statale” in molte materie. Avrebbero, invece, se miriamo congiuntamente a rappresentanza ed efficienza, dovuto mirare a un accorpamento delle regioni e a un’incentivazione della loro efficienza anche in tutti gli ambiti nei quali, a cominciare dall’utilizzo dei fondi europei, debbono operare.

Un bicameralismo non “perfetto”, ma produttivo
Nulla di tutto questo. Bonvicini sembra credere alla non-produttività del Parlamento italiano e alla sua presunta lentezza e farraginosità. Invece i dati, che ho riportato nel mio volumetto NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme. Per migliorare la politica e la vita (Edizioni Epoké 2016) indicano tutt’altro. Il bicameralismo italiano ha regolarmente “fatto”, ovvero approvato, più leggi e in tempi comparativamente più brevi dei bicameralismi tedesco, francese e inglese.

Inoltre, il governo, anche quello di Matteo Renzi, ha regolarmente ottenuto le leggi che voleva, spesso nei tempi da lui desiderati, magari ricorrendo alla decretazione d’urgenza e imponendo il voto di fiducia. Semmai, il problema italiano è che le leggi sono quantitativamente troppo e qualitativamente malfatte. Per colpa dei governi, dei ministri, dei direttori generali dei ministeri.

Governi deboli o inaffidabili?
Governo “debole”, Presidente del Consiglio ingabbiato? Supponendo che qualcuno possa credere, senza dati, a queste fattispecie, dovrebbe allora interrogarsi sul perché nelle riforme costituzionali che saranno sottoposte a referendum non si trovi nulla che riguardi direttamente e specificamente né il governo né il suo capo.

Rimanendo in Europa sarebbe stato semplicissimo e auspicabilissimo introdurre il voto di sfiducia costruttivo la cui esistenza tantissimo ha giovato alla stabilità dei Cancellieri tedeschi e delle loro compagini governative.

Allo stesso modo, una forte Camera delle regioni avrebbe dovuto essere impostata come il Bundesrat tedesco. Naturalmente, punto che, ne sono certo, Bonvicini condivide con me, la “forza” di un capo di governo nell’Ue non dipende tanto e neppure essenzialmente dalla struttura del suo Parlamento, dall’organizzazione del potere locale, da una legge elettorale che contempli un cospicuo premio di maggioranza (che i greci avevano, to no avail, e che hanno recentemente abolito).

Quasi tutte le democrazie europee meglio funzionanti hanno sistemi elettorali proporzionali e governi di coalizione, più rappresentativi delle preferenze dei loro elettorati e con programmi in grado di accogliere in maniera più soddisfacente interessi e preferenze diversificate.

La forza di quel capo di governo dipende dalla sua credibilità politica e personale che implica non fare promesse che non può mantenere e non farsi paladino di riforme costituzionali controverse le quali, creando conflitti interistituzionali e confusione di competenze, renderanno le sue promesse ancora più difficili da mantenere.

Unità d’intenti
Infine, un “sistema-paese” diventa e rimane un interlocutore affidabile, non soltanto per e nell’Ue, anche quando non solo, ma in primis, i suoi politici e poi gli intellettuali e gli istituti di ricerca non fanno allarmismo, quando dichiarano convintamente (e cooperano a fare sì che…) che l’esito di consultazioni democratiche sarà comunque governabile. Che i nostri partner europei non hanno nulla di cui preoccuparsi. Che l’allarmismo interno ed esterno non è affatto giustificato.

Che i sostenitori del NO non sono nemici del loro Paese, ma pensano semplicemente che altre riforme siano possibili e migliori e sanno anche quali riforme introdurre.

Questo, soltanto, questo è il messaggio da inviare ai quotidiani economici stranieri, alle grandi banche d’affari, all’ambasciatore Usa, che avrebbe fatto meglio a parlare dopo avere ascoltato i rappresentanti dei due fronti, ai partner europei.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna.

domenica 25 settembre 2016

Lanzarotto MAlocello

Oggi, 24 settembre 2016, giornata commemorativa dedicata al navigatore italiano, di Varazze, Lanzarotto Malocello,

 precursore di Cristoforo Colombo, sicuri di fare cosa gradita a quanti hanno a cuore la ricorrenza del “Lanzarottus Day” e vedono in questo evento una valida promozione turistico-culturale per la città di Varazze, proponiamo un breve sunto, di notizie ed immagini, delle prime 4 edizioni (2012 > 2015) con indicazioni per eventuali approfondimenti. L’appuntamento con l’edizione 2016 è fissata per le ore 17.00 presso la Civica Biblioteca, dove il C.L.C.Stefano Giacobbe terrà una originale conferenza a tema: “Varazze e la sua intrepida Gente di Mare”.
Lanzarottus  Day  Story – Una giornata commemorativa dedicata al navigatore italiano, di Varazze, Lanzarotto Malocello, precursore di Cristoforo Colombo: in pdf scaricabile >>
Varazze celebra il – Lanzarottus Day – 2016: …versione in pdf scaricabile >>
Cordiali saluti
Per la segreteria di www.ponentevarazzino.com
Domenico Romano

