Fonte
LIMES, rivista di geopolitica
www.limesonline.it
informazioni:ilmioabbonamento.it
Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
| Caso Regeni Italia-Egitto: ambasciatore è passo indietro Antonio Marchesi 22/06/2017 |
| Sondaggio Chatam House Italiani e Ue: delusi, ma non ancora euroscettici Riccardo Alcaro 20/06/2017 |
| Caso Regeni Italia-Egitto: sull’ambasciatore ho cambiato idea Nino Sergi 19/06/2017 |
| ||||||||
Nutri-Score, un sistema di etichettatura d’informazione alimentare lanciato dall’ormai ex ministro della Salute Marisol Touraine, è stato infatti notificato alla Commissione europea il 24 aprile ed entrerà in vigore a partire dal 25 luglio se da Bruxelles non perverranno richieste di modifica. Le caratteristiche del Nutri-Score Basato su una scala alfabetica e cromatica a cinque tonalità tra il verde e il rosso per classificare il valore nutrizionale di ogni prodotto, il Nutri-Score si ispira alle cosiddette etichette a semaforo lanciate nel Regno Unito nel 2013. Identica è la base giuridica, il Regolamento Ue 1169 del 2011, che ha infatti modificato la normativa in materia di indicazioni nutrizionali obbligatorie, aprendo alla possibilità di utilizzare «pittogrammi o simboli» per il loro inserimento sulle confezioni. I due sistemi differiscono in realtà per la loro definizione, l’uno misurando il tenore di grassi, grassi saturi, zuccheri e sodio in rapporto alla porzione, l’altro in base al contenuto per ogni 100 grammi di prodotto. Tuttavia, come già in Gran Bretagna, il coinvolgimento delle principali catene distributive è stato immediato: Intermarché, Leclerc, Auchan eFleury Michon hanno infatti annunciato la conclusione di un’intesa con il ministero francese per l’immediata applicazione in via volontaria del sistema di etichettatura. In difesa del Made in Italy La notifica di Nutri-Score ha trovato una pronta e sonora reazione nel mondo dell’agroalimentare italiano. Il timore, come già nel caso dei semafori britannici, è che il sistema di etichettatura finisca per fornire un’indicazione negativa anche a prodotti tradizionali tipici che pure godono di denominazioni di origine protetta. L’anno scorso furono sei (Spagna, Cipro, Slovenia, Grecia, Portogallo e Romania) i Paesi che appoggiarono l’Italia nell’opposizione alle etichette britanniche, culminata con l’approvazione di una risoluzione del Parlamento europeo proposta dalla Commissione ENVI, guidata sino allo scorso febbraio dall’italiano Giovanni La Via, che invitava a ripensare la validità dell’etichettatura nutrizionale. Ora l’Italia prova invece a rispondere con una task force presieduta dal ministro degli Esteri Alfano, in cui i ministeri delle Politiche agricole, della Salute e dello Sviluppo economico lavoreranno per la tutela del Made in Italy, con l’intento di spingere la Commissione e il nuovo governo Macron al ripensamento. In ballo c’è la tenuta delle esportazioni verso un mercato, quello francese, che è secondo per la destinazione dei prodotti agroalimentari italiani dopo la Germania, con un valore di 4,1 miliardi di euro nel 2016. Tra i settori più a rischio per il tipo di indicazione nutrizionale, secondo le stime di Assolatte, vi è quello caseario: un business da oltre 450 milioni di euro in Francia nel 2016, in crescita del 7,5% rispetto all’anno prima e che nel febbraio 2017 ha fatto segnare un +9,6% rispetto allo stesso periodo nel 2016. I timori delle associazioni di categoria hanno una base fattuale, come rilevato da uno studio del think tank Nomisma pubblicato nella primavera del 2016: dal dicembre 2013, cioè dall’introduzione dei semafori nella grande distribuzione britannica, al settembre 2015 prodotti italiani DOP come il Parmigiano Reggiano o il Prosciutto di Parma avevano perso il 13% ed il 14% delle vendite. Le grandi federazioni dei produttori italiani (Federalimentare, Confagricoltura e Coldiretti in primis) fanno quindi scudo comune per chiedere regole europee uniche ed evitare distorsioni di mercato. Geopolitica del food La difesa degli interessi dell’agroalimentare non è una