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venerdì 27 gennaio 2017

CINA. rapporti con la UE ed il programma Horizon

icerca & Sviluppo
Ue-Cina: obiettivi della cooperazione scientifica
Lorenzo Mariani
24/01/2017
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Il 2017 segna l’ingresso nel quarto anno del progetto Horizon 2020, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione che punta a sviluppare una nuova eccellenza scientifica che garantisca ai Paesi membri e ai loro partner una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva.

Dopo il successo del VII Programma Quadro per la ricerca, che aveva visto la partecipazione di ben 383 istituti cinesi e lo stanziamento di 55,8 milioni di euro, ad oggi sono state presentate 227 proposte di ricerca provenienti dalla Cina per la partecipazione a 187 diversi progetti.

Per la Cina il partenariato scientifico-tecnologico con l’Europa è un obiettivo strategico di lungo corso. Le relazioni scientifico-tecnologiche tra i due partner, iniziate ufficialmente nel 1983, furono caratterizzate in principio da un rapporto unidirezionale in cui era unicamente l’Europa a mettere a disposizione le proprie conoscenze.

Il rapido sviluppo economico-industriale cinese, tuttavia, portò ben presto alla necessità per l’Unione di creare un quadro normativo che regolasse tale rapporto.

Trent’anni di cooperazione euro-cinese
Venne così siglato nel 1998 l’Accordo di cooperazione scientifica e tecnologica, rinnovato per la terza volta nel 2014, con lo scopo di favorire maggiormente l’interazione tra centri di ricerca, industrie, università e singoli ricercatori di entrambe le aree. A dimostrazione dell’interesse reciproco infuso in questo tipo di collaborazione venne anche istituito un comitato guida congiunto il quale, riunendosi con cadenza annuale, avrebbe aiutato a sviluppare ulteriormente il programma.

La creazione nel 2001 di un ufficio Ue-Cina per la ricerca scientifica con sede a Pechino favorì ulteriormente l’accesso ai progetti di finanziamento europei da parte dei ricercatori cinesi.

Nel processo di implementazione del partenariato venne siglata nel 2005 una dichiarazione congiunta che permise di individuare otto potenziali aree di comune interesse: protezione ambientale; informazione e comunicazioni; cibo, agricoltura e biotecnologie, trasporti e settore aerospaziale (incluso il programma Galileo, il programma di navigazione satellitare europeo alternativo al Gps americano); urbanizzazione; salute; scienze socio-economiche; database per la condivisione dei dati.

Nel 2008 inoltre venne sottoscritto l’Accordo tra la Comunità europea per l’Energia atomica (Euratom) ed il governo della Repubblica popolare cinese per la cooperazione per l’utilizzo pacifico dell’ energia atomica.

La ricerca scientifica in Cina
Nel corso degli ultimi dieci anni la Cina ha più che raddoppiato la propria spesa per la ricerca scientifica, investendo nel solo anno 2014 ben 186 miliardi di euro, il 2,05% del prodotto interno lordo del paese. Attualmente le imprese private contribuiscono per il 77,3% della spesa totale, mentre i finanziamenti da parte delle università e degli istituti di ricerca governativi contano rispettivamente per il 6,9% ed il 14,8%.

Nonostante la Cina sia oggi il secondo Paese per numero di pubblicazioni scientifiche dopo gli Stati Uniti sono ancora molti i problemi con cui la comunità scientifica cinese è costretta a confrontarsi. Nel 2015 è stata avviata dal governo la riforma del Programma nazionale per la ricerca e la tecnologia al fine di facilitare l’accesso ai fondi statali e diminuire le rispettive procedure burocratiche.

Il cambiamento più significativo è stato fino ad ora quello legato al ruolo riservato ai diversi ministeri governativi, i quali perdono il loro ruolo di controllo sui progetti.

Nell’ottobre 2016, inoltre, il Comitato centrale del Partito comunista cinese ed il Consiglio di Stato hanno presentato le linee guida per l’implementazione del 13° piano quinquennale (2016-2020), ponendo maggiore enfasi su quei campi di ricerca collegati ai problemi considerati contingenti nello sviluppo del Paese: agricoltura, urbanizzazione, ambiente ed invecchiamento della popolazione.

I due nuovi programmi di ricerca promossi dal governo di Pechino, Manufacturing 2025 e Internet +, avranno in questo senso lo scopo di promuovere l’integrazione delle nuove tecnologie all’interno del sistema produttivo cinese.

Il ruolo della cooperazione Italia-Cina
Sotto l’egida del progetto Horizon 2020 anche l’Italia ha rafforzato le proprie iniziative di cooperazione con la Cina. Dal 25 al 27 ottobre si è svolta nelle città di Bergamo, Bologna e Napoli, la Italy-China Science Innovation Week, evento unico che ha riunito sotto di sé la settima edizione del China-Italy Innovation Forum e la decima edizione del Sino-Italian Exchange Event.

A conclusione dell’evento, presieduto dall’allora ministro dell’Istruzione Stefania Giannini e dal suo omologo Wan Gang, è stato inaugurato il Centro Italia-Cina di Trasferimento tecnologico, istituto che avrà lo scopo di creare una piattaforma comune per la promozione della cooperazione tra centri di ricerca, università e aziende di entrambi i paesi.

Il crescente interesse mostrato verso il partenariato scientifico-tecnologico tra i Paesi dell’Unione e la Cina è sicuramente un passo avanti nell’integrazione tra i due sistemi. La Cina rimane oggi un attore chiave per lo sviluppo ed il successo dei programma Horizon 2020. Tuttavia tale partnership rappresenta anche una grande sfida per l’Europa, non solo in merito al futuro ruolo della Cina in ambito internazionale, ma soprattutto in relazione alla doppia natura, civile e militare, spesso legata al progresso scientifico.

Il vecchio continente sta anche contribuendo - indirettamente - all’ammodernamento militare della Cina ed in un momento come questo, caratterizzato da un clima di forte insicurezza sul futuro delle relazioni tra Pechino e Washington, la questione rischia di trasformarsi in un elemento di frizione nelle relazioni transatlantiche.

Lorenzo Mariani è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.

Roma: prospettive di concentrazione e Difesa

Fincantieri-STX Saint Nazaire
Un’industria navale europea più forte nel mondo
Jean-Pierre Darnis, Michele Nones
27/01/2017
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Il processo di concentrazione dell’industria europea dell’aerospazio, sicurezza e difesa, partito venti anni fa, non ha fino ad ora coinvolto il segmento navale.

La frammentazione della base tecnologica e industriale europea è stata ripetutamente indicata come un elemento di debolezza, sia perché spingeva inevitabilmente verso politiche di sostegno nazionale più o meno mascherate e verso una competizione durissima sul mercato internazionale, sia perché la domanda militare europea era insufficiente per sostenere tutti i cantieri.

È emblematico che gli unici due programmi intergovernativi navali significativi siano stati fatti fra Italia e Francia per le unità anti-missili Orizzonte e per le fregate multiruolo Fremm, ma che poi proprio queste ultime siano state al centro di un’accesa concorrenza italo-francese.

Le due versioni sono notevolmente diverse, con costi conseguentemente differenti. La vicenda conferma che nell’avviare una cooperazione intergovernativa bisogna definire fin dall’inizio una comune politica di esportazione, nella consapevolezza che per mantenere le capacità tecnologiche e industriali è indispensabile accedere al mercato internazionale.

Verso un nuovo gruppo europeo
In questo quadro va vista la proposta di Fincantieri di acquisire la maggioranza di STX France che opera nei Cantieri di Saint-Nazaire. Quest’asset era controllato da un gruppo coreano concorrente di Fincantieri. Potrebbe quindi tornare all’interno di un gruppo europeo.

Il cantiere francese opera su mercati civili e militari. È l’unico in grado di costruire portaerei e ha realizzato diverse unità portaelicotteri d’assalto della classe Mistral, di cui due vendute inizialmente alla Russia, ma poi in seguito all’embargo cedute all’Egitto. Questa valenza militare accentua da una parte il merito strategico dell’operazione di Fincantieri, ma dall’altra ne evidenzia inevitabilmente la sensibilità politica.

Non a caso la Francia utilizza, per tutelare i suoi interessi nazionali, non solo il controllo degli investimenti esteri nei settori strategici, ma anche il mantenimento di una quota pubblica significativa (abitualmente un terzo) del capitale.

L’Italia è, da questo punto di vista, il Paese europeo più simile alla Francia nell’utilizzare ambedue gli strumenti, anche se la presenza dello Stato italiano è stata in questi ultimi decenni più che altro di garanzia.

Non deve quindi meravigliare che il governo francese stia guardando con attenzione alla proposta di Fincantieri sia come azionista sia come garante dei legittimi interessi nazionali francesi. Su questa strada non dovrebbe essere difficile definire gli impegni che il gruppo italiano potrà assumere nei confronti delle Autorità francesi, analogamente a quanto avviene in casi analoghi anche in Italia.

