Translate

giovedì 3 luglio 2014

Italia: i fatasmi germanici

Relazioni Roma-Berlino
L’ossessione tedesca per la slealtà italiana
Gian Enrico Rusconi
03/07/2014
 più piccolo più grande
Nel giro di pochi giorni sui principali quotidiani tedeschi abbiamo letto due commenti di segno opposto con titoli forti: “Il tradimento dell’Italia” (Frankfurter Allgemeine Zeitung) e “Renaissance dell’Italia” (Süddeutsche Zeitung). A firmarli due giornalisti “esperti di cose italiane”, rispettivamente Tobias Piller e Stefan Ulrich.

I pezzi all’interno sviluppano i loro argomenti in modo meno perentorio della loro titolazione, ma forse segnalano l’aprirsi un nuovo capitolo della percezione dell’Italia in Germania. Con la ripresa dei tenaci indistruttibili pregiudizi - negativi e positivi - naturalmente ricambiati dagli italiani.

Tradimento dell’Italia
Da parte tedesca c’è la dichiarata sfiducia verso l’Italia per la sua costante, storica inaffidabilità nel mantenere quanto promette. Ad essa si affianca però (minoritariamente) anche una benevola attesa per le sue straordinarie risorse latenti. È la scommessa di sempre, non solo dai tempi dei mitizzati rapporti tra Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ma da ancora prima, si può addirittura risalire a Bismarck e alla classe politica italiana post-cavouriana.

Lasceremmo perdere volentieri quel passato più o meno remoto, se dal suo profondo non provenisse un modo di sentire e di esprimersi che porta con sé l’odiosa parola “tradimento”. Oggi è appena corretta o tenuta a bada dal “politicamente corretto”. Lo si vede in questi mesi di celebrazioni internazionali dell’inizio della Grande Guerra che registrò il passaggio dell’Italia dall’alleanza con la Germania e Austria al fronte opposto franco-inglese.

Molta storiografia internazionale continua a trattare con una benevola supponenza questo “cambio di alleanze”, come se non si fosse trattato di un legittimo (magari discutibile) atto di sovranità nazionale, ma appunto di un tradimento più o meno mascherato “all’italiana”.

È un discorso impegnativo naturalmente, a metà tra riflessione storiografica e psicologia collettiva. Ma è assolutamente scorretto parlare di “ tradimento” per criticare l’atteggiamento italiano di oggi. È fortemente equivoco affermare polemicamente che “l’Italia riceve aiuti immediati contro vaghe promesse, e la Germania ha motivo di sentirsi raggirata” (come scrive Tobias Piller, utilizzando con un’acrobazia interpretativa, un’espressione di Carlo Azeglio Ciampi).

Monti, il “tedesco” che chiede flessibilità
Non si tratta di fare una patetica difesa d’ufficio patriottica o di attenuare le responsabilità italiane, ma di giudicare con realismo la situazione.

Emblematica è l’esperienza di Mario Monti. Contiene quasi tutti gli ingredienti di altre esperienze storiche: iniziale simpatetica convergenza di intenti con la Germania, adesione alle sue posizioni virtualmente egemoniche, poi graduale emergere di prospettive e propositi diversi se non alternativi, che portano i tedeschi a denunciare una fraudolenta rottura italiana degli accordi presi.

È accaduto appunto con Monti, il premier inizialmente salutato con entusiasmo e gratificato dall’epiteto di “tedesco” (in sottile antagonismo con “l’italiano” Mario Draghi). L’anomalia istituzionale del governo “tecnico” - un autentico “governo del Presidente” - è stata accolta con assoluta benevolenza perché il programma da lui enunciato e in parte realizzato era in sintonia con la linea tedesca.

Quando Monti però ha tentato di modificare la rotta comune, chiedendo alla Germania “maggiore elasticità” in tema di patto fiscale, sistema di stabilità finanziaria e riforma bancaria, ha subito incontrato l’ostilità tedesca. Come scrive Stefan Kornelius nella sua apprezzata biografia sulla cancelliera, all’indomani del summit del giugno 2012 e della conferenza notturna di Monti, “Merkel era furiosa. Monti aveva rotto le regole”.

Anziché entrare nel merito delle misure proposte da Monti, contro di lui è scattata la sindrome tedesca della slealtà italiana, l’accusa agli italiani di essere congenitamente incapaci di mantenere i patti.

Renzi, faccia della “sorprendente Italia”
Una presunta lettura antropologica ha preso il posto dell’analisi politica. Non c’è stata nessuna seria analisi se la politica di Monti, al di là del suo stile tecnocratico e della sua problematica “strana maggioranza”, fosse quella più adatta per un’Italia economicamente stremata.

La crescente alienazione della popolazione dalla politica (che alle elezioni si sarebbe tradotta in un’elevatissima astensione), la crescita esponenziale del grillismo, la persistenza del berlusconismo e quindi il flop elettorale di Monti, sono stati letti in Germania come conferma della cronica instabilità italiana. Quindi come antropologica inaffidabilità degli italiani. Non come segni di colossali problemi oggettivi da affrontare con un nuovo approccio razionale ed economico.

Poi inatteso arriva il fenomeno Renzi - l’altra faccia della “sorprendente Italia”. Ricomincia il gioco. Angela Merkel sfoggia la sua benevola simpatia per il giovane premier italiano che dichiara la Germania non un nemico da battere, ma un modello da imitare. Ma la cautela politica è d’obbligo e la cancelliera è maestra in questo.

Nessuno sa ancora come andrà a finire.

Rimane un punto importante: smettiamola con gli stereotipi su italiani e tedeschi. In particolare è tempo che le classi politiche tedesca e italiana, invece di baloccarsi con reciproci luoghi comuni, imparino a conoscersi e a parlarsi più seriamente.

Gian Enrico Rusconi è professore emerito di Scienza politica dell’Università di Torino. Per alcuni anni Gastprofessor presso la Freie Universitaet di Berlino. Tra le sue pubblicazioni: Germania Italia Europa. Dallo Stato di potenza alla ‘potenza civile’ (Einaudi 2003, trad. tedesca, 2006); Berlino. La reinvenzione della Germania (Laterza 2009). Cavour e Bismarck (il Mulino 2011; trad. tedesca 2013).
 
Invia ad un amico - Stampa 

ShareThis
Vedi anche
Ue, Renzi chiede 1000 giorni, ma ne ha solo 180, Giampiero Gramaglia
Italia architetto della politica fiscale europea, Alessandro Giovannini, Umberto Marengo
Se la politica estera europea parlasse italiano, Nicoletta Pirozzi


Temi
ItaliaGermania
Unione europea


Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2719#sthash.R6OJBv1g.dpuf

martedì 1 luglio 2014

A sei anni dalla crisi: Europa verso la ripresa?

Presidenza italiana dell’Ue
Italia architetto della politica fiscale europea
Alessandro Giovannini, Umberto Marengo
01/07/2014
 più piccolo più grande
Il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea non è un ruolo esecutivo, ma darà l’opportunità al governo italiano di coordinare l’agenda dell’Ue in un periodo di delicati passaggi politici e istituzionali.

L’Italia esce dalle elezioni europee rafforzata e può imprimere una svolta al processo di integrazione europea, rendendolo più vicino alla vita concreta dei cittadini e più solido da un punto di vista economico.

Il primo punto dell’agenda del semestre, così come delineato dai documenti ufficiali, è la maggiore crescita economica e occupazionale. Un obiettivo che la presidenza vuole raggiungere anche attraverso una sempre più intensa integrazione dell'Unione monetaria europea, possibilmente grazie alla creazione di nuovi strumenti fiscali comuni.

È quindi importante comprendere perché tali strumenti possono essere così importanti e quale potrebbe essere il loro eventuale funzionamento.

L'importanza di una politica fiscale europea
A oltre sei anni dall’inizio della crisi, l’Europa avanza lentamente verso la ripresa. In termini di deficit di bilancio e crescita del Pil reale le differenze tra i paesi europei si stanno lentamente riassorbendo.

Più di cinque anni di crisi hanno però lasciato un’eredità pesante: alti tassi di disoccupazione nei paesi periferici che non si stanno riallineando alla media europea. È possibile stabilire a livello di Eurozona un modello più efficiente per gestire questo shock?

L’introduzione dell’Euro e la conseguente definizione di una politica monetaria unica hanno ridotto l’abilità di quest’ultima di controbilanciare shock economici che colpiscono solo alcuni paesi e non altri: la risposta alla crisi non può dunque venire da una migliore definizione della politica monetaria comune, ma deve arrivare dalla politica fiscale.

L’Europa non ha una politica fiscale davvero comune. Ma che cosa si intende con questo termine e perché essa sarebbe è così rilevante?

Una politica fiscale pienamente federalista richiederebbe un permanente trasferimento di poteri e risorse economiche dai governi nazionali alle istituzioni europee. I vincoli di bilancio per gli stati nazionali sarebbero ancora maggiori e le più importanti decisioni di spesa sarebbero prese a Bruxelles.