Comitato per le Celebrazioni del VII Centenario della scoperta di Lanzarote e delle Isole Canarie da parte del navigatore italiano Lanzarotto Malocello

venerdì 23 settembre 2016

Verso uno snodo importante: il referendum

Referendum costituzionale
I rischi per l’Italia se vince il No
Gianni Bonvicini
22/09/2016
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Accantoniamo per un momento la non-diplomatica “interferenza” per il sì dell’ambasciatore americano John Philipps o le fosche previsioni dell’agenzia di rating Fitch in caso di vittoria del no. Nessuno tuttavia può davvero negare che in Europa non serpeggi una certa preoccupazione in vista del referendum sulla riforma costituzionale italiana.

Sembrerebbe un argomento di cucina domestica, di interesse per i soli italiani. Ma da alcuni anni, per non dire decenni, i fatti interni di un Paese si riflettono direttamente sui destini dell’intera Unione europea, Ue. Basti vedere l’ansia con cui sono state seguite nel recente passato le elezioni in Grecia o quelle ancora oggi pendenti in Austria.

Per non parlare poi dell’attenzione parossistica sul referendum inglese, che in effetti ha rimesso in gioco l’intera struttura dell’Unione, oggi alle prese con la prima uscita di un proprio membro dal club comune. Vi sono quindi buone ragioni per comprendere il nervosismo dei mercati finanziari sul futuro dell’Italia (e dell’Euro), nonché il fiato sospeso di Bruxelles (e Berlino) sul risultato del voto italiano.

Ma questi timori sono solo una parte, forse la più piccola, di un dibattito italiano poco attento alle ragioni europee e internazionali che giustificano la sostanza di una riforma costituzionale che il governo di Matteo Renzi ha portato a termine attraverso sei letture nel nostro Parlamento.

Un presidente del consiglio più forte in ambito internazionale
Come è noto, alcuni costituzionalisti hanno arricciato, a dire poco, il naso davanti al testo varato dalle camere. Una delle obiezioni, sostenuta perfino dalla minoranza del PD (magari dalla memoria corta), è di un eccessivo accentramento di poteri nelle mani del Presidente del Consiglio. A parte il fatto che anche la proposta di riforma varata dalla bicamerale Berlusconi-D’Alema (1997) sosteneva l’urgente necessità di rafforzare il Premier,vi è una chiara esigenza europea e internazionale a giustificarla.

La nascita e il sempre maggiore ruolo assunto dai Consigli europei all’interno del sistema decisionale dell’Ue impone una presenza continua e attenta dei primi ministri. Con la crisi finanziaria del 2008 e con il conseguente rischio di fare saltare l’Euro, il Consiglio europeo si è riunito con cadenza quasi mensile per diversi anni.

Ma al di là degli aspetti economici, i capi di stato dell’Ue decidono ormai su tutto, dalla lotta al terrorismo alle problematiche relative all’immigrazione. Lasciamo stare la valutazione sull’efficacia o meno di questa forma di “governo” dell’Ue (fra il resto prevista dal trattato di Lisbona), ma è evidente a tutti che il premier nazionale deve essere in grado di dirigere e coordinare tutte le competenze del governo che lo impegnano al tavolo del Consiglio europeo.

Lo stesso discorso vale, in termini più generici, per quanto riguarda la nostra partecipazione nei vari G7 o G20 che siano (di qui le preoccupazioni americane). Quindi accentrare i poteri nella Presidenza del Consiglio è un’esigenza dettata dall’evoluzione istituzionale dell’Ue e da un diffuso “verticismo” multipolare nelle relazioni internazionali.

D’altronde, quella di gestire in prima persona i dossier internazionali è una caratteristica di tutte le principali democrazie europee, dal Cancelliere in Germania al Primo ministro in Inghilterra. Forse, quindi, al di là degli aspetti di equilibrio interno fra diversi ruoli istituzionali, varrebbe la pena dare un’occhiata a quelli che sono gli interessi italiani nel contesto europeo e internazionale.

L’inefficienza del bicameralismo perfetto
A seguire, le obiezioni sulla riforma puntano l’attenzione sui rischi per la democraticità del futuro sistema istituzionale. È un tema un po’ sfuggente, poiché nessuno sembra mettere in dubbio i guasti prodotti dal bicameralismo perfetto, ma molti si attaccano nuovamente allo sbilancio degli equilibri di potere verso il Presidente del Consiglio con la sopravvivenza di una sola camera.

Anche in questo caso agli scettici o bastian contrari va ricordato come nel resto d’Europa laddove esiste il sistema bicamerale si preveda una distinzione di competenze e che nessun rischio alla democrazia si è per ciò palesato.

Al contrario, vale forse la pena valutare come questo farraginoso e ormai antistorico sistema di poteri perfettamente coincidenti di Camera e Senato abbia generato numerose deficienze anche rispetto ai nostri obblighi nei confronti dell’Ue.