Mercato militare e mercato civile
Ma il cantiere francese è molto attivo anche sul mercato civile e, in particolare, crocieristico. Ed è soprattutto a questa attività che punta Fincantieri. Il gruppo italiano è già il leader mondiale del settore, ma vuole rafforzarsi ulteriormente.

I cantieri francesi rappresentano un’occasione unica per farlo e diventare allo stesso tempo un’impresa transnazionale, mettendo a fattore comune competenze e capacità industriali con un modello di business fortemente proiettato verso una stretta collaborazione con i principali operatori nel settore delle crociere.

Su questa strada Fincantieri si sta muovendo da tempo, prima con l’acquisizione nel 2009 dei cantieri Marietta negli Stati Uniti (unità militari) e poi, nel 2012, con quella dei cantieri Vardin Norvegia (piattaforme off-shore), per altro usciti da una negativa esperienza nel gruppo STX.

L’esperienza americana rappresenta per Fincantieri un valido biglietto da visita per avere superato l’attenta valutazione delle autorità statunitensi e acquisito, fornendo le necessarie garanzie, la capacità strategica per diventare un importante fornitore del Dipartimento della Difesa.

Analogie socio-politiche tra Italia e Francia
La gestione degli aspetti socio-politici rappresenta un’altra analogia fra Italia e Francia. Il porto di Saint Nazaire rappresenta un bastione operaio ed è quindi oggetto di attenzione da parte dei vari candidati alle presidenziali francesi. Questo legame del territorio con l’azienda è ben percepibile nella rivendicazione di tornare al vecchio nome dell’azienda, ‘Les Chantiers de l’Atlantique’.

Anche da questo punto di vista Fincantieri può rassicurare le Autorità e la stessa opinione pubblica francese, dimostrando come, ovunque operi, ha sempre perseguito una politica di mantenimento dell’occupazione.

Tra l’altro per l’azienda italiana la presenza di sindacati forti nonché il necessario accompagnamento politico dell’operazione rappresentano un contesto normale, assolutamente paragonabile con quanto avviene in Italia. Da questo punto di vista il recente incontro fra sindacati francesi e italiani della cantieristica illustra le problematiche sociali legati a quest’accordo.

Il clima elettorale fa però pesare un rischio di strumentalizzazione e potrebbe ricordare la mancata Opa di Enel e Veolia su Suez nel 2006. Il fatto che François Hollande non si ripresenti alla corsa per le presidenziali dovrebbe favorire una certa stabilità dell’azione nelle prossime settimane.

Va rilevato un chiaro impegno a favore di una soluzione europea da parte di Christophe Sirugue, sottosegretario all’Industria, che segue il dossier incontrando le varie parti, dai sindacati ai rappresentanti di Fincantieri.

Un segnale d’integrazione europea
Un altro punto che viene spesso presentato come problematico da parte dei sindacati francesi è il rischio che l’accordo di Fincantieri con China State Shipbuilding possa pesare in termini di trasferimenti di tecnologia verso Oriente.

Anche da questo punto di vista, non soltanto si possono utilizzare all’interno di un accordo meccanismi di controllo delle tecnologie ritenute strategiche, ma Fincantieri può anche fare valere la sua esperienza di produzione di tecnologia in Europa e di espansione commerciale su mercati nuovi come quello cinese. Si tratta di una logica ben presente nell’insieme dei gruppi ad elevata tecnologia, come ad esempio Airbus.

Per concludere, questa operazione potrebbe portare ad un rafforzamento delle capacità navali europee e rappresentare l’avvio di un processo di ulteriore futuro consolidamento, dando un forte segnale di come l’Europa abbia ripreso a muoversi verso una maggiore integrazione.

Infine la riuscita di questa operazione potrebbe essere uno sprone significativo per le relazioni bilaterali fra Italia e Francia. Bisogna, infatti, risalire all’ATR per trovare un esempio di programma tecnologico bilaterale di successo.

Negli ultimi tempi, gli investimenti francesi in Italia sono stati spesso percepiti come aggressivi. L’operazione Fincantieri STX rappresenta anche l’opportunità di dare una lettura diversa, un fattore da non sottovalutare per rinforzare la cooperazione europea.

Jean Pierre Darnis è direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, Michele Nones è consigliere scientifico dello IAI.

giovedì 26 gennaio 2017

Il nodo ella difesa italiana.



Trump, Cameron, M5S
Nato: i dubbi occidentali sull’Alleanza
Alessandro Marrone
20/01/2017
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La Nato è “obsoleta”? Si merita David Cameron come segretario generale? L’Italia deve uscire dalla Nato? Gli interrogativi sollevati rispettivamente da Donald Trump, dalla stampa britannica (che li attribuisce al governo di Londra) e dal Movimento 5 Stelle testimoniano il bisogno di ripensare e quindi riaffermare il ruolo dell’Alleanza atlantica nel contesto attuale.

La Nato per Trump: “obsoleta” ma “importante”
Gli Stati Uniti sono la guida della Nato, mettendo in campo tra la metà e i due terzi delle capacità militari alleate, assicurando la deterrenza nucleare ed essendo dal secondo dopoguerra il garante della pace in Europa. È quindi ovvio che ruolo attuale e futuro della Nato dipendano in gran parte - ma non esclusivamente - da Washington e in particolare - ma non solo - dalla Casa Bianca.

Durante la campagna elettorale Trump ha giudicato la Nato “obsoleta”, giudizio ribadito in una recente intervista durante la quale ha anche affermato che l’Alleanza “resta molto importante”. L’obsolescenza deriva, secondo il nuovo presidente americano, dal fatto che i Paesi membri (europei) “non pagano quello che dovrebbero pagare”, e che la Nato “non ha saputo occuparsi di terrorismo”.

La critica di Trump alla Nato non è del tutto nuova, poiché la questione degli scarsi investimenti europei in capacità militari è stata più volte posta dall’Amministrazione di Barack Obama - così come dalle precedenti sin dalla fondazione dell’Alleanza. La novità politicamente rilevante sta piuttosto nel riferimento forte ed esplicito al terrorismo.

Se è vero che la Nato non si è occupata finora direttamente di contrasto al terrorismo islamista, è anche vero che i 14 anni di impegno militare alleato in Afghanistan sono serviti principalmente ad evitare che il Paese asiatico fosse di nuovo un rifugio sicuro per Al Qaeda dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 - attentati per i quali la Nato ha attivato, per la prima volta nella sua storia, l’articolo 5 sulla difesa collettiva.

Di certo, oggi elettorato e opinione pubblica in Europa e Nord America chiedono più sicurezza nei confronti del terrorismo internazionale di matrice islamica. L’Alleanza potrebbe fare di più per soddisfare questa domanda di sicurezza, ad esempio sostenendo concretamente da un lato i Paesi musulmani che contrastano lo Stato islamico e lo jihadismo internazionale e dall’altro l’Ue nel sorvegliare i confini esterni e impedire infiltrazioni terroriste tra i migranti in rotta verso l’Europa.

La critica di Trump risponde ad una logica sempre più chiara della sua presidenza: un mix spinto di nazionalismo e realismo, che giudica irrilevanti attori sovranazionali come l’Ue, considera le alleanze come mero strumento per soddisfare gli immediati interessi nazionali e basa i rapporti internazionali su accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e le singole controparti - Russia in primis.

Il rischio Cameron per la Nato
Un altro punto interrogativo sulla Nato, di ben minore importanza ma non per questo marginale, viene da Londra. Le indiscrezioni su una possibile candidatura dell’ex premier David Cameron al vertice dell’Alleanza sono probabilmente un balloon d’essai, ma l’Italia e gli alleati membri anche dell’Ue non dovrebbero sottovalutarle.

In primo luogo, la Nato non si merita un leader che ha creato il problema Brexit che affliggerà l’Europa per i prossimi anni. Né conviene alla sicurezza europea e alla relativa cooperazione tra Nato e Ue porre al comando della prima il rappresentante di un Paese che vuole uscire dalla seconda.

Inoltre, nel campo della difesa, Cameron è corresponsabile, insieme a Nicolas Sarkozy, di aver voluto un intervento militare per rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi senza farlo seguire da una missione di stabilizzazione del Paese nordafricano: il risultato è stato una Libia a pezzi, che ha alimentato il flusso di migranti verso l’Italia e le infiltrazioni del terrorismo islamico in Nord Africa, mettendo nel frattempo a rischio la sicurezza energetica italiana ed europea.

Infine, durante la Guerra Fredda vi era la prassi di una rotazione del segretario generale tra Paesi europei di diverse aree geografiche, mentre dagli anni ’90 le quattro personalità che hanno ricoperto l’incarico sono venute tutte dal Nord Europa (Gran Bretagna, Olanda, Danimarca e Norvegia) rappresentando giocoforza meno le istanze degli Stati mediterranei del fianco sud - inclusa l’Italia che dal 2012 ha perso anche il posto di Vice-segretario generale mantenuto ininterrottamente dal 1978.

Italia e Nato, c’è movimento
Proprio in Italia è stata di recente riproposta l’idea di ridiscutere la presenza nazionale nella Nato, da parte del Movimento 5 Stelle che critica in particolare l’allargamento dell’Alleanza all’Europa orientale, l’innalzamento della tensione con la Russia e gli interventi militari in Paesi terzi, ventilando un referendum sulla partecipazione italiana all’organizzazione.