novità per il governo italiano: non è mistero che il tiepido supporto del governo Renzi alle sanzioni contro la Russia per le aggressioni in Ucraina sia da addebitarsi anche ai malumori dei produttori italiani che, secondo stime Coldiretti, avrebbero perso circa 850 milioni di export. Non stupisce, infatti, che la stessa federazione degli agricoltori abbia plaudito al recente incontro tra Putin e Gentiloni, auspicando un pronto disgelo tra i due Paesi. Favorito, perché no, dalla forte ascesa all’interno del Partito democratico del ministro per l’agricoltura Maurizio Martina. Spetterà anche a lui, inoltre, sorvegliare l’avvio dei negoziati per la Brexit, con 3,2 miliardi di export alimentare italiano che potrebbe venire penalizzato da altre iniziative simili al semaforo introdotte dalla Gran Bretagna al di fuori del mercato unico. Da ultimo, alla bagarre sulle etichette si aggiunge anche un’iniziativa non governativa: sei grandi multinazionali del settore, Coca-Cola, Mars, Mondelez, Nestlé, PepsiCo e Unilever, stanno infatti mettendo a punto un proprio sistema di etichette per i mercati europei, che faranno riferimento ai nutrienti presenti per ciascuna porzione anziché in 100g, con l’intento di contribuire al controllo dei comportamenti alimentari scorretti. Un cambio di tattica rispetto al 2013, quando le majors dell’alimentare si scagliarono contro il sistema di etichettatura britannico, che rischia di prendere in contropiede i piccoli produttori italiani. Antonio Scarazzini è direttore di Europae – Rivista di Affari Europei. |
| ||||||||
L’iniziativa, lanciata dal presidente cinese Xi Jinping all’inizio del suo mandato e articolata in Silk Road Economic Belt sul piano terrestre e in Maritime Silk Road sul piano marittimo, vede infatti nell’Italia la destinazione ideale di investimenti e potenziali infrastrutture. Quali saranno quindi le sfide che nei prossimi anni l’Italia dovrà affrontare? Da Shanghai a Venezia Nel settore infrastrutturale, la penisola si prepara ad accogliere i flussi della Maritime Silk Road con il progetto dei “cinque porti”, l’alleanza tra cinque dei maggiori scali del Nord Adriatico pianificata dalla North Adriatic Ports Association (Napa). Il consorzio interesserà le strutture portuali italiane di Venezia, Trieste e Ravenna e i porti di Capodistria, in Slovenia, e di Fiume, in Croazia, con l’obiettivo di attrarre le navi cargo cinesi che percorreranno il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e indirizzarle fino a Malamocco, località marittima nei pressi di Venezia dove è prevista la costruzione di una piattaforma off-shore. Se la tratta Shanghai-Amburgo è lunga 11 mila miglia, il viaggio necessario per collegare Shanghai al Mar Adriatico del nord sarebbe di circa 8.600 miglia, con un tempo di percorrenza inferiore di 8 giorni rispetto al porto tedesco. Una volta operativo, il complesso portuale dovrebbe quindi essere in grado di gestire tra 1,8 e 3 milioni di TEU all’anno; numeri importanti, se consideriamo che, ad oggi, la totalità dei porti italiani può gestire fino a 6 milioni di TEU l’anno. Il flusso di capitali cinesi Come ha però sottolineato Xi nel discorso di apertura del Forum, nell’iniziativa non rientrano soltanto progetti di “infrastructure connectivity”, ma anche gli investimenti. In Italia si conta infatti che gli investimenti diretti esteri provenienti dalla Cina, nel periodo 2000-2016, si aggirano intorno ai 13 miliardi di euro, cifra che fa della penisola il terzo Paese europeo – dopo Regno Unito e Germania – destinatario dei flussi di capitali cinesi. Tuttavia, è a partire dal 2014, pochi mesi dopo la proposta di Xi, che il cambio di passo della strategia cinese è diventato evidente. La People’s Bank of China ha rilevato il 2% di alcune tra le più grandi industrie italiane: Fiat Chrysler Automobiles, le partecipate Eni ed Enel e, nel campo delle telecomunicazioni, Telecom Italia e Prysmian, per un investimento totale di 3,2 miliardi di euro. Nel settore energetico, ricordiamo l’acquisizione da parte di Shanghai Electric del 40% di