Basti pensare ai ritardi cumulati nell’adozione delle direttive comunitarie o alle numerose condanne che quei ritardi hanno fatto subire al nostro Paese, sempre nella lista dei paesi reprobi dell’Ue.

Non si confonda quindi democrazia con inefficienza: quest’ultima semmai è all’origine proprio delle disuguaglianze e del diverso trattamento che i nostri cittadini hanno vissuto rispetto a quelli di altri paesi dell’Ue.

Per un Paese più efficiente vi è quindi estremo bisogno di rivedere l’intera catena di comando fra potere esecutivo e legislativo. I contrappesi, è evidente, devono funzionare, ma questo non vuol dire che ciò deve avvenire a scapito dell’efficienza. In un mondo sempre più competitivo e in un’Unione che ha bisogno di decisioni radicali per potere sopravvivere ai venti dell’antipolitica è necessario chiarire meglio la distinzione di ruoli fra esecutivo e legislativo.

Per troppi anni l’Italia ha vissuto nella confusione e sovrapposizione dei due ruoli, che se avevano qualche senso ai tempi del compromesso storico, con un governo democristiano e con un parlamento affidato alla direzione dei comunisti, oggi il paese necessita di efficienza, autorevolezza e credibilità.

I partner europei sperano in un’Italia più forte
Tutte qualità di cui non solo noi, ma anche i nostri partner europei sentono estremo bisogno: un’Italia più forte è una delle poche speranze per quel che resta del disegno unitario europeo.

Cedere alla malafede di una certa opposizione interna, che prima approva e poi respinge la riforma istituzionale, o allo scetticismo, per quanto rispettabile, di qualche costituzionalista sarebbe deleterio.

La riforma va vista in tutti i suoi aspetti e riflessi, sia interni che internazionali. Ci vuole uno sguardo un po’ più lungo rispetto a un dibattito interno per slogan o per posizioni preconcette. Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.

Questo articolo è stato pubblicato sull’Adige del 20 settembre.

martedì 20 settembre 2016

Bratislava: altre incognite

Unione europea
L’inutile strappo di Renzi a Bratislava
Riccardo Perissich
19/09/2016
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Ci sono casi in cui, quando la situazione è disperata, è difficile dire se non sia preferibile non fare nulla. Per esempio, a cosa serviva il vertice di Bratislava convocato per dare un senso all’Europa post Brexit? Anche un marziano sapeva che nessun governo è oggi pronto a dare a quella domanda una risposta convincente.

La riunione, che si è tenuta non a caso nella capitale della Slovacchia, aveva una sola ragion d’essere: affermare una sia pur fittizia unità a 27 di fronte alla sempre più evidente fronda dei Paesi del gruppo di Visegrad.

Essi vogliono essere rassicurati che non si farà nessuna concessione ai britannici sulla libera circolazione delle persone. D’altro canto, senza apparentemente vedere il paradosso, rifiutano solidarietà sulla crisi dei rifugiati, chiedono “meno Europa” e soprattutto “meno Bruxelles” e accentuano la deriva nazionalista e autoritaria al loro interno. Vista la loro posizione strategica, non è un problema che possiamo prendere alla leggera.

È facile dire che la risposta sta in un’Ue a cerchi concentrici; tuttavia se non sono chiare le caratteristiche del nucleo centrale, l’affermazione resta confinata al dibattito accademico.

I principali Paesi fondatori non sono ancora pronti a rispondere a questa domanda; non perché non siano coscienti che sia necessario, ma perché mancano ancora le basi di un accordo solido e duraturo e nessuno s’impegnerà in una discussione seria alla vigilia di una tornata elettorale che potrebbe cambiare radicalmente il profilo politico dell’Europa. Per il momento i governi sembrano ovunque paralizzati dall’offensiva di movimenti populisti profondamente diversi fra loro, ma accomunati dall’euroscetticismo.

Direttorio di Ventotene precocemente dissolto
In queste condizioni, per quale ragione la Germania, forse meno instabile e più attenta di altri alle questioni geopolitiche, dovrebbe provocare una crisi a oriente senza sapere se a occidente gli interlocutori fra un anno saranno affidabili?

A Bratislava la parola ventisette contava ancora più della parola unità. Era quindi normale che si dissolvessero sia l’effimera formazione mediterranea che si era riunita ad Atene, sia il “direttorio” di Ventotene. Per evitare il contagio del trauma di Brexit, la partita principale per l’Ue si gioca a est e il tema principale è quello degli immigrati più che l’economia.

Non è un caso che la Merkel subito dopo Ventotene si sia precipitata a Varsavia. È sorprendente che Renzi non abbia capito il copione del film al quale stava partecipando, come pure che abbia scoperto a Bratislava che mancava la parola Africa in un testo sicuramente discusso da parecchi giorni.

Il dibattito si sta avvitando, anche all’interno di molti Paesi, su due idee che rischiano di condurre allo stallo. La prima è che la prospettiva di un’Europa più sovranazionale è definitivamente tramontata.