Come nel caso di Trump, alcune delle critiche alla Nato sono già state rivolte da altre voci italiane, politiche e non, seppur in termini molto più costruttivi, ad esempio riguardo la necessità di evitare un’escalation con la Russia.

La novità politicamente rilevante sta piuttosto nell’ipotesi di uscire dall’Alleanza. Dopo che sia il Pci ed suoi eredi a sinistra, sia gli eredi del Msi a destra, avevano accettato la Nato come un necessario ed utile framework per la politica di difesa italiana, nessuna forza politica di rilievo aveva rimesso in discussione tale scelta di campo.

Il dibattito aperto da e nel Movimento merita dunque attenzione, in quanto la Nato è servita e serve a soddisfare gli interessi di sicurezza comuni ai suoi stati membri, e la sua utilità strategica dipende quindi dalla capacità di adattarsi sia alle minacce esterne sia alle domande politiche interne - da Washington e dalle altre capitali occidentali. Una capacità che la Nato ha dimostrato in 68 anni di vita, contribuendo ad uno dei periodi di pace più lunghi nella storia del continente europeo, e che può e deve rinnovare oggi.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.

Nuove prospettive per il Parlamento Europeo

Parlamento europeo
Tajani, presidente italiano per salto di qualità
Gianni Bonvicini
19/01/2017
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Malgrado qualche titolo in più sui giornali per la (ri-) elezione del proprio presidente, il Parlamento europeo continua ad essere un oggetto misterioso e lontano dagli interessi dei cittadini.

Certamente l’Italia può essere soddisfatta di avere finalmente portato sul più alto scranno dell’Assemblea di Strasburgo un proprio rappresentante. Era dal lontano 1979 (prime elezioni dirette) che si attendeva questo evento. Ciò avviene per di più in un momento in cui il paese è tornato ad essere marginale e a subire pressioni da parte di Bruxelles sui propri conti pubblici e perfino sul software di controllo delle emissioni su alcune vetture della Fiat-Chrysler.

Ma al di là di questo successo rimane l’interrogativo di fondo, valido per l’intera Unione europea, Ue, sul senso di queste elezioni di “mid term”.Lo scambio di presidenze fra i due maggiori raggruppamenti europei, popolari e socialisti, nel bel mezzo della vita parlamentare ha il sapore di qualcosa di artificioso e in qualche modo ‘burocratico’.

Un Parlamento che per tutti i cinque anni della legislatura non può essere sciolto da nessuno e che per di più sceglie i propri presidenti sulla base di un semplice accordo di alternanza per fare contenti i due maggiori partiti fa nascere almeno qualche dubbio sulla sua valenza politica.

L’anomalia politica dell’Assemblea europea
È questo un vecchio discorso, che però continua a denunciare una certa anomalia del Pe rispetto ai modelli nazionali che i cittadini europei sono abituati a conoscere. Vero che la costruzione dell’Ue non ha caratteri federali ed è quindi lontana dai sistemi politici dei singoli Paesi. Purtuttavia il Parlamento europeo rappresenta, o dovrebbe rappresentare, una rottura nella struttura essenzialmente intergovernativa del sistema decisionale dell’Unione.

Dovrebbe, in teoria, essere l’istituzione politica per eccellenza, dove il gioco delle parti si esprime attraverso gli orientamenti ideologico-politici di ciascun raggruppamento, mentre la presidenza dell’Assemblea spetterebbe alla maggioranza parlamentare espressa attraverso le elezioni. Invece, questa spartizione delle responsabilità nel corso della legislatura inquina parzialmente la lotta politica a vantaggio dei compromessi e delle grandi coalizioni fra gli stessi partiti.

La minaccia degli euroscettici
La ragione, si dice, è che le forze politiche tradizionali devono difendersi dai movimenti euroscettici che minacciano la vita stessa del Parlamento. Ma se questo può essere vero oggi, non lo era anni fa quando nel Parlamento l’unica, o quasi, eccezione partitica controcorrente era rappresentata dai conservatori inglesi che facevano gruppo a parte. Eppure lo scambio di presidenze si faceva ugualmente.

Per di più, in questa legislatura la prassi dell’alternanza alla presidenza ha subìto un’ulteriore anomalia. Pur avendo vinto le elezioni del 2014, il Partito popolare europeo ha ceduto il primo turno della presidenza al socialista Martin Schulz: la ragione va ritrovata nella sperimentazione del meccanismo degli “spitzencandidaten” per la nomina alla presidenza della Commissione.

Con la vittoria dei popolari e la conseguente cooptazione da parte del Consiglio europeo del candidato leader, il popolareJean Claude Juncker, alla testa della Commissione, si è ben pensato di mettere alla presidenza del Pe il candidato dei socialisti, sconfitto nella corsa alla Commissione e rappresentante della minoranza parlamentare. Insomma un gioco di poltrone che risponde sempre alla logica di condivisione di compiti e responsabilità.

L’illusione degli ‘spitzencandidaten’
Peccato davvero, perché ci si era illusi che il meccanismo degli ‘spitzencandidaten’ avesse la forza di politicizzare molto di più sia la Commissione e il suo presidente, sia il Parlamento europeo, aprendo la strada ad un confronto duro fra maggioranza e opposizione nel controllare le azioni politiche di Juncker. Nulla di tutto ciò è avvenuto e le vecchie prassi compromissorie all’interno del Pe sono continuate senza alcun vero cambiamento.

Ad essere sinceri, la candidatura del socialista Gianni Pittella in contrapposizione al popolare Antonio Tajani aveva il significato di rompere questo anomalo accordo e di fare emergere una logica politica normale di gara per l’elezione del presidente del Parlamento. Si è voluto quindi dare il segnale che le cose possono cambiare e che le vecchie prassi compromissorie non sono scritte nella pietra.

Detto questo, la sfida che il nuovo presidente dovrà affrontare nei prossimi due anni e mezzo sarà principalmente politica. Il problema da risolvere non è tanto quello di contrastare i gruppi euroscettici all’interno del Parlamento, ma piuttosto di dare maggiore enfasi alla volontà del Pe di occuparsi delle politiche dell’Unione, di orientarle e controllarle usando al meglio i pochi ma significativi poteri a disposizione.

La lotta politica va portata quindi all’esterno dell’Assemblea, moltiplicando i rapporti con i Parlamenti nazionali e cercando sempre di più il contatto con i cittadini ormai profondamente disamorati di un’Unione lontana e incomprensibile. Azione politica che non può prescindere dalla crisi interna dell’Ue, ma neppure dal radicale modificarsi dello scenario internazionale di cui l’elezione di Donald Trump è l’ultima manifestazione.

Il Pe e il suo nuovo presidente hanno quindi il dovere di occuparsi meno delle logiche interne e molto di più di escogitare nuove forme di lotta e di un diverso modo di operare per rifondare un’Unione che di procedure e meccanismi anomali può morire. Ci vuole davvero un salto di qualità nel ruolo e nell’immagine del Pe ed è questa la vera sfida che Antonio Tajani dovrà lanciare nella seconda parte di questa legislatura.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.

mercoledì 25 gennaio 2017

Roma: il nodo della immigrazione dalla quarta sponda

Immigrazione
Italia, l’accordo con la Libia non decolla
Enza Roberta Petrillo
15/01/2017
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Per l’Italia, il 2017 si è aperto con la sfida della gestione dei flussi dei migranti. Proprio il 30 dicembre, una circolare ministeriale siglata dal neoministro dell’Interno Marco Minniti e dal capo della polizia Franco Gabrielli ha sollecitato l’impellenza di dare “massimo impulso all’attività di rintraccio dei cittadini dei Paesi terzi in posizione irregolare”.

Stando alle anticipazioni diffuse dal Viminale, il corollario operativo del documento dovrebbe implicare la riapertura in ogni regione di Centri di identificazione ed espulsione, Cie, il potenziamento degli accordi con i Paesi d’origine per la riammissione dei migranti respinti e il rafforzamento del controllo delle frontiere esterne.

Il flop della politica dei rimpatri
Piano non proprio avveniristico, si dirà, e che sembra riproporre, seppur con alcuni correttivi in via di definizione, quanto già sperimentato con scarso successo negli ultimi venti anni.

Caso lampante, in tal senso è il controverso rilancio dei Cie. Un sistema bollato da più parti come inefficace e descritto da un rapporto di Medici per i Diritti Umani come “congenitamente incapace di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”.

Sono state proprio le violazioni e le malversazioni riscontrate in gran parte delle strutture a far sì che, progressivamente, dai 15 centri aperti a partire dal 1999 si arrivasse ai 4 rimasti attivi nell’ultimo anno.

Un’agonia decretata anche dall’ultimo rapporto stilato dalla Commissione diritti Umani del Senato che ha evidenziato come il modello Cie abbia disatteso persino il suo principale obiettivo: il rimpatrio dei migranti irregolari.