Ansaldo Energia, per un esborso totale di 400 milioni di euro, seguita dall’acquisto da parte di State Grid Corporation of China del 35% di Cassa Depositi e Prestiti Reti per 2,1 miliardi di euro. Il 2015 si è aperto con la People’s Bank of China che, complice il periodo del sistema bancario italiano, ha rilevato il 2% di UniCredit, Monte dei Paschi di Siena e Intesa Sanpaolo, ed è terminato con la più grande operazione registrata fino a questo momento, la scalata per il controllo di Pirelli da parte di Chem China, per un totale di 7 miliardi di euro. Tra gli investimenti, la Cina ha di recente iniziato a guardare al calcio. Dopo il passaggio di proprietà dell’Inter, che nel giugno 2016 è diventata asset del gruppo Suning, è di aprile la notizia della vendita da parte di Fininvest del Milan, rilevato dalla cordata guidata dall’uomo d’affari Yonghongh Li. Infine, sempre del mese scorso è la cessione da parte di Atlantia del 5% del capitale di Autostrade per l'Italia al Silk Road Fund. L’Italia nella strategia di Pechino Diverse sono le ragioni che hanno condotto in Italia il flusso di investimenti cinesi: il Paese è infatti la seconda manifattura d’Europa, con settori altamente all’avanguardia ed eccellenze che possono, con il loro alto know-how, aiutare lo sviluppo delle industrie cinesi. In secondo luogo, è chiara la volontà di Pechino di porsi nel mercato italiano come attore non aggressivo, ma partner presente e affidabile; in tale direzione vanno interpretate le acquisizioni cinesi di quote delle principali società italiane ma soprattutto i recenti passaggi di proprietà delle società calcistiche Inter e Milan. Se, quindi, nei prossimi anni si prevede un incremento dei flussi per gli investimenti cinesi, è il piano infrastrutturale a vivere una situazione di incertezza. Il progetto dei “cinque porti”, a quattro anni dal lancio della Belt and Road Initiative, è ancora fermo alla fase di pianificazione: al momento sono stati stanziati per l’inizio dei lavori 350 milioni di euro da parte del governo, a fronte di un costo stimato di 2,2 miliardi di euro. L’Italia sconta da una parte la concorrenza del porto del Pireo, per il quale la China Ocean Shipping Company già a partire dal 2008 ha investito più di 4,3 miliardi di dollari. Da allora, la capacità del porto greco è quadruplicata ed ha raggiunto nel 2015 un traffico di 3,36 milioni di TEU. Dopo il Forum di Pechino e il Congresso del Partito comunista cinese di quest’anno, molti dei progetti della nuova Via della Seta entreranno nella fase di realizzazione: tocca ora all’Italia coglierne le potenzialità e non lasciare che la “win-win cooperation” evocata da Xi resti un’occasione mancata. Lorenzo Bardia è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI. |
| ||||||||
Ai problemi economici strutturali e di lungo periodo, quali una crescita sempre più anemica della produttività e la carenza ormai endemica di domanda aggregata, si vanno ad aggiungere problemi nuovi, come l’incertezza politica e finanziaria dovuta alle delicate elezioni in Francia e Germania, all’avvio del processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue, e alle crisi geopolitiche, prima fra tutte quella siriana. Il compito di scegliere i temi al centro del prossimo summit che si prospetta innanzi alla presidenza italiana diviene così tanto fondamentale quanto arduo. La speranza è che ci si concentri sulle questioni comuni che sono alla base di questi molteplici problemi, senza focalizzarsi su ognuno di essi in modo singolo, ricercando soluzioni concrete ed effettive di lungo periodo, non solo palliativi di breve periodo, per quanto urgenti e necessari. L’economia globale cresce meno del suo potenziale Il quadro macroeconomico globale che emerge dai recenti annual meeting tenuti a Washington dal Fondo monetario internazionale, Fmi, è, a dir poco, scoraggiante. Alla perdurante recessione seguita alla crisi del 2008, non ha fatto seguito il “rimbalzo” sperato ed è ormai chiaro che l’economia globale stia crescendo al di sotto del suo potenziale da troppo