La seconda, speculare alla prima, è che la ragione della crisi risiede invece nel fatto che si è abbandonata quella prospettiva in favore di un’Europa intergovernativa. Come se le cessioni o condivisioni di sovranità fossero un fine in sé e non valessero in funzione delle cose da fare insieme.

Costretti a navigare a vista
Facendo uno strano amalgama fra Monnet e Spinelli, si dimentica infatti che l’Ue non è una federazione; tutti i poteri attribuiti alle istituzioni derivano dai governi e nulla di concreto può succedere se non c’è un accordo fra di essi sugli obiettivi e sui principi che devono guidare le politiche comuni. Il potere d’iniziativa della Commissione può essere a volte risolutivo, ma solo se esiste già una predisposizione all’accordo almeno fra i governi principali.

Molto dipende anche dall’autorevolezza della Commissione: c’è stata quella di Delors e quella di Barroso. Ciò è tanto più vero quando, come ora, i problemi da affrontare toccano da vicino il cuore della sovranità nazionale e in un certo senso navighiamo in terra incognita.

Da questo punto di vista, l’Ue è ancora strutturalmente intergovernativa. È anche vero, come ripetono in molti, che l’opinione pubblica, sottoposta da anni a una sistematica denigrazione di “Bruxelles”, ha un’istintiva riluttanza a trasferire nuovi poteri alle istituzioni; se leggiamo attentamente i sondaggi, vediamo però che la disaffezione verso l’Ue è dovuta a una moltitudine di ragioni fra cui primeggia la mancanza di risultati concreti delle decisioni che vengono annunciate con gran fracasso.

La storia degli ultimi sessant’anni ci dice peraltro che nessun accordo può produrre effetti duraturi se la sua gestione non è affidata a istituzioni comuni. La crisi attuale, con il contrasto fra l’efficacia dell’azione della Banca centrale europea e le insufficienze dell’azione dei governi lo dimostra in modo drammatico.

Il continuo riferimento alla difficoltà politica di trasferire poteri al centro, è quasi sempre un argomento pretestuoso che maschera l’incapacità di mettersi d’accordo su cosa fare, come e con chi.

La distinzione fra metodo intergovernativo e sovranazionale è quindi buona per dibattiti accademici, ma nella realtà le due cose sono complementari. Il primo è la premessa perché il secondo abbia senso; il secondo è la condizione perché i risultati auspicati siano raggiunti.

Altrettanto fallace è la diffusa convinzione che l’Ue abbia conosciuto un’epoca d’oro della sovranazionalità; basterebbero i nomi di De Gaulle e Thatcher per ricordare che i governi sono sempre stati riluttanti ad attribuire poteri alle istituzioni e l’Europa si è mossa fra i due approcci in un continuo movimento pendolare.

Per il momento dobbiamo accettare di essere obbligati a navigare a vista, nella speranza che gli avvenimenti ce ne diano la possibilità.

D’altro canto è vero, come ha ricordato Juncker, che l’Ue vive una crisi esistenziale e ha bisogno di una nuova visione convincente; non è più sufficiente difenderla con gli argomenti del secolo scorso, o con la paura della catastrofe che ci aspetterebbe in caso di dissoluzione. Né si può costruire consenso su una nuova visione denigrando l’Europa che esiste o con lo stucchevole riferimento alla tecnocrazia.

Bisogno italiano per la coppia franco tedesca
Quando, dopo il ciclo elettorale e nella speranza che non abbia provocato disastri irreparabili, sarà possibile riprendere un dialogo impegnativo, alcune idee dovranno già essere state discusse, di preferenza fuori dal circuito mediatico.

Molte sono già sul tavolo, alcune di esse italiane. Renzi fa bene a difenderle; tuttavia lo strappo di Bratislava non gli sarà utile. Come pure basta una fuggevole occhiata al calendario per capire che sarebbe un errore caricare di eccessive aspettative la celebrazione dei trattati di Roma prevista nella capitale italiana per la prossima primavera. La pazienza pagherà più dell’irruenza.

L’Italia non ha bisogno di farsi avanti a gomitate; tutti sanno che accanto alla sempre indispensabile coppia franco-tedesca c’è bisogno anche di noi.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.

domenica 18 settembre 2016

UE: alla ricerca di una soluzione

Unione europea
Ue: come non farci governare dalle crisi
Nicoletta Pirozzi, Piero Tortola, Lorenzo Vai
14/09/2016
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Fare luce sui problemi politico-istituzionali del processo decisionale dell’Unione europea, Ue. È questo l’obiettivo diGoverning Europe, il progetto lanciato un anno fa dall’Istituto Affari Internazionali, Iai, e il Centro Studi sul Federalismo, Csf, dopo una riflessione sulle diverse crisi (economica, migratoria, di sicurezza e di consenso) che attanagliano l’Unione e svelano i limiti del suo sistema di governo, caratterizzato - nel bene e nel male - da un’architettura istituzionale unica al mondo.

L’assenza o il ritardo di risposte politiche europee, e la loro inadeguatezza di fronte alle sfide poste dai tempi nascono spesso da un’insufficiente volontà politica dei governi nazionali, alla quale si affiancano però numerose deficienze strutturali, non di rado generate da compromessi al ribasso tra i Paesi membri.

