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sabato 21 febbraio 2015

Libia: un intervento? I Pro e i contro di un problema da affrontare

Medio Oriente
In Libia a giocarci la faccia
Stefano Silvestri
16/02/2015
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L’Italia, afferma il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, è pronta a fare la sua parte e non intende sottrarsi alle sue responsabilità. Si parla evidentemente della Libia, dove la situazione va peggiorando.

I negoziati condotti dall’inviato delle Nazioni Unite, Bernardino León, non hanno alcun impatto sul terreno. Gli scontri armati si moltiplicano mentre il quadro conflittuale si destruttura rapidamente, mettendo in ombra i due schieramenti più noti, che si riconoscono l’uno nel Parlamento che siede a Tobruk (riconosciuto internazionalmente) e l’altro in parti del vecchio Parlamento di Tripoli.

Non si era mai trattato di raggruppamenti coerenti e coesi, quanto del temporaneo convergere degli interessi di centinaia di bande e micro-gruppi dietro alla leadership politico-militare di pochi più decisi signori della guerra, ma ora sembriamo vicini allo sfascio generale, a maggior gloria dei terroristi puri e duri, quelli tradizionalisti di Al-Qaida (Ansar Al-Sharia), in perdita di velocità, e quelli vicini a Daesh (lo pseudo-califfato).

Quest’ultimo in particolare sembra in fase crescente, con la conquista almeno temporanea di un terminale petrolifero e l’ottenuto riconoscimento da parte del “califfo” dei suoi tre Wilayat libici (Al-Barqah, ad oriente, Al-Tarabulus, ad occidente e Al-Fizan a Sud).

È evidente che bisognerà fare qualcosa per controllare e ridurre la minaccia, ma che cosa, con chi e come? Tutto questo deve ancora essere chiarito.

Possibili alleati con preferenze
L’unica cosa che Gentiloni ripete continuamente è che intendiamo muoverci solo nell'ambito legale multilaterale, preferibilmente quello stabilito dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza non però sembra vicino ad esprimersi. Ci sono alternative, ma rimane comunque la domanda di fondo: con chi e per fare che?

In Libia sono già attivi svariati attori internazionali, legittimi e illegittimi, e ognuno ha i suoi obiettivi. Ad esempio è presente l’Egitto, assieme agli Emirati Arabi Uniti e all'Arabia Saudita. Questi paesi sono certamente interessati a combattere Daesh, che è anche operativo nel Sinai, contro le truppe egiziane, ed in genere questi paesi vogliono la messa al bando dei movimenti politici islamici ispirati ai Fratelli Mussulmani.

Il problema è che è difficile immaginare una conclusione positiva dei conflitti libici che non veda la collaborazione di una parte almeno dei movimenti politici di tale ispirazione, anche se dovrà essere più chiara la divisione tra terroristi e non.

La Turchia ha attivamente aiutato, contribuito ad armare e sostenuto politicamente i Fratelli Mussulmani di Misurata e di Tripoli, arrivando anche a subire imbarazzanti vicinanze con i terroristi di Ansar Al-Sharia. Proprio per questo ha pessimi rapporti con l’Egitto e i sauditi, ma potrebbe diventare un passaggio obbligato per definire un eventuale obiettivo politico comune a più schieramenti.

In ogni caso bisognerà evitare alleanze troppo motivate ideologicamente che potrebbero facilmente portare a una spartizione dei fatto della Libia in due o tre territori, ognuno in preda alla sua forma locale di guerriglia e sostanzialmente ingovernabile. Lo spettro della Somalia è vicino.

Alleati europei cercasi, specie se capaci
Essenziale è anche capire che cosa faranno i nostri alleati europei. L’Italia non può né deve andare in Libia per conto suo, magari con una generica benedizione statunitense, e poi trovarsi a mediare con i turchi da una parte e gli egiziani dall'altra: è la ricetta di un disastro annunciato, a tutti i livelli.

D’altro canto deve avere il supporto deciso e consistente di almeno un paio di altri grandi paesi europei: sarebbe bello se ci fosse anche la Francia (ammesso di riuscire a stabilire un piano politico comune), ma ci dovranno comunque essere la Germania e magari la Spagna e la Polonia. Capisco che altri vedano al loro orizzonte essenzialmente l’Ucraina, ma i problemi del Mediterraneo non sono certo né meno urgenti, né meno gravi.

Le opzioni militari possono essere svariate, ma l’ideale sarebbe quello di ottenere un accordo per nuove elezioni politiche da condurre sotto il controllo delle Nazioni Unite, o quanto meno dell’Unione Africana, con la garanzia delle forze della missione internazionale, che dovrebbe poi lasciare rapidamente il paese.

Il parallelo potrebbe essere quello con la “Missione Alba” che conducemmo in Albania in un momento di dissoluzione dello stato e riuscì a spezzare il circolo vizioso, dando inizio ad un nuovo ciclo molto più “virtuoso”.

A differenza di quell'esempio, che quasi non vide l’uso effettivo della forza, questa volta è probabile che la lotta al terrorismo debba vedere alcune operazioni militari di una certa consistenza e sicuramente importanti attività di sorveglianza delle frontiere meridionali e dell’intera regione desertica.

Tuttavia, in questo caso, sarebbe bene non immaginarsi un avversario molto più potente di quello che in realtà non sia. Tutto dipenderà però dalla bontà e dalla tenuta dell’accordo politico iniziale tra le parti che avranno accettato di invitarci a operare nel loro paese.

Se non c’è accordo, stare sulla difensiva
Se tale accordo si rivelasse impossibile, le alternative sono molto meno piacevoli e soddisfacenti. In particolare potrebbe divenire non solo legalmente più difficile, ma strategicamente non opportuno, dispiegare forze sul territorio libico e bisognerà adottare una strategia essenzialmente difensiva.

Questo non significa rintanarsi in casa in attesa degli attacchi avversari, ma preoccuparsi molto meno delle conseguenze che le nostre scelte avranno sulla Libia e sul suo futuro: primum vivere.

Un rigido blocco aero-navale, ad esempio, potrebbe essere accompagnato da incursioni e altre operazioni sul territorio libico per assicurarne la tenuta e sventare eventuali attacchi.

Potrebbe anche essere opportuno, in collaborazione con i paesi confinanti della Libia, intervenire massicciamente e/o selettivamente contro gruppi di contrabbandieri di armi e di uomini e in genere per bloccare ogni flusso trasfontaliero incontrollato.

Analogamente intensa e invasiva dovrebbe essere l’attività di intelligence. Tutto ciò sarebbe giustificato dalla incapacità o non volontà delle autorità libiche di controllare i nostri nemici, ma inevitabilmente renderebbe anche più difficile distinguere tra amici e nemici, con conseguenze negative per tutti.

Questi sono i due estremi opposti di un eventuale intervento in Libia: di gestione della crisi il primo, strettamente difensivo il secondo. Vedremo se andremo nell'una o nell'altra direzione, o ne tenteremo qualcun’altra. Una cosa però sembra certa, non sarà possibile dimenticarsi un’altra volta della nostra vecchia quarta sponda.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI
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venerdì 13 febbraio 2015

Novità nel nostro colosso

Industria della difesa
Finmeccanica, più concentrata, più competitiva, più magra
Michele Nones
07/02/2015
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Il piano industriale di Finmeccanica presentato recentemente dall’amministratore delegato Mauro Moretti chiude un lungo capitolo della storia del principale gruppo industriale italiano nel settore delle tecnologie avanzate.

Già questo è un importante segnale rivolto al mercato, ai clienti, agli investitori e ai dipendenti. Per tre anni Finmeccanica è rimasta in mezzo al guado senza che nessuno definisse chiaramente la strategia del gruppo.

Il rischio era ormai quello che, anziché chiudere un capitolo per iniziarne un altro, alla fine si chiudesse la storia di Finmeccanica. In un mercato sempre più competitivo ritardi e incertezze diventano, infatti, un fattore di penalizzazione, soprattutto per le imprese meno forti.

Focus sul core business
Già da tempo il core business di Finmeccanica è rappresentato da aerospazio, sicurezza e difesa, inevitabile conclusione del processo di concentrazione della maggior parte delle industrie italiane dell’aerospazio e difesa iniziato nei primi anni Novanta.

Energia, impiantistica, trasporti, erano diventati corpi estranei (anche al di là dei costanti negativi risultati degli ultimi due). Erano, e restano, troppo piccoli per sopravvivere autonomamente. Di qui la necessità di trovare dei partner di mestiere che meglio li possano gestire e sostenere.

Su queste inevitabili cessioni si è però estesa a lungo l’ombra di un azionista pubblico che non ha saputo né dare chiare indicazioni strategiche, né scegliere su basi professionali i vertici, né assicurare l’autonomia e il sostegno necessari.

Nell’ultimo anno il vento è, per fortuna, cambiato: il rinnovamento governativo ha consentito quello aziendale e si sono potuti accantonare i vecchi tabù.

Va però anche riconosciuto che, con una inaspettata lungimiranza, governi e parlamento precedenti hanno lasciato in eredità al paese una normativa sul controllo degli investimenti nei settori strategici che sta risultando indispensabile per accettare l’intervento degli investitori esteri, gli unici interessati visto che non si vedono in giro “capitani coraggiosi” nazionali.

Un’unica impresa più competitiva
Un secondo importante e, invece, nuovo segnale è la decisione di concentrare le attività core in Finmeccanica, accorciando la catena decisionale ed eliminando duplicazioni gestionali e societarie.

Certo le diverse aziende del gruppo provengono da storie diverse e operano in segmenti di mercato diversi, ma un decennio (e a volte anche di più) poteva essere più che sufficiente per omogeneizzarle. Anche in questo caso resta il forte sospetto che, in realtà, la vecchia struttura sia servita soprattutto per garantire troppi dirigenti, consiglieri di amministrazioni, sindaci, consulenti, ecc.