Nel 2015 - evidenzia la commissione - su 34.107 migranti sottoposti a un provvedimento di espulsione dal territorio italiano, 15.979 (circa il 46%) sono stati effettivamente allontanati, mentre 18.128 non hanno mai lasciato il Paese. Un buco nell’acqua che si spiega alla luce della scarsa applicabilità dei pochi accordi bilaterali di riammissione stipulati dall’Italia con i paesi di origine.

I costi esosi, la necessità del riconoscimento dell’autorità consolare del Paese di provenienza e i limiti per l’uso coercitivo delle misure di rimpatrio posti dalla direttiva ‘rimpatri’, hanno reso, nei fatti, la politica sui rimpatri un flop.

Criticità già espresse dalla roadmap diffusa dal Viminale nel 2015 e che spiegano, in parte, la svolta muscolare del ministero dell’Interno, che ha promesso di presentare in parlamento un Disegno di Legge su immigrazione e sicurezza entro la fine del mese.

Nella ridda di anticipazioni e smentite circolate negli ultimi giorni, alcuni elementi sembrano tuttavia definire la linea futura dell’esecutivo sull’immigrazione. Innanzitutto dialogo interistituzionale. Come evidenziato dal recente vertice interministeriale su sicurezza, immigrazione e Libia, indetto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, la priorità politica è un’azione multilivello che si snodi tanto a livello interno quanto a livello di politica estera.

Il ritorno dei Cie e la nascita dei Centri di coordinamento sulla radicalizzazione 
Sul fronte politica interna, l’appuntamento decisivo è quello della conferenza Stato-Regioni fissata per il 19 gennaio. Il rilancio del modello Cie ha messo sul piede di guerra molti governatori, la cui collaborazione è decisiva sia per far decollare le ambizioni di accoglienza diffusa storicamente caldeggiate dal Viminale, sia per garantire una base operativa ai venti Centri di coordinamento sulla radicalizzazione che secondo i piani del governo dovrebbero insediarsi a livello regionale per monitorare la radicalizzazione e l’estremismo jihadista.

Una rete territoriale, che secondo la proposta della Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista risponderebbe ad una centrale operativa insediata permanentemente a Palazzo Chigi.

Tema, quello del dialogo con i territori, che torna anche nella strategia identificata dal Consiglio per le relazioni con l’islam italiano, un organo insediato al Viminale per rilanciare il dialogo con la comunità musulmana e far sì che moschee e ministri diventino presidi contro la radicalizzazione soprattutto nelle periferie urbane, area critica su cui stanno convergendo anche le attività della Commissione di inchiesta sulle periferie insediata alla Camera dei Deputati lo scorso agosto.

La missione di Minniti a Tripoli
Se, al netto delle riottosità degli enti locali, il piano del governo a livello interno sembra piuttosto definito, il fronte dell’azione esterna pare invece essere più claudicante e soprattutto più imprevedibile. Soprattutto perché a oggi il buco nero dell’immigrazione verso l’Italia resta la Libia.

Stato fallito uno e trino che vede il generale Khalifa Haftar spadroneggiare in Cirenaica, mentre il presidente incaricato dall’Onu Fayez Al Sarraj tenta di controllare la Tripolitania, cercando di arginare l’espansione delle organizzazioni islamiste che da mesi infiltrano la regione del Fezzan.

In un quadro di questo tipo la recente missione di Minniti a Tripoli per definire bilateralmente un’intesa con il governo di unità nazionale di Al-Sarraj volta a stabilizzare il Paese e contenere le migrazioni irregolari e il traffico di esseri umani conferma, per l’ennesima volta, la solitudine dell’Italia nella gestione dei flussi migratori.

Persino il golpe tentato soltanto un giorno dopo la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli da un manipolo di miliziani fedeli al vecchio governo islamista di al-Ghawil non ha provocato alcuna reazione congiunta da parte dei Paesi europei.

Un’inerzia resa più pesante dalle poche frasi di rito espresse dal Commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos, che, in visita alla Farnesina, si è limitato ad elogiare l’accordo siglato da Minniti con al-Sarraj, senza fare alcun riferimento alle prospettive politiche e operative del piano per Bruxelles.

Così mentre dalla Libia, l’ex premier al-Ghawil lancia strali contro l’Italia e bolla la riapertura della rappresentanza diplomatica come una occupazione militare, dalla Farnesina il ministro degli esteri Angelino Alfano lascia intendere, tra le righe, che l’essenza della dimensione esterna della politica migratoria nazionale resta sempre la stessa: il solipsismo.

“L’Italia sta lavorando con grande impegno per rafforzare la collaborazione bilaterale sul fronte del controllo dei punti di transito migratorio alla frontiera sud fra Libia e Niger e nel contrasto alla immigrazione illegale e al traffico di essere umani. Quando la Libia sarà in grado di collaborare pienamente su questi temi, ci aspettiamo che l’Unione europea e la comunità Internazionale siano pronte a lanciare programmi di sostegno e iniziative comuni, poiché la partita che si gioca, la giochiamo tutti insieme, nessun Paese escluso”.

Scenario futuribile, quello del gioco di squadra, visto che per ora, se fossero confermate le agenzie che si rincorrono da Bruxelles, il piano italiano per la Libia sembrerebbe essersi concluso con il no di al-Sarraj alla proposta di intesa dell'Italia. Tema intricato su cui dovrebbe riferire già lunedì il ministro degli Esteri di Malta George Vella, il cui governo ha la presidenza di turno dell'Unione europea.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma. Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it).

lunedì 16 gennaio 2017

Europa: 5 Stelle: turbolenze ed interrogativi

Parlamento europeo
Grillo incassa lo schiaffo di Verhofstadt e corre da Farage
Eleonora Poli
11/01/2017
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Il fallito accordo tra l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, Alde, e il Movimento 5 Stelle, M5S, ha comprensibilmente suscitato molti interrogativi. Ci si domanda in particolare come un gruppo liberale e sostanzialmente pro-europeo possa aver preso in considerazione di accettare al proprio interno un partito anti-establishment and eurocritico come l’M5S.

Nel testo dell’accordo Alde e M5S dichiaravano di condividere i valori di libertà, uguaglianza e trasparenza, e di voler promuovere un’economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale.

Differenze più che affinità
Ma in effetti i programmi dei due gruppi hanno ben poco in comune. In materia di politica estera, in particolare, divergono su molti punti rilevanti. Come le relazioni con la Russia: laddove il Movimento auspica un rapprochement con Putin, la maggioranza dei membri di Alde è per la linea dura.

Anche le politiche europee promosse o sostenute dai due gruppi sono sostanzialmente diverse. Ad esempio, a parte la green economy e il mercato unico digitale, temi cari sia ad Alde che al Movimento, non ci sono molti altri punti in comune, nemmeno sul fronte delle politiche economiche.

Alde è a favore di privatizzazioni e liberalizzazioni per favorire la competitività e una redistribuzione delle risorse più efficiente. Il Movimento 5 Stelle pone invece una maggiore attenzione alla dimensione sociale promuovendo sia in Italia che nel Parlamento europeo proposte come il reddito universale di cittadinanza.

Inoltre, l’Alde, sostiene la necessità di costruire un’Unione europea, Ue, più democratica tramite il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo anche per consolidare un’identità europea comune. Anche il M5s punta a un’Europa più democratica, ma attraverso l’utilizzo di forme di democrazia diretta che possano favorire la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali europei.

Quest’ultimo punto, che è centrale nel programma del M5S, sarebbe alla base del nuovo gruppo politico che il Movimento potrebbe tentare di lanciare alle prossime elezioni europee, il Movimento di Democrazia Diretta. Inoltre, il M5s è contrario a una maggiore integrazione europea che comporti politiche di austerità e, come da programma, punta non solo a creare un’alleanza anti-austerità fra i Paesi del Sud Europa, ma anche a tenere in Italia un referendum sull’euro.

Divorzio e ripensamento
Di primo acchito non è facile capire perché Grillo e Guy Verhofstadt, leader di Alde, si siano accordati sull’entrata del M5s nel gruppo liberale e il leader del M5S abbia deciso di abbandonare gli euroscettici dell’Europa per la Libertà e Democrazia Diretta, Efdd, guidati dal partito britannico Ukip di Nigel Farage. È degno peraltro di nota che l’aggettivo “Diretta”, era stato voluto proprio da Grillo, dopo le elezioni europee del 2014, come condizione per entrare nel gruppo Efdd.

In realtà il tentativo del M5s di divorziare dall’Efdd aveva varie motivazioni. I pentastellati hanno votato in linea con l’Efdd solo il 20% delle volte.

Inoltre, il gruppo Efdd rischia di sfaldarsi alle prossime elezioni europee. Infatti, con la Brexit e la conseguente uscita di Ukip dal Parlamento europeo, il gruppo non avrebbe più un numero di rappresentanti sufficienti per continuare ad esistere. Secondo il regolamento del Parlamento europeo, infatti, ogni gruppo politico necessita di almeno 25 Parlamentari provenienti da almeno un quarto dei Paesi membri.