Un circolo vizioso da cui è possibile uscire solo attraverso dei cambiamenti politico-istituzionali che tengano conto dell’alto livello di complessità ed interconnessione a cui è giunto il processo di integrazione europea. Governing Europe ha così prodotto unostudio finale che avanza una serie di proposte tese a rendere le decisioni prese dall’Ue più efficienti e democratiche.

Una nuova narrazione per una politica europea virtuosa
Perché gli Stati europei hanno deciso di unirsi, rinunciare a pezzi di sovranità e condividere spazi politici e decisionali? Le ragioni sono cambiate negli anni, e il grado di complessità raggiunto oggi dall’Ue ha reso più difficile illustrarle ai cittadini.

Nel tempo le istituzioni europee hanno provato a rilanciare un nuovo discorso sull’Europa, ma senza grandi successi. Il risultato è stato quello di lasciare terreno ai movimenti euroscettici e ai loro racconti. In questa situazione, le istituzioni dell’Ue dovrebbero lavorare per imbastire una nuova narrazione politica, fondata sui suoi successi passati, e sulle opportunità future, in quattro ambiti: pace e sicurezza; democrazia e libertà; competitività e crescita sostenibile; welfare e giustizia sociale. Lo scopo di queste tematiche non dovrà essere solo quello di “aprire” l’Ue all’opinione pubblica, ma altresì indirizzarne i programmi politici negli anni a venire.

Negli ultimi anni la politicizzazione delle questioni europee è stata interpretata (specialmente dalle forze politiche tradizionali) soprattutto come una minaccia. L’arrivo delle crisi e l’incapacità dell’Ue di offrire risposte politiche tempestive hanno aperto la porta a movimenti euroscettici, populisti e nazionalisti, uniti nell’attaccare la mancanza di legittimità democratica della tecnocrazia di Bruxelles.

La politicizzazione può e deve, però, trasformarsi in un’opportunità per avvicinare i cittadini europei al processo d’integrazione, rendendoli più partecipi sia dello sviluppo di un senso di comunità che della competizione politica.

Avvicinare i cittadini all’Ue non è semplice perché essa stessa è oltremodo complessa. Una semplificazione della sua architettura istituzionale (e soprattutto dei suoi meccanismi di rappresentanza democratica) e una più facile comprensione dei benefici generati dalla sua legislazione sono due aspetti sui quali i decisori pubblici devono investire.

Integrazione differenziata per scongiurare la disintegrazione
L’Ue è “unita nella diversità”, ma il suo accresciuto livello di eterogeneità (soprattutto dopo l’allargamento del 2004-07) ha dato vita a numerose richieste di differenziazione che rischiano di mettere in discussione la sua tenuta. Come insegna la Brexit, è ormai necessario che l’Unione si doti di un modello di integrazione differenziata chiaro e formalizzato, in grado di soddisfare in tempo le richieste di “diversità” da parte di alcuni Stati membri, salvaguardando al contempo i suoi valori e principi fondamentali.

Uno schema, questo, a cui dovrebbe fare da contraltare un sistema a sostegno “dell’unità”, che permetta a un nucleo centrale di Stati di aumentare il loro livello di integrazione attraverso cooperazioni rafforzate in ambiti tematici (es. sicurezza e difesa) e istituzionali (es. Eurozona).

L’intero processo di integrazione potrebbe risentire anche dall’eventuale fallimento dell’eurozona. Per questa ragione è necessario agire in quattro aree fondamentali per rafforzare la sua governabilità e resilienza rispetto alle crisi: politiche fiscali integrate; convergenza delle politiche economiche; strumenti di condivisione del rischio; legittimità democratica.

Il completamento dell’unione bancaria, la riforma e la comunitarizzazione del Meccanismo europeo di stabilità, l’istituzione di un ministero del tesoro dotato di poteri esecutivi e fiscali, un maggior coinvolgimento del Parlamento europeo nei processi decisionali sono alcune delle proposte avanzate per rendere le politiche europee nei paesi dell’Eurozona più efficienti e democratiche.

Un’Unione più sociale e globale
La crisi economica ha ampliato le diseguaglianze tra i cittadini dell’Ue, minacciando la sostenibilità dell’intero progetto europeo e aprendo nuove fratture sociali e politiche sia tra gli Stati che al loro interno.

Le ricette economiche “ordoliberali” si sono dimostrate incapaci di rilanciare la crescita, ragion per cui all’Ue viene richiesta l’adozione di un nuovo paradigma economico che riporti al centro dell’agenda europea programmi pubblici in materia di investimenti e politiche sociali.

In tal senso il Piano Juncker è stato un buon inizio, ma va attuato in pieno, potenziato e affiancato a nuove iniziative. All’Ue dovrebbero spettare maggiori responsabilità nella promozione di diritti quali l’occupazione, soprattutto giovanile, l’educazione, la salute e la casa, in modo da sopperire alla mancanze dei governi nazionali laddove si presentino.