Ancora più grave è l’articolata struttura del gruppo che ha portato a sovrapposizioni di attività e, in alcuni casi, persino a dannose competizioni infra-gruppo.

Il processo di concentrazione dell’industria aerospaziale e militare che si è sviluppato in tutto il mondo in questi ultimi venti anni è servito per rafforzare, ma anche per razionalizzare i grandi gruppi internazionali. Finmeccanica fino ad ora ha fatto la prima parte, rinviando continuamente la seconda. Ora può cominciare, con la consapevolezza che servirà una forte volontà per vincere ostacoli e resistenze.

Un terzo e altrettanto nuovo segnale è la decisione di rafforzare e concentrarsi sulle aree di eccellenza all’interno di aerospazio, sicurezza e difesa.

Finmeccanica ha un eccessivo ventaglio di prodotti: deve focalizzarsi su quelli più avanzati e competitivi. Il suo riferimento deve essere il mercato internazionale: quello nazionale non è più sufficiente e va, quindi, presidiato là dove vi sono programmi internazionali o prospettive di poter trovare clienti esteri.

Finmeccanica è un gruppo transnazionale con attività in Italia, Regno Unito e Polonia. Il mercato statunitense è, invece, completamente separato e anche i gruppi europei che vi operano lo fanno con una forte autonomia.

In quest’ottica la valutazione sull’opportunità di mantenere il controllo di Drs sarà presa successivamente, anche considerando i risultati dell’efficientamento in corso e il valore strategico dell’investimento.

Diverso il caso delle joint-venture europee a cui Finmeccanica partecipa. Potrebbero essere considerate strategiche se il paese le ritenesse tali e conseguentemente le alimentasse sostenendo la ricerca e sviluppo e la domanda istituzionale.

In caso contrario sarebbe preferibile utilizzarle per rafforzare e allargare le aree di eccellenza tecnologica che caratterizzeranno la Finmeccanica di domani. E’ una scelta che deve coinvolgere governo, amministrazioni e parlamento insieme a Finmeccanica, tenendo presente che la globalizzazione e l’aumento della competizione comportano che si possa rimanere player solo in poche attività.

Una Finmeccanica più etica 
Finmeccanica nell’ultimo triennio ha tagliato molte spese inutili. Va, però, riconosciuto al nuovo vertice il merito di aver impresso un nuovo stile di lavoro e di rapporti col mondo esterno. Tutto questo, per altro, sta avvenendo in sintonia con il cambiamento in corso nell’intero paese.

Da questa nuova base si può ora partire per rafforzare nella nostra opinione pubblica e nei decisori politici la consapevolezza che Finmeccanica è un assett strategico per il nostro paese e che mantenere significative capacità tecnologiche e industriali consente di contribuire ad assicurare la sicurezza e la difesa della nostra società.

Michele Nones è Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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giovedì 5 febbraio 2015

Il dramma del Debito greco e l'Italia: l'ospedale aiuta la chiesa?

Il Tour d’Europa di Tsipras
Renzi gli regala una cravatta, “Mettitela”
Giampiero Gramaglia
04/02/2015
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Il Tour d’Europa del premier greco Alexis Tsipras inizia con tappe di pianura, a Parigi e a Roma, prima d’affrontare i tapponi delle grandi salite a Bruxelles e a Berlino.

E la prossima settimana ci sarà la prova a squadre: il Consiglio europeo del 12 e 13, deciso per discutere del ‘piano Juncker’, sarà pure l’occasione per un confronto collettivo con il leader della sinistra radicale il cui successo è una condanna della troika, che pare sul punto di sciogliersi - Bce e Fmi vorrebbero sfilarsi - e dell’austerità.

“L’Europa deve riprendere fiato”, proclama Tsipras. E, nei primi contatti, trova sponde in Francia e in Italia. Ma la spinta più convinta al partito della crescita arriva dal presidente Usa Barack Obama - e non è una sorpresa.

“Stop all’austerity”, dice Obama, presentando una finanziaria che aumenta le tasse ai ricchi e alle multinazionali e prevede sgravi alle famiglie e un rilancio delle infrastrutture. “L’America torni a spendere”; e lo faccia pure l’Europa.

Tsipras e Varoufakis 
Tsipras, che percorre l’Unione in tandem con il ministro dell’economia Yannis Varoufakis, l’ideologo marxista già divenuto lo spauracchio dei colleghi, chiede tempo, se non soldi. E l’Italia pare disposta a concederglielo: il premier Matteo Renzi è pronto a dare una mano al collega greco, anche se ciò non significa necessariamente dargli ragione.

Anzi, dopo avere dato la sensazione d’accarezzare l’idea di un partito europeo dei leader giovani, senza cravatta e in maniche di camicia - ma quella di Tsipras non è quasi mai bianca -, Renzi prende un po’ le distanze: ad Alexis, regala una cravatta, “Mettila - gli dice - quando la crisi sarà finita”. Forse il premier italiano s’è reso conto che di quel partito non sarebbe lui la guida.

Fra i due leader, in conferenza stampa, non mancano le battute. Renzi la mette sullo storico: "Grecia e Italia sono 'superpotenze' del passato e sapranno collaborare in futuro". E poi scherza: "Mi metto alla tua sinistra, anche se non è facile". E quando Tsipras dice “parliamo una lingua comune”, l’italiano ammicca: "O il liceo classico non serve, o il greco moderno è molto diverso dall’antico...".

Varoufakis raccoglie risultati più concreti. Il ministro francese Michel Sapin promette: “Aiuteremo la Grecia, che resterà nell’euro … A tutti servono crescita e investimenti”. Con il ministro italiano Pier Carlo Padoan, si progetta un “prestito ponte”, in attesa di un nuovo accordo tra Ue e Grecia, che rimpiazzi i piani di aiuti degli ultimi anni. Idee da approfondire quando Varoufakis incontrerà prima il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e poi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble.

Dopo il colloquio con Renzi, Tsipras afferma: "L'Europa è davanti a un crocevia. La Grecia vuole contribuire al cambiamento. Ci serve tempo per un progetto di ripresa economica a medio termine, che richiederà riforme a tutto campo".

Tsipras aggiunge: “In Grecia abbiamo avuto clientelismi, corruzione, ma vogliamo cambiare, senza creare nuovo deficit e con equilibrio nei bilanci, senza rinunciare alle riforme e garantendo i servizi sociali. Serve un'agenda di crescita che porti a strutture pubbliche più funzionali e adeguate alle esigenze dei cittadini ".

Il premier italiano si schiera al suo fianco: "Darò il massimo supporto al premier Tsipras, in termini di disponibilità al dialogo in tutte le sedi e di cooperazione bilaterale". I concetti del leader greco, del resto, echeggiano tesi care a quello italiano, che nell’esito del voto in Grecia legge il messaggio “di speranza di un'intera generazione che chiede più attenzione e riguardo per chi subisce la crisi”.

"Serve un cambio in Europa - incalza Tsipras: dobbiamo portare coesione e crescita dove c’è paura e incertezza". "La nostra generazione - aggiunge, rivolgendosi a Renzi - è stata bersaglio di scelte politiche sbagliate, una generazione che ha sofferto e che è dovuta emigrare per sognare e vivere con dignità. Dobbiamo lottare per farla sperare in prospettive migliori".

Trattativa con i partner europei su debito e misure
Davanti, però, c’è la trattativa con i partner europei su debito e misure. E, qui, il premier italiano si fa istituzionale: "Tutti vogliamo che nell’Unione si rispettino le regole, ma anche che si riconoscano i valori comuni … Credo che si possa trovare un punto di intesa con le istituzioni europee".

Il greco, che dopo le elezioni alterna massimalismo e prammatismo, e che strizza l’occhio alternativamente a Bruxelles e a Mosca, non forza: "Siamo aperti ai suggerimenti dei partner, ma siamo contro la logica che ha portato al fallimento … Siamo pronti a vagliare tutte le alternative, purché si vada verso la crescita e non verso l'austerità". E i creditori italiani - rassicura - non temano per i loro soldi.

I partner europei vogliono soprattutto capire quali sono gli obiettivi greci. La Commissione appare per il momento dialogante: “Troveremo una soluzione - assicura il responsabile dell’Economia Pierre Moscovici. Ma Atene rispetti gli impegni”. La permanenza della Grecia nell’euro e nell’Ue è condivisa dalla Germania, contraria però a tagliare il debito e disponibile a forme di solidarietà solo in presenza di riforme da parte di Atene.

Renzi la vede così: "Ci sono due questioni diverse sul tappeto. Una è la direzione dell'economia nell’Unione: dobbiamo portare l'Europa a parlare di crescita e non di austerità. Non si costruisce una prospettiva di sviluppo sul deficit, ne pagherebbero le conseguenze le prossime generazioni".

"Il secondo tema - prosegue il premier - è la situazione dei nostri Paesi. Ovunque nell'Unione occorre fare le riforme … La Grecia deve potere risolvere i suoi problemi con la politica di riforme a medio termine che Tsipras progetta".

Sul palco mediatico del successo della sinistra radicale in Grecia, dietro la folla di chi sale sul carro del vincitore, c’era un coro di prefiche che intonavano il ‘de profundis’ dell’Ue e dell’integrazione.

Invece, il voto in Grecia è, anzi, un trionfo dell’Europa e della democrazia che proprio ad Atene venne inventata e sperimentata 2500 anni or sono: l’Unione non è morta - la troika magari sì- e Tsipras non ne sarà il killer; anzi, la vittoria di Syriza potrebbe risvegliare un’Europa che langue.