Al momento non ci sono né le istituzioni necessarie per un trasferimento di poteri di questa portata, né il consenso politico.

Ciò che serve all’Ue è un modello intermedio e realistico: una “politica fiscale anti-shock” che riduca i costi economici e sociali dovuti alla mancanza di politiche monetarie nazionali e alla forte integrazione commerciale e finanziaria tra paesi membri.

Un’opzione concreta: il fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione
Nonostante i benefici di una capacità fiscale comune siano evidenti dal punto di vista economico, i passi avanti in questo senso sono stati pochi.

Nel 2013, la Commissione europea ha lanciato una serie di proposte che mirano a creare un’unione fiscale che possa assicurare contro shock asimmetrici. Fino ad ora non si è visto però alcun risultato concreto.

Il Consiglio europeo dello scorso giugno ha rimandato ogni decisione a quest’anno. In tale prospettiva, il semestre di presidenza dell’Italia offre un’opportunità unica per portare avanti quest’agenda.

Le proposte su come realizzare concretamente una qualche forma di capacità fiscale comune a livello europeo sono diverse e non richiedono necessariamente una modifica dei trattati. Come elaborato dai think tank Centre for European Policy Studies e Notre Europe, una delle idee in discussione prevede la creazione di un fondo di assicurazione contro la disoccupazione a livello europeo, l’European Unemployment Insurance Fund.

Questo fondo sosterrebbe i fondi nazionali coprendo per un periodo determinato fino alla metà dei costi degli assegni di disoccupazione. In aggiunta, il fondo fornirebbe anche risorse per potenziare i servizi all’impiego, così da favorire un più efficiente incontro domanda/offerta di lavoro per assorbire più velocemente la disoccupazione.

Per vincere le resistenze dei paesi del nord, l’European Unemployment Insurance è stata pensata come un sistema assicurativo e non come un programma di trasferimenti diretti di risorse da un paese all’altro.

Il fondo dovrebbe essere disegnato in modo tale che i singoli paesi si alternino sia come contribuenti che come beneficiari a seconda della posizione nell'arco del ciclo economico. In questo modo nell’ottica del singolo paese il costo netto potrebbe essere pari a zero nel medio periodo, mentre i benefici in termini di riduzione degli shock economici sarebbero positivi per tutti gli stati.

La creazione di un fondo europeo contro la disoccupazione rappresenterebbe un primo concreto esempio di politica fiscale europea e sarebbe un atto di enorme significato simbolico: un nuovo modo di fare politica europea che parte dalle esigenze dei cittadini e in cui tutti gli europei possono immediatamente identificarsi.

Alessandro Giovannini è Associate Researcher al Centre for European Policy Studies;
Umberto Marengo è PhD candidate in EU Public Policy all’Università di Cambridge
.
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2713#sthash.UjZSFh3S.dpuf

LA burocrazia europea imperversa.

Ricorsi per infrazioni Ue
Tajani-Governo, l’ennesimo pasticcio italiano
Marco Gestri
30/06/2014
 più piccolo più grande
La decisione della Commissione europea di chiedere chiarimenti all’Italia quanto all’applicazione della Direttiva dell’Ue sui ritardi nei pagamenti, annunciata dal Commissario Antonio Tajani il 18 giugno, ha aperto uno scontro politico senza precedenti tra il nostro governo e il membro italiano della Commissione. La polemica investe delicati aspetti di diritto e politica dell’Unione europea (Ue) sui quali è bene fare chiarezza.

Lettera di messa in mora per l’Italia
La Commissione ha deciso d’inviare al Governo italiano (così come a quello della Slovacchia) una lettera di messa in mora che costituisce il primo passo di una complessa procedura che potrebbe sfociare in un ricorso per infrazione di fronte alla Corte di giustizia Ue e in un’eventuale condanna dell’Italia.

La lettera contesta all’Italia di non applicare correttamente la direttiva 2011/7/Ue relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, le cui disposizioni sono state recepite nel nostro ordinamento con il decreto legislativo n. 192/2012 (per una volta in anticipo rispetto ai termini previsti dalla legislazione europea!).

A quanto risulta dalle denunce ricevute dalla Commissione, la pubblica amministrazione italiana pagherebbe alle imprese le somme dovute per beni e servizi in media dopo 170 giorni, che diventano ben 210 nel caso di lavori pubblici. molto più tardi rispetto ai termini di pagamento imposti dalla direttiva (30 giorni o, in circostanze eccezionali, 60 giorni). L’Italia è all’ultimo posto nella classifica europea della tempestività dei pagamenti alle imprese.

In aggiunta, secondo la Commissione,alcuni enti pubblici italiani applicherebbero interessi legali di mora inferiori a quelli imposti dalla direttiva. Nel settore dei lavori pubblici sarebbe infine diffusa la prassi di posticipare l’emissione delle relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori, così da ritardare i pagamenti.

Il problema dei ritardi nei pagamenti risulta di particolare gravità per le piccole e medie imprese e per gli artigiani, ossatura del nostro tessuto produttivo. Lo stesso è poi amplificato dalla lentezza e inefficienza del sistema giudiziario che rende la tutela del creditore alquanto aleatoria.

Infelici accuse contro Tajani
Il fatto che ha scatenato le reazioni più accese è che l’iniziativa della Commissione sia stata promossa dal Commissario italiano, prossimo alle dimissioni in quanto eletto al Parlamento europeo. Tajaniè stato accusato di remare contro il proprio paese.

Al di là d’ogni considerazione su eventuali motivazioni politiche interne dell’iniziativa di Tajani e sulla scelta di comunicare l’iniziativa nel quadro d’una conferenza stampa convocata allo scopo, le reazioni “a caldo” da parte di alcuni esponenti governativi appaiono formulate in termini piuttosto infelici.

Che la pubblica amministrazione continui a pagare con inammissibile ritardo è innegabile. Come rilevato dal presidente di Confartigianato, basto chiederlo a qualunque fornitore! Che senso ha, dunque, accusare un commissario d’irresponsabilità contro l’Italia, in pratica invitandolo a “chiudere un occhio” nei confronti di un problema di tale gravità? La Commissione è l’istituzione che incarna per definizione l’interesse generale dell’Ue.

Ogni commissario deve agire in assoluta indipendenza, soprattutto nei confronti dei governi, i quali devono astenersi da ogni azione volta a influenzarli. Inoltre, la Commissione opera secondo uno stretto principio di collegialità, per il quale ogni sua azione, anche se intrapresa da un singolo commissario, impegna l’istituzione nel suo insieme.

Italia in tempo per evitare il ricorso per infrazione
Anziché fare come gli allenatori che addossano tutte le responsabilità all’arbitro, il governo e la maggioranza avrebbero dunque fatto meglio a limitarsi a sottolineare gli (indubbi) sforzi che stanno facendo per risolvere il problema dei ritardi nei pagamenti e a minimizzare lo stesso.

Tra l’altro, la lettera di messa in mora è soltanto il primo passo della procedura di infrazione, che solo in una percentuale ridottissima di casi sfocia in un ricorso alla Corte, extrema ratio a disposizione della Commissione nei riguardi di stati recalcitranti. Basti pensare che nel 2012 sono state risolte senza deferimento più di mille procedure aperte dalla Commissione, a fronte di meno di 50 deferimenti alla Corte.

C’è dunque tutto lo spazio per evitare il ricorso per infrazione. Il nostro Governo ha due mesi di tempo per presentare le proprie osservazioni alla Commissione e per convincerla della serietà dei propri sforzi per affrontare la questione.

Inoltre la Commissione, diversamente dai nostri magistrati in materia penale, non ha l’obbligo d’esercitare l’azione per infrazione, godendo di un margine di discrezionalità nel valutare i comportamenti intrapresi dagli stati per conformarsi al diritto dell’Ue.

Del resto, nessuno dubita che occorra fare qualcosa, a partire da una revisione del Patto di stabilità interno che, secondo quanto affermato dal ministro Pier Carlo Padoan, è comunque nell’agenda del governo.

Marco Gestri è Professore di diritto internazionale nell’Università di Modena e Reggio Emilia e nella Johns Hopkins University, SAIS Europe.
 
Invia ad un amico - Stampa 

ShareThis
Vedi anche
I ritardi di Monti sulle leggi comunitarie, Giampiero Gramaglia
Le riforme per l’Italia in Europa, Marcello Messori
Una nuova legge per l'Italia nell'Ue, Lucia Serena Rossi


Temi
Unione europeaItalia


Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2710#sthash.Rf3oIOmC.dpuf

Eurpa: la presidenza Italiana Il sito italia2014.eu

Presidenza italiana
Ue, Renzi chiede 1000 giorni, ma ne ha solo 180
Giampiero Gramaglia
01/07/2014
 più piccolo più grande
All'indirizzo italia2014.eu, il sito ufficiale della presidenza di turno italiana del Consiglio dell'Unione europea (Ue) è online: il 1° luglio, proprio all’inizio del semestre. Nel rispetto di italiche tradizioni, tutto si realizza in extremis, ma si realizza.

