| ||||||||
Francia e Italia condividono l’interesse per una maggiore stabilità al sud dell’Europa, dal Maghreb all’Africa sub-sahariana, ma spesso le proiezioni dei due paesi nella zona divergono. Se ne discuterà il prossimo 29 aprile in un seminario organizzato dallo IAI a Roma nell’ambito del Forum Strategico Francia-Italia. Una zona di grande interesse per entrambi i Paesi La zona che va dal Maghreb all’Africa sub-sahariana comprende una grande diversità di Stati, che hanno spesso avuto destini separati. Oggi la crescita del fenomeno del terrorismo di matrice islamista radicale costituisce uno dei principali fattori di instabilità nell’intera area, con interconnessioni transnazionali. Esiste dunque per due Paesi con una tradizionale proiezione a Sud come la Francia e l’Italia una comune preoccupazione per la sicurezza della regione, un elemento che tra l’altro è stato ribadito nel vertice bilaterale di Caen di marzo scorso. Questa preoccupazione poggia anche sull’allarme destato dai flussi migratori che raggiungono le sponde meridionali dell’Europa attraverso i paesi del Nord Africa. Le migrazioni attraverso il Canale di Sicilia costituiscono un problema oggettivo per l’Italia e probabilmente soggettivo per la Francia. Però in entrambi i Paesi esse hanno grande rilevanza nell’agenda politica e nel dibattito pubblico. Parigi più attenta di Roma Storicamente, possiamo osservare un modello di proiezione con forti aspetti realisti: la zona a Sud dell’Europa è spesso apparsa come un terreno di giochi di potenza con una dimensione fondamentalmente bilaterale. La proiezione verso il continente africano di Italia e Francia ha seguito filoni culturali, economici, politici, ma anche religiosi, significativi e spesso divergenti. Per la Francia, il passato coloniale e l’evoluzione dei rapporti tra i vari stati che è emersa nel periodo post-coloniale rappresentano questioni importanti e molto analizzate. Per l’Italia, possiamo rilevare una presenza meno omogenea e un’elaborazione meno attenta delle strategie di proiezione nella zona, ma si registrano comunque una serie di azioni di politica estera notevoli nei confronti di paesi come Libia, Tunisia, Algeria, Somalia e Mozambico. Tra l’altro, per l’Italia spesso la politica commerciale ed energetica, quella dell’Eni, è apparsa come un driver importante. La cosiddetta “primavera araba” è stata un forte indicatore delle spinte alla democratizzazione dei popoli nel Nord Africa. La richiesta di maggiore trasparenza e serietà da parte dei governi è un fenomeno planetario, ma interpella in particolare gli Stati del Nord del Mediterraneo, tradizionali difensori della cultura della democrazia liberale. Questo tipo di riflessione richiede adattamenti spesso difficili e pericolosi, con Paesi come Francia e Italia spesso inclini a giocare la stabilità del sistema senza applicare a Sud le regole di governo che esistono all’interno dell’Unione. Nell’area sub-sahariana, le crisi legate a fattori locali come la povertà, le disuguaglianze sociali e le istituzioni statuali troppo fragili si intrecciano progressivamente a dinamiche globali, dalla radicalizzazione terroristica fino ai cambiamenti climatici e alla sfida demografica. L’arco di instabilità che unisce il Corno d’Africa alla zona del Sahel e al Mediterraneo attraverso la Libia rappresenta una priorità per i due Paesi. Spinte bilaterali e opportunità di cooperazione Francia e Italia hanno reagito con strumenti e approcci diversi alle nuove sfide provenienti dal sud. L’azione francese nella zona si è riformata, con un’accentuazione della preoccupazione securitaria che ha animato un forte interventismo in Libia, Mali e Repubblica centrafricana e ha spinto il paese a diventare il guardiano militare del deserto sahariano con l’operazione Barkhane. Dal lato italiano, possiamo constatare un approccio securitario più prudente e più legato al Nord Africa - stabilità della Libia ma anche della Tunisia - e alla regione del Corno, ma anche la crescita di un interesse politico che accompagna le visioni di sviluppo economico e sociale della zona sub-sahariana come ad esempio nel Niger. L’attuale governo italiano sta infatti dimostrando un rinnovato interesse per la zona. Le visite di Matteo Renzi in qualità di presidente del Consiglio in Mozambico, Congo-Brazaville, Angola e più di recente in Tunisia sono state salutate da molti come “un ritorno dell’Italia in Africa”. Questo nuovo attivismo trova conferma anche nell’adozione della nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo e nella crescente attenzione verso le opportunità di investimento per le aziende italiane nei paesi africani, saldandosi con la tradizionale presenza nel continente di una rete capillare di Ong cattoliche e di missionari. Certamente, non è realistico ipotizzare che questo approccio bilaterale sparisca e che le differenze in termini di proiezione si ricompongano del tutto. Esistono però alcuni fattori che favoriscono aperture verso un approccio multilaterale o per lo meno comune, anche nel contesto dell’Unione europea. La forte interconnessione delle situazioni politiche attuali della zona e le ricadute sul territorio europeo richiedono infatti un approccio complessivo che non può essere svolto da un unico Paese. Francia e Italia sono tra i più attivi nelle missioni civili e militari in Africa sub-sahariana gestite da Ue, Nato e Nazioni Unite. Manca invece un disegno politico condiviso e una gestione comune delle sfide aperte nel Nord Africa e nell’area mediterranea. Da un punto di vista operativo, il partenariato tra Italia e Francia dovrebbe concentrarsi sul rafforzamento delle iniziative multilaterali in corso. Questo significa potenziare in termini di mandato e di risorse della missione Triton nel Mediterraneo, ma anche dare un nuovo impulso ai processi di Rabat e di Karthoum, che forniscono una cornice multinazionale efficace per affrontare le cause prime dei fenomeni migratori, dall’Africa occidentale al Corno. A livello politico, un obiettivo di breve termine per un’intesa italo-francese sarebbe quello di mantenere alta l’attenzione europea sulla dimensione meridionale della politica di vicinato, ma potrebbe portare anche ad una sua ambiziosa ridefinizione e segnare il rilancio del ruolo dell’Ue come attore regionale. L’emergenza rappresenta anche un’opportunità che i governi e le diplomazie dei due paesi dovrebbero sapere cogliere. Jean-Pierre Darnis è professore associato all’Università di Nizza e vice direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis) Nicoletta Pirozzi è responsabile di ricerca presso lo IAI. | ||||||||
Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
Translate
martedì 21 aprile 2015
Forum Italia Francia sulla immigrazione
lunedì 13 aprile 2015
Un Seminario per comprendere: 14 aprile 2015
| ||||||||
Parallelismi e divergenze tra Parigi e Roma Dagli anni ‘80 agli anni 2000, entrambi i Paesi sono stati caratterizzati dalla professionalizzazione delle Forze Armate e da un importante impegno in missioni internazionali all’estero. Abbiamo potuto quindi osservare un’evoluzione parallela e spesso congiunta dello strumento militare e del suo uso. L’intervento del 2006 in Libano (Unifil II) rappresenta in un certo senso l’apice di questo paradigma comune, con un forte impegno militare e politico-diplomatico dei due Paesi nel quadro della stessa missione Onu. Dal 2010 in poi possiamo invece osservare alcune divergenze. Da un lato la Francia ha proseguito ad utilizzare lo strumento militare anche per missioni di combattimento, sia all’interno di coalizioni sia su iniziative sostanzialmente nazionali (Libia, Repubblica centrafricana, Mali, Ciad, Iraq). Dall’altro l’Italia si è mostrata molto più prudente nel suo coinvolgimento quando un intervento militare multinazionale era considerato non prioritario per la propria politica estera, ad esempio nell’Africa sub sahariana, o addirittura dannoso per gli interessi nazionali, come nel caso del 2011 in Libia. A ciò corrispondono due trend differenti nella politica interna: da un lato la forte continuità della politica di difesa francese con una tendenza intervenzionista dei presidenti Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e Francois Hollande; dall’altro, in Italia, dal 2010 in poi l’indebolimento del centro-destra e la successione di governi di coalizione che hanno espresso - finora - tendenze nettamente meno interventiste che nel passato. Il dibattito sulle spese militari, e in modo specifico sul programma F-35, ha illustrato nel 2013 e 2014 questa pressione sulla difesa italiana per ridurre gli impegni in un contesto di crisi economica. Charlie Hebdo e Libro Bianco Oggi i due Paesi si trovano ad un punto importante. Nel recente incontro bilaterale di Caen tra i ministri di esteri e difesa, Francia e Italia hanno riaffermato una comune volontà di trattare il problema della sicurezza nel Mediterraneo, anche visto l’evolversi della situazione in Libia e in Tunisia. Gli attacchi terroristici del gennaio 2015 a Parigi hanno provocato una presa di coscienza in Francia della gravità della minaccia, e un rafforzamento dei dispositivi militari per la tutela della sicurezza interna. Non a caso il governo ha scelto di tornare sui suoi passi rispetto ai tagli previsti alle risorse per fronteggiare le esigenze di sicurezza esterne e interne. Dal lato italiano, l’elaborazione del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa rappresenta un’occasione importante per riaffermare le priorità strategiche dell’Italia e definire le linee guida per l’adeguamento dello strumento militare. Va tenuto poi in considerazione un’ulteriore fattore che rappresenta un handicap per l’Italia. La difesa si trova alle prese con una difficile riforma del personale per recuperare margini finanziari e di efficienza. La Francia non ha lo stesso problema, o per lo meno non nella stessa misura. Questo però crea una discrepanza nella disponibilità delle forze: se entrambi i Paesi debbono muoversi in un quadro finanziario logorato dalla crisi, l’Italia deve superare l’ulteriore ostacolo di una spesa per la difesa completamente sbilanciata dal lato del personale, e quindi inefficiente. Nel 2012 la legge Di Paola ha iniziato ad affrontare questo problema, ma manca ancora la sua piena attuazione. Si tratta di un problema grave perché, anche aldilà della volontà politica di uso o meno della forza militare in una determinata circostanza, limita fortemente le opzioni militari italiane, anche nella collaborazione bilaterale. Le possibilità di cooperazione industriale Anche in campo industriale si può costatare una relativa continuità dei programmi di cooperazione bilaterale, ma con delle criticità importanti. Esiste un quadro di cooperazione sia per quanto riguarda i programmi Ue (in particolare Horizon 2020) sia per quanto riguarda alcune industrie della difesa (Mbda, Space Alliance Tas). Vi sono anche possibili ambiti di cooperazione da attivare ora in chiave futura, quali osservazione e telecomunicazioni spaziali, velivoli a pilotaggio remoto (Remotely Piloted Aircraft Systems, Rpas) armati e non. Tuttavia, non sono stati lanciati nuovi programmi significativi a livello bilaterale né multilaterale, che potrebbero anche portare ad un maggiore sforzo a livello europeo. La questione del futuro Rpas europeo da combattimento rimane infatti aperta: la firma nel 2014 di un accordo franco-britannico per uno studio al riguardo prolunga la logica del trattato di Lancaster House, ovvero di un rapporto privilegiato fra Francia e Regno Unito per programmi futuri che coinvolgano le rispettive industrie delle difesa. Una cooperazione che viene percepita a Roma come un’esclusione di altri partner europei a partire dall’Italia. In un contesto europeo dove cambiano le politiche di difesa, con un Regno Unito in relativa frenata, mentre la Germania sembra voler tornare ad investire, la Francia si configura come un perno essenziale per il futuro della difesa europea. Anche il rapporto fra Francia e Italia rappresenta un tassello importante che potrebbe portare a maggiori collaborazioni e sinergie. Jean-Pierre Darnis è professore associato all’Università di Nizza e vice direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis) Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @Alessandro__Ma). | ||||||||
giovedì 9 aprile 2015
Italia: la vocazione a pagare Multe
Italia: altri cinesi a MIlano
| ||||||||