Il ruolo dell’Ue sulla scena internazionale non è mai stato adeguato al suo peso economico-commerciale e al suo potenziale diplomatico. Le motivazioni di questo squilibrio sono svariate e in buona parte riconducibili all’incoerenza dell’architettura istituzionale dell’Unione.

Quest'ultima è stata parzialmente mitigata con le innovazione introdotte dal Trattato di Lisbona, innovazioni che, se sfruttate appieno, potrebbero aiutare l’Ue a perseguire le priorità che si è data nella sua Global Strategy, presentata dall’Alto Rappresentante lo scorso giugno.

Se una semplificazione dei processi decisionali della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) richiederebbe una riforma dei Trattati, più facile è immaginare nel breve termine il lancio di una cooperazione strutturata permanente tra Stati desiderosi di avanzare la loro integrazione nei settori della politica di difesa, insieme al rafforzamento delle capacità d’intervento al di fuori dei confini dell’Ue.

Il 2017, anniversario della firma dei Trattati di Roma, potrebbe costituire l’occasione di un vero rilancio dell’Ue, che parta dall’Italia e si fondi su un’agenda capace di riportare le ambizioni dell'integrazione europea all’altezza delle sue potenzialità.

Nicoletta Pirozzi è responsabile di ricerca presso lo IAI. Piero Tortola è un ricercatore dell'Università di Milano e dirige l'osservatorio EuVisions (www.euvisions.eu). Lorenzo Vai è ricercatore dello IAI e del Centro Studi sul Federalismo.

mercoledì 14 settembre 2016

Brexit: le conseguenze e L'Italia

Ue/Italia
Brexit: le teste che non cadranno
Giampiero Gramaglia
04/09/2016
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Un’ecatombe! Pareva dovesse essere un’ecatombe! E invece sono rimasti tutti al loro posto e, probabilmente, continueranno a restarvi. ‘Ercolini sempreinpiedi’ dell’Unione? Manco tanto, perché a buttarli giù nessuno ci ha davvero provato.

A conti fatti, fra i pezzi da novanta dell’Ue la Brexit ha finora fatto un’unica vittima: il sì britannico a uscire dall’Unione europea, Ue, ha indotto a dimettersi Jonathan Hill, già responsabile dei Servizi finanziari nell’Esecutivo comunitario.

Al suo posto, perché un commissario britannico v’ha da essere, fin quando il Regno Unito non sarà proprio fuori dall’Ue - e la Commissione Juncker sarà nel frattempo giunta a fine mandato -, ecco sir Julian King, sorta di commissario dimezzato: è responsabile della sicurezza dell’Unione (il che suona bene, ma suona pure vuoto, perché la sicurezza è responsabilità degli Stati); e deve agire “sotto la guida” del vice-presidente vicario Frans Timmermans e “a supporto” del commissario all’Immigrazione e agli Affari interni Dimitris Avramopoulos. “Un commissario junior”, come l’ha definito senza cortesie diplomatiche il presidente della Commissione Esteri del Parlamento europeo Elmar Brok.

L’esito del referendum ha invece riportato in primo piano sullo scacchiere europeo Michel Barnier, ex ministro degli Esteri francese - solo per dirne una - ed ex uomo forte al Mercato interno durante la Commissione Barroso, nominato capo negoziatore per l’Esecutivo comunitario.

Barnier, ovviamente, entrerà in scena all’avvio della trattativa, quando Theresa May, premier britannica, farà scattare il negoziato per l’uscita dall’Ue, come previsto dall’articolo 50 del Trattato. Prima, nulla si muoverà; forse, perché una teoria in voga a Bruxelles è che i britannici apriranno la trattativa solo quando avranno già avuto assicurazioni su dove si andrà a parare.

Lo stormire di foglie della stampa tedesca
A innescare l’ipotesi di sommovimenti nelle Istituzioni comunitarie era stata la stampa tedesca: ennesima dimostrazione della sudditanza psicologica dalla Germania dell’Europa tutta. La Faz e poi Die Welt avevano giudicato “inadeguato” il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che pure era stato voluto a quel posto in primis dalla Cancelliera Merkel.

E siccome, a fine anno, ci sarà da rinnovare il mandato del presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, che è nell’infelice posizione di non essere in sintonia con il suo governo, e neppure con i Grandi dell’Unione, e del Parlamento europeo, dove il tedesco Martin Schulz giunge al termine del suo secondo mandato, erano subito partite voci d’ogni genere: fra le più accreditate, una prevedeva Schulz al posto di Juncker - e del resto Schulz era il candidato socialista a quel posto, nel 2014.

Il ‘valzer delle poltrone’ non è neppure durato il tempo di un’estate bruxellese, che spesso coincide con una settimana di luglio. Juncker ha chiarito di non avere intenzione di dimettersi; alcuni governi gli hanno offerto un sostegno non entusiastico, ma solido, magari per assenza di alternative (per Sandro Gozi, sottosegretario italiano agli Affari europei, Juncker “va sostenuto, non attaccato”) e popolari e socialisti al parlamento europeo si sono messi a lavorare all’ipotesi di una conferma di Shulz alla guida dell’Assemblea - soluzione avallata dallo stesso Juncker.