Il portale doveva essere solo in italiano e in inglese, ma è stato allestito anche in francese, dopo che Palazzo Chigi aveva registrato qualche malumore transalpino: di qui, l’uscita pubblica all’ultimo momento.

Il sito, che vuole essere la fonte principale d’informazioni sul semestre italiano, non è l’unica novità del 1° luglio: ci sono pure la moneta e il francobollo dedicati alla presidenza. Ad aprire la sezione News, il messaggio di saluto del premier Matteo Renzi, che s’iscrive con disinvoltura alla 'generazione Erasmus'.

Online, c’è pure il programma del Trio di Presidenze - Italia, Lettonia, Lussemburgo - approvato dal Consiglio dei ministri degli affari generali il 24 giugno.

I ministri degli esteri dei tre paesi - Federica Mogherini, Edgars Rinkevics e Jean Asselborn - hanno discusso la staffetta in un incontro alla Farnesina il 30 giugno, esprimendo “la volontà comune di aprire una nuova stagione. Il piano - si legge in una nota della Farnesina - ha al centro iniziative per la crescita e l'occupazione e vuole rafforzare il ruolo dell'Ue nel mondo attrezzandola ad affrontare le sfide della globalizzazione.

Tra il pieno uso e il buon uso dei margini di flessibilità
Fin qui, nulla da dire. Eppure, le conclusioni del Vertice europeo del 26 e 27 giugno, che ha chiuso la presidenza greca e fatto da viatico a quella italiana, sono subito diventate terreno di polemica tra il governo, che le presenta come un successo che apre margini di flessibilità all’Italia, e l’opposizione, che le legge come una disfatta che condanna l’Italia, di qui a pochi mesi, a un’ulteriore ennesima manovra.

In realtà, il Vertice europeo è stata la solita manfrina del tutti insieme al minimo comune denominatore, mascherando le differenze dietro la genericità delle formule - con un’eccezione, tutta da verificare, per l’energia. Senza volere dimenticare il balletto delle bozze, con l’arretramento - ed è solo un esempio - tra “il pieno uso” ed “il buon uso” dei margini di flessibilità previsti da Trattati e impegni esistenti.

Leggetevi, anzi leggiamoci, il comunicato ufficiale del Vertice sulla “agenda strategica dell’Ue in una fase di cambiamento”: “Il Consiglio europeo ha concordato cinque priorità a lungo termine che guideranno il lavoro dell’Ue nei prossimi cinque anni: economie più forti e più posti di lavoro; società capaci di consentire ai cittadini di realizzarsi e di proteggerli; un futuro sicuro per l’energia e per il clima; un’area affidabile di libertà fondamentali; un’azione congiunta efficace nel Mondo”.

Ora, qual è il governo o l’istituzione che non sottoscrive obiettivi del genere? E in che modo averli accettati e condivisi può costituire una vittoria o una sconfitta?

Priorità italiane alla presidenza europea
Sulle priorità italiane alla presidenza europea, indicazioni più concrete verranno dal discorso che il premier Renzi farà il 2 luglio all’Assemblea di Strasburgo, che oggi inaugura la sua VIII legislatura. La sostanza del programma Renzi l’ha però già presentata al Parlamento italiano, spostando l’obiettivo ben al di là del semestre e pure del trio. Mille giorni per fare le riforme in Italia e per cambiare l’Ue. Tempi più brevi, invece, per dare una dimensione più europea all’emergenza immigrazione / accoglienza.

L’Italia avvierà un robusto programma triennale di riforme nazionali. E, in cambio, chiederà all’Ue di abbandonare l’immobilismo e l’atteggiamento ipertecnocratico che l’ha segnata negli ultimi anni.

Partendo dal voto di maggio, il premier rivendica all’Italia maggior peso europeo: “Non accettiamo da nessuno lezioni di democrazia e democraticità, qui e fuori dai confini nazionali … Se milioni d’italiani hanno votato perché l'Europa cambiasse rotta, abbiamo la responsabilità di farlo, non una medaglia da appuntarci al petto”.

Sul Patto di stabilità, l’Italia non chiede di sforare il tetto del 3%, “come fece la Germania, ma “vogliamo smettere di ricevere un elenco di raccomandazioni che siano come una lista spesa che capita fra capo e collo”.

Per Renzi, con l’eccesso di burocrazia non è possibile guidare un processo di sviluppo: “Abbiamo sempre detto che rispettiamo le regole. Non è in discussione: le abbiamo sempre rispettate e continueremo a farlo, ma c'è modo e modo di affrontare le regole”. L’Italia si presenta alla presidenza con 117 procedure d’infrazione aperte: un record, nell’Ue, nessun paese, neppure la Grecia, fa peggio.

“La stabilità senza crescita - dice ancora il premier - diventa immobilismo … O l’Unione cambia direzione di marcia o non esiste più una possibilità di sviluppo e crescita”. Per avviare il processo, l’Italia intende “presentarsi al semestre con un pacchetto di riforme unitario”, da sviluppare - e qui la scelta delle date pare rispecchiare più scadenze italiane che europee- dal 1º settembre 2014 al 28 maggio 2017.

Le riforme nazionali sono la moneta di scambio con cui ‘acquistare’ l’utilizzo dei margini di flessibilità europei: è questa, per Renzi, la chiave per uscire dalla “logica kafkiana di un'Europa che apre una procedura di infrazione perché non paghiamo i debiti alle imprese, ma contemporaneamente ti impedisce con il Patto di Stabilità di saldare quel debito … è un film dell'orrore”. Il formalismo eccessivo va abbandonato, perché l’Ue “non può diventare terra di mezzo di cavilli e norme dove si perde il senso del reale”.

Nomine e rinnovo istituzioni europee
Infine, c’è il capitolo delle nomine e del rinnovo delle Istituzioni europee, in parte alleggerito dopo le decisioni del Vertice europeo di fine giugno: il popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker va alla presidenza della Commissione europea, il socialista tedesco Martin Schulz resta alla presidenza del Parlamento europeo.

Ma le scelte da fare restano numerose: la presidenza del Consiglio europeo ed eventualmente dell’Eurogruppo, la designazione dei commissari e, fra di essi, dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, dove c’è un’ipotesi Mogherini. Al Parlamento italiano, Renzi dice “siamo a un bivio” e prospetta “un metodo”: “Prima di decidere chi guida decidiamo dove andare”, cioè prima l’agenda strategica e poi Juncker. E, fin qui, tutto bene.

Ma il premier prospetta “un’intesa complessiva” con dentro “tutte le nomine e metodo di governo”: “Non basta sapere chi sarà il presidente della Commissione se non si decide anche chi guiderà l'Eurogruppo o il Consiglio europeo”. Però, è andata proprio così: Juncker c’è; il dopo van Rompuy e il dopo Dijsselbloem no.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2714#sthash.ju9k1y9M.dpuf

Patto di Stabilità: trattative a largo raggio

Politica economica europea
Il vero sconto che l'Italia dovrebbe chiedere alla Germania
Daniel Gros
25/06/2014
più piccolopiù grande
Torna a scaldarsi il dibattito sull’eventuale sconto dal Patto di stabilità che l’Italia potrebbe chiedere alla Germania in cambio del suo appoggio alla candidatura di Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea.

Si tratta in fondo soltanto della manifestazione più recente di un approccio che, alla lunga, non è stato pagante per l’Italia: da quasi 15 anni il paese chiede regolarmente di poter mantenere il deficit un po’ più alto di quanto previsto dalle regole europee e gli impegni assunti dall’Italia stessa nei suoi programmi di stabilità si rivelano, ex post, quasi sempre troppo ottimisti.

Debito pubblico italiano
Il risultato di questo approccio è un debito così alto che ha portato l’Italia alla soglia di dover chiedere nel 2012 l’aiuto dei suoi partner e accettare l’invasione degli ‘uomini in nero’.Questa volta l’Italia si presenta con più credibilità visto che il nuovo governo sembra veramente intento ad intraprendere delle riforme strutturali. Ma conviene veramente all’Italia aumentare ancora di più, anche se di poco, il suo debito pubblico?

Il ragionamento a sostegno di questo approccio è che le riforme si fanno più difficilmente e potrebbero avere un effetto negativo a breve termine se l’economia italiana rimanesse in recessione. Un sostegno alla domanda potrebbe facilitare le riforme e rafforzarne gli effetti positivi sull’offerta.

Esiste effettivamente un problema di scarsa domanda all’interno della eurozona che rende la vita più difficile a qualunque governo italiano che vuole fare delle riforme. Ma se è cosi, l’approccio da seguire dovrebbe essere capovolto: l’Italia dovrebbe prometter di fare le riforme in cambio di una politica espansiva degli altri, soprattutto quei paesi a debito relativamente basso che possono ancora permettersi di aumentare la spesa.