È un’opportunità mancata: se il Bel Paese fosse in grado di attirare investimenti diretti dall’estero come la Germania, arriverebbero capitali per circa 16 miliardi di euro in più all’anno, l’equivalente di una piccola manovra finanziaria. E non è tutto: gli investimenti diretti stranieri sono spesso un’iniezione salutare per l’economia anche perché portano competenze manageriali più sofisticate e un maggiore stimolo alla internazionalizzazione, due ambiti nei quali il nostro Paese, caratterizzato da un ampio tessuto di piccolissime imprese a conduzione spesso ancora familiare, è da sempre carente. L’impennata degli investimenti, specie cinesi In quest’ottica, ci sarebbe da rallegrarsi della recente impennata degli investimenti esteri nel nostro Paese, soprattutto (ma non solo) di provenienza cinese. Basti pensare all’acquisizione del 40% di Ansaldo Energia da parte di Shanghai Electric Group e agli impegni della People’s Bank of China per l’acquisizione di quote al di sopra del 2% di molte società italiane quotate in borsa, tra cui Eni, Enel, Fiat Chrysler, Telecom Italia, Prysmian, Generali. Ancora più importante è l’investimento della State Grid Corporation cinese nel 35% della CDP Reti, la quale a sua volta possiede partecipazioni in imprese cruciali per l’economia italiana, da Terna a Snam fino al Corriere della Sera. Da ultimo, dopo che Ansaldo Breda e Ansaldo Sts sono finite, nonostante l’interesse dei cinesi di Insigma, ai giapponesi di Hitachi, l’attenzione di Pechino si è orientato sulla Pirelli e forse, in prospettiva, su World Duty Free (Benetton) e Monte Paschi di Siena. Il recente accordo tra Camfin, la holding che controlla il 26% della Bicocca, e Chem China ha sancito l’inizio di un complesso percorso che porterà nel giro di tre anni il colosso di stato cinese a rilevare la maggioranza della Pirelli a un costo che supera di poco i 7 miliardi di euro. Si tratta della definitiva dipartita di Pirelli, già parzialmente ceduta ai russi di Rosneft per 500 milioni di euro l’anno scorso, dalla gestione italiana, nonostante il fatto che Marco Tronchetti Provera dovrebbe rimanere alla presidenza del Consiglio di Amministrazione fino al 2021. Novità e interrogativi dal ‘caso Pirelli’ È proprio la manovra di Chem China su Pirelli a suscitare gli interrogativi più pressanti. Per certi versi si tratta di una novità per gli investitori cinesi, fin qui per lo più orientati all’acquisizione di quote di minoranza in imprese industriali o di design (anche se non mancano alcuni precedenti importanti, tra tutti l’acquisizione dei cantieri Ferretti). Perché la Cina ha iniziato a fare sul serio, riversando sull’Italia più di tre miliardi di euro di investimenti nel 2014? Dovremmo essere contenti del fatto che alcune imprese “storiche” stiano uscendo gradualmente dai confini nazionali? Quale sarà l’impatto sull’economia del nostro Paese? Sui motivi dell’accelerazione cinese e dell’interesse per Pirelli vi sono opinioni le più svariate. L’ipotesi più semplice è che la Cina stia approfittando della crisi delle grandi imprese italiane (spesso affossate da debiti, come nel caso di Pirelli e Finmeccanica) e dell’apprezzamento del Renmimbi rispetto all’Euro per fare “shopping” a buon mercato di realtà imprenditoriali di assoluto interesse. Vi è chi prospetta per la nuova Pirelli un futuro da protagonista nella strategia commerciale cinese, tesa a creare - anche grazie alla futura Banca Asiatica delle Infrastrutture la cui nascita è vista con favore anche dal nostro Paese - una nuova “via della seta” che porti i prodotti cinesi attraverso i Balcani e il porto del Pireo (già cinese) all’Europa continentale. Ma vi è anche chi vede nell’intervento cinese un complesso tentativo di venire incontro al partner Rosneft, in chiara difficoltà per le sanzioni contro la Russia e per il calo del prezzo del greggio, consentendogli di monetizzare la propria quota azionaria, del valore di circa un miliardo di euro. Il prevedibile impatto sull’economia italiana Diversa è la questione dell’impatto dell’impegno cinese sull’economia italiana. Non è difficile immaginare che l’impennata degli investimenti cinesi sia dovuta anche all’accordo stretto l’anno scorso tra i primi ministri Matteo Renzi e Li Keqiang, teso a portare “più Italia in Cina e più Cina in Italia”. Ma molti considerano l’accordo con Chem China alla stregua di una svendita, tanto più che la Pirelli possiede un patrimonio di know how e ricerca che sarebbe drammatico vedere defluire al di fuori del territorio nazionale. E se anche il patto prevede che il centro di ricerca e sviluppo e il quartier generale di Pirelli restino in Italia e che un eventuale trasferimento debba essere approvato dal 90% degli azionisti, è evidente che in futuro l’interesse cinese sarà sempre più prevalente nell’azienda del Pirellone. È, dunque, una questione di tempo. Alcuni, tra i più maliziosi, sintetizzano la situazione come un incontro di interessi tra Tronchetti, che ci tiene a stare in sella altri cinque anni, e i cinesi, interessati al controllo e, in futuro, al completo assorbimento del business di Pirelli nell’economia nazionale. In conclusione, sarebbe troppo facile sostenere che a lamentarsi dell’operazione Pirelli siano soltanto i “gufi”. Più l’economia diventa globalizzata, più Paesi come l’Italia devono rendersi conto che competere sul livello dei salari è impossibile: meglio invece lavorare sul patrimonio di conoscenze e sulla produttività e creatività del nostro tessuto industriale. Farsi soffiare know how da investitori stranieri senza formulare alcuna visione di sviluppo futuro significa, ineluttabilmente, perdere posti di lavoro e competitività industriale nel corso dei prossimi anni, proprio mentre in Europa si cerca di giocare, nuovamente, la carta della politica industriale. Quando, e se, gli alfieri del piano Juncker dovessero arrivare a rilanciare, a suon di miliardi, la politica industriale dell’Unione europea, in Italia potrebbe essere già troppo tardi per immaginare un rinascimento industriale. Ecco perché i cinesi, come tutti gli altri investitori stranieri, devono essere benvenuti se intendono investire nel sistema Paese, ma non quando cercano, in modo scaltro quanto legittimo, di profittare delle debolezze del nostro povero, malandato capitalismo senza contribuire alla sua maturazione. Andrea Renda è Senior Research Fellow del Center for European Policy Studies e Direttore del programma Global Outlook dello IAI. | ||||||||
martedì 31 marzo 2015