Ora, c’è chi prova a sfruttare l’opportunità per accelerare il cambiamento di rotta nell’Unione verso la crescita, gli investimenti, l’occupazione; e chi s’appresta a disporre paletti e cavalli di frisia su questo percorso, per evitare sprechi e sciali, per innescare efficienza e competitività. Una dialettica che è dentro la storia dell’integrazione.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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mercoledì 28 gennaio 2015

Una Presidenza degna di nota: L'Italia ed il semestre europeo

Difesa europea
L’Ue di Renzi spende meglio e insieme in difesa 
Alessandro Ungaro
24/01/2015
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I tragici fatti di Charlie Hebdo e il crescente livello di rischio legato al terrorismo di matrice islamica hanno riportato a galla i temi della sicurezza e difesa.

L’Europa e i suoi Stati membri sono chiamati, ora più che mai, ad affrontare con maggiore efficacia un problema complesso e trasversale.

10 anni dell’European defence agency 
Proprio nel 2014 si erano celebrati i 10 anni dell’Agenzia europea per la difesa (European defence agency, Eda). In questa occasione è avvenuta la pubblicazione di un volume che ripercorre le tappe fondamentali della cooperazione europea in materia di difesa.

Lo stesso documento ospita una sezione in cui diversi esperti, addetti ai lavori, ed esponenti di spicco del panorama politico e industriale europeo commentano da diverse angolature e prospettive il tema della sicurezza e difesa in Europa.

Accanto a nomi come Catherine Ashton, Michel Barnier e Herman Van Rompuy - solo per citarne alcuni - vi è quello di Matteo Renzi. Il premier ha voluto contribuire con una riflessione di carattere politico, incentrata sulle dinamiche che intercorrono tra opinione pubblica, i rischi e le minacce all’Europa e ciò che più attiene al settore della sicurezza e difesa nel Vecchio Continente, la sua Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc).

Risposta alle crisi che minacciano l’Europa 
La sua riflessione parte dal riconoscimento di fondo di quanto sia complesso in Europa creare consenso su ciò che è ritenuto piuttosto “lontano”, sia in termini temporali che geografici, ma che “lontano” in realtà non è.

Il premier si sofferma a lungo nell’identificare l’arco dell’instabilità e delle crisi che minacciano l’Europa e che la globalizzazione ha reso ancora più vicine, complesse, interconnesse e sfumate.

Ciò richiede una risposta concreta e di ampio respiro affinché l’Europa sia grado di mantenere e riportare la stabilità in quelle aree dove l’incertezza e le crisi possono espandersi e diventare endemiche.

Investire nel settore della sicurezza e difesa, la cui incidenza forse può sembrare invisibile e intangibile sul singolo e sulla comunità, richiede una lungimiranza politica che sia in grado di coniugare le impellenti e legittime necessità economico-sociali con le altrettanto determinanti necessità legate alla sicurezza e alla difesa.

Tale investimento è paragonato a una sorta di polizza di assicurazione, per cui maggiore è il premio da pagare, maggiore sarà la copertura applicata, sebbene nessuno si augura di farne mai uso.

È una polizza di assicurazione che implica, per essere valida ed efficace, contributi finanziari regolari, significativi, ma soprattutto coordinati e concertati a livello europeo. Non si tratta di spendere di più singolarmente, ma spendere meglio e insieme.

Facendo leva sull’approccio europeista che contraddistingue il suo discorso politico, seppur alcune volte critico, Matteo Renzi ribadisce la necessità di maggior integrazione, così che l’Europa possa giocare la sua parte in un mondo in continua evoluzione, in cui la sicurezza dei propri cittadini è tenuta sempre più sotto scacco.

Non nasconde, però, le criticità all’interno dell’architettura europea, incapace di accordarsi politicamente su determinati obiettivi strategici, a fronte dei quali predisporre adeguate misure e politiche, e pianificare un adeguato coordinamento nelle politiche di razionalizzazione della spesa pubblica per la difesa o negli investimenti in Ricerca e Sviluppo.

Dal Libro Bianco italiano a quello europeo 
Accrescere la consapevolezza dei cittadini europei su ciò che l’Europa è chiamata ad affrontare in termini di rischi e minacce e al tempo stesso assicurarsi che essi siano pienamente coscienti che tali temi toccano l’Europa tutta, senza distinzioni di nazionalità o esposizione al rischio. Sono queste le principali raccomandazioni che trovano spazio nella riflessione del Presidente del consiglio.

Suggerimenti già presenti nelle linee guida del Libro Bianco italiano per la sicurezza internazionale e la difesa che, a partire dallo scorso giugno, ha avviato il coinvolgimento dell’opinione pubblica in un più ampio dibattito nazionale.

Sempre su questi presupposti, Renzi propone all’Europa di seguire l’esempio italiano ed elaborare un Libro Bianco europeo che veda anche il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini europei.

L’integrazione economica - e in parte finanziaria - è infatti solo uno degli aspetti che danno forma all’Unione europea, la quale troverebbe certamente una maggiore identità e peso politico attraverso un ulteriore tassello: l’Europa della sicurezza e difesa.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AleRUnga).
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lunedì 19 gennaio 2015

Marò: il rischio di cadere nel sistema giudiziario indiano: in tre anni non si è riusciti ad avere uno straccio di incriminazione

Caso Marò
Cercasi strategia per l’India 
Filippo di Robilant
16/01/2015
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La Corte Suprema indiana ha prorogato di tre mesi la licenza al fuciliere di marina Massimiliano Latorre. A parte la soddisfazione per Latorre, che fino ad aprile potrà continuare la convalescenza a casa, la politica ha poco da esultare.

Alla conferenza di fine anno, il Presidente del Consiglio si era dimostrato fiducioso sul caso marò, evocando “un canale di confronto diretto finalmente aperto” con le autorità indiane.

Ancora una volta veniva chiesto di non disturbare il manovratore. Francamente però, in tre anni l'esito dei contatti tra autorità è stato a dir poco frustrante. E il nuovo Governo Modi continua a fornire scarse speranze per una soluzione extra-giudiziale.

Diciamo la verità: finora tutta la dinamica è stata a guida indiana. La concessione della proroga ne è solo un’ulteriore dimostrazione.

Arbitrato internazionale
C'è stato un momento nel quale l'Italia ha dato l'impressione di voler prendere in mano il volante? Mai, a parte il tentativo di Emma Bonino di avviare un arbitrato internazionale quando era Ministro degli Esteri di un Governo Letta oramai agli sgoccioli. Oggi lo chiede anche il Parlamento europeo a larghissima maggioranza.

Ricorrere all’arbitrato, anche a rischio di perdere, farebbe finalmente capire che intendiamo fare sul serio. Visto che le procedure tecniche preliminari sono completate, anziché continuare a vagheggiarlo, l’arbitrato andrebbe subito avviato prendendo atto che la fase di dialogo è conclusa per mancanza di risultati.

In tal caso, Matteo Renzi dovrebbe sconfessare se stesso a distanza di poche settimane. Difficile per chi ha ostentato tanto ottimismo.

Allora delle due l'una: o Renzi ha qualcosa in mano che noi non sappiamo e compie il miracolo con l'India che rinuncia al suo diritto di esercitare l’azione penale, che sarebbe l’opzione migliore, oppure “il nuovo canale” si conferma illusorio, come lo è stato finora.

Nelle more, e non avendo tutte le carte in mano, non c’è altra scelta se non quella di cercare di ragionare.

Depoliticizzare il caso 
C’è opinione pubblica al mondo che rinfaccerebbe al proprio governo di aver tentato la strada dell'arbitrato? Nessuna. Anzi, consegnandoci a un tribunale internazionale otterremmo l'immediata depoliticizzazione del caso. Questo dovrebbe far comodo a qualsiasi leadership che creda o meno che sia il diritto, più che la politica, a dover dirimere simili casi.

Non a caso, l'arbitrato internazionale, in quanto mezzo pacifico di risoluzioni delle controversie tra Stati, esiste anche per salvaguardare le relazioni amichevoli tra contendenti. Un'iniziativa, quindi, da "vendersi" in chiave distensiva e non d’inasprimento dei rapporti.

L'arbitrato, poi, può coesistere con un parallelo negoziato diplomatico che, se porta a un accordo tra le parti, può essere fatto proprio dal tribunale arbitrale, il quale ha la facoltà di sospendere un procedimento in qualsiasi momento.

Paradossalmente, una sentenza favorevole all'Italia potrebbe essere sfruttata dall'India che, essendo secondo contributore di forze di peacekeeping dell’Onu, dovrebbe tenere alla tutela del principio dell'immunità funzionale. Con le sue 8141 unità dispiegate tra esperti militari, agenti di polizia e truppa (dati novembre 2014), l'India sa bene che corre il rischio di trovarsi in analoga situazione.

Canale della solidarietà internazionale
Federica Mogherini, nelle sua nuova funzione europea, ha detto che il continuo rinvio da parte indiana "può incidere sulle relazioni Ue- India". Con quali strumenti intende reagire? Il futuro accordo di associazione è un'arma spuntata, essendo il negoziato in stallo da tempo.

L'arbitrato offrirebbe, invece, un quadro formalizzato al cui interno canalizzare la solidarietà europea non solo a parole, visto che in teoria è possibile per singoli stati prendere parte come "interventori" nei procedimenti a sostegno della posizione degli attori in giudizio.

E l'Onu può reagire con la massima fermezza solo davanti a una violazione del diritto internazionale, quale il mancato rispetto di una sentenza emessa da un tribunale arbitrale internazionale; raramente prima.

Senza qualche scossone, rischiamo di ritrovarci ad aprile da capo, senza nuovi argomenti giuridici o strumenti di pressione, con la prospettiva di rimetterci nelle mani di una giustizia indiana più che aleatoria.