Patto con la Germania
Il patto da proporre alla Germania dovrebbe allora essere il contrario di quello di moda oggi. In cambio del suo sostegno a Juncker, l’Italia dovrebbe domandare a Berlino di impegnarsi ad aumentare sostanzialmente la domanda interna tedesca. Invece di chiedere il solito sconto dal Patto di stabilità, l’Italia dovrebbe chiedere qualche cosa che comunque è necessaria per ridurre gli squilibri all’interno dell’ eurozona.

Spetterebbe alla Germania scegliere lo strumento più idoneo per raggiungere il risultato. Un aumento massiccio dell’investimento in infrastrutture sarebbe probabilmente la via più diretta. Insomma, invece di chiedere uno sconto per sé l’Italia dovrebbe chiederne uno per la Germania.

Dell’aumento della domanda interna tedesca andrebbe a beneficio dell'Italia (e di tutti i paesi periferici). L’Italia potrebbe allora mantenere i suoi impegni sia in termini di riforme strutturali che di riduzione del debito pubblico.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2706#sthash.eG9KxU3Z.dpuf

sabato 31 maggio 2014

Toscana: relazioni economiche con la Cina

Cinesi in Italia
Il dragone sommerso a Prato
Marco Sanfilippo
07/04/2014
 più piccolopiù grande
Un centro di ricerca a Prato per lo scambio tecnologico con la Cina nel settore tessile e dei nuovi materiali. Una collaborazione con alcune delle maggiori università e centri di ricerca cinesi. Un volo diretto Pisa-Shangai per collegare, senza intermediari, la storia del tessile italiano con una delle più importanti città dell’Asia e con la vicina Zhejiang, una delle più attive provincie della Repubblica Popolare nel campo dell’abbigliamento.

Sono i progetti che la Regione Toscana e le amministrazioni di Pisa, Prato e Firenze stanno mettendo in campo per dare sempre più corpo e basi legali a una partnership tanto proficua quanto problematica, che oggi ancora divide nell’analisi dei vantaggi e dei danni arrecati al settore tessile italiano dall’avvento del “Made in Italy cinese”.

Processo di agglomerazione
La prima vera ondata migratoria cinese a Prato si registra intorno all’inizio degli anni Novanta. Ciò coincide con una fase di declino e successiva ristrutturazione del distretto tessile, dovuta a una crisi del tipo di specializzazione locale (la lavorazione della lana rigenerata) e a una successiva ripresa accompagnata dallo sviluppo di un comparto a minor valore aggiunto (quello della maglia), che ha portato con sé un incremento della domanda di forza lavoro poco qualificata, specialmente per l’attività di cucitura.

Attratti dalla possibilità di inserirsi in un comparto lasciato libero dai lavoratori locali e caratterizzato dalla semplicità del processo produttivo e dal basso capitale necessario per mettersi in proprio, molti cinesi provenienti da altre parti d’Italia o d’Europa o direttamente dalla Cina (specialmente dalla cintura della città di Wenzhou, provincia dello Zhejiang) diedero vita a un rapido processo di agglomerazione, che nel giro di pochi anni ha visto aumentare esponenzialmente sia il numero di individui che il numero di nuove imprese.

Pronto moda
A livello imprenditoriale, è stato osservato come l’ascesa cinese a Prato sia interessante perché non va ad inserirsi all’interno della specializzazione che più caratterizzava il - distretto - quella tessile - ma in un tipo di produzione al tempo minore - l’abbigliamento - che si sviluppa su larga scala proprio grazie all’arrivo dei cinesi.

Ed è soprattutto grazie all’arrivo dei cinesi, tra l’altro, che a Prato si sviluppa un nuovo sistema produttivo, quello del cosiddetto “pronto moda”, che meglio si adatta alle nuove dinamiche dei mercati internazionali.

Ben presto, i primi gruppi di cinesi seppero crescere trasformandosi da semplici sub-fornitori a basso costo per le imprese locali a vere e proprie piccole imprese finali in contatto diretto con il mercato. L’esempio di questi primi nuovi imprenditori ha messo in moto un processo imitativo da parte di altri piccoli fornitori e nel giro di poco tempo ha sviluppato un vero e proprio modello di divisione del lavoro a livello locale che ha coinvolto un numero ancora maggiore di imprese cinesi.

Tra la fine degli anni Novanta e gli anni più recenti il numero di imprese cinesi è quasi quintuplicato, non solo grazie a un nuovo incremento di imprese finali e sub-fornitori nel settore, ma anche grazie allo sviluppo di attività complementari, specialmente nei servizi al commercio.

Lavoro sommerso
Oggi, a oltre vent’anni dall’insediamento cinese a Prato, molto ancora si dibatte sugli effetti economici, sulla componente sommersa e sulle questioni legate all’integrazione. Riguardo all'impatto economico, si rilevano almeno due tesi contrapposte: la prima è che l’arrivo dei cinesi a Prato abbia contribuito in modo significativo al declino del sistema produttivo locale; la seconda è che - al contrario - proprio grazie all’arrivo dei cinesi il distretto sia riuscito a ristrutturarsi in modo tale da poter affrontare al meglio le dinamiche dei mercati globali - e che quindi l’esistenza stessa del comparto sia stata salvata dall’arrivo dei cinesi.

Come spesso accade, la verità sta nel mezzo, ed è molto più complessa di quanto si possa derivare da queste semplici proposizioni. La componente “sommersa” della presenza cinese - quella delle migliaia di lavoratori giunti illegalmente (stimati in circa 7.000 unità) e impegnati in attività lavorative fuori controllo e spesso in situazioni estreme - è innegabilmente il fulcro della questione. È soprattutto a causa del sommerso che le statistiche tradizionali non sono finora riuscite a quantificare il peso reale della quota cinese sull’economia di Prato.

A questo riguardo, è da segnalare un recente lavoro a cura di un gruppo di ricercatori dell'Irpet che - combinando statistiche ufficiali con metodi di stima basati sul consumo delle risorse (come la quantità di acqua utilizzata nel processo produttivo) - ha stimato che l’attività delle aziende cinesi contribuisca per 14,3% della produzione totale e per il 10,3% del valore aggiunto della provincia, con un picco del 45% per il solo settore tessile.

Oltre agli aspetti prettamente economici, il caso di Prato merita attenzione anche per gli aspetti legati al processo di integrazione sociale di una comunità cinesi oggi tra le più grandi d’Europa. Se fino a poco tempo fa vi era una netta separazione tra la comunità locale e quella cinese, l’espandersi all’interno del secondo gruppo di una generazione di nuovi nati nella provincia (un quinto degli attuali residenti, non potrà far altro che contribuire positivamente al processo di integrazione culturale, sociale ed economica negli anni a venire.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Marco Sanfilippo, research fellow, Robert Schuman Centre for Advanced Studies, Istituto Universitario Europeo.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2599#sthash.qZi94H7y.dpuf

venerdì 23 maggio 2014

Irlanda: il voto regionale in un paese uscito dalla crisi. Indicazioni per l'Italia?

lezioni in Irlanda
La tigre celtica torna a ruggire
Silvia Merler
22/05/2014
più piccolopiù grande
A tre anni dall’inizio della crisi dell’euro, la tigre celtica torna a ruggire. Le elezioni regionali - che avverranno in contemporanea con le elezioni europee - saranno importanti per capire cosa è cambiato negli ultimi tre anni.

Strategia del rigore vincente
Paese forse tra i più fieri della propria identità nazionale, nel 2010 l’Irlanda è entrata nel programma di aggiustamento macroeconomico gestito da Fondo monetario internazionale (Fmi), Commissione europea (Ce) e Banca centrale europea (Bce). Il programma prevedeva 85 miliardi di aiuti da usare per ripagare il debito pubblico in scadenza e finanziare il deficit di bilancio. In cambio degli aiuti, l’Irlanda - ormai esclusa dai mercati internazionali - ha accettato la condizionalità decisa dalla cosiddetta “Troika” cedendo di fatto parte considerevole della propria sovranità in termini di politica economica.

A distanza di tre anni, tuttavia, la strategia del rigore e delle riforme sembra aver avuto successo. Il programma di aggiustamento macroeconomico irlandese si è concluso a dicembre e il paese è tornato sul mercato con le proprie gambe, senza bisogno di alcun “paracadute”. Le prospettive di crescita per i prossimi anni sono buone: le ultime stime di maggio della Ce prevedono un tasso di crescita del Pil in termini reali di 1.3% per il 2014 e 3% per il 2015.

La Ce vede anche un continuo aumento del saldo delle partite correnti che, dopo aver toccato un minimo di -10% del Pil nel 2007, è tornato positivo nel 2010 e dovrebbe superare il 6% del Pil quest’anno.

Buone notizie anche sul fronte della finanza pubblica. Se le previsioni saranno rispettate, il deficit di bilancio dovrebbe ridursi al -4.2% del Pil nel 2015 e il debito pubblico diminuirà già a partire dal prossimo anno. Uno scenario macroeconomico abbastanza promettente che spiega il favore con cui gli investitori internazionali hanno accolto la prima nuova emissione di titoli di stato irlandesi, a gennaio di quest’anno.