Immigrazione: ancora proposte ad un Europa sorda
| ||||||||
Un traguardo raggiunto con il sostegno diplomatico del capo della diplomazia Ue Federica Mogherini e del commissario agli Affari interni DimitrisAvramopoulos, autori di una lettera indirizzata ai ministri degli Affari esteri europei, per sollecitare “una forte azione politica e una risposta operativa” al numero crescente di persone che continuano a partire dalle coste libiche in condizioni di estrema vulnerabilità. Un monito raccolto senza indugi dal governo italiano, consapevole che i 9 mila migranti sbarcati sulle coste meridionali dall’inizio dell’anno - circa il 43% in più rispetto allo stesso periodo 2014 - potrebbero aumentare con la primavera, esponendo i migranti a rischi crescenti. I dati parlano chiaro. Dall’inizio dell’anno, ha documentato l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, circa 470 migranti hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo, rispetto ai 15 scomparsi nello stesso periodo dello scorso anno. Un’ ecatombe annunciata che ha spinto il ministro dell’Interno Alfano ad accelerare la diffusione del piano italiano o per uscire dall’empasse. “La nostra idea è di costituire dei campi in Africa, sull'altra sponda del Mediterraneo, in modo tale che lì si facciano le richieste d'asilo e che lì si dica sì o no. Coloro a cui si dice no restano lì, gli altri ovviamente devono essere ripartiti e divisi in modo equo fra tutti i Paesi europei”. Una gestione europea, ripensando Dublino Linea che espressa con altre parole implicherebbe una gestione europea del dossier immigrazione che poggi allo stesso tempo sulla condivisione degli oneri connessi alla concessione della protezione umanitaria e sul rafforzamento della cooperazione con i paesi di provenienza e transito. Obiettivi ambiziosi, già lanciati dal recente processo di Karthoum, che l’Italia punta a portare avanti in sinergia con organizzazioni umanitarie multilaterali, come l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione Mondiale per le migrazioni (Oim), organizzazioni storicamente impegnate in missioni umanitarie e non di polizia. La priorità è evitare altre morti nel Canale di Sicilia. Per fare questo la proposta italiana punta ad offrire ai migranti un canale di ingresso in Europa regolare e alternativo basato su un sistema di “safeharbours”: centri di raccolta localizzati in Niger, Sudan e Tunisia da cui i richiedenti asilo potrebbero inoltrare la loro domanda al paese Ue prescelto, dove verrebbero poi trasferiti se la loro richiesta venisse accolta. Se approvato, il piano italiano implicherebbe un radicale ripensamento del sistema di Dublino e darebbe sostanza alla stringente necessità di potenziare il burdensharing, l’equa distribuzione dei titolari di protezione umanitaria tra tutti i 28 Stati membri dell’Ue. L’ipotesi italiana, dettagli e criticità Nell’ipotesi italiana, i centri potrebbero essere realizzati sulla base dei programmi di protezione regionale, iniziative di assistenza comunitaria lanciate nel 2005 per potenziare le capacità di protezione offerte dai paesi terzi che fungono da paesi di provenienza e transito verso l’Unione. Già nel 2010 la Commissione aveva esteso questo tipo di intervento ai paesi del Corno d’Africa e del Maghreb con l’obiettivo di “migliorare la protezione dei rifugiati attraverso soluzioni durature, come il ritorno, l'integrazione locale e il re-insediamento”. Ambizioni che hanno vacillato sia per la fragilità degli interlocutori istituzionali delle due regioni, sia per l’assenza di coerenza tra il livello d’intervento locale, nazionale e regionale, con i programmi e le iniziative sviluppate dall’Ue per garantire protezione ai migranti ospitati nei paesi terzi. Adesso l’Italia ci riprova, integrando la marcata esternalizzazione delle politiche migratorie di quel programma, con la possibilità di richiedere la protezione direttamente dai paesi di transito. Da qui i migranti dovrebbero essere ridistribuiti in Europa con ricollocamenti su base volontaria o altri canali legali, compresi i visti umanitari. Un cambio di strategia non da poco e che destabilizzerebbe alle radici il sistema d’asilo vigente ad oggi basato sul regolamento Dublino III del 2013. Atto che impone al primo stato europeo raggiunto dal migrante di farsi carico della responsabilità dell’esame della domanda d'asilo. Per ora la proposta italiana avrebbe già incassato l'appoggio di Francia e Germania. Sostegni di peso, senza dubbio, ma che potrebbero non bastare per vincere lo scetticismo delle cancellerie capeggiate da molti dei paesi di recente ingresso nell’Ue. L’appoggio franco-tedesco, le riottosità dell’Est Riottosità sintetizzate perfettamente dal ministro lettone Rihard Koslovskis, presidente di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue che ha commentato la proposta italiana con un cauto “Le posizioni sono ancora divergenti”. Alfano ha rilanciato l’inderogabilità della questione. “E’dovere della comunità internazionale trovare una soluzione. La strada diplomatica resta quella principale. Se non si risolve la questione libica è inutile parlare di immigrazione con la speranza di bloccare le partenze”. Valutazioni condivise in toto da Vincent Cochetel, direttore del Bureau UnHcr per l’Europa che ha ammonito:“Il mantenimento dello status quo non è un'opzione praticabile. Non agire di fronte a queste sfide comporta solamente la morte di altre persone”. Una partita aperta, per ora, che con potrebbe restare aperta almeno fino al prossimo maggio, quando la Commissione europea dovrebbe varare la nuova Agenda per l’immigrazione, finalizzata a rendere più efficace l’asilo, gestire meglio l’immigrazione regolare, combattere quella irregolare e rafforzare la protezione delle frontiere esterne. Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma.Esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it). | ||||||||
lunedì 16 marzo 2015
La difesa in Italia: Il sempre spinoso problema
| Costi della difesa Spese per la difesa, una strada in salita Michele Nones 11/03/2015 |
Lo scenario internazionale, e in particolare la crisi in Ucraina, con le iniziative della Russia, e gli attacchi dell’autoproclamatosi “stato islamico” e di altri gruppi fondamentalisti islamici in Medio Oriente e in Africa, richiedono una più forte risposta da parte dell’Alleanza.