L’Ukip conta oggi il maggior numero di parlamentari nel gruppo Efdd (22), seguito dal M5s che ne ha 17. Il resto sono rappresentanti singoli di partiti euroscettici di opposizione di Francia, Svezia, Repubblica Ceca e Lituania.

È proprio per garantire l’esistenza del gruppo e mantenere i finanziamenti parlamentari che il leader di Efdd, Nigel Farage ha deciso, dopo il rifiuto della maggioranza degli eurodeputati Alde di aprire le porte ai pentastellati, di riammettere nel gruppo i 5 stelle.

Questi ultimi, da parte loro, hanno dovuto reiterare la promessa di sostenere un referendum sull’euro. I cinque stelle sono stati costretti anche a rinunciare alla co-presidenza del gruppo, con una secca perdita di influenza politica a livello europeo.

Verhofstadt indebolito
Il tentativo del M5S di allearsi con Alde aveva invece proprio l’obiettivo di accrescere il peso politico del movimento in Europa e di rafforzarne l’immagine in Italia. Con 68 Parlamentari, Alde è infatti il quarto gruppo del Parlamento europeo e avrebbe potuto fornire al Movimento un più efficace palcoscenico politico, oltre a consentirgli di prendere le distanze dalle frange radicalmente euroscettiche dell’Efdd.

Per esempio, come da accordo, Alde avrebbe concesso all'eurodeputato pentastellato, David Borrelli, una delle tre cariche da vicepresidente esecutivo e la presidenza di un gruppo di lavoro sulla democrazia diretta. Forse il connubio con Alde avrebbe anche consentito al Movimento 5 Stelle di attrarre più elettori moderati a livello nazionale.

Infatti, se è vero che Alde è un gruppo in linea con l’establishment europeo, è vero anche che si pone come terza forza, alternativa tanto al S&D, il gruppo socialdemocratico di cui fa parte il Pd, quanto al Partito popolare europeo, di cui fanno parte sia Forza Italia che il Nuovo Centro Destra.

Dal canto suo Alde, con l’entrata del M5S, si sarebbe rafforzato numericamente, acquisendo maggior peso politico all’interno del Parlamento. Il Movimento avrebbe anche sostenuto la candidatura del leader di Alde, l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, alla presidenza del Parlamento europeo, una carica su cui i membri del PE saranno chiamati a votare il 17 gennaio.

Il fallimento dell’intesa ha indubbiamente indebolito Verhofstadt anche in vista della battaglia per la presidenza. I 5 stelle, dal canto loro, sono stati oggetto di diffuse ed aspre critiche in Italia, e non solo, per aver tentato un’alleanza con l’ “establishment”. Nonostante il 78,5% dei membri del M5S si sia espresso a favore dell’alleanza con Alde, la fallita mossa di Grillo viene ora usata per screditare la natura anti-establishment ed eurocritica del Movimento.

Tuttavia, il Movimento 5 Stelle può ancora contare, stando ai sondaggi, sul 30% delle preferenze degli italiani. Se la partita europea per il momento è persa, quella nazionale rimane più che mai aperta.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.

venerdì 23 dicembre 2016

Due Nazioni a Confronto

Italia e Germania allo specchio
L’Italia è più bella vista da Berlino 
Isabella Ciotti
30/12/2016
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Lo psicologo austriaco Alfred Adler, allievo di Freud, diceva che il complesso d’inferiorità va a braccetto con l’ambizione alla superiorità. Tradotto, che l’essere umano ricerca la sua sicurezza nella sfida con l’altro. Così il professore spiegava anche le rivalità tra Stati, i cui problemi di autostima sarebbero per lui all’origine di buona parte dei contrasti internazionali.

La teoria di Adler potrebbe tornare utile, oggi, nell’analizzare l’atteggiamento dell’Italia (e non solo) rispetto all’amica Germania. Un’amica sì, che desta ammirazione fino alla soggezione, ma che allo stesso tempo scatena istinti di rivalsa e pure maldestre esibizioni di autorevolezza. Specialmente quando il confronto si sposta in Europa, specchio conteso di 27 riflessi.

Lo spiega bene uno studio condotto da Policy Matters per la Fondazione Friedrich-Ebert, che ha intervistato oltre duemila cittadini italiani e tedeschi sulla percezione che hanno del proprio Paese e su come vedono, invece, l’altro.

Italiani insicuri
A proposito di insicurezza, la considerazione che gli italiani hanno di sé stessi è talmente bassa che i tedeschi hanno più fiducia nell’Italia di quanta non ne abbiamo noi: il 34% dei tedeschi ritiene la nostra nazione affidabile, mentre nella Penisola questa percentuale si ferma al 33%.

Lo stesso vale per la situazione economica del Paese, giudicata negativamente dal 71% dei tedeschi, ma dall’89% degli italiani. E se è vero che il pessimismo è una prerogativa tutta nostra, risulta ugualmente difficile giustificare come gli intervistati nel nostro Paese abbiano dato alla Germania un voto superiore persino alla qualità della vita: 7,1 - su una scala da 1 a 10 - contro il 4,6 assegnato all’Italia.

È parlando di Unione europea, Ue, e dei diversi ruoli di potere al suo interno, che il nostro Paese esprime il massimo della sfiducia. La Germania è indicata non più come modello ma come rivale, una prima donna a cui si desidera, in fondo, rubare la scena.

Quattro italiani su cinque, l’81%, accusano Berlino di abusare della sua posizione di forza nell’Ue a discapito degli altri membri, e il 66% si dice contrario alla sua leadership in Europa. La maggioranza degli italiani (il 78%) crede che sia proprio Roma a dover emergere tra i 27. Valutazioni che sembrano riflettere in scala quell’atteggiamento di sfida assunto più volte dal governo italiano nei confronti delle istituzioni europee e del governo tedesco in particolare.

D’altra parte, i tedeschi sono afflitti da un complesso, se non proprio di superiorità, almeno di “parità”: non si sentono inferiori a nessuno. Attribuiscono alla Germania voti più alti in tutti i settori dell’economia e, in virtù di questa percezione positiva del Paese, tre quarti di loro ritiene che spetti a Berlino la leadership all’interno dell’Ue.

Italia e Germania percepiscono l’Ue diversamente
La soddisfazione dei tedeschi rispetto al proprio ruolo nell’Ue è coerente con la loro percezione del sistema Europa, nettamente opposta a quella italiana. Per il 43% dei nostri connazionali l’Ue ha portato più svantaggi che vantaggi (la stessa percentuale di tedeschi pensa esattamente l’opposto), e un italiano su due individua nella moneta unica la causa dell’attuale crisi economica (anche qui, il 41% dei tedeschi attribuisce all’euro il merito del buon andamento dell’economia nazionale).

Su una cosa i due Paesi sono d’accordo, e a torto: sia la Germania che l’Italia sono contribuenti netti dell’Ue (la prima con 14,3 miliardi l’anno, nel 2015, la seconda con 2,6 miliardi), ma tutti e due i campioni ritengono che l’altro Paese riceva di più di quanto paga.

L’autostima dei tedeschi
Tornando ai nostri problemi di autostima, va detto che il complesso d’inferiorità all’italiana ha, comunque, i suoi lati positivi: il Paese vince senz’altro in autocritica. L’80% degli italiani riconosce che l’Italia sta facendo ancora troppo poco per riformare lo Stato e l’economia, e tre italiani su quattro ammettono che la maggior parte dei problemi finanziari sono da imputare al Paese stesso.

I tedeschi, invece, sono nettamente più superbi e auto assolutori. C’è una parte del sondaggio in cui agli intervistati si chiede di scegliere, tra una serie di aggettivi, quelli che meglio definiscono il proprio e l’altro popolo. Se sugli abitanti della Penisola le parole scelte sono le stesse - al punto che gli italiani si riconosco persino negli stereotipi - i tedeschi si attribuiscono una serie di aggettivi che la controparte nemmeno prende in considerazione. Si definiscono - tra le altre cose - creativi, generosi e soprattutto flessibili.

È evidente come i tedeschi, in casa e in Europa, si sentano vincenti. Nei giudizi negativi dell’Italia, tra i due Paesi c’è sempre una certa concordanza, i numeri quasi coincidono e le linee dei grafici viaggiano in parallelo. Quando si parla di Germania, invece, a ogni aspetto del Paese che gli italiani ritengono criticabile si oppone il parere soddisfatto dei tedeschi. L’impressione, insomma, è quella di una Germania che dialoga solo con sé stessa. Per dirlo con le linee, che va un po’ per la tangente.

Link al sondaggio “Amici distanti”

Isabella Ciotti è giornalista praticante

giovedì 22 dicembre 2016

In attesa delle prossime frittate


Accade domani
2017: l’ipoteca dei populismi sull’Anno Nuovo
Giampiero Gramaglia
27/12/2016
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L’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump il 20 gennaio e la serie scadenzata di voti politici in molti grandi Paesi europei, forse Italia compresa, mettono sul 2017 una sorta d’ipoteca populista; e proprio l’avanzata dell’anti-politica dall’Unione europea, Ue, agli Usa ravviva gli interrogativi sull’asserita generale ‘crisi strutturale’ della democrazia rappresentativa in tutto l’Occidente.