Se invece ottenessimo dall'Itlos (International Tribunal for the Law of the Sea), in base all’Annesso VII alla Convenzione sul diritto del mare, delle misure provvisorie (trasferimento degli imputati in un paese terzo o sospensione del processo domestico), come espressamente previsto a tutela della posizione processuale delle parti, questo potrebbe indurre gli indiani a sedersi finalmente al tavolo negoziale.

Considerati i tentativi del governo Modi di attrarre investimenti esteri abitualmente tutelati tramite arbitrato, l'India difficilmente disattenderebbe decisioni di un tribunale arbitrale.

Una polizza assicurativa
L'Italia ha commesso molti errori con esternazioni verbali, formali e non, a favore di un processo indiano “fast and fair”, addentrandosi a tal punto nel processo domestico da mettere a rischio addirittura l’accoglimento stesso del ricorso.

Ciò ha messo a dura prova l'immunità funzionale dei marò, pilastro principale della nostra linea di difesa. C’è il rischio che una Corte arbitrale possa valutare che l'Italia si sia troppo compromessa, a causa delle reiterate prove di acquiescenza nei confronti della giustizia indiana. Anzi, il nostro comportamento, prima e dopo la "de-keralizzazione" del caso, potrebbe essere interpretato come un cedimento "tutto e subito" su questo punto cruciale.

Questi rischi vanno messi in conto: anche se alla fine non ci verrà riconosciuta la giurisdizione, almeno si aprirebbe una dinamica con una tempistica dilatata, ma all’interno di una strategia e con opportunità prima indisponibili.

La partita finale rischia di essere comunque quella di doverci difendere "nel processo", consegnandoci alle incognite del sistema indiano che dopo tre anni non è stato in grado di fornire uno straccio di incriminazione.

Con l’ulteriore complicazione che la competenza sarà di un Tribunale speciale dalle fumose attribuzioni. Proprio per questo meglio avere la copertura di una polizza assicurativa, strategicamente attivando tutti gli strumenti per difenderci prima di tutto “dal processo” domestico.

Filippo di Robilant è membro del Comitato Direttivo dello IAI.
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mercoledì 14 gennaio 2015

La Presidenza

Unione europea
I frutti del semestre di presidenza europea
Sandro Gozi
26/12/2014
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Per usare una metafora che mi è cara, questo semestre è andato “di corsa”.

Di corsa ci siamo buttati in un’esperienza fantastica, sull’onda delle elezioni europee di maggio; di corsa abbiamo affrontato il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo Parlamento e la vecchia e nuova Commissione, e sempre di corsa abbiamo cercato di imprimere un decisivo cambiamento alla nostra Unione europea (Ue).

Europa, un nuovo inizio 
Perché di corsa? Perché i ritmi della politica sono sempre più veloci e perché davvero non c’era più tempo. Di fronte alla presidenza italiana c’era un bivio: o accelerare o rassegnarsi all’esistente.

Abbiamo scelto di accelerare e di cambiare. Il semestre di presidenza italiana è stato infatti l’occasione per dare all’Ue nuove priorità politiche e programmatiche che avessero al centro la crescita e l’occupazione.

Non è un caso che il programma della presidenza sia intitolato “Europa: un nuovo inizio”. La nostra azione, nel corso di questi sei mesi, è stata guidata da un principio molto semplice: riportare la politica al centro dell’Europa. Prima ancora che sugli accordi, sugli obiettivi, sulle agende, ci siamo concentrati sull’idea di Ue che avevamo e che abbiamo in mente.

Non si poteva andare avanti con l’approccio tecnocratico e burocratico che ha caratterizzato Bruxelles negli ultimi anni: il rischio di scavare un solco sempre più profondo tra le istituzioni europee e i cittadini europei era troppo elevato.

Tornare alla politica significa in primo luogo mettere i programmi davanti alle nomine. Nomina sunt consequentia rerum, e da questo punto fermo è scaturita l’agenda strategica adottata dal Consiglio europeo del 26 e 27 giugno in cui, in cima alle priorità, l’Europa ha posto l’aumento dell’occupazione, della crescita e della competitività, anche “sfruttando al meglio la flessibilità insita” nel patto di stabilità e crescita.

Un concetto ampiamente ripreso anche nel programma della nuova Commissione guidata da Jean-Claude Juncker che ha ripreso le parole chiave del programma italiano. Non solo: per evitare che l’agenda strategica resti solo sulla carta, la presidenza italiana ha chiesto e ottenuto che il Consiglio affari generali ne possa monitorare l’effettiva attuazione.


Un chiaro esempio di centralità della politica è la battaglia che il governo italiano ha intrapreso per inserire con forza la parola “investimenti” nel lessico europeo. Prima di luglio nessuno parlava di investimenti, a Bruxelles si sentivano solo discorsi che riguardavano rigore e austerità.

Ora la musica è cambiata e le parole d’ordine sono crescita, investimenti e occupazione. Si tratta di un registro completamente diverso, a mio modo, di vedere il più importante risultato della presidenza italiana.

Un risultato che va ben oltre un semplice elenco delle cose fatte, che pure giudico positivamente. Juncker ha presentato il piano d’investimenti: non penso che sia sufficiente, ma è senza dubbio il primo passo in una nuova direzione e in una nuova dimensione.

Più politica al centro dell’Europa significa anche più politica estera europea nel mondo. La nomina di Federica Mogherini quale Alto rappresentante della politica estera europea è un grande risultato per il governo Italiano.

Si tratta di un passaggio fondamentale: abbiamo assicurato una fluida transizione istituzionale e la candidatura di Mogherini ha agevolato la composizione di un quadro molto complesso.

La presidenza italiana ha poi lavorato con successo affinché fossero rispettati i tempi prestabiliti: nuovo Parlamento dal 1° luglio, nuova Commissione Juncker dal 1° novembre e nuovo Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dal 1° dicembre.

Mediterraneo, crisi ucraina e stato di diritto
Siamo convinti che l’Ue abbia le possibilità per incidere sugli affari internazionali molto più di quanto abbia fatto finora. I primi frutti di questo nuovo approccio li abbiamo raccolti proprio nel corso del semestre di presidenza: l’Europa ha finalmente accettato la centralità del Mediterraneo, impegnandosi in prima persona con l’operazione Triton per quanto riguarda la gestione dei migranti. Un successo politico e diplomatico poiché non solo è stata accolta la richiesta italiana che l’Europa presidi le sue frontiere marittime, ma si è per la prima volta riconosciuto il presupposto secondo cui le frontiere a 30 miglia delle coste italiane sono a tutti gli effetti frontiere europee.

Sempre su questo fronte, è assolutamente centrale il riconoscimento che i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, a cominciare dall’Italia, devono essere aiutati e sostenuti perché sottoposti a una eccezionale pressione migratoria.

Non meno importanti sono i risultati ottenuti in altri teatri di crisi: un primo fondamentale incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il collega ucraino Petro Poroshenko si è tenuto nel corso del vertice Asem di Milano del 17 ottobre, fortemente voluto dalla presidenza italiana. Il dialogo tra Russia e Ucraina è ripartito e non a caso poche settimane dopo si è raggiunto un accordo sul gas.

L’azione della presidenza si è poi rivelata efficace anche per quanto riguarda il rule of law, lo stato di diritto. Difficilmente temi di questo genere finiscono sulle prime pagine dei giornali, nondimeno l’Italia ha ritenuto fondamentale battersi per colmare una preoccupante lacuna dell’Ue: l’assenza di un quadro che consenta di confrontarsi periodicamente sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto all’interno dell’Ue.

Di conseguenza, al Consiglio affari generali di dicembre, con grande soddisfazione abbiamo raggiunto un accordo che consenta al Consiglio di esaminare e dibattere periodicamente la situazione dello stato di diritto, della legalità e del rispetto dei diritti umani all’interno dell’Europa, in tutti gli stati membri.

Pacchetto Clima-Energia 2030 verso Parigi 2015
Un obiettivo raggiunto cui la Presidenza ha lavorato molto riguarda l’accordo sul Pacchetto Clima-Energia 2030, a seguito del Consiglio europeo del 23-24 ottobre.

Si tratta di un passaggio fondamentale, poiché l’intesa raggiunta contiene un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra (almeno pari al 40% rispetto ai livelli del 1990), un target per le energie rinnovabili (27%) e un obiettivo indicativo per quanto concerne l’aumento dell’efficienza energetica (27%). Grazie a questo accordo, la posizione europea è stata rafforzata, ponendo le basi per l’accordo generale raggiunto a Lima a metà dicembre.

L’attenzione verso i cambiamenti climatici e uno sviluppo sostenibile restano al centro delle nostre azioni, specialmente in vista del vertice di Parigi del novembre 2015.

Non vanno poi dimenticati gli sforzi compiuti in ambito legislativo. La presidenza italiana ha effettuato un importante lavoro di monitoraggio sul funzionamento della Strategia Europa2020, avviando un dibattito fondamentale che proseguirà nel 2015 con la revisione formale della Strategia, giunta a metà della sua esperienza.

A fianco di questo lavoro, è con soddisfazione che accolgo la chiusura degli accordi per quanto riguarda il Meccanismo di risoluzione unico bancario; il rafforzamento delle norme per impedire la “doppia non imposizione” fiscale sugli utili societari distribuiti e il progetto di direttiva sullo scambio automatico di informazioni; le nuove norme sui sistemi di regolamento titoli, sui fondi di investimento e sui conti correnti che rafforzano le tutele dei consumatori e la trasparenza nel rapporto con banche e assicurazioni; il lancio della piattaforma contro il lavoro sommerso.

Inoltre, è con particolare orgoglio che l’Italia può rivendicare il lancio della Strategia Adriatico-Ionica, un vettore fondamentale per lo sviluppo di otto paesi e per la futura integrazione di nuove e diverse realtà.

Siamo andati di corsa, è vero. Non potevamo però permetterci di perdere tempo o di indugiare nelle stesse incertezze, negli stessi errori e negli stessi equilibrismi che hanno condizionato l’Ue negli ultimi anni.

Abbiamo scommesso sulla politica e crediamo di aver vinto la scommessa. Siamo perfettamente consapevoli che non basterà un Semestre per riconquistare la fiducia perduta nei confronti delle istituzioni europee. Ma abbiamo rimesso in piedi un’idea di Europa che ora merita di tornare a correre.

Sandro Gozi è Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei nel Governo Renzi.
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Sanzioni contro la Russia che non ci volevano

Crisi Ucraina
Sanzioni alla Russia, boomerang sul Made in Italy
Giovanna De Maio
17/12/2014
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Mentre continua la caduta libera del rublo, gli Stati Uniti approvano nuove sanzioni contro le aziende russe e nuovi aiuti all’Ucraina che colpiranno in particolare Rosoboronexport, il principale esportatore di armi russo, e l’azienda energetica russa, Gazprom.

In Italia intanto, si susseguono con un ritmo abbastanza incalzante le interrogazioni parlamentari nelle quali i deputati chiedono al governo misure efficaci per reagire alla preoccupante situazione delle imprese italiane danneggiate dalle contromisure russe alle sanzioni Ue.

Il Cremlino ha infatti messo al bando alcuni prodotti alimentari. L’andamento economico dell’eurozona, già alle prese con la recessione, conosce dunque un ulteriore fattore di instabilità.

Agroalimentare a rischio
Tra le merci bandite dalla risoluzione che andava a implementare il decreto presidenziale del 6 agosto 2014, la Federazione russa ha adottato speciali misure restrittive limitatamente alla circolazione di alcuni prodotti del settore agroalimentare - principalmente frutta, vegetali, carni, pesce, latte e alcuni prodotti caseari - verso i Paesi che hanno imposto le sanzioni economiche (oltre all’Ue, Canada, Australia, Stati Uniti, Norvegia).

Il segmento agroalimentare dei beni di consumo Made In Italy, che da solo rappresenta il 10% del nostro mercato secondo le stime dell’Italian Trade Agency, è quello che rischia di subire maggiori danni.

Il dato generale fornito dall’agenzia per la promozione all’estero e internazionalizzazione delle imprese italiane, illustra un calo del 25% del nostro export in Russia con perdite di circa 100 milioni di euro per ogni settore.

Nel 2013 l’export italiano verso la Russia è stato di 10 miliardi di euro e a esso sono collegati, secondo il World input-output database, circa 221 mila posti di lavoro.

Relativamente alle previsioni per il biennio 2014/2015, una ricerca di Sace rivela che a seconda dell’evoluzione dello scenario l’entità del danno per l’Italia si aggira tra i 938 milioni e i 2,4 miliardi di euro. Particolari ricadute negative si prospettano per alcune regioni come il Veneto e la Lombardia, maggiormente attive nel commercio con Mosca.

Parmigiano reggiano e prosciutto di Parma 
Due sono i prodotti di eccellenza del Made in Italy più apprezzati all’estero fortemente danneggiati dall’embargo: il Parmigiano Reggiano, il cui export verso la Russia genera un valore di 5 milioni di euro, e il prosciutto di Parma, la cui esportazione aveva registrato un trend molto positivo nel 2013, con un incremento del 51%.

Un’altra industria colpita è quella conciaria, vittima della risoluzione del 1 settembre 2014 firmata dal premier russo Dmitry Medvedev che ha decretato lo stop a calzature, capi di abbigliamento e pelletteria da Usa e Ue.

Anche sul mercato interno le previsioni non sembrano affatto positive. La possibilità che le merci europee ed extraeuropee di qualità inferiore destinate alla Russia possano dirottate verso l’Italia a prezzi inferiore è tutt’altro che remoto, con evidenti ripercussioni sui prezzi dei prodotti italiani.

Inoltre, il fenomeno dell’italian sounding - l’utilizzo di denominazioni geografiche o di marchi che evocano l’Italia per commercializzare prodotti italiani - rischia di essere favorito dalla decisione di alcune aziende di delocalizzare la produzione in paesi esclusi dal blocco, come la Serbia, servendosi delle materie prime locali.

In questo modo, oltre alle conseguenze sull’occupazione, la qualità di tutti i quei prodotti a marchio Dop, Igp e Stg non sarà sottoposta a controlli e non potrà essere garantita.

Tamponare l’effetto sanzioni
Il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, in qualità di presidente di turno del Consiglio agricoltura e pesca dell’Ue, ha provveduto da subito a lanciare un’operazione di monitoraggio dei mercati dei prodotti sottoposti al bando già dal 14 agosto scorso.

I dati così rilevati hanno indotto la Commissione europea a intraprendere misure urgenti per cercare di proteggere il settore ortofrutticolo e lattiero-caseario.

Guardando a un orizzonte temporale più ampio, l’attenzione è stata posta su due fronti: da un lato il rafforzamento delle risorse finanziarie per sopperire alle perdite dei settori più esposti; dall’altro la ricerca di mercati terzi alternativi.

La scelta di un’erogazione anticipata dei fondi per la Politica agricola comune non sembra ancora essere stata presa in considerazione.

In termini monetari gli aiuti ammonterebbero a 125 milioni di euro, ma sono stati giudicati insufficienti e inadeguati dagli addetti ai lavori, soprattutto alla luce del fatto che essi siano volti principalmente a tamponare i danni diretti più che a considerare le conseguenze indirette di lungo periodo.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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martedì 13 gennaio 2015

NUovi problemi per fronteggiare la pressione immigratoria

Immigrazione 
Navi fantasma dalla Turchia, nuovi scenari, vecchi problemi 
Fabio Caffio
07/01/2015
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Lo scenario dell'immigrazione via mare sta cambiando. A mostrarlo è stato l'arrivo, a fine 2014, due vecchi mercantili carichi di profughi provenienti dalla Turchia, Ezadeen e Blue Sky M. In Italia il pericolo era già noto, ma né l'Unione europea (Ue) né la Grecia ne avevano tenuto conto.

Eppure le carrette hanno a lungo navigato nelle acque greche. Naturale quindi che un greco come Dimitris Avramopoulos, commissario Ue all'immigrazione, abbia subito reagito preannunciando che la lotta a questi traffici sarà, per la Ue, una "priorità".

Navi fantasma
L'impiego di mercantili di grosso tonnellaggio trasportanti centinaia di migranti non è però una novità. Basta ricordare Vlora, il mercantile albanese che da Durazzo giunse a Bari nel 1991 con ventimila clandestini, o la nave Monica con bandiera di Tonga che nel 2002 si presentò davanti a Catania con mille migranti curdi.

Simili fatti presuppongono un impiego fraudolento di navi dall'incerta nazionalità e con equipaggi di fortuna in teoria possibile da stati in preda al caos o a conflitti interni. Diverso il caso in cui la partenza avvenga da paesi pienamente sovrani.

Omissioni turche
La Turchia non è certo la Somalia o la Libia le cui coste non sono sorvegliate. Di qui il sospetto che l'imbarco di profughi su navi senza bandiera e non idonee a navigare, essendo attività giuridicamente inammissibile, risponda a logiche politiche.

Uno stato che non garantisca il rispetto nelle sue acque delle regole per la sicurezza della navigazione stabilite dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo) si rende responsabile di un illecito.

Ben ha fatto perciò l'Italia - come dichiarato dal Ministro dell’interno Angelino Alfano - a richiamare la Turchia al rispetto dei suoi obblighi internazionali.

Ezadeen e Blue Sky M 
I mercantili Ezadeen e Blue Sky M. hanno navigato a lungo in acque territoriali della Grecia. Tant'è che le forze marittime di quel paese avevano addirittura ispezionato la Blue Sky M. in vicinanza di Corfù, dichiarando di non aver rilevato irregolarità.

Presunta rotta dei due mercantili provenienti dai porti turchi di Didim e Mersin.

Eguale la sottovalutazione da parte greca dei rischi dell'Ezadeen, mercantile privo di documenti al comando di criminali comuni che ha transitato a lungo in zone costiere, sfuggendo apparentemente a qualsiasi dispositivo di controllo del traffico marittimo.

Sicurezza marittima europea
Nel groviglio di nodi della questione migratoria, la sicurezza dei mari adiacenti all'Europa presenta una rilevanza notevole. Lo scorso anno, il Consiglio Ue ha varato la Strategia di sicurezza marittima europea.

L'ambizioso progetto, ora in attesa di essere implementato con uno specifico piano di azione, avrà il suo banco di prova nel fenomeno delle navi ombra coinvolte nel traffico di migranti.

Non sono ancora chiare le intenzioni del Commissario Ue all'immigrazione, ma è chiaro che dovrà per prima cosa esigere dal suo paese una maggior attenzione alla sicurezza marittima. Non senza valutare la reale efficacia del tanto decantato sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur) volto a impedire ingressi illegali nelle acque comunitarie.

Lotta al traffico di esseri umani
Da anni si parla di avviare una cooperazione mediterranea per evitare il proliferare della tratta di migranti nel quadro della lotta al crimine organizzato.

L'Italia a suo tempo si impegnò parecchio per l'approvazione nel 2000 del Protocollo di Palermo sul traffico di migranti via mare.

Non è sicuro che la Ue voglia intraprendere azioni per promuoverne l'applicazione con i paesi di partenza al fine di evitare la commissione delle condotte criminose. Anche perché i trattati Ue non prevedono una competenza comunitaria esclusiva.

Sembra invece che l'Italia, come dichiarato da Alfano, abbia avviato già una cooperazione in materia con Turchia ed Egitto. Se così fosse, c’è da auspicare che l'azione italiana non sia confinata nello stretto ambito della attività del Ministero dell'interno, ma assuma una veste adeguata, nel quadro della politica estera del paese.

Attore irrequieto e imprevedibile, la Turchia è in rotta con molti stati confinanti a cominciare da Cipro per via delle questioni energetiche del Mar di Levante.

L'appoggio incondizionato della Ue alle ambizioni cipriote e ai paralleli interessi greci non fa certo ben sperare nella capacità del Commissario Ue all'immigrazione di gestire al meglio i rapporti con la Turchia per i temi migratori e di sicurezza marittima.

Essendo scevra da riserve di principio, l’iniziativa diplomatica italiana nei confronti della Turchia è decisiva e imprescindibile.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
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venerdì 9 gennaio 2015

Organizzata dall'ISAG


Lunedi., 19/01/2015 - ore 14.00-19.00

L'Italia, "potenza morbida": gli strumenti culturali della nostra politica estera

Roma, Camera dei Deputati
per informazioni (geografia2013@libero.it)

F35: una vittoria per le maestranze e le imprese italiane

Il programma F35
Cameri, un successo da consolidare
Vincenzo Camporini
12/12/2014
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Il Pentagono ha annunciato giovedì scorso le proprie decisioni in ordine ai centri di manutenzione europei che a partire dal 2018 avranno la responsabilità della manutenzione del sistema F35 nel quadrante europeo.

A suo tempo una risoluzione parlamentare aveva chiesto al governo di fare ogni sforzo per incrementare i ritorni industriali ottenibili dall’Italia per la partecipazione al programma.

Il Ministero della Difesa si è mosso con grande spirito di iniziativa, cercando di valorizzare al meglio gli ingenti investimenti già fatti, in particolare quelli per la costruzione a Cameri (Novara) della Faco (Final Assembly and Check Out) già ora impegnata nella costruzione dei primi velivoli destinati all’Aeronautica e alla Marina Italiane e, successivamente, alla Reale Aeronautica Olandese.

Una vittoria per le maestranze e le imprese italiane
Questa notizia farà stappare qualche bottiglia di spumante, perché oltre al lavoro diretto per la costruzione di componenti del velivolo (ali, strutture e impianti), che di per sé ha un forte potenziale di risvolti occupazionali, almeno pari al costo complessivo del programma, si consolida ora la prospettiva di attività di manutenzione di terzo livello per tutte le macchine schierate nel teatro operativo europeo, sia dei Paesi partecipanti al programma sia di quelli che ne diventeranno clienti, oltre ai velivoli americani schierati sulle basi europee.

E questa attività è destinata a durare per i prossimi quaranta anni!

Una vittoria della qualità del lavoro che le maestranze e le imprese italiane possono offrire, ma anche un successo significativo dell’azione politica del Ministro della Difesa, che ha saputo far valere le ragioni del ruolo dell’Italia nell’attuale contesto politico-strategico, pur in un quadro nazionale particolarmente difficoltoso.

Una vittoria, dunque, ma non senza qualche avvertimento. Infatti il surreale dibattito interno sul numero dei velivoli da acquisire (a prescindere dai compiti e dagli scenari!) non è certamente passato inosservato a Washington e nelle altre capitali dei potenziali concorrenti.

Regno Unito nostro concorrente
Già la decisione dell’allora Ministro della Difesa Amm. Di Paola di ridurre da 135 a 90 il totale delle macchine ipotizzate per AM e MM aveva portato ad un ridimensionamento del ruolo di Finmeccanica quale ‘second source’ per le ali destinate all’intero programma, ma la richiesta della Camera dei Deputati di dimezzare l’impegno finanziario italiano ha certamente sollevato non poche perplessità circa l’affidabilità del nostro paese e la sua reale volontà di rimanere agganciato all’evoluzione della tecnologia militare occidentale.

Di qui ulteriori difficoltà nel negoziato con le autorità Usa e con Lockheed Martin, con la concreta possibilità che ci sfuggissero le opportunità di lungo periodo offerte dal programma, a favore di altri partner, prima fra tutti la Gran Bretagna.

Non a caso è stato precisato che eventuali necessità logistico-operative che non potessero essere soddisfatte dalla Faco di Cameri, dopo un quinquennio verrebbero dirottate in UK, il che costituisce un segnale ed un avvertimento importante: nel caso non si riuscissero a mantenere gli impegni assunti, sono pronte e disponibili alternative tecnicamente ed economicamente valide.

Opportunità preziosa
La prospettiva di una leadership italiana in Europa per la gestione del più complesso programma per la difesa occidentale di tutta la storia è davvero allettante; le nostre istituzioni si sono mosse con grande sagacia e con singolare lungimiranza per garantire alla nostra industria e al nostro paese un ruolo di primo piano, con investimenti tutto sommato modesti.

Le capacità operative delle nostre forze armate ne usciranno solidamente rafforzate e perfettamente integrabili con quelle degli alleati e dei partner.

Cerchiamo di non buttare alle ortiche questa straordinaria, concreta opportunità, che non solo ci consentirà di tenere il passo con gli Alleati tecnologicamente più avanzati, ma garantirà per i prossimi decenni importanti ritorni occupazionali e industriali, impedendo l’emarginazione delle nostre imprese dai più avanzati e importanti sviluppi tecnologici. E’ una opportunità preziosa, che non dobbiamo farci sfuggire.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
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domenica 21 dicembre 2014

Una nuova stagione per i militari italiani

Forze Armate e capacità militari
Addestramento, è tempo di agire
Alessandro Ungaro
06/12/2014
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L’addestramento delle Forze Armate rimane uno dei pilastri fondamentali per uno strumento militare in grado di assolvere i propri compiti istituzionali.

Attualmente in Italia sono chiamate ad affrontare la progressiva riduzione dell’impegno all’estero, una costante contrazione degli impegni finanziari, nonché adattarsi e sfruttare adeguatamente ciò che il progresso tecnologico offre in termini di innovazione, prodotti e supporto.

L’attività addestrativa è fondamentale per diverse ragioni. È in gioco la capacità dell’Italia di proiettare e sostenere rapidamente adeguate capacità militari nell’eventualità si rendesse necessario, sia su base nazionale sia in missioni internazionali sotto egida Onu, Nato e Ue.

Da un adeguato addestramento dipende infatti l’efficacia e la credibilità dello strumento militare, in termini di protezione degli interessi nazionali, anche quando quest’ultimi potrebbero non coincidere del tutto con quelli dei principali partner europei e/o transatlantici.

Va da sé inoltre che un adeguato addestramento assicura la protezione dello spazio euro-atlantico, come forma di deterrenza per scoraggiare atti potenzialmente ostili. Ciò rende necessaria un’attività addestrativa costante, capace di coprire l’intero spettro delle possibili operazioni militari, comprese quelle ad alta intensità, ossia contro un avversario con capacità convenzionali equipaggiate e addestrate.

L’addestramento risulta determinante anche considerando il progresso tecnologico, il quale esige una formazione del personale militare e tecnico più articolata e costantemente aggiornata. Infine, la sperimentazione di nuovi sistemi d’arma, specie se tecnologicamente avanzati, rimane un’attività estremamente sensibile e strettamente legata alla sicurezza nazionale, con importanti implicazioni anche sul piano industriale.

Cenerentola della difesa italiana
Alla sua crescente rilevanza, tuttavia, non coincide un adeguato sostegno finanziario. L’addestramento figura come la “cenerentola” della difesa italiana, soprattutto - ma non solo - in termini di risorse assegnate.

Basti pensare che dal 2002 al 2013 le spese per l’esercizio sono passate da 3.590 milioni di euro a 1.335 milioni, con un impressionante taglio del 63%. Anche in termini percentuali, il peso di tale voce sulla Funzione Difesa ricalca in larga misura i dati assoluti. Mentre nel 2002 le spese dedicate assorbivano poco più del 25% (26,3), undici anni dopo non raggiungono il 10% (9,2%).

A questi dati va ad aggiungersi la progressiva riduzione del finanziamento alle missioni internazionali, utilizzato per coprire parte dei costi di esercizio riferiti all’addestramento del personale militare e alla manutenzione degli equipaggiamenti. Da 1,55 miliardi di euro del 2011 si è passati a 1,4 miliardi nel 2012, per poi diminuire ulteriormente nel 2013 toccando 1,25 miliardi. Per l’anno in corso il fondo missioni ha visto un taglio di 250 milioni di euro assestandosi a circa 1 miliardo.

Un combinato disposto che solleva un problema vitale per le Forze Armate italiane, ossia come mantenere le capacità operative faticosamente acquisite negli anni, assicurando adeguati standard di efficacia, prontezza, interoperabilità ed efficienza dello strumento militare. Sono questi i temi affrontati in un recente studio IAI, che verrà presentato durante una conferenza a Roma il prossimo 11 dicembre.

La dimensione Nato e Ue
L’addestramento può annoverarsi fra le aree dove risulta più agevole realizzare iniziative di cooperazione internazionale. L’impegno italiano ha un duplice obiettivo: mantenere adeguati standard delle capacità operative sia in termini tecnologici, dottrinari e procedurali; rimanere all’interno di un sistema d’alleanze che fornisce alla politica estera, di difesa e industriale italiana un capitale politico-diplomatico-commerciale da poter sfruttare nei confronti dei principali partner europei e internazionali.

Le attività di training costituiscono pertanto uno strumento di “diplomazia militare”. Guidare o partecipare in modo significativo a iniziative internazionali nel campo dell’addestramento significa rafforzare i rapporti bilaterali e la posizione dell’Italia e attesta la qualità degli equipaggiamenti italiani realizzati dall’industria nazionale, sostenendo indirettamente gli sforzi di esportazione verso Paesi alleati ed amici.

Credibilità Forze Armate
La condotta delle operazioni è divenuta via via sempre più complessa e multiforme, tanto da richiedere una padronanza non solo del sistema d’arma in sé, ma anche del funzionamento di un’articolata catena di comando e controllo, di specifiche manovre e tattiche da realizzarsi in spazi estesi e tempi prolungati, che includono tra l’altro l’integrazione tra diversi assetti navali, terrestri e aerei.

Ecco perché aree addestrative e poligoni sono uno strumento indispensabile per l’addestramento delle Forze Armate, senza rinunciare però alla ricerca di un migliore equilibrio tra le esigenze della difesa e il rispetto dell’ambiente territoriale e delle comunità locali ove tali attività si verificano.

Qui l’innovazione tecnologica potrebbe giocare un ruolo di primo piano. Infatti, con la possibilità di organizzare esercitazioni a simulazione “live”, “virtual” e/o “constructive” si potrebbero eliminare alcuni limiti imposti dal munizionamento reale.

Se le missioni internazionali rappresentano uno degli strumenti principali della politica estera e di difesa italiana, parte di questo risultato è da attribuirsi alla credibilità delle nostre Forze Armate nell’operare all’estero. Credibilità che a sua volta è il frutto di una costante, metodica ed efficace attività addestrativa, un vero e proprio patrimonio da salvaguardare e proteggere.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AlessandroRUnga).
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mercoledì 3 dicembre 2014

Il nodo della Palestina. Prima o poi occorre scioglierlo

Medio Oriente
Italia vaga sul riconoscimento dello Stato di Palestina
Paola Caridi
02/12/2014
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Una ‘lunga marcia’, oppure una battaglia di rimessa? È una domanda forte, eppure necessaria, quella che bisogna porsi sulla questione del riconoscimento dello Stato di Palestina. Prima di porsela, però, occorre scendere nei dettagli.

Il riconoscimento dello Stato di Palestina viaggia da anni su binari paralleli, da un lato nelle organizzazioni internazionali, e, dall’altro, nei parlamenti nazionali. Spesso, però, protagonisti e strategie non sono gli stessi.

Riconoscimento e nuova asimmetria
Cominciamo dal riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Onu e delle sue agenzie. Il traguardo raggiunto il 29 novembre 2012 con l’ammissione della Palestina come Stato osservatore nelle Nazioni Unite ha avuto una singolare gestazione.

Cominciato quando, nel 2010, la presidenza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e i negoziatori dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) hanno compreso di poter usare la carta del riconoscimento come elemento di pressione nei confronti di Israele e della comunità internazionale.

Un carta jolly. Cerchiamo di non far precipitare la situazione - questa la sintesi del messaggio lanciato dalla leadership palestinese. Dall’altra parte della barriera, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha usato la carta del riconoscimento come una giustificazione a intensificare le costruzioni dentro le colonie israeliane in Cisgiordania e nel cuore di Gerusalemme est.

Israele sa bene che il riconoscimento (effettivo, non solo formale) di uno Stato di Palestina comporterebbe un cambiamento importante nell’asimmetria del rapporto tra Israele e Palestina: uno Stato a tutti gli effetti, occupante e con il monopolio dell’uso della forza, da una parte, e dall’altra parte una entità cui viene legata l’identità di popolo, ma alla quale non vengono dati gli strumenti istituzionali tipici di uno Stato nazionale.

Se riconoscimento effettivo vi fosse, vi sarebbero due stati che devono regolare contese territoriali partendo da un confine riconosciuto dalla comunità internazionale, e cioè quello dell’armistizio del 1949. Israele diventerebbe potenza occupante su di un suolo sovrano, e le colonie israeliane sarebbero né più né meno città costruite sulla terra dello Stato palestinese.

Diplomazia imbarazzata
Quale, dunque, la differenza tra il riconoscimento dello Stato di Palestina nel sistema Onu e il riconoscimento da parte di singoli stati? A cambiare sono i protagonisti. Non è tanto l’Anp a spingere per le risoluzioni che si stanno affollando nei parlamenti europei. In campo ci sono pressioni interne palesi e sempre più diffuse nelle opinioni pubbliche nazionali in Europa.

E c’è anche il disagio - non evidente in pubblico, ma chiarissimo nei corridoi diplomatici e politici - delle cancellerie che sanno quanto sia delicata questa fase del conflitto israelo-palestinese, tra Gaza e Gerusalemme.

Il jolly del riconoscimento è nelle mani delle cancellerie e/o dei parlamenti europei. Non in quelle palestinesi. Non c'è niente che costringa gli stati a riconoscere la Palestina, ma la pressione è evidente. Chiara la pressione che il voto del parlamento britannico ha significato, e ancor più chiara la pressione sarebbe se in un altro paese dotato di potere di veto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, cioè la Francia, il parlamento si esprimesse in modo simile.

Risoluzioni italiane sul riconoscimento della Palestina
La posizione italiana non ha la rilevanza di Londra o di Parigi. Quello che appare dalle due risoluzioni presentate alla Camera dei Deputati e dalla risoluzione presentata al Senato (non ancora calendarizzate) è che non abbiano quel peso necessario per essere considerate parte di una strategia-Paese.

Il contenuto delle risoluzioni non mostra una chiara strategia italiana sul Medio Oriente e sulla stessa, specifica questione. Si rischia, insomma, la genericità, quando non ci si arrischia di cambiare gli stessi punti della trattativa di pace.

Un esempio è contenuto nella mozione, prima firmataria Pia Locatelli, presentata alla Camera.

Questa contiene un passaggio ambiguo - “la necessità di rafforzare la leadership legittima del presidente palestinese Abbas e delle istituzioni palestinesi con capitale Ramallah, scongiurando il rischio di un rafforzamento di altre entità politiche che pretendano di rappresentare i palestinesi” - che rischia di far considerare Ramallah la futura capitale dello Stato di Palestina (e non Gerusalemme est), di bloccare i tentativi di riconciliazione tra Fatah e Hamas, e di considerare ormai definitiva la frattura tra Cisgiordania e Gaza.

È questo che l’Italia vuole? È questo che vuole, nel caso specifico, una parte della sinistra italiana in parlamento? Non si ritiene invece, all’interno delle classi dirigenti di questo paese, di riflettere seriamente sul paradigma di Oslo, che tutti sanno - nei circoli accademici tanto quanto nelle cancellerie - essere ormai superato?

Il riconoscimento dello Stato di Palestina è, per i suoi tempi, una lunga, lunghissima marcia. Dal punto di vista della cronaca e della storia recente, si sta invece trasformando in una battaglia di rimessa, proprio per il superamento - nei fatti e sul terreno - del paradigma di Oslo.

Le stesse élites politiche palestinesi - Fatah, Hamas, gli uomini dell’Olp e dell’Anp - sono protagoniste di questa battaglia di rimessa, che mette al centro la territorialità, lo Stato, lo Stato Nazionale, proprio in una fase in cui, dal basso, la richiesta poggia su altri pilastri: identità e diritti.

Questi non sono per forza di cose difendibili all’interno di uno Stato nazionale, definito secondo le linee dell’armistizio del 1949, per quanto concerne i palestinesi.

Se questa è la situazione, sul terreno e all’interno della società palestinese, la battaglia per il riconoscimento dello Stato di Palestina è di rimessa perché la storia è andata avanti, si è incanalata nei percorsi segnati dalla realtà. La politica, complessivamente intesa, non è ancora riuscita a introiettare e digerire il cambiamento.

Paola Caridi è analista e scrittrice, autrice di Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (Feltrinelli 2013).
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Omosessualità: verso norme più accettabili

Corte europea dei diritti dell’uomo
Omosessuali europei, quali diritti?
Daniele Gallo
18/11/2014
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È sufficiente consultare i numerosi siti dedicati al tema dell’omosessualità in Europa per rendersi conto della tendenza, in atto in moltissimi paesi del continente, verso un progressivo riconoscimento giuridico dei diritti (unione registrata, matrimonio, adozione, ecc.) per i cittadini LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuati).

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha svolto un ruolo importante nella promozione e nella protezione dei diritti civili per la comunità LGBTI. Il contesto di riferimento è rappresentato dal Consiglio d’Europa (avente una membership molto più nutrita ed eterogenea dell’Unione europea, Ue), in particolare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che la Corte è chiamata a interpretare e applicare.

Diritti della famiglia omosessuale
La Corte, a partire dagli anni ‘80, ha ravvisato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione (Diritto al rispetto della vita privata e familiare), nella maggior parte dei casi letto congiuntamente con l’articolo 14 (Divieto di discriminazione), con riferimento sia a diritti patrimoniali (ad es. Karner v. Austria) che a diritti collegati allo status di genitore (ad es. X. V. Austria).

Per molti anni i giudici di Strasburgo sono pervenuti a riscontrare una tale violazione facendo perno sulla nozione di “vita privata”, anziché su quella di “vita familiare”. È solamente con la sentenza Schalk and Kopf del 24 giugno 2010, infatti, che la Corte qualifica come “vita familiare” la relazione di coppia omosessuale, con il risultato che il nucleo dei diritti conferiti alla famiglia eterosessuale viene riconosciuto anche alla famiglia omosessuale.

Tuttavia, con riguardo al diritto al matrimonio, salvaguardato dall’articolo 12 della Convenzione, la Corte, se da un lato, per la prima volta, chiarisce che tale norma può applicarsi, in principio, anche al matrimonio omosessuale, dall’altro, nel sottolineare che mancava, all’epoca, un “European consensus” in merito al riconoscimento del matrimonio same-sex, nega che i ricorrenti nel caso di specie fossero titolari di un effettivo diritto al matrimonio.

La Corte giunge alla stessa conclusione anche nella citata X. V. Austria, del 19 febbraio 2013, laddove viene ribadito che l’articolo 12 non può essere interpretato nel senso che esso imporrebbe, in capo agli Stati, l’obbligo di riconoscere i matrimoni omosessuali.

Interpretazione evolutiva della Corte Edu
Dall’analisi della giurisprudenza della Corte, pertanto, emergono due elementi. Il primo è che la Corte, ricomprendendo nella nozione di “vita familiare” e in quella di “matrimonio”, ai sensi degli articoli 8 e 12 della Convenzione, anche le relazioni e i matrimoni tra persone dello stesso sesso, opta per un’interpretazione evolutiva, dinamica e, in ultima istanza, inclusiva delle norme convenzionali.

In questo senso, essa coglie le trasformazioni sociali in atto in Europa, dà loro una veste giuridica e, nel farlo, agisce come agente di cambiamento, con l’ulteriore conseguenza di rappresentare un “modello” per legislatori e soprattutto corti nazionali, come dimostrano i continui riferimenti alla giurisprudenza della Corte europea per i diritti dell’uomo (Edu), svolti nelle sentenze delle corti italiane chiamate a pronunciarsi sul tema del riconoscimento giuridico delle coppie same sex (ad es. Corte di Cassazione, n. 4184, del 15 marzo 2012).

La condanna della Grecia, a opera della Corte europea, nella sentenza Vallianatos, del 7 novembre 2013, in merito alla normativa di quel paese che consentiva la registrazione delle unioni civili solamente alle coppie eterosessuali, mette in evidenza la compressione dei margini di sovranità degli Stati in una materia, come quella dei diritti LGBTI, un tempo riconducibile alla giurisdizione domestica dei paesi che sono membri del Consiglio d’Europa.

Si desume dalla pronuncia che qualora uno Stato, come l’Italia, decidesse di introdurre le unioni registrate e lo facesse solamente a favore delle coppie eterosessuali, violerebbe la Convenzione.

Matrimonio omosessuale, civil partnership e sovranità degli Stati 
Il secondo elemento che si desume dalla giurisprudenza della Corte Edu consiste nell’ancoraggio al diritto nazionale, cioè nel rinvio alla lex patriae del ricorrente: se lo Stato di cui ha la cittadinanza non riconosce il matrimonio same-sex, non si configura alcun diritto al matrimonio da lui/lei invocabile dinanzi alla Corte europea.

Non esiste, quindi, alcun diritto fondamentale, su un piano generale, al matrimonio omosessuale, a prescindere dallo Stato di origine del ricorrente.

Ciò è dimostrato dall’approccio, particolarmente cauto, adottato dalla Corte nella sentenza H. c. Finlandia, del 16 luglio 2014, laddove è stata riconosciuta come legittima la normativa finlandese che impone la trasformazione del matrimonio in una civil partnership quale effetto ex lege della rettificazione anagrafica del sesso, proprio perché la scelta rientra nel margine di apprezzamento del singolo Paese contraente.

In conclusione, la Corte dimostra, con la sua giurisprudenza, che un’interpretazione flessibile di concetti quali “family”, “spouse”, “marriage”, diversa da quella statica e rigida (originalist, per dirla alla Antonin Scalia) seguita per molti anni da giudici e legislatori nazionali, è certamente possibile e perfino auspicabile.

Tuttavia, la Corte essa è netta nel mostrare deferenza nei confronti dei legislatori (e delle corti) nazionali: fino a quando il consenso tra gli Stati (che sono parti del Consiglio d’Europa, non dell’Ue) a favore del riconoscimento delle coppie same-sex non sarà particolarmente significativo, sulla scorta di quanto affermato in Schalk and Kopf, alcun diritto fondamentale al matrimonio potrà essere azionato da cittadini LGBTI sul piano giurisdizionale.

Daniele Gallo è docente di EU Law e EU Internal Market nel Dipartimento di Giurisprudenza della Luiss Guido Carli.
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Italia: il punto di situazione sulle tossicodipendenze

Traffico di droga
Anche eroina lungo la via della seta
Anna Paola Lacatena
20/11/2014
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Una diminuzione del consumo di eroina in Italia. Questo quanto emerso dalla relazione sullo stato delle tossicodipendenze del 2013, curata dal dipartimento per le politiche antidroga.

Al contempo però, i dati più recenti della direzione centrale per i servizi antidroga del Viminale su sequestri e denunce sembrano fotografare il fenomeno in crescita. Per il Viminale, infatti, nel corso del 2012, sono aumentati sia i sequestri di eroina (894chili rispetto agli 810 del 2011), che quelli di anfetaminici in dosi.

Tab. 1 - Consumatori di sostanze stupefacenti (prevalenza %) nella popolazione generale 15-64 anni negli ultimi 30 giorni. Anni 2010 e 2012 (fonte Dipartimento per le Politiche Antidroga).
È sufficiente guardare la relazione annuale della Guardia di Finanza del 2012 per rendersi conto che il contrasto appare più orientato verso le rotte marittime della cocaina (anche per fronteggiare lo sbarco di immigrati clandestini): 25,4 tonnellate tra hashish e marijuana, oltre 4 tonnellate di cocaina, 421 chili di eroina.

Inoltre, i mezzi sequestrati utilizzati per illeciti traffici vedono quelli marittimi nettamente superiori a quelli di terra. Eppure, secondo il World Drug Report del 2010, si sono stoccate nell'ultimo biennio oltre 12 mila tonnellate di oppio tra Afghanistan e Myanmar, attualmente le aree mondiali più importanti per la specifica produzione.

Mercato mondiale dell’eroina
Il mercato mondiale dell'eroina, stimato in 55 miliardi di dollari, ha in Russia, Iran e Europa occidentale la concentrazione più significativa del numero di consumatori, con l'Afghanistan al vertice dell'offerta (oltre il 90%).

Dati recenti del Centro di coordinamento regionale d'informazioni sull'Asia centrale segnalano la comparsa di una nuova rotta attraverso il Turkmenistan, paese leader dei precursori chimici sin dal 1990.

Nonostante il dato dei sequestri di eroina sia in crescita e non solo nel nostro paese, secondo il World Drug Report 2010, il numero ancora ridotto a fronte di una produzione in netta crescita potrebbe essere imputato all'individuazione di nuove rotte di scorrimento veloce via terra, ben organizzate e, spesso, lubrificate dalla corruzione di alcune polizie locali.

Peraltro, l'attività del servizio antidroga della polizia cantonale ticinese nel 2012 ha evidenziato che il forte aumento dei quantitativi di eroina intercettati potrebbe essere dovuto all'assenza di sequestri significativi nel 2011 (circa cinque chili di eroina nel 2012 a fronte di 870 grammi del 2011), per una contrazione delle risorse in campo.

Nuove rotte terresti per il traffico di droga
Trascurare le rotte terrestri potrebbe, nel tempo, favorire non solo il diffondersi dell'eroina, ma anche di quelle nuove droghe che giungono dall'est asiatico, come Mefedrone e Kfen.

Nella relazione congiunta dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) e dell'Europol sul mercato europeo degli stupefacenti (Bruxelles, 2013) si legge che la: “Turchia gioca ancora un ruolo centrale lungo la rotta dei Balcani, ma ci sono segnali di nuove rotte utilizzate dalla criminalità organizzata per rispondere ai successi di interdizione (ad esempio dei Balcani occidentali)”.

Da quanto analizzato è possibile concludere che la lotta al narcotraffico, non può registrare in alcun modo distrazioni e riduzioni dei livelli di attenzione.

Nel nostro paese non si può concludere di essere in presenza di una contrazione del consumo di eroina solo in ragione del numero più contenuto rispetto al passato di consumatori in carico ai Ser.D.. Si fanno necessarie politiche globali, a partire dall'attenzione nei confronti delle rotte sempre pronte a rinnovarsi per eludere controlli e sorveglianza.

Al momento, per quanto riguarda gli oppiacei, la cosiddetta Via della Seta, appare quella più utilizzata (il termine fu coniato dal geografo tedesco Ferdinand von Richthofen nel 1877, sebbene tra il 1271 e il 1295, il nostro Marco Polo la percorse da Venezia sino in Malesia, passando per la Cina).

Sarebbe opportuno, però, non trascurare la nuova Via della Seta. Fino al 2010, sui mercati del narcotraffico europeo ogni anno comparivano tra le quattro e le cinque nuove sostanze. Nel 2012 sono stati scoperti 73 nuovi “prodotti” in 690 diversi siti internet, molti dei quali cinesi e russi.

Conseguentemente, si fa necessario, un aumento dei finanziamenti per potenziare le operazioni delle forze di polizia e delle autorità doganali, i canali di comunicazione e informazione nonostante, e tutt'oggi, il grande nodo appaia il miglioramento della collaborazione tra posti di frontiera dell'Unione europea e paesi esterni all'Unione stessa.

È necessario ribadire, poi, la necessità di azioni di prevenzione e recupero in grado di coinvolgere l'intera comunità sotto il profilo socio-culturale e sanitario.

Anna Paola Lacatena e dirigente sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL TA, giornalista pubblicista dal 1994. Pubblicazioni recenti: "Con i tuoi occhi. Donne, tossicodipendenza e violenza sessuale", Prefazione di Don Andrea Gallo, Franco Angeli Editore, 2012 ,"Resto umano. Storia vera di un uomo che non si è mai sentito donna", Chinaski Editore, 2014.
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