Nelle conclusioni approvate dai capi di Stato e di Governo vengono indicati questi obiettivi per i paesi che non destinano alla difesa il 2% del Pil, come concordato in ambito Nato:
- arrestare qualsiasi riduzione nelle spese per la difesa;
- puntare ad aumentarle quando il Pil dovesse crescere e puntare verso il 2% nel prossimo decennio per raggiungere gli obiettivi di capacità e colmare le carenze di capacità della Nato.
Crescita della spesa militare europea
Il presidente del Consiglio Renzi è intervenuto nel dibattito, e lo ha poi evidenziato nella conferenza stampa finale, per sottolineare che la crescita della spesa militare europea sarebbe molto più facile se non venisse conteggiata ai fini del Patto di Stabilità.
Ovviamente, ha voluto così ribadire che solo se l’Europa riconoscerà il carattere strategico delle spese militari potrà effettivamente migliorare le sue capacità di difesa. Il principale problema europeo non è, infatti, il basso livello di spesa, ma il suo utilizzo con la mancata, o comunque debolissima, integrazione militare.
A preoccupare è la qualità più che la quantità. Se le dimensioni delle Forze Armate europee sono tali da assorbire gran parte delle risorse, anche un livello di investimento pari al 20% del bilancio, come previsto dalla Nato, non consente di avere uno strumento efficiente perché mancheranno i fondi per l’addestramento o la manutenzione o, persino, per poter operare (ed è proprio il caso italiano, oltre che di molti altri).
Inoltre, l’inevitabile passaggio a Forze Armate professionali genera un altrettanto inevitabile aumento del costo del personale, a meno di accettare una pericolosa diminuzione della sua qualità.
Una soluzione intermedia e politicamente più accettabile a livello europeo potrebbe essere offerta da un accordo per escludere dai parametri finanziari solo le spese per la realizzazione e l’acquisizione di equipaggiamenti militari che rispondano, con soluzioni europee, ad esigenze definite a livello europeo.
Se, infatti, la sicurezza e la difesa dell’Unione richiedono determinate capacità militari, le relative spese, anche se fatte a livello nazionale, dovrebbero poter essere viste come obiettivo condiviso e una parte potrebbe ricadere sull’intera economia europea. Ovviamente questo richiederebbe la messa a punto di un sistema di “validazione” comune del loro carattere effettivamente “europeo”.
Spese militari dei paesi Nato
Un rapporto dell’European Leadership Network ha recentemente riportato l’attenzione sulle spese militari dei Paesi Nato nel 2015. Non si sono ancora registrati cambiamenti nel quadro complessivo.
Lo studio evidenzia che dei 14 Paesi esaminati, solo uno (piccolo) supera il 2% del Pil, sei (fra cui uno medio) hanno aumentato le loro spese, sei (fra cui Regno Unito, Germania e Italia) le hanno diminuite e uno (Francia) le ha mantenute allo stesso livello.
Vanno, però, tenuti presenti tre aspetti non citati nello studio:
1) i dati Nato, come quelli della European Defence Agency, sulle spese militari non sono sufficientemente omogenei per cui i confronti vanno presi con grande cautela;
2) i dati consuntivi più recenti sono soggetti a correzioni legate alle variazioni intervenute in seguito;
3) i dati preventivi sono solo indicativi.
Basti osservare il caso italiano: solo nell’ultimo biennio sono state considerate nelle nostre spese militari anche quelle sostenute dal Ministero dello Sviluppo economico per le acquisizioni, ma non quelle per Research & Technology (R&T); resta difficile quantificare il contributo offerto dalle spese per le missioni internazionali a favore di addestramento e funzionamento; in compenso continuano ad essere considerate le spese per i Carabinieri e altre di carattere generale.
Emblematico è il caso del programma navale votato dal Parlamento a fine 2013 e contrattualizzato con oneri a partire da quest’anno per un valore di 5,4 miliardi di euro in un ventennio, di cui lo studio non ha tenuto conto.
Strategia italiana
A colpire i commentatori italiani è stato, però, soprattutto il riferimento del rapporto ai “Big Three” (Regno Unito, Germania e Francia), inserendo invece l’Italia fra gli altri.