Il sì alla Brexit e l’affermazione di Trump, due risultati appena attenuati dalla vittoria alle presidenziali austriache dell’europeista verde Alexander van der Bellen, lasciano temere successi dei movimenti populisti e nazionalisti, xenofobi e anti-Islam, euro-scettici ed anti-euro, nella raffica di elezioni nell’Ue dei prossimi nove mesi.

Se le prime date in neretto sull’agenda 2017 sono statunitensi - il 9 gennaio, l’avallo del Congresso alla vittoria di Trump nelle presidenziali, nonostante la sua rivale Hillary Clinton abbia ottenuto oltre due milioni di voti popolari più di lui, e il 20 gennaio l’insediamento del nuovo presidente -, gli altri giorni da appuntare sono soprattutto europei.

Va però ricordato che le crisi del mondo, di cui Papa Francesco ha fatto un’agghiacciante sintesi, benedicendo l’umanità a Natale, restano aperte, senza una data di scadenza: Siria e Iraq, Yemen e Afghanistan, le ricorrenti tensioni mediorientali tra israeliani e palestinesi, la Libia e l’arco dell’integralismo a sud del Sahara, la Corea del Nord; e, ovunque e sempre, l’Idra dalle cento teste della minaccia terroristica. Tutte ombre con cui dovremo convivere ancora nel nuovo anno.

Carrellata di elezioni nell’Ue
La carrellata d’appuntamenti elettorali è eccezionale: il 2017 dell’Ue appare un percorso a ostacoli. A gennaio, il 22 e 29, ci sono le primarie della sinistra francese in vista delle presidenziali; il 15 marzo si vota in Olanda; il 26 marzo nella Saar in Germania; il 23 aprile c’è il primo turno delle presidenziali francesi; il 7 maggio, il ballottaggio francese e si vota nello Schleswig-Holstein ancora in Germania; il 14 maggio si vota nella Renania del Nord - Westfalia, sempre in Germania; il 24 settembre ci sono le politiche tedesche.

A questi appuntamenti, potrebbero ancora aggiungersi le politiche italiane. E restano da definire tempi d’avvio e ritmi del negoziato sulla Brexit, che, a oltre sei mesi dal referendum britannico, rimane un’incognita: una spada di Damocle sul capo dell’Ue e della Gran Bretagna.

Di come “costruire l’Europa federale nell’era dei populismi” si discute a Bruxelles e nelle capitali dei 28. Le famiglie politiche tradizionali europee cercano soprattutto di stornare l’insidia populista e, talora, avvertono la tentazione di rincorrere gli antagonisti sul loro terreno.

Dal dibattito fra europeisti, invece, emerge che chi ancora ci crede deve unire le energie per salvare e rilanciare il progetto d’integrazione, che, nato oltre settant’anni or sono nelle tenebre più profonde della Seconda Guerra Mondiale, celebrerà a Roma il 25 marzo 2017 il 60° anniversario della firma dei Trattati istitutivi delle tre iniziali Comunità europee.

L’attuale processo ha perso slancio politico e appoggio da parte dei cittadini che, prostrati dalla crisi del 2008 e delusi dalle risposte dell’Ue, rimproverano all’Unione di non rappresentare, come sperato, un frangiflutti della globalizzazione e di non gestire il flusso dei migranti, garantendo la sicurezza.

Un modo, forse l’unico, per riscattare e fare ripartire l’integrazione è rinnovarla, dando maggiore legittimità democratica all’azione politica europea e innestandovi una concreta prospettiva federale, nella convinzione che il vero ‘sovranismo’ non è la restituzione di sovranità ai singoli Stati, progressivamente irrilevanti, ma il conferimento di maggiore sovranità all’Unione europea, che può avere voce in capitolo nei consessi e nei processi internazionali.

La trasparenza e la democratizzazione sono una priorità della Commissione europea: il presidente Jean-Claude Juncker persegue, a tal fine, “una speciale partnership con il Parlamento europeo” e “un’accresciuta trasparenza” quando si tratta di contatti con gli stakeholders e i lobbisti.

I viottoli della speranza
C’è poco da sperare che i leader dei Grandi dell’Ue abbiano colpi d’ala europei in un contesto di sfide nazionali incerte e aperte com’è quello del 2017. Tanto più che le presidenze di turno del Consiglio dell’Ue sono sulla carta deboli: Malta nel primo semestre e l’Estonia nel secondo, due piccoli Paesi, entrambi esordienti nel ruolo.

Eppure, sarebbe l’ora d’aprire viottoli di speranza e ambizione tra le rovine di un’Unione sbriciolata nei suoi valori fondamentali - lo Stato di diritto e la solidarietà - e marginale nelle crisi mondiali, anche sull’uscio di casa, come la vicenda siriana dimostra.

Bisogna ridare ai cittadini il senso d’utilità di un progetto e l’orgoglio di appartenervi. E bisogna rispondere alle domande dei cittadini con azioni federali: gestire il flusso dei migranti e la riforma del diritto d’asilo che diventi europeo; concedere ai migranti che ne hanno diritto la cittadinanza europea piuttosto che quelle nazionali; e, ancora, affidare il controllo delle frontiere esterne all’Unione, neutralizzando le reciproche diffidenze; accelerare la promozione e la creazione d’una difesa europea, sfruttando come opportunità le sfide lanciate da Trump ancor prima d’insediarsi.

Infine, dare all’Europa una voce unica e forte nei consessi internazionali, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu al Fondo monetario internazionale, dal G8 al G20. E migliorare la conoscenza di quanto esiste, estendendo la pratica dell’Erasmus a licei e realtà professionali - una ‘Erasmus dei giornalisti’ contribuirebbe, ad esempio, a un’informazione senza frontiere e senza pregiudizi.

Italia in prima fila sulla scena internazionale
Il Governo italiano del dopo Referendum e del dopo Matteo Renzi ha l’agenda zeppa di questioni politiche, a partire dalla legge elettorale, e di problemi economico-finanziari, a partire dalle angustie di Monte dei Paschi. Ma il premier Paolo Gentiloni e i suoi ministri dovranno subito confrontarsi con scadenze internazionali che fanno dell’Italia una protagonista del 2017.

Con Bruxelles, Roma deve affrontare il negoziato sulla legge finanziaria, senza potersi aspettare, nella fase attuale, e dopo una stagione di pugni sul tavolo e toni guasconi, particolare bonomia, nonostante che la trattativa sia affidata a un ministro, Pier Carlo Padoan, che gode di credito presso i suoi interlocutori e la cui competenza è riconosciuta.

Il fronte europeo è, però, solo uno di quelli che vedranno l’Italia impegnata: il 2017 è molto denso di responsabilità internazionali. Dal 1° gennaio, l’Italia assume la presidenza del G7, che culminerà il 26 e 27 maggio nel Vertice di Taormina - dove almeno quattro leader saranno esordienti -, senza contare le riunioni settoriali nel nostro Paese; e sempre dal 1° gennaio l’Italia ritorna nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu sia pure solo per un anno, avendo spartito il biennio con l’Olanda; e, ancora, deve preparare le celebrazioni a Roma il 25 marzo per il 60o anniversario della Cee.

Alla guida del G7, l’Italia dovrà coordinarsi con la presidenza di turno tedesca del G20 - il Vertice sarà ad Amburgo il 7 e 8 luglio. Nel 2018, poi, l’Italia avrà la presidenza dell’Osce, raccogliendo l’impegnativa eredità di Germania e Austria e dando seguito alla sua presidenza, nel 2017, del Gruppo Mediterraneo.

L’attuale delicata situazione politica e la prospettiva di elezioni anticipate potrebbero anche indurre il governo Gentiloni a fare cabotaggio in acque internazionali; ma la densità delle responsabilità lo sconsiglia. Anche se la designazione agli Esteri d’un ministro senza né esperienza né vocazione internazionale come Angelino Alfano non garantisce la conoscenza dei dossier necessaria per agire in tempi brevi.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI

mercoledì 21 dicembre 2016

Politici anti-sistema: un quadro

Città d’Europa
Se il Sindaco ascoltasse l'Alcalde
Paul Costello
12/12/2016
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Mentre al Quirinale entravano nel vivo le consultazioni per le sorti del governo dopo le dimissioni di Matteo Renzi, e le maggiori forze politiche premevano su un rapido ritorno alle urne, il sindaco di Roma Virginia Raggi ha ricevuto al Campidoglio le prime cittadine di Barcellona Ada Colau e di Madrid Manuela Carmena, insieme ai colleghi di Riga e Varsavia, a margine del vertice sui rifugiati che in Vaticano ha riunito molti amministratori europei. È il primo incontro ufficiale fra la pentastellata capitolina e le due spagnole che hanno guidato la rivolta anti-establishment appena un anno prima del successo dei Cinque Stelle nelle amministrative di Roma e Torino. Una p articolare congiuntura politica e simbolica per rivedere quanto Paul Costello scriveva quest’estate sul blog del German Marshall Fund of the UnitedStates, suggerendo alla Raggi e a Chiara Appendino di seguire l’esempio delle colleghe iberiche.