Sistema bancario in bilico
Benché l’emergenza economica sembri risolta, restano però diverse zone d’ombra sul futuro irlandese. Il paese è ancora appesantito da un elevato debito privato, accumulato nel corso dei dieci anni precedenti la crisi economica e ormai superiore al 300% del Pil. A questo si aggiunge un elevato debito pubblico, scaturito dai costosi salvataggi bancari del 2009, quando sistema finanziario irlandese era tanto vicino al collasso da far tremare l’intera eurozona.

Ed è proprio la situazione del sistema bancario che resta incerta e potrebbe pesare sulla ripresa irlandese. Dopo quattro anni di crisi economica, la profittabilità delle banche irlandesi è minima. A fine 2013, il Fmi stimava che circa il 26% dei prestiti erogati dalle banche irlandesi fosse in sofferenza, con conseguenze negative importanti sull’erogazione di nuovo credito al settore privato. Ripristinare la qualità degli attivi bancari è quindi la sfida fondamentale per sostenere la ripresa irlandese.

La questione forse più pressante, in ottica elettorale, è l’impatto sociale della crisi. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un picco del 15% nel 2011 ed è ancora fermo al 12%, mentre il tasso di disoccupazione giovanile è al 26%. Numeri che potrebbero sembrare bassi, rispetto per esempio a Spagna e Grecia, ma che si spiegano tenendo conto del fatto che l’Irlanda è tradizionalmente un paese di forte emigrazione. Tra il 2009 e il 2013, circa 300 mila persone hanno lasciato il paese (di cui quasi 200 mila cittadini Irlandesi) e saldo migratorio netto è tornato negativo per la prima volta da anni.

Speranza europea
Gli Irlandesi che si recheranno alle urne sono reduci da quattro anni di profonda crisi economica che si è via via incancrenita, assumendo i contorni di un generalizzato malessere politico e sociale. Il pericolo - temuto da molti alla vigilia delle elezioni - è che l’esercizio democratico Europeo si trasformi in un eclatante rifiuto dell’Europa da parte dei sui cittadini. E il rischio è certamente più elevato in Paesi come Irlanda, Grecia e Portogallo che, nel corso programma di aggiustamento macroeconomico, hanno visto il volto per certi versi più duro dell’Europa.

In Irlanda, gli effetti della crisi a livello politico si sono già notati in occasione delle elezioni del 2011 che hanno visto la sconfitta del governo in carica al tempo dell’ingresso del paese nel programma di aggiustamento macroeconomico. Fianna Fàil, partito maggioritario per molti anni, è uscito infatti delegittimato da quello che è stato un vero e proprio tracollo elettorale.

L’uscita dal programma di aiuti significa la riconquista della propria sovranità in termini di politica economica. Per l’Europa, tanto criticata in questi anni per la gestione della crisi, l’Irlanda rappresenta invece la speranza di poter ricevere a posteriori una legittimazione.

Sembra la storia di un salvataggio riuscito e del successo della strategia di Bruxelles e, almeno esteriormente, è il lieto-fine di cui Bruxelles ha un disperato bisogno. Ma i rischi che tengono in sospeso il Paese non sono pochi.

C’è la questione irrisolta di un sistema bancario ancora appesantito dai prestiti in sofferenza e quella, ancora più importante, di come ristrutturare e diversificare in maniera sostenibile un’economia che fino alla crisi si basava principalmente sul settore finanziario.

E poi c’è il nodo irrisolto della disoccupazione, con gli effetti che ne derivano sulla coesione sociale e politica. Dietro l’apparenza di un’economia rimessa in piedi, infatti, cinque anni di crisi hanno lasciato ferite profonde nella società, mietuto vittime politiche e alimentato gli estremismi. Dopo essere tornata a ruggire, la tigre celtica potrebbe anche mordere.

Silvia Merler è affiliate fellow a Bruegel, think tank di politica economica a Bruxelles. In precedenza ha lavorato come analista economica nella DG Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea. Ha laurea triennale e master in Economics and Social Sciences ottenuti all'università Bocconi di Milano.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2651#sthash.oRk2BYTm.dpuf

mercoledì 21 maggio 2014

Il primo volo del MC-27L Praetorian dell'Aermacchi


Italia
Alenia Aermacchi ha annunciato di aver completato il primo volo di prova del MC-27J Praetorian, versione multimissione del trasporto tattico C-27J Spartan. Presentato durante l'edizione 2012 del Salone Aeronautico di Farnborough, il Praetorian è sviluppato da Alenia Aermacchi con la collaborazione dell’azienda statunitense ATK, per la realizzazione dei sistemi di missione e di supporto aria-suolo, e dell'italiana Selex ES, per gli apparati di comunicazione e data link.
Il velivolo testato ha subito numerose modifiche, al fine di aggiungere le previste capacità C2, ISR, SAR, di ritrasmissione dei segnali radio e di appoggio al fuoco, diretto e indiretto. Sotto il muso, ad esempio, è stata installata una torretta elettro-ottica infrarosso L-3 Wescam MX-15Di, così come sono state apportate le modifiche hardware e software necessarie all'implementazione delle funzionalità di data link Link-16 e dei nuovi sistemi di comunicazione criptati.
Il velivolo è stato inoltre modificato per la futura installazione dei pallet modulari roll-on/roll-off di ATK e di un’apposita porta laterale scorrevole, studiata per il brandeggio del cannoncino GAU-23 da 30mm. Alenia è intenzionata inoltre ad espandere le capacità offensive del Praetorian, tramite l'integrazione di una vasta gamma di munizioni di precisione, come la GBU Viper Strike di MBDA e il Griffin AGM di Raytheon, da installarsi sotto le ali o da alloggiare in appositi tubi di lancio interni.
In occasione del Dubai Airshow 2013, l’Aeronautica Italiana è stata identificata come il cliente di lancio del Praetorian, con un requisito iniziale prima di tre e poi di sei Spartan, da convertire entro il 2016. Potrebbero essere "elevati" allo standard MC-27J anche i sette C-27J che saranno presto trasferiti dall’USAF all'AFSOC: la notizia manca di ufficialità, sebbene Alenia Aermacchi abbia confermato di aver recentemente ragguagliato l’AFSOC circa le capacità del Praetorian. Per il MC-27J è stato individuato dalla stessa Alenia Aermacchi un mercato potenziale di circa 50 velivoli, con particolare riferimento a Medio Oriente, Sudamerica e Asia.

Fonte CESI Roma

venerdì 16 maggio 2014

Uno sguardo in Asia

Un potere d'acquisto


versione originale in lingua inglese: Traduzione Testo automatica in lingua italiana)

Sono a Pechino questa settimana per il 2014 la Cina Forum The Unit dell'Economist Intelligence, e qualche pioggia di Domenica ha eliminato i cieli. Molti dicono che i cieli economiche sulla Cina sono molto più scura di quella che sto vedendo questa settimana, alimentata da una bolla del credito in un sistema bancario travagliato. Ci sono certamente alcuni problemi, ma a conti fatti io sono ancora positivo outlook della Cina. Tasso di crescita della Cina sta rallentando - un passo giusto e necessario - ma è ancora molto veloce per gli standard globali e vi è abbondanza di ripresa economica ancora da fare.
 
Programma confronto internazionale della Banca Mondiale ha recentemente pubblicato un aggiornamento alla sua parità di potere d'acquisto (PPP) stime del PIL, che mirano a correggere per il fatto che i beni e servizi non commerciabili sono più economici in alcuni paesi e quindi il potere d'acquisto c'è di conseguenza maggiore. Le ultime stime della Cina a breve distanza sniffing degli Stati Uniti nel 2011, ed entro il 2014 si potrebbero avere già superato su questa misura (che ha i suoi problemi). Mentre il settore dei servizi - in genere meno negoziabili al momento - si apre, si aspettano la divergenza tra mercato e di cambio PPP tassi di cadere. Questa apertura porterà anche una nuova serie di opportunità per le imprese straniere in Cina, oltre a fornire una sfilza di nuovi concorrenti.  
 
Quali parti del settore dei servizi in Cina trovi sono più interessanti per gli investitori stranieri?   Fatemi sapere su Twitter @ Baptist_Simon o via e-mail su simonjbaptist@eiu.com.   

Cordiali saluti, Simon Battista Chief Economist e Direttore Regionale Asia



Fonte Economic Intelligence UNit 13 maggio 2014

martedì 13 maggio 2014

Elezioni Europee: verso il voto del 25 maggio

Elezioni europee
La valanga euroscettica dal debole effetto
Eleonora Poli
07/05/2014
 più piccolopiù grande
Alla vigilia delle elezioni del Parlamento europeo (Pe) gli scenari politico-istituzionali sembrano lungi dall’essere positivi. Mentre il 69% degli europei non si fida delle istituzioni, i partiti euroscettici potrebbero ottenere il 31% dei voti ed acquisire un sostegno sufficiente a plasmare le politiche comunitarie in chiave anti europea.