Insomma, la Brexit non sconquassa gli organigrammi istituzionali; e neppure i calendari, tranne che la Gran Bretagna esce dalla rotazione delle presidenze di turno del Consiglio dell’Unione - funzione che doveva assumere il 1° luglio 2017, quando, presumibilmente, il negoziato per l’uscita sarà stato almeno avviato.

Il vuoto sarà riempito dal Belgio, Paese di sicura militanza ed esperienza europee, che non suscita né gelosie né sospetti e i cui costi d’esercizio si riducono al minimo: Bruxelles ha avuto la presidenza di turno semestrale per l’ultima volta nel 2010, quando seppe condurla senza inconvenienti nonostante il governo gestisse solo gli affari correnti, nella più lunga crisi politica di una democrazia occidentale dei tempi moderni, ben 535 giorni.

Il giro di valzer italiano tra politica e diplomazia
Il rientro dalle vacanze europee non è dunque contrassegnato da volti nuovi. Uno dei pochi può ancora essere considerato il rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, ambasciatore Maurizio Massari, che ha assunto l’incarico il primo giugno e che ha quindi giusto esaurito quelli che erano i tre mesi del tradizionale rodaggio.

Diplomatico di grande esperienza, abituato alle sedi importanti e difficili - è stato a Mosca ed a Washington e, come ultimo incarico, era ambasciatore al Cairo nei giorni drammatici e non superati dell’omicidio Regeni. Buon conoscitore dei media, Massari è stato capo del servizio stampa e informazione e portavoce del ministro. Arrivando a Bruxelles, ha sanato l’anomalia creatasi, a gennaio, con la nomina di un politico, e non di un diplomatico, a rappresentante dell’Italia presso l’Ue - era quasi mezzo secolo che l’Italia non ricorreva più ad ambasciatori politici.

Quando Carlo Calenda prese il posto di un eccellente ambasciatore e profondo conoscitore dell’Ue, Stefano Sannino, lo scossone fu forte: più alla Farnesina che al Berlaymont, a dire il vero. La scelta dell’allora vice-ministro allo Sviluppo economico fu - scrisse Stefano Feltri, un giornalista che segue bene le vicende europee - “una mossa drastica del governo italiano per dare all’Esecutivo Juncker un interlocutore con forte legittimità politica, nel momento del massimo scontro tra Italia e Bruxelles”.

E poco importa che quella stagione di pugni sul tavolo e di voci grosse, in cui Juncker era “un burocrate”, fosse ad uso e consumo dell’opinione pubblica interna: prova ne sia il fatto che, oggi, il ‘burocrate’ “va sostenuto, non attaccato”.

A sanare l’anomalia è poi venuto, nel giro di quattro mesi, il richiamo di Calenda a Roma come ministro dello Sviluppo, poco dopo la pubblicazione delle ‘previsioni economiche di primavera’ della Commissione, che avevano sancito una tregua di almeno sei mesi tra Italia e Bruxelles in tema di conti pubblici. La memoria corta della stampa italiana era un colpo di spugna alle contraddizioni tra le decisioni di gennaio e di maggio.

In tre mesi, Calenda, fama di decisionista, s’era accreditato come l’unico titolato a parlare a nome del governo italiano, garante degli impegni di Roma verso una Commissione tradizionalmente diffidente nei confronti dell’Italia e non rasserenata dalle sceneggiate renziane. Ma non aveva certo potuto risolvere i problemi che, ora, aggravati dal peggioramento della situazione economica e pure dal terremoto, l’ambasciatore Massari si trova sulla scrivania.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

venerdì 2 settembre 2016

Italia: verso nuovi ruoli in Europa

Politica estera italiana
Dopo Brexit l’Italia pesa di più
Matteo Brunelli
27/08/2016
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La Brexit è la più grande sfida per l'Unione europea, Ue, dalla caduta del muro di Berlino. Il 23 giugno 2016 segna l'inizio di un importante spostamento negli equilibri di forza non solo in Europa, ma anche nella più ampia regione euro-atlantica. L'uscita del Regno Unito dai processi decisionali della Ue crea un vuoto di potere significativo all’interno del blocco, ma anche opportunità per l’Italia.

Un vuoto da riempire
Il concetto di equilibrio di potere ha a che fare con la distribuzione di forze e risorse nelle relazioni internazionali. Nell’Ue, che è a sua volta un sistema regionale di equilibri di potere, l’Italia è stata storicamente considerata come fuori dall’influente ed esclusivo club composto da Germania, Francia e Regno Unito.

Questi tre Paesi hanno avuto un ruolo fondamentale nel dare forma e direzione all’’integrazione europea, sebbene in modo diverso (il polo franco-tedesco come motore dell’integrazione, quello britannico come freno). Con il Regno Unito avviato verso la porta d’uscita, ora l'Italia, in futuro la terza economia dell’Ue, ha l’opportunità di rafforzare il suo status e la sua influenza in seno all’Ue.