Non è la prima volta che a livello europeo al nostro Paese viene attribuito un ruolo secondario nel campo della difesa e non sarà nemmeno l’ultima. Ci sono voluti venti anni di missioni internazionali per acquisire una maggiore credibilità ed è sempre elevato il rischio di comprometterla.
Eppure anche recentemente non ci siamo tirati indietro nell’impegnare parecchie centinaia di uomini nell’addestramento delle Forze Armate afghane e in quelle irachene che combattono l’autoproclamatosi “stato islamico”. Così come abbiamo manifestato la nostra disponibilità a un’eventuale missione Onu per stabilizzare la Libia se le condizioni lo consentiranno.
Non essendoci per ora le condizioni economiche e finanziarie per aumentare le spese per la difesa, la strategia italiana dovrebbe, però, puntare a:
- evitare ulteriori tagli e cercare di recuperare quanto perso negli ultimi due anni, in linea con l’impegno alla base della Legge 244 del 2012 sulla revisione delle Forze Armate; in quest’ottica è importante non dare ulteriori messaggi contraddittori per quanto riguarda la nostra partecipazione ai programmi internazionali per nuovi equipaggiamenti;
- fare comprendere alla nostra opinione pubblica che l’instabilità della sponda sud del Mediterraneo e della Libia in particolare rappresentano una diretta minaccia alla nostra sicurezza e dobbiamo farcene carico; la stessa decisione tedesca (un paese molto prudente in questa materia) di aumentare le spese militari dal 2016 dovrebbe farci riflettere sui rischi che stiamo correndo;
- utilizzare le indicazioni che emergeranno dalla prossima pubblicazione del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa per accelerare riorganizzazione, efficientamento e ammodernamento del nostro strumento militare.
Michele Nones è il Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
venerdì 13 marzo 2015
Il nostro spazio geopolitico in Africa: la Libia
| Spaccature nelle due grandi coalizioni Libia, mettere i denti alla mediazione Roberto Aliboni 06/03/2015 |
Questo incremento di violenza, del tutto inconcludente, non ha un senso militare, bensì politico in quanto risponde al tentativo dei “duri” dell’una e dell’altra parte di ostacolare il negoziato Onu e impedire che, malgrado le enormi difficoltà, raggiunga il successo.
La violenza che ha fatto seguito all’entrata in scena dell’Isis si aggiunge a quella degli schieramenti libici - i rivoluzionario-islamisti di Tripoli e i conservatori di Tobruk. Tuttavia, mentre è un fattore che potrebbe portare la Libia ad uno scenario siriano qualora la mediazione fallisse e la guerra continuasse, per ora non ha nessun impatto sulle prospettive politiche della Libia.
Duri contro moderati
Le prospettive politiche sono infatti ancora in mano ai due schieramenti che si combattono dal luglio dello scorso anno. Solo che, in questi giorni, lo sviluppo centrale è la spaccatura che si è verificata al loro interno fra duri e moderati. Essa si traduce nella rumorosa ma inconcludente pressione di azioni militari che hanno il precipuo scopo di tagliare l’erba che sta appena nascendo sotto i piedi dei moderati, del negoziato e della pace.
Oggi 6 marzo si è aperta in Marocco un’altra sessione del dialogo di facilitazione della pace organizzato dall’Onu sotto la direzione dell’ambasciatore Bernardino Léon, inviato speciale del Segretario Generale. I bombardamenti e gli attacchi che hanno avuto un culmine nei giorni scorsi hanno cercato appunto di sabotarla. Come si è prodotta questa spaccatura?
La stanchezza della popolazione e della società civile per una guerra senza sbocco si è manifestata inaspettatamente nell’ambito della coalizione dei rivoluzionario-islamisti.
Mentre i militari della coalizione attaccavano i terminali di El Sider e Ras Lanuf, il Consiglio municipale di Misurata, culla e custode della rivoluzione del 17 febbraio, si è presentato ai negoziati dell’Onu a Ginevra manifestando esplicita propensione al dialogo e compiendo atti conseguenti, come il ritiro dell’interdetto sulla cittadina di Tawherga, che i misuratini nel corso della guerra rivoluzionaria punirono con l’esilio dell’intera popolazione avendo la città parteggiato per Gheddafi.
Nel campo avverso di Tobruk la faglia fra moderati e duri sta emergendo non fra militari e società civile ma fra i militari (e i politici che li appoggiano) e quella parte di classe politica che contrasta l’ascesa che il governo Al-Thinni, d’accordo con l’Egitto e i paesi arabi del Golfo, ha voluto assicurare al generale Khalifa Haftar, fino a nominarlo qualche giorno fa comandante supremo delle forze armate.
L’ascesa di Haftar e dei militari non è avventa nel contesto di una seria riforma delle forze armate nazionali - che sarebbe un’ottima cosa - ma come processo eminentemente politico che preannuncia, anche in Libia come in altri paesi arabi, una fase post-2011 di segno termidoriano e costituisce oggettivamente un atto di guerra verso la parte avversa e il tentativo di mediazione dell’Onu.
Tra rivoluzione e Termidoro
Nel parlamento e nel governo di Tobruk si sono levate molte e vivaci critiche contro la politica di Al-Thinni, in particolare da parte del ministro degli Interno al-Zanki.
La Camera dei Deputati, ha prima votato per la sospensione del negoziato in risposta agli attacchi militari degli avversari, poi ha votato per la nomina di Haftar e infine, capovolgendo il voto di pochi giorni prima, per la presenza di Tobruk alla sessione dei negoziati che si sta svolgendo in Marocco e l’invio di una delegazione. Sono chiari perciò i segni di scontro all’interno della coalizione conservatrice.
Ciò detto, i moderati, anche se riuscissero a prevalere, restano deboli di fronte ai militari e potrebbero facilmente rivelarsi incapaci di imporre loro un nuovo corso politico.