Blocco euroscettico liquido
Eppure, per essere in grado di portare avanti le loro istanze anti-Ue, questi partiti non devono solo vincere le elezioni, ma essere anche in grado di coalizzarsi. All’interno del Pe le posizioni euroscettiche sono state finora e per lo più rappresentate dall’Europe of Freedom and Democracy group (Efd), sostenuto in prima linea (ma non solo) dall’Independence Party inglese (Ukip) e dai Veri Finlandesi, o Perussuomalaiset (Ps).

Tuttavia, durante la scorsa legislatura i membri di suddetto gruppo hanno dimostrato scarsa volontà a cooperare, registrando un grado di coesione interna pari al 48.97%. Anche il Fronte nazionale (Fn) francese e il Partito della libertà (Pvv) dei Paesi Bassi, insieme al Partito della Libertà austriaco (Fpo), il belga Vlaams belang (Vb), la Lega nord (Ln) e i Democratici svedesi (Sd) sono decisi a creare una coalizione, l'Alleanza europea per la libertà (Eaf).

Inoltre, risulta essere alquanto emblematico che lo statuto di Eaf lasci libere le parti di non concordare le loro reciproche posizioni. L’assenza di un comune accordo tra gli aderenti al gruppo potrebbe minarne non solo la legittimità, ma anche la capacità di influenzare le votazioni parlamentari.

Partendo da queste basi, la formazione di un grande blocco euroscettico appare difficile da realizzare e risulta oltremodo impossibile nel caso del Movimento 5 stelle (M5s), uno dei principali attori sulla scena euroscettica. Definendo il Movimento un’ associazione dotata di un non-statuto e non guidata da ideologie partitiche, Beppe Grillo ha infatti più volte dichiarato che M5s non parteciperà a nessuna alleanza. Sebbene i Grillini possano senza dubbio apparire come un caso isolato, una maggior cooperazione risulta essere difficoltosa anche tra partiti appartenenti alla stessa ala ideologica.

Per esempio, il Fn di Le Pen si è distanziato dal greco Alba Dorata e dal movimento per un’Ungheria migliore, Joobik, definendoli neo-nazisti. L’Ukip ha invece rifiutato di allearsi con lo stesso Fn, viste le sue posizioni antisemitiche e omofobiche. Inoltre, una possibile cooperazione tra l'Alternativa per la Germania (Afd) e Ukip potrebbe essere compromessa dalla retorica populista e anti-immigrazione sostenuta dal partito britannico.

Rinegoziazione dei vincoli Ue
Nonostante tali differenze, la rinegoziazione dei vincoli economici e fiscali dettati dall’Ue o l’uscita dall’euro potrebbero divenire la spinta necessaria a ricompattare il fronte euroscettico. Per raggiungere obiettivi di tale portata occorre però che i partiti concordino un processo di riforme economiche e istituzionali unico.

Tuttavia, Ukip e Pvv sostengono trasformazioni in chiave neo-liberale che mal si conciliano con le strategie protezionistiche promosse dal Fn. Partiti come Afd, Ps e M5s, che non sono notoriamente contrari al mantenimento di un’unione politica, sostengono invece una maggiore cooperazione tra istituzioni e cittadini tramite mezzi di democrazia diretta. Ciò nonostante, M5s, diversamente dagli altri movimenti, si sta anche battendo per l'abolizione del Fiscal Compact e della clausola sul pareggio di bilancio.

Tali divergenze risulteranno maggiormente inconciliabili se si considerano i diversi interessi nazionali e regionali. I partiti del Nord Europa, come Pvv, Ukip, Afd e Ps accusano i paesi del Sud di aver ingiustamente beneficiato di aiuti europei, attingendo alle riserve economiche dei loro stati. Diversamente, gruppi come Fn e M5s e Alba dorata biasimano la Germania per essersi fatta promotrice di quelle politiche di austerità e rigore che stanno minando le basi delle economie nazionali.

Argine filoeuropei contro lo smantellamento dell’Ue 
Anche se i gruppi euroscettici dovessero aggiudicarsi il 25% dei seggi, la loro influenza effettiva potrebbe essere inferiore a quanto previsto, vista la discordanza di interessi e posizioni ideologiche. D'altra parte, gli scenari che descrivono un catastrofico smantellamento dell’Ue potrebbero altresì spingere i partiti tradizionali filoeuropei a collaborare in maniera più estesa, rendendo le proposte anti-Ue di difficile successo.

Già durante la scorsa legislatura, l’assenza di una maggioranza assoluta all’interno del Pe ha portato gruppi parlamentari tradizionali come i popolari del Ppe, Socialdemocratici di S&D, Verdi e Liberali di Alde a cooperare in materia legislativa nel 71,5% dei casi (in media).

Inoltre, i loro membri sono stati molto disciplinati nel concordare con la linea politica generale, definita dai loro gruppi di riferimento (Verdi 94,61%, S&D 91,65%, Alde 88,25%, Ppe 92,50%). Questi dati sono molto rilevanti se si considera che, a seguito del Trattato di Lisbona e della crisi dell'Eurozona, il Pe ha promosso una serie di riforme economiche (come l’Unione bancaria, il 6 pack e non da ultimo il 2 pack) che hanno fortemente rafforzato l’integrazione europea.

In questa prospettiva, anche se il ruolo dei partiti euroscettici non appare allarmante, esso non va comunque sottovalutato. In definitiva, solo l' attuazione di politiche comunitarie in grado di favorire una più profonda cooperazione tra Paesi membri, una crescita economica comune e quindi un maggior benessere sociale potrà minare il supporto elettorale concesso ai movimenti anti-Ue.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2628#sthash.59jKCchC.dpuf

domenica 4 maggio 2014

IL problema della sicurezza energetica e l'Italia

Sicurezza energetica 
Gas, Italia pivot per le nuove strategie europee 
Daniele Fattibene
24/04/2014
 più piccolopiù grande
Con la crisi ucraina, il tema della sicurezza energetica è tornato prepotentemente al centro del dibattito italiano ed europeo. L’Istituto Affari Internazionali ha riflettuto sul tema, anche nella presentazione del suo Rapporto sulla politica estera italiana in vista del semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea (Ue).

Diversificazione energetica europea 
Come stabilito nella Strategia energetica nazionale (Sen), l’Italia ambisce a ricoprire un ruolo strategico nei piani di diversificazione energetica europea. Tuttavia, la recente decisione di congelare il progetto del gasdotto Tgl - in grado di connettere Germania e Italia via Austria - e il rischio che la crisi in Ucraina possa far definitivamente tramontare il progetto di realizzazione del South Stream, impongono a Roma la ricerca di alternative concrete.

A decidere di bloccare il progetto del gasdotto Tgl è stato il Consiglio di amministrazione del gadotto stesso, capeggiato e dalla tedesca EOn che è il socio di maggioranza.

Approdo pugliese per il gasdotto Tap
Diversificazione energetica è sinonimo di maggiore indipendenza dalle politiche dei principali paesi fornitori, Gazprom in primis.

Molti Paesi - soprattutto in Europa centrale e orientale - sono infatti ancora fortemente - se non totalmente - dipendenti dalla Federazione Russa. Perciò, la realizzazione del gasdotto Tap, proveniente dall’Azerbaijan, rappresenterebbe una prima - seppur ridotta - concreta risposta al problema della dipendenza energetica europea.

L’Italia è direttamente interessata dal progetto, dal momento che si prevede l’approdo del gasdotto in Puglia. Tuttavia, la nostra credibilità dipende dalla capacità di proporre una soluzione rapida e il più possibile condivisa con le popolazioni locali che osteggiano fortemente il progetto.

Partnership energetica con l’Iran
L’Iran possiede, dopo la Russia, le maggiori riserve di gas al mondo. Il ricco giacimento di South Pars fa gola a molti, compresa l’Ue. Tuttavia, per sfruttare questo potenziale occorre un allentamento del regime di sanzioni economiche nei confronti di Teheran e una riabilitazione internazionale del paese.

Se Teheran sarà in grado di realizzare gli investimenti necessari per ammodernare il sistema energetico nazionale diventerà un partner fondamentale per l’Ue, anche nell’ottica della stabilizzazione politica di Siria, Iraq e Afghanistan. Il paese sarebbe eventualmente in grado di allacciarsi al Southern Corridor, connettendo l’Ue a Turchia, Mediterraneo orientale e Asia centrale.

Cipro e Turchia avvicinate dal gas dell’East Med
La scoperta di importanti giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale potrebbe favorire un allentamento delle tensioni tra Cipro e Turchia, riuscendo dove la diplomazia ha sempre fallito. Nicosia sta cercando di usare le riserve offshore di gas come leverage nei confronti di Ankara per riproporre il tema dell’unificazione dell’isola sotto l’egida dell’Onu.

Entrambi i Paesi otterrebbero dei benefici dallo sfruttamento del gas. Cipro placherebbe la crisi economica e occupazionale interna, mentre la Turchia - sempre più bisognosa di energia - potrebbe proporsi come principale acquirente e paese di transito. Tuttavia, le riserve cipriote attualmente non sembrano sufficienti a giustificare un investimento di diversi miliardi di euro per creare un’adeguata capacità di esportazione.