tempo. Inoltre, le stime negli ultimi semestri sono state costantemente e ripetutamente riviste al ribasso. Le risposte politiche messe in campo sino ad ora non hanno sortito gli effetti sperati ed è per questo che, ormai da mesi, gli esperti del Fmi sollecitano l’adozione di un mix di politiche economiche potente che faccia leva non solo sulla politica monetaria, ma usi anche gli strumenti fiscali e completi le riforme strutturali. Il messaggio che viene lanciato da Washington è che non si può più aspettare: bisogna agire in fretta e in modo deciso, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione. Questo perché la stagnazione economica, che coinvolge la maggior parte delle economie mature ormai da lunghi anni, ha creato le condizioni perfette per la crescita del malcontento e della sfiducia, concretizzatisi poi nell’ascesa di movimenti populisti e xenofobi in Europa e nella storica decisione presa dai cittadini britannici di abbandonare l’Ue. Anche negli Stati Uniti la recente campagna elettorale ha evidenziato come il malcontento popolare, critico delle élite e del sistema politico attuale, sia cresciuto in modo preoccupante. Occorre dunque che i governi facciano ricorso sì a tutte le armi a loro disposizione per risollevare al più presto la situazione economica globale, allo stesso tempo però le dinamiche descritte esprimono con forza la necessità sempre più urgente di una riflessione che vada al di là dei rimedi di breve e medio periodo, concentrandosi sulle cause ultime che hanno reso questo periodo così difficile e delicato a livello economico, politico e sociale. Crescente sperequazione nella distribuzione delle risorse e pessimismo diffuso Come aveva già fatto notare Carlo Cottarelli nel suo intervento ad un convegno IAI, il problema fondamentale da risolvere riguarda la sperequazione nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. Tale fenomeno si è venuto ingigantendo dagli anni ‘80 ad oggi, creando delle vere e proprie fratture sociali all’interno delle quali sono proliferate la sfiducia nelle élite, nelle istituzioni e nella classe politica. Una distribuzione sempre più iniqua del reddito non è solo un problema etico e di uguaglianza, ma è un problema economico reale che è alla base di molte delle problematiche attuali. La dinamica che ha lentamente concentrato il reddito nella parte più ricca della popolazione ha colpito maggiormente la classe media, spina dorsale delle economie di mercato più mature, facendone crollare i consumi e con essi la domanda aggregata, con i conseguenti problemi di disoccupazione ormai tipici di molte economie europee. Questa crescente disuguaglianza, insieme con la crisi e la lunga recessione, ha comportato la perdita di fiducia nella maggior parte della popolazione, che guarda ora al futuro con timore e non più con speranza. Questo spiega perché, anche in un periodo di tassi di interesse a zero e di prezzi in stallo da tempo, i consumi e gli investimenti non diano alcun segnale di ripresa. Creare attraverso la politica monetaria le condizioni per un rilancio dei consumi e degli investimenti privati senza ridare risorse e fiducia alle famiglie e alle piccole e medie imprese è una strategia sterile, come d’altronde hanno pienamente dimostrato gli ultimi anni. La presidenza italiana tra breve e lungo periodo Considerando la difficoltà della situazione attuale a livello economico, politico e sociale, la presidenza italiana dovrebbe mirare sia a favorire soluzioni efficaci e concrete di breve periodo, quantomai urgenti, sia, nel contempo, a mettere l’accento sui problemi strutturali di lungo periodo. In entrambi i casi sarà fondamentale che il governo italiano insista nel promuovere un approccio condiviso a livello internazionale. Il coordinamento delle politiche economiche, soprattutto in seno a un forum più ristretto e omogeneo quale quello del G7, è assolutamente irrinunciabile: pensare di risolvere problemi globali con approcci nazionali sarebbe quantomeno miope e non c’è davvero più tempo da perdere. Simone Romano è ricercatore dello IAI. |