Questo certamente non vuol dire che l'Italia può sostituire il Regno Unito a tutti gli effetti. In realtà, la Brexit rischia di provocare una perdita complessiva di potenza in tutti gli stati membri dell'Ue e di indebolire l’ordine liberale occidentale nel quale l'Ue è profondamente radicata.

Da questo punto di vista, l’Italia non è in nessun modo avvantaggiata. La Brexit, infatti, si aggiunge alla serie di crisi che l’Ue deve affrontare, tra cui la mancata ripresa economica, il terrorismo, l’incremento dei flussi migratori ed il revisionismo russo in Europa orientale.

La Brexit acuisce tutti questi elementi di crisi, visto che può determinare un indebolimento della posizione comune europea verso la Russia e dare nuova vita ai timori sulla tenuta del sistema finanziario dell’eurozona, mettendo ulteriore pressione sul già precario sistema bancario italiano.

Vincitori e sconfitti nell’Europa post-Brexit
Tuttavia, analizzando le dinamiche intra-Ue in termini di relativa perdita di potere si possono distinguere vincitori e sconfitti nell’Europa post-Brexit. Gli sconfitti sono soprattutto gli stati dell'Europa orientale, in particolare le repubbliche baltiche e la Polonia, che condividono con il Regno Unito un orientamento fortemente atlantico e un approccio più intransigente nei confronti della Russia.

Altri stati che perdono un alleato importante con la Brexit sono quelli economicamente più liberali come i Paesi Bassi, la Finlandia e soprattutto l'Irlanda (a causa dei suoi forti legami commerciali). Infine, Svezia e Danimarca ora si trovano senza un importante alleato con cui condividono un certo scetticismo verso gli slanci integrazionisti di altri stati membri.

Francia e Germania sono invece nel campo dei vincitori. La Francia diverrà la principale potenza militare dell'Ue, il solo stato membro con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza Onu e l'unico paese dell’Unione con un deterrente nucleare indipendente.

Tuttavia lo spostamento dell’equilibrio di potere intra-Ue provocato dalla Brexit premia soprattutto la Germania. Berlino vedrà la sua posizione di leadership nelle istituzioni europee e il suo ruolo di prima potenza economica ulteriormente rafforzati.

Francoforte può diventare il più importante centro finanziario continentale e Berlino il leader delle start-up tecnologiche. La Brexit potrebbe anche spingere il governo federale ad incrementare le spese per la difesa. Non c’è dubbio che la Brexit darà alla Germania l’opportunità di consolidare il suo ruolo d’interlocutore primario degli Stati Uniti su tutte le principali questioni europee.

Italia, ago della bilancia tra Germania e Francia
Anche per l'Italia, che diventerà la terza economia dell’Ue,si presentano diverse opportunità. La Brexit ne aumenta infatti l’importanza sistemica in seno all’Ue, dal momento che l’Italia potrebbe svolgere un ruolo di bilanciamento sia tra la Francia e la Germania sia tra il duopolio franco-tedesco e gli altri stati membri.

In questo specifico frangente, Roma può usare la sua posizione di terza potenza per cercare di limitare al minimo il rischio che il rafforzamento del direttorio franco-tedesco finisca per dominare l’Ue, alleandosi con altri stati membri come la Polonia e la Spagna.

La Brexit ha messo in luce che sono necessarie riforme rilevanti del modello Ue, soprattutto per quanto riguarda la politica economica e la gestione della questione migratoria. L'Italia è ben posizionata per poter svolgere un ruolo chiave in entrambi i casi.

Né l’economia italiana né quella francese sono in buone condizioni di salute, il che diminuisce l’autorità di Roma e Parigi nella governance dell’eurozona. Ma se dovessero unire le forze, Italia e Francia avrebbero maggiori possibilità di contrastare la linea tedesca improntata al rigore fiscale e favorire invece politiche di crescita.

In materia di immigrazione, invece, l’Italia ha proprio nella Germania, favorevole ad un approccio europeo al problema, il più prezioso alleato potenziale. Il Migration Compact - un insieme di regole volte a migliorare il controllo delle frontiere e la gestione dei flussi migratori su base europea - è una buona base su cui il governo italiano può imbastire un dialogo diretto con quello tedesco.

La Brexit aumenta infine il peso specifico dell’Italia in materia di politica estera. L'Italia è storicamente un paese filo-americano. Deve quindi cercare di diventare un interlocutore primario degli Stati Uniti per quanto riguarda le questioni europee. Anche in campo militare, l'Italia è ben posizionata per aumentare la sua influenza: insieme alla Francia ha ora la Marina più grande d’Europa che sarà sempre più importante vista l'instabilità nel vicino bacino meridionale.

Per quanto i rischi e i costi associati alla Brexit siano rilevanti, e in alcuni casi inevitabili, l’uscita del Regno Unito dall’Ue rappresenta per l'Italia anche un importante opportunità per aumentare la sua influenza e prestigio in seno all’Unione.

Matteo Brunelli, Oxford European Affairs Society, Istituto Affari Internazionali.