A tal fine, serve il sostegno e la collaborazione di attori regionali come Israele, che tuttavia punta principalmente sullo sfruttamento dei suoi giacimenti a fini domestici. L’Italia - tramite Eni - nel 2013 ha siglato un accordo con la Repubblica di Cipro per l’esplorazione di tre blocchi del giacimento di Afrodite.

Il gas dell’East Med potrebbe in futuro essere esportato attraverso il gasdotto Transanatolico (Tanap) o la rete turca gestita da Botas, per poi eventualmente approdare in Italia, agganciandosi alle strutture già pianificate per il gasdotto Tao.

Rischio Cirenaica e Sonatrach sui rifornimenti dal Magreb
Al momento però, le priorità energetiche per l’Italia e per l’Ue, anche in virtù delle tensioni con la Russia, sono orientate ai paesi del Maghreb, in particolare Libia e Algeria. Nel caso libico, la situazione critica della parte orientale del Paese, l’instabilità istituzionale e il pericoloso contrabbando di petrolio da parte dei separatisti in Cirenaica destano molte preoccupazioni per la sicurezza degli approvvigionamenti verso l’Italia.

Sul fronte algerino invece, la corruzione dilagante cha ha colpito la Sonatrach - principale azienda energetica nazionale - e la crisi socio-economico interna rendono il quarto mandato del presidente Bouteflika assai incerto. Il fondo di stabilizzazione creato nel 2000 per isolare l’economia nazionale dagli shock derivati dal prezzo del petrolio non basta a placare le critiche, che si traducono in disordini interni e sempre maggiori flussi migratori in uscita dal Paese.

Interconnessioni energetiche trans-frontaliere 
Oltre a continuare a promuovere la realizzazione di un mercato europeo dell’energia integrato che garantisca meccanismi comuni di solidarietà ed eviti l’isolamento energetico dei paesi membri, l’Italia dovrebbe promuovere una strategia europea di stabilizzazione dell’intera area.

A tal fine, occorre realizzare e rendere operativo quanto prima un sistema di interconnessioni energetiche trans-frontaliere che consenta di spostare volumi di gas anche da ovest verso est (attraverso una capacità reverse flow) in caso di crisi energetiche.

In questo quadro, il Summit del G7 dell’energia che si terrà a Roma il 5 e il 6 maggio , rappresenta un’occasione unica e imperdibile per ribadire la necessità di mantenere un dialogo costruttivo con Mosca, ma di proseguire al contempo in modo deciso verso strategie di diversificazione energetica veramente efficaci.

Daniele Fattibene sta svolgendo uno stage nell’aerea Sicurezza e Difesa dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2613#sthash.Up7kSuJG.dpuf

Verso le elezioni europee

Chi ci rappresenta a Bruxelles 
Partiti e alleanze, il mosaico elettorale europeo
Enrico Calossi
17/04/2014
 più piccolopiù grande
Storicamente le elezioni europee sono state considerate di importanza inferiore a quelle nazionali. Gli elettori hanno poi spesso votato con un occhio non tanto ai temi europei quanto a quelli nazionali.

Anche questa volta molti attori politici faranno campagna soprattutto su questioni specificatamente nazionali, ma alcune novità e la dimensione continentale della crisi economica daranno maggior risalto alle questioni europee.

Come nel 2009, in Italia l’elezione avviene attraverso un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 4% e ogni elettore può esprimere il voto di preferenza. Un’importante novità è che, per la prima volta, cinque europartiti hanno indicato i propri candidati alla presidenza della Commissione.

Il Partito popolare europeo, Ppe, ha scelto Jean-Claude Juncker; il Partito socialista europeo, Pse, Martin Schulz; i liberaldemocratici, Alde, Guy Verhofstadt; i Verdi una coppia di deputati, il francese José Bové e la tedesca Ska Keller; e la Sinistra europea Alexis Tsipras.

Partiti italiani in campo europeo
Nel 2009 la rappresentanza italiana al Parlamento europeo (Pe) fu così distribuita: 35 eurodeputati aderirono al Partito popolare europeo (Ppe) - 29 del Popolo della libertà, 5 dall’Unione di centro e uno dalla Suedtiroler Volkspartei (Svp) - 21 ai socialisti (eletti dal Partito democratico), 9 nel gruppo Europa della democrazia e della libertà (Efd) - eletti dalla Lega Nord - e 7 nei Liberali (Alde) - eletti dall’Italia dei Valori. Nessun italiano aderì ai gruppi Conservatore, Verde e della Sinistra unitaria.

Forza Italia e Nuovo centrodestra, nonostante a livello nazionale siano su sponde diverse nei confronti del governo di Matteo Renzi, sostengono entrambi la candidatura di Juncker alla presidenza.

Nel centrosinistra, il Partito democratico, dopo aver sciolto l’ambiguità e aderito ufficialmente al Pse sostiene, con convinzione, la candidatura di Schulz.

La Lega Nord ha modificato la propria collocazione europea, spostandosi su posizioni decisamente sovraniste e anti-euro - allacciando rapporti con il Fronte nazionale francese - e ha sostituito la scritta “Padania” nel proprio simbolo con “Basta Euro”.

L’Italia dei Valori è membro dei liberali dell’Alde, ma non sembra sottolineare molto il proprio sostegno alla candidatura di Verhofstadt. L’Udc, che pur aveva superato la soglia del 4% nel 2009, si presenterà in alleanza con il Nuovo centro destra, Ncd. Svp, una lista di una minoranza etnica, è esentata dal superamento della soglia del 4%.

Altre forze, non presenti nel 2009, potrebbero giocare un ruolo di spicco durante queste elezioni. Il Movimento 5 Stelle si presenterà alle elezioni non sostenendo alcun candidato alla presidenza della Commissione e senza rapporti con altri partiti nazionali o europei.

Scelta civica sarà, insieme a Centro democratico e a “Fare per fermare il declino”, a sostegno della candidatura del liberale Verhofstadt nella lista “Scelta europea”.

A sinistra, Sel, dopo lunghe titubanze - fino al gennaio scorso era previsto l’ingresso nel Pse - ha deciso di sostenere Sinistra europea, presentandosi con Rifondazione comunista e altre sigle nella lista “L’Altra Europa con Tsipras”.

Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale sta chiedendo l’uscita dell’Italia dall’eurozona e per questo ha già dichiarato che i propri parlamentari non aderiranno più al Ppe, considerato come troppo europeista.

Infine, vista la rilevanza che hanno a livello europeo, occorre ricordare che anche gli ecologisti presenteranno una propria lista in Italia - “Green Italia” - a sostegno delle doppia candidatura Ska-Bové.

A ogni euroscettico il suo euroscetticismo
Per quanto riguarda i temi, ogni lista proverà ovviamente a spostare il dibattito su un terreno a sé favorevole. Fi e Ncd-Udc hanno posizioni diverse nei confronti del governo Renzi. Pertanto, anche se entrambe sosterranno Juncker, sottolineandone la posizione europeista e di argine nei confronti delle forze euroscettiche, obbligatoriamente marcheranno anche le proprie differenze a livello nazionale per vincere il derby all’interno dello schieramento moderato.

Il Pd sta impostando il proprio sostegno a Schulz come barriera verso gli euroscettici, ma anche come promotore di una revisione in senso più solidale del processo di integrazione.

Questa posizione è sufficiente per marcare le differenze nei confronti degli euroscettici, ma non dei Popolari. È probabile pertanto che anche il Pd sarà tentato di sottolineare i successi del governo Renzi per marcare maggiormente la differenza con i partiti della famiglia Popolare.

Gli attori accusati di euroscetticismo da Popolari e Socialisti sono il M5S, la Lega e FdI-An. Però le tre forze si dividono sul tipo di euroscetticismo: netto da parte della Lega che chiede la fine dell’euro e anche del processo d’integrazione, di media entità da parte di FdI-An, che chiede l’uscita dall’eurozona ma non dall’Unione, soft da parte del M5S che chiede un referendum sull’euro, ma anche il rafforzamento in senso federale di altri aspetti (eurobond).

Popolari e socialisti accusati di consociativismo
La lista liberale “Scelta Europea”, in linea con l’approccio di Verhofstadt, denuncerà il “consociativismo” tra popolari e socialisti. La ricetta liberale pertanto è “più integrazione”, ma all’insegna di una vera dialettica tra visioni opposte, per rimarcare la bontà delle soluzioni liberali e liberiste.

La critica dei liberali verso socialisti e popolari è parzialmente condivisa anche dai verdi e dalla sinistra. Entrambe le forze denunciano la direzione che popolari, socialisti - e anche liberali - hanno impresso all’Europa. Chiedono “più integrazione” e “più Europa”, ma secondo i verdi l’Unione dovrebbe riconvertirsi a un’economia sostenibile, privilegiando le soluzioni energetiche alternative e non inquinanti.