Nella coalizione di Tobruk i civili sono debolissimi: Haftar non è certo un Cincinnato; l’Egitto lo sostiene e le forze armate, compreso Nadhuri, il Capo di stato maggiore, non sono “Aslan Gheddafi” (uomini di Gheddafi), come sostiene l’opposizione, ma soldati che dopo esser stati marginalizzati da Gheddafi e dai suoi pretoriani aspirano ora a un ruolo primario, ricalcato su quello di al-Sisi e dei militari egiziani. Non è un ritorno al regime ma la prospettiva di un nuovo regime.
Ma nella coalizione di Tripoli la prospettiva potrebbe essere diversa perché la forza militare, che si concentra su Misurata, è composta da gruppi minoritari facenti capo ai Fratelli Musulmani, ai berberi e ad ex qaidisti, mentre il grosso è collegato alla rete di uomini d’affari e mercati misuratini che hanno sostenuto la rivoluzione e poi la coalizione contro i conservatori.
Questa rete è anche quella che sta dietro la differenziazione fra moderati e duri che è ora emersa nell’ambito della coalizione.
A differenza dei militari che si stanno ricostituendo sotto l’ala di Tobruk in una prospettiva termidoriana, sembra lecito pensare che ci sia invece una coesione politica fra la milizia cittadina di Misurata e il ceto che la finanzia e che assai probabilmente esercita una leadership politica su di essa più genuina ed effettiva di quanto non accade a Tobruk.
Essenziale una decisa iniziativa occidentale
Se questa spaccatura fra civili e militari esiste e se c’è qualche possibilità che una parte dei civili riesca a esercitare influenza sui propri militari, la mediazione ha più potenzialità di quanto l’opinione internazionale oggi non le attribuisca.
Queste potenzialità, che comunque esistono e sono all’origine della differenziazione che si è prodotta all’interno delle coalizioni, non sono però sufficientemente appoggiate dai governi occidentali, che pure sono quelli che hanno riconfermato la strada del negoziato.
La diplomazia occidentale deve imporre sanzioni personali, esercitare pressioni affinché i suoi alleati nella regione, come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita, limitino o cessino il loro sostegno ai duri, infine - seguendo il suggerimento che è appena venuto dall’Onu - devono mettere in pratica una forma più o meno coercitiva di sorveglianza marittima onde impedire i traffici di armi e petrolio che fanno capo, anche qui, ai duri di entrambe le parti.
Stranamente, i paesi occidentali sostengono la mediazione, ma non sembrano voler mettere i necessari denti alla loro stessa politica.
Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
lunedì 2 marzo 2015
Denaro all'estero: cadono alcuni santuari
| Accordo fiscale italo-svizzero Se in Svizzera finisce il paradiso Cosimo Risi 28/02/2015 |
In questi anni sono cambiati gli ambasciatori a Berna e a Roma ed è cambiato il capo negoziatore svizzero. Tuttavia il pacchetto di febbraio non è conclusivo. Lascia aperte alcune brecce che vanno riempite da lavori ulteriori.
Questi si svolgeranno in seno a gruppi negoziali che si riuniranno fra marzo e l’estate. L’ossatura delle delegazioni è tuttavia restata intatta. Sono mutate le istruzioni, specie in campo italiano. L’obiettivo è di terminare presto perché il quadro complessivo sia chiaro.
Voluntary disclosure
Preme trovare un accordo con la Svizzera che applichi in anticipo e in via bilaterale certe clausole che fanno parte del pacchetto accettato da Berna all’Ocse.
Preme trovarlo perché la sua applicazione coincida con l’entrata in vigore della legge sulla cosìdetta voluntary disclosure, l’emersione volontaria delle fortune “dimenticate” presso conti esteri e non solo svizzeri.
Lo scambio d’informazioni con le autorità fiscali svizzere rafforza il potenziale della legge nazionale. Insieme costituiscono una placida forma di pressione verso il contribuente “smemorato” e un deterrente per chi non voglia recuperare la memoria volontariamente.
Svizzera, frontalieri e cittadini Ue
Il negoziato è complesso e a misura dei progressi aumentano i capitoli oggetto dello stesso. Dopo la votazione plebiscitaria del 9 febbraio 2014 (la vittoria del “no all’immigrazione di massa”) irrompono sulla scena due temi.
Cosa accade sul piano bilaterale nell’ipotesi che la Svizzera, per attuare il risultato referendario, denunci l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea (Ue)? Quale è il regime fiscale da applicare ai lavoratori frontalieri nell’ipotesi che la denuncia dell’accordo riguardi pure loro?
Dietro a questi due quesiti premono ragioni di fondo. La prima rinvia al rapporto fondamentale che la Svizzera intende intrattenere con l’Ue. La seconda rinvia al malessere che il Cantone Ticino avverte nei confronti della “invasione” dei frontalieri provenienti in maggioranza dalla Lombardia. In pochi anni sono arrivati a superare quota sessantamila e le previsioni parlano di crescita ulteriore.
Trovare un accordo mentre la legislazione svizzera sta per mutare e con stime imprecise circa il fenomeno del lavoro mobile è impresa difficile.
Occorre introdurre clausole che fotografino lo statu quo e che, siano al contempo aperte a recepire le novità. Clausole che consentano anche un passo indietro: alla situazione antecedente lo stesso accordo in trattazione. Di qui certe formule che appaiono contraddittorie, e probabilmente lo sono. Si concorda un certo regime rebus sic stanti bus, si torna al passato se cambia il quadro normativo generale.
Stratégie de l’argent propre
Cedere all’enfasi di passaggio storico è facile. In effetti la svolta ci sta ed è importante. Non è la “fine del segreto bancario svizzero”, come ha titolato qualche giornale. Il segreto ha cominciato a svelarsi ben prima dell’intesa di febbraio. Reca il segno delle controversie con gli Stati Uniti che portarono all’accordo Facta, ma non ancora alla chiusura di tutte le indagini a carico di banchieri svizzeri.