I politici anti-sistema hanno ottenuto il controllo di diverse città italiane, alle elezioni amministrative di giugno. Nonostante la diffusa popolarità di cui gode il Movimento Cinque Stelle, l'elezione di Virginia Raggi e Chiara Appendino come sindaci di Roma e Torino è sotto l'attenzione di tutti, specie dovendo affrontare una difficoltosa transizione dalla guida di una campagna elettorale anti-sistema alla testa dell'amministrazione di due importanti città dal profilo globale.

Se avranno successo, sarà difficile per i partiti politici tradizionali mettere un freno alla crescita dei Cinque Stelle, la forza politica più popolare in Italia. I nuovi primi cittadini dovrebbero guardare all'esperienza al di là del Mediterraneo delle loro controparti elette quasi un anno fa in Spagna per prendere spunto su come guidare il cambiamento in maniera efficace.

Barcellona, fra idealismo e compromesso
Manuela Carmena a Madrid e specialmente Ada Coalu a Barcellona hanno portato alla vittoria coalizioni anti-sistema di sinistra nelle elezioni municipali del maggio 2015.

Definita come il sindaco più radicale al mondo dal Guardian, la Colau ha avuto bisogno di quasi un anno per accettare la realtà che il compromesso politico è necessario per raggiungere degli obiettivi, e che la strada che porta dall'attivismo idealistico al pragmatismo politico è piena di ostacoli.

L'assenza di accordi stabili con gli altri partiti ha reso molto più difficile per l'amministrazione catalana realizzare quei cambiamenti sui quali aveva fatto campagna elettorale. Durante i primi mesi del mandato del sindaco di Barcellona, le azioni più evidenti sono state soprattutto simboliche.

Le prime manifestazioni del cambiamento sono state, per citarne alcune, il fallito tentativo del sindaco di ridurre il proprio salario dell'80%, la sostituzione dell'auto istituzionale da una berlina di lusso ad un minivan e la rimozione del busto del re di Spagna.

La Colau è passata dall'esprimere un forte scetticismo in merito alla possibilità che Barcellona ospitasse l'annuale World Mobile Congress per paura che ne beneficiassero solo pochi nomi, alla partecipazione alla cerimonia di inaugurazione.

È anche passata dal sostegno ai lavoratori in sciopero fino al rifiuto di negoziare con i dipendenti del trasporto pubblico in protesta. Si nota quindi l'evoluzione dall'ideologia purista di un'attivista al compromesso e al pragmatismo necessari per essere un efficace amministratore, che a maggio ha anche siglato un accordo di coalizione con il partito socialista.

Questa nuova alleanza con i socialisti rappresenta un cambiamento radicale nella posizione della Colau, la quale aveva escluso ogni tipo di accordo con il Psoe - che era già stato al governo della città per 32 anni -, arrivando anche a definirli su Twitter, prima della sua elezione, corrotti e dal comportamento mafioso.

Madrid, pragmatismo della prima ora
Un accordo proprio con i socialisti era stato già siglato a Madrid dalla Carmena, per mettere fine ai 24 anni consecutivi dei popolari alla guida della capitale spagnola. Giudice - e per alcuni anni alla testa di una piccola impresa che commercializzava vestiti per bambini realizzati dal ex detenuti -, la 72enne Carmena si è quasi immediatamente convertita al compromesso pragmatico, dovendo subito raggiungere un accordo con i socialisti in modo da escludere il centrodestra - che pure aveva ottenuto la maggioranza dei voti nelle urne madrilene - dall’amministrazione della città.

La Carmena ha ridotto il debito di Madrid del 20% e ha interrotto i contratti con le agenzie di rating, non avendo intenzione di emettere nuovo debito. Madrid resta la città più indebitata della Spagna e una delle più indebitate d'Europa; tuttavia, è ora su una traiettoria finanziaria totalmente differente rispetto alle precedenti amministrazioni, le quali dal 2003 avevano aumentato il debito del 780% attraverso l'investimento in imponenti progetti infrastrutturali e nei tre tentativi falliti di ospitare le Olimpiadi dal 2005 in poi.

Cambiare la cultura politica dell'amministrazione municipale non è stato semplice né per la Carmena a Madrid né per la Colau a Barcellona. Ciò che è diventato evidente, però, è che entrambe lo stanno facendo costruendo ponti, cercando il consenso ed il compresso, piuttosto che proseguendo con i discorsi antagonisti delle loro campagne elettorali.

Appunti per la Raggi e la Appendino
Le pentastellate Virginia Raggi e Chiara Appendino, sindaci di Roma e Torino, dovrebbero prendere in seria considerazione le esperienze delle loro più navigate controparti di Barcellona e Madrid per governare le loro città e mantenere il supporto dei cittadini.

Sono riuscite a gestire il malcontento della loro base idealista e appassionata, al tempo stesso riconoscendo di fatto di non avere le competenze e il sostegno necessari per imprimere un rapido cambiamento all’ordine sociale e governare al tempo stesso in maniera efficace e responsabile le amministrazioni complesse di due importanti città europee.

La capacità da parte del Movimento Cinque Stelle di gestire queste contraddizioni diventerà sempre più importante, vista la fragilità strutturale del governo italiano e l'incertezza finanziaria in crescita. Di fronte alla corruzione politica in Italia, al dilemma rappresentato dai rifugiati e alla latente crisi bancaria, la Raggi e la Appendino dovranno affrontare numerose sfide dando prova di leadership, cercando il consenso e perseguendo la strada del compromesso politico, dovendo in fin dei conti dimostrare di essere più politiche che attiviste.

*Articolo originariamente apparso sul blog del German Marshall Fund of the United States il 14 luglio 2016 e tradotto da Matteo Garnero, già stagista dell’area Europa dello IAI.

Paul Costello è coordinatore del programma “Urban and Regional Policy” del German Marshall Fund of the United States
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UNa prospettiva diversa per l'economia italiana

Blue Economy 
Mare, un’opportunità per l’Italia e per l’Ue
Fabio Caffio
09/12/2016
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Sconosciuta ai più, la dimensione marittima dell’economia nazionale (2,3% del Pil e quasi 500.000 occupati) emerge con forza dalla recente assemblea della Confederazione italiana Armatori-Confitarma.

L’armamento italiano, con circa 17 milioni di tonnellate di naviglio di bandiera, considerando il genuine link (1) tra società armatoriale/nave/bandiera, è il quarto nel mondo ed il secondo in Europa. Il nostro cluster marittimo deve però confrontarsi con attori europei ed internazionali agguerriti.

La tradizionale industria marittima italiana era basata su trasporto marittimo e crocieristico, cantieristica, porti, pesca, turismo ed offshore energetico. Questi settori rientrano ora nella strategia marittima dell’Unione europea, Ue, e quindi necessitano di un approccio sistemico.

La politica marittima integrata dell’Ue
Il mare è ritenuto opportunità di sviluppo per l’economia Ue che da esso trae milioni di posti di lavoro e centinaia di miliardi di euro di valore aggiunto. La visione degli Affari marittimi Ue si basa sulla Politica marittima integrata, i cui pilastri sono le Direttive per l’ambiente marino e per la pianificazione degli usi civili e militari degli spazi marittimi di giurisdizione.

Entrambe sono state recepite dall’Italia; da ultimo, quella sulla pianificazione spaziale con il Dlgs 201-2016. Altri Paesi lo hanno già fatto traendo significativi vantaggi come Grecia e Cipro da sempre concentrati sullo sviluppo della Blue Economy.

L’Ue è impegnata nella promozione dell’intermodalità marittima per ridurre l’impatto ambientale ed economico del trasporto su gomma, con 30 milioni di camion all’anno imbarcati, pari al 75% del dato mondiale.

In Italia, il settore, grazie anche a specifici incentivi (come il “Marebonus”) è in costante crescita, attraverso collegamenti con le isole, lungo le dorsali tirrenico-adriatiche, e con Marocco, Tunisia, Spagna, Francia, Malta, Albania e Grecia.

La grande consistenza della flotta italiana (sempre più alimentata da combustibili ecocompatibili o da dotazioni di bordo per l’abbattimento delle emissioni) si basa, oltre che sui traghetti, sul trasporto di idrocarburi e di merci varie in container da/per i principali porti africani e medio-orientali del Mediterraneo allargato: il 51% del commercio estero italiano viaggia infatti su nave (il petrolio è al 100%).

L’altra faccia dell’intermodalità sono i porti, punto di forza di alcune economie del Mare del Nord di Spagna e Grecia (che Pechino ha eletto a proprio hub). La frammentazione e non competitività del sistema portuale italiano dovrebbe essere risolta dalla riforma attuata con D.Lgs. 169-2016 che riduce a 15 il numero delle Autorità portuali per 57 porti. La strategia marittima Ue potrà però fornirci un ulteriore aiuto se punteremo su settori in crescita come “autostrade del mare”, trasporti a corto raggio o crociere.

Autostrade mediterranee (Fonte: RAM).

Pesca
L’Ue, secondo i Trattati, detiene una riserva esclusiva in materia di politica della pesca e di accordi con i Paesi terzi. È noto che il comparto italiano è in decrescita, secondo alcuni a causa di misure eccessive di riduzione dello sforzo di pesca.

I danni maggiori ci vengono però dal fatto che la Ue ha negoziato accordi di partenariato principalmente con Paesi dell'Atlantico (Capo Verde, Costa d'Avorio, Gabon, Guinea-Bissau, Liberia, Mauritania, Marocco e Senegal), con ciò favorendo la Spagna che ha una consistente flotta d’altura.

Il risultato è che i pescherecci italiani continuano ad essere sequestrati dai Paesi del Nord Africa, come avviene per Tunisia, Libia ed Egitto, con i quali l’Ue non ha mai stipulato intese.

Sicurezza marittima 
L’Europa ha scoperto la sua dimensione marittima da qualche tempo, anche grazie alla Strategia di sicurezza marittima del 2014 nel cui ambito si inquadra il contrasto della pirateria e delle altre minacce alla libertà di navigazione.

I traffici mercantili italiani ne hanno beneficiato potendo contare sull’attività di polizia dell’alto mare delle Unità delle missioni Atalanta e Sophia che ha messo in luce l’attualità delle missioni “tipo Petersberg”.

Purtroppo, l’Ue continua a sottovalutare il settore del soccorso in mare-Sar lasciato al volontario attivismo italiano, quando invece sarebbe necessario mettere in comune i mezzi disponibili e stringere partenariati con i Paesi nordafricani.

Governance marittima italiana
La governance marittima italiana si avvale oramai in modo positivo di tutti gli strumenti messi in campo dalla politica marittima Ue. Un handicap viene però dalla frammentazione delle competenze tra tutti i ministeri interessati, come Trasporti, Ambiente, Politiche agricole, Esteri e Difesa, problema che nessun governo ha mai saputo affrontare.

Un tempo c’era, come principale referente politico-amministrativo, il ministero la Marina mercantile. Per semplificare la gestione del settore e conseguire vantaggi economici si dovrebbe seguire l’esempio della Francia che ha incardinato nell’ufficio del Primo ministro il Secrétariat général de la mer competente per il necessario coordinamento interministeriale.

Anche la definizione, a livello politico, della nozione della “Funzione Guardia costiera” teorizzata dall’Ue aiuterebbe l’Italia ad efficientare l’impiego di tutti i numerosi assetti civili e militari operanti in mare per la sicurezza marittima.

(1) È l’effettivo rapporto giurisdizionale tra lo Stato di registrazione della nave e la sua filiera marittima; esso può altrimenti venir meno nel caso delle c.d. “bandiere ombra”.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto di diritto marittimo.

Roma: la difesa in prima pagina

Italia e riforma della difesa
Libro Bianco della Difesa: i ritardi della riforma
Paola Sartori
02/12/2016
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Nelle ultime settimane si è discusso molto sulle possibili implicazioni della futura Presidenza Trump per la politica estera degli Stati Uniti e per le relazioni transatlantiche e anche a livello nazionale ci si è interrogati su quale potrebbe essere l’impatto di questa decisione sulla politica di difesa italiana in ambito euro-atlantico.

A riguardo, il futuro presidente statunitense ha reso ben chiara la sua intenzione di chiedere un maggiore contribuito agli Alleati europei per la propria difesa e dunque anche il nostro Paese sarà chiamato a fare la propria parte.

La qualità dell’azione nazionale in questo contesto dipende naturalmente dal funzionamento della “macchina” della Difesa e da un impiego efficiente delle risorse a sua disposizione. In questo senso, l’implementazione del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, presentato dal Ministro Pinotti al Consiglio Supremo di Difesa, al governo e al Parlamento ad aprile 2015, risulta quanto mai cruciale.

Tuttavia, come evidenziato nella recente analisi “Le sfide della Nato e il ruolo dell’Italia: Trump, Brexit, difesa collettiva e stabilizzazione del vicinato” pubblicata nell’ambito del progetto Defence Matters 2016, il processo di riforma rimane per ora solo su carta con potenziali ricadute negative non solo a livello interno, ma anche per quanto riguarda la qualità del contributo italiano in ambito euro-atlantico.

Implementazione in ritardo sulla tabella di marcia
Ad oltre un anno e mezzo dalla sua pubblicazione, le scadenze di attuazione dei principali provvedimenti contenuti nel Libro Bianco non sono state rispettate. Il progetto di riforma sembra essere stato rallentato da altre priorità legate alla contingenza politica nazionale, oltre che alla crescente instabilità a livello internazionale.

L’approvazione di altri provvedimenti, quali Jobs Act e riforma costituzionale, da un lato, e l’acuirsi di crisi in aree caratterizzate da un forte impegno militare e/o diplomatico italiano dall’altro, hanno di fatto catalizzato l’attenzione politica italiana distogliendola dal processo di implementazione del Libro Bianco.

Vero è che un segnale positivo in questo senso potrebbe venire dalle conclusioni della recente riunione del Consiglio Supremo di Difesa, tenutasi il 24 novembre. È stato infatti reso noto che il Disegno di legge contenente alcuni provvedimenti di riforma e di delega a successivi dispositivi legislativi starebbe per iniziare l’iter parlamentare, anche se da fine estate aspetta di essere approvato dal Consiglio dei Ministri.

Tuttavia, considerando i tempi tecnici richiesti per l’approvazione delle leggi ordinarie, per quelle parti della riforma che comportano questa procedura - quali revisione della governance e disposizioni sul personale - sembra comunque improbabile che l’attuazione possa concretizzarsi entro il termine dell’attuale legislatura.

Un’attuazione per fasi successive per uscire dall’impasse?
Per uscire da questa situazione di stallo, ci sarebbero alcune opzioni potenzialmente in grado di consentire all’Italia di avanzare nel processo di riforma. In prima battuta, con qualche sforzo potrebbe forse essere possibile ottenere quantomeno l’approvazione da parte di una delle due Camere in modo da favorire una rapida conclusione dell’esame anche nella successiva legislatura. In questo caso, tuttavia, molto dipenderebbe dal consenso politico raggiunto nel delineare il progetto di riforma.

In alternativa, si potrebbe invece optare per un’attuazione per fasi successive. Ovvero, procedere con l’approvazione di quelle disposizioni ritenute maggiormente urgenti e realizzabili, scorporandole dal disegno complessivo di riforma, e rimandare ad un secondo momento l’implementazione di quei cambiamenti che richiedano invece più tempo per essere attuati.

Questa modalità, pur contrastando con la logica complessiva del Libro Bianco di un approccio integrato alla Difesa a livello di sistema-paese, avrebbe il vantaggio di far progredire la riforma, anche se solo parzialmente.

Italia, Nato e Ue: i possibili effetti negativi di una mancata attuazione
Questa situazione di stallo rischia di avere una serie di effetti negativi non solo a livello interno, ma anche per quanto riguarda la qualità del contributo italiano in ambito euro-atlantico.

In primo luogo, da un punto di vista politico i ritardi nell’attuazione di un Libro Bianco che è anche direttiva ministeriale potrebbero non giovare alla credibilità del nostro Paese nei confronti degli Alleati. Inoltre, da un punto di vista operativo, potrebbero anche compromettere la qualità del contributo nazionale in ambito Nato, ma anche Ue, soprattutto in termini di interoperabilità, efficacia ed efficienza.

Il continuo rinvio dell’implementazione della riforma, infatti, fa sì che alcune decisioni connesse a precise esigenze operative, siano prese al di fuori del framework di attuazione del Libro Bianco con conseguenti effetti negativi anche sulla cooperazione in ambito europeo e transatlantico.

Dalle parole ai fatti, ma non se manca la volontà politica
In un quadro di per sé scoraggiante comunque, il principale ostacolo all’avanzamento del processo di attuazione del Libro Bianco rimane la mancanza di volontà politica, che invece è a dir poco cruciale per una riforma che porta con sé cambiamenti concreti e la strutturazione di un rinnovato strumento militare.

È certamente vero che negli ultimi mesi l’Italia si sia trovata a fare i conti con circostanze particolarmente delicate, legate sia a dinamiche interne che all’evoluzione dello scenario internazionale. Eppure, proprio di fronte all’acuirsi di alcune crisi che richiedono un aumento dell’impegno nazionale per la sicurezza e la difesa del Paese, risulta ancor più urgente attuare le disposizioni contenute nel Libro Bianco.

Soprattutto perché queste misure mirano a dotare l’Italia di una struttura della Difesa in grado di rispondere in maniera efficace ad eventuali minacce e adempiere al meglio alle proprie responsabilità a livello internazionale. Tuttavia, per concretizzare questo progetto è necessario che la classe dirigente italiana ritrovi l’impulso politico necessario, altrimenti il potenziale riformatore del Libro Bianco rischia di rimanere solo su carta.

Paola Sartori, Assistente alla Ricerca, Programma Sicurezza e Difesa (Twitter @SartoriPal).
 
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