Per la Sinistra invece dovrebbe acquisire un profilo più sociale e denunciare tutti quei trattati, come il Fiscal Compact, che mirano a favorire la competitività a scapito dei diritti sociali e salariali dei lavoratori.

La prossima compagna per le elezioni europee sarà veramente europea se tutti, attori politici, ma anche commentatori ed elettori, ci sforzeremo di far capire la differenza fra i diversi orientamenti, evitando schematismi e semplificazioni.

Enrico Calossi è Coordinator of the Observatory on Political Parties and Representation, European University Institute, Firenze.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2608#sthash.l1rnj4Xb.dpuf

Il grande assente nelle riforme costituzionali: il rapporto con l'estero

Riforma costituzionale
Il nuovo Senato, la proposta Tremonti e i rapporti con l'Ue 
Natalino Ronzitti
29/04/2014
 più piccolopiù grande
Nei tentativi di riforma della Costituzione che si sono succeduti nel tempo, la problematica dei rapporti internazionali non ha mai trovato uno spazio adeguato.

Addirittura nullo nella Commissione per le riforme costituzionali presieduta dal Ministro Quagliarello nel governo Letta, nonostante il mandato riguardasse la II parte della Costituzione, dove non mancano le norme di rilevanza internazionale.

Non fa eccezione, nella sostanza, neppure il recente disegno di legge governativo sulla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione (A.S. n. 1429. Qualche riferimento ai rapporti internazionali e all’Unione europea, Ue, in verità c’è, ma è dovuto ad una toeletta istituzionale resa necessaria dalla riduzione dei poteri del Senato e dalla sua marginalizzazione in materia di procedimento legislativo).

A vivacizzare questo dibattito è stata - alla fine - anche la proposta del Senatore Giulio Tremonti sulla revisione di quell’art. 117 che si concentra sui vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

Guerra e trattati
Il disegno di legge governativo prevede che la deliberazione dello stato di guerra, di cui all’art. 78 Cost., sia opera della sola Camera dei Deputati, senza la partecipazione del Senato.

Ma ci si è dimenticati che la deliberazione dello stato di guerra è ormai uno strumento superato e che si sarebbe dovuto cogliere l’occasione per l’inserimento di una norma che disciplinasse organicamente la fattispecie conflitto armato e l’invio delle truppe all’estero.

Parimenti si propone di riformare l’art. 80 Cost., in materia di ratifica dei trattati internazionali, spettando alla sola Camera dei Deputati l’adozione della legge di autorizzazione alla ratifica. Anche in questo caso doveva essere colta l’occasione per stabilire che il trattato ratificato, una volta entrato in vigore per il diritto internazionale, fosse fonte di diritto anche per il nostro ordinamento senza ulteriore atti di esecuzione.

In materia di decretazione di urgenza si stabilisce ( opportunamente) l’inammissibilità del decreto-legge per l’autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Ma ci si è dimenticati di uno strumento volto a disciplinare la provvisoria esecuzione dei trattati internazionali, qualora la situazione politica internazionale richieda di farvi ricorso in attesa dell’entrata in vigore del trattato.

Costituzione e rapporti con l’Ue
Più articolata, sebbene farraginosa, nel disegno di legge, è la disciplina dei rapporti con l’Ue. Come si è detto, la funzione legislativa è esercitata dalla Camera dei deputati, tranne per le leggi di revisione costituzionale dove il procedimento resta bicamerale.

Per il procedimento legislativo ordinario, il Senato delle autonomie ha solo una competenza residuale nel senso che può, a richiesta di un terzo dei suoi componenti, disporre di esaminare un disegno di legge non costituzionale e deliberare proposte di modifica su cui la Camera si pronuncia in via definitiva (concorso legislativo semplificato).

Tuttavia, per i disegni di legge che “autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Ue”, la Camera dei deputati può discostarsi dalle modifiche proposte solo a maggioranza assoluta dei suoi componenti (concorso legislativo rafforzato). Se ne dovrebbe quindi dedurre che per tutti gli atti legislativi diretti all’attuazione della normativa Ue (ad es. la legge europea e la legge di delegazione europea di cui alla L. 234/2012) dovrebbe valere il concorso legislativo semplificato, mentre per le leggi di ratifica di trattati relativi all’appartenenza all’Ue dovrebbe valere il concorso legislativo rafforzato.

Ma quali sono questi trattati? Sicuramente futuri trattati che sostituissero il Trattato di Lisbona, attualmente in vigore. Ma occorre ricomprendervi anche trattati, come il Fiscal compact, che sono stati stipulati separatamente? Quid per quanto riguarda la procedura di revisione del Trattato di Lisbona, di cui all’art. 48 Ue? Sicuramente la procedura di revisione ordinaria dovrebbe comportare la partecipazione del Senato a livello di concorso legislativo rafforzato, ma quale concorso legislativo (semplificato oppure rafforzato) per la procedura di revisione semplificata? L’elenco potrebbe continuare.

Il concorso legislativo rafforzato vale anche per tutti gli atti che interessano le modalità di partecipazione di regioni e province autonome in materia di rapporti internazionali o inerenti all’Unione Europea.

In particolare, come è detto nella relazione illustrativa del disegno di legge, per “le modalità di partecipazione di regioni e province autonome, nelle materie di loro competenza, alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell'Ue e all'attuazione ed esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell'Ue e la disciplina dell'esercizio del potere sostitutivo dello Stato in caso di inadempienza; la disciplina statale dei casi e delle forme in cui le regioni possono concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato”, che interessano il Titolo V della Costituzione.

Non si è colta l’occasione per introdurre nel nostro ordinamento, sulla falsariga di altri ordinamenti europei, il referendum propositivo, per la ratifica di trattati che riguardano scelte fondamentali, quali quelli relativi all’Ue.

L’art. 117 e la proposta di legge Tremonti
Il disegno di legge si limita alla cosmesi istituzionale dell’art. 117, 1° comma, sostituendo alla dizione “comunitario”, quella più corretta, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, di “Unione europea”.

La disposizione novellata suonerebbe “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali”. Niente di nuovo. Il cambiamento di dizione era già stato ampiamente anticipato nella letteratura specialistica.

Desta meraviglia, invece, il disegno di legge costituzionale d’iniziativa del Senatore Tremonti del 31 marzo 2014, volto a ridimensionare la portata dell’art. 117, primo comma, eliminando le parole “nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”, con la conseguenza che la potestà legislativa di Stato e Regioni resterebbe subordinata ai soli vincoli derivanti dalla Costituzione.

La proposta è motivata, come si evince dalla relazione illustrativa, dall’esigenza di impedire un vulnus irrimediabile alla nostra sovranità nazionale, in particolare per quanto riguarda le politiche di bilancio e i tagli alla spesa pubblica, con l’imposizione forzosa della riduzione del debito pubblico, secondo la modalità imposta da Bruxelles.

Beninteso la proposta, come lo stesso Tremonti si premura di precisare, “non è contro l’Europa, ma per la nostra dignità e per la nostra libertà”. A noi pare che il sostanziale ridimensionamento del 1° comma dell’art. 117 sia inaccettabile per più motivi:

a) In primo luogo, l’eliminazione del riferimento ai trattati internazionali priva di un ancoraggio costituzionale la superiorità del trattato rispetto alla legge interna (ordinaria), prerogativa presente anche in altri ordinamenti. Le norme del trattato prevalgono su quelle interne, non potendo tuttavia derogare alla Cost. La questione interessa non tanto (e non solo) i trattati connessi all’Ue, come il Fiscal Compact, quanto tutti gli altri trattati e, in particolare, quelli in materia di diritti umani, come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

b) La supremazia del diritto dell’Ue è un fatto acquisito ed è stata ribadita più volte dalla nostra Corte Costituzionale. Il diritto dell’Ue prevale sul diritto interno incompatibile e può derogare le stesse norme costituzionali. Qualora si tratti di norme Ue aventi efficacia diretta o direttamente applicabili, il giudice applicherà la norma Ue; altrimenti, in caso di contrasto con la normativa interna, dovrà sollevare la questione dinanzi alla Corte costituzionale.

c) Non è vero che la supremazia del diritto Ue sia illimitata. Essa viene meno qualora la norma Ue contrasti con i principi fondamentali e inderogabili della nostra Cost. (i c.d. controlimiti, per esprimersi nel gergo giuridico), tra cui rientrano, tanto per restare nel campo economico, essenziali diritti sociali.

d) Anche se si espungesse dall’art. 117 il riferimento al diritto Ue, la sua supremazia resterebbe ancorata all’art. 11 Cost., di cui l’art. 117 costituisce, nell’opinione prevalente, una mera specificazione per quanto riguarda i poteri legislativi dello Stato. Peraltro, la riformulazione dell’art. 117, secondo i termini proposti dal Senatore Tremonti, sarebbe un cattivo segnale e finirebbe per incidere sulla stessa interpretazione dell’art. 11, ridimensionandone la portata.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (LUISS Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2620#sthash.s390wq6W.dpuf