È il frutto della “stratégie de l’argent propre” inaugurata dal Consiglio federale non senza contrasti sul piano domestico. Se il segreto è caduto anche prima di febbraio, di sicuro la recente intesa contribuisce a picchettare la trasparenza e la collaborazione fra le autorità fiscali. Le indagini a richiesta sui conti “dimenticati” vanno in questo senso.
Cosimo Risi, Ambasciatore a Berna, è docente di Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma.
lunedì 23 febbraio 2015
L'Italia si allinea con gli altri paesi europei
| Lotta al Califfato Anti-terrorismo, il nuovo decreto Mirko Sossai 19/02/2015 |
Le misure adottate - sia l’introduzione di nuove figure di reato sia taluni strumenti preventivi - rispondono anche all’esigenza di dare attuazione nel nostro paese agli obblighi derivanti dalla risoluzione 2178 (2014), con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds) ha affrontato il dilagare del fenomeno dei foreign fighters, i combattenti stranieri.
Il decreto si allinea ad analoghe misure adottate da altri paesi europei. Come è stato già osservato, vi sono ora forti aspettative rispetto al ruolo che l’Unione europea (Ue) potrà rivestire nel sostegno agli sforzi degli stati membri, nell’armonizzazione delle misure, nello scambio di informazioni e nella lotta all’estremismo e alla radicalizzazione.
Risoluzione 2178
Con l’approvazione, lo scorso settembre, della risoluzione 2178 (2014), il Cds ha imposto agli stati l’adozione di misure di carattere generale nella lotta al terrorismo internazionale. Non è un fatto nuovo: era già avvenuto con le risoluzioni 1373 (2001) e 1540 (2004).
Si tratta di decisioni criticate, perché con esse il Cds avrebbe esercitato poteri legislativi non previsti dalla Carta dell’Onu. Resta il fatto che la risoluzione 2178 riflette l’urgenza di contrastare, secondo un approccio globale, la complessità e le trasformazioni in atto nell’estremismo islamista.
L’approccio preventivo della risoluzione 2178 poggia su tre pilastri: il contrasto alla radicalizzazione e all’estremismo violento; le misure di prevenzione in senso stretto, soprattutto rispetto ai controlli sul movimento dei sospetti terroristi; la risposta giudiziaria, nel senso dell’anticipo della tutela penale, erigendo a reati atti c.d. preparatori, ossia che precedono la commissione di un atto terroristico.
Lotta all’istigazione al terrorismo
Il decreto-legge costituisce in parte l’attuazione di misure che ricadono negli ultimi due pilastri. Quanto all’introduzione di nuove figure di reato, il decreto recepisce il contenuto della risoluzione quando punisce chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per scopi terroristici.
Riflette pure la preoccupazione del Cds rispetto all’ istigazione del terrorismo mediante le nuove tecnologie, il previsto aggravamento delle pene stabilite per tale delitto se commesso attraverso strumenti telematici.
In attesa di conoscerne l’esatto contenuto, il decreto prevede anche la punibilità non solo del reclutatore, ma pure del soggetto reclutato con finalità di terrorismo, anche fuori dai casi di partecipazione ad associazioni con tali finalità, come pure di chi si “auto-addestra” alle tecniche terroristiche.
L’espansione delle forme di preparazione e partecipazione ad atti di terrorismo è questione assai delicata. La risoluzione 2178 è stata ad esempio criticata sotto questo profilo, soprattutto per la mancanza in essa di una definizione di terrorismo, e per i rischi di abuso che ne possano derivare, quanto al rispetto del principio di legalità e più in generale dei diritti umani, nonostante il continuo riferimento ad essi in diversi passaggi della decisione.
Sarebbe infatti auspicabile un aggiornamento della Decisione-quadro dell’Ue sulla lotta al terrorismo, per una definizione armonizzata anche di queste nuove figure di reato.
Intelligence e prevenzione
Quanto agli strumenti di carattere preventivo, la risoluzione 2178 ribadisce l’obbligo di prevenire i movimenti di terroristi attraverso controlli alle frontiere e sul rilascio dei passaporti.
In ambito europeo, diversi stati hanno introdotto misure relative al ritiro dei permessi di soggiorno e dei documenti di viaggio, come anche di revoca della cittadinanza. È quest’ultimo aspetto a destare preoccupazione sul piano giuridico, soprattutto con riguardo agli ampi poteri che il governo britannico ha esercitato nel privare della cittadinanza sospetti terroristi, anche se vi fosse stato un rischio di apolidia.
Nel decreto-legge sono contenute misure del primo tipo, dal momento che prevede la facoltà del Questore di ritirare il passaporto ai soggetti indiziati di terrorismo, all’atto della proposta di applicazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno.
Uno strumento fondamentale di prevenzione è inoltre la rilevazione degli spostamenti dei sospetti terroristi e la condivisione delle informazioni tra gli stati. Oltre al tema dell’acquisizione dei dati sui passeggeri alla prenotazione del viaggio, una questione fondamentale riguarda l’acquisizione e il trasferimento su base bilaterale e multilaterale delle informazioni dei servizi di sicurezza.
Diverse sono le misure che nel decreto riguardano la protezione e le attività delle agenzie di intelligence, compresa la possibilità di effettuare colloqui con soggetti detenuti o internati.
Risponde infine alla necessità di un coordinamento su scala nazionale delle indagini relative a procedimenti penali e procedimenti di prevenzione in materia di terrorismo, l’attribuzione di tali funzioni al Procuratore nazionale antimafia.
Mirko Sossai è ricercatore di diritto internazionale all’Università Roma Tre.
Libia: fare sul serio ed agire rapidamente
| Libia, bilancio provvisorio La diplomazia può giocare, ma deve fare in fretta Giuseppe Cucchi 23/02/2015 |
Dalla tenaglia delle crisi alla presa di coscienza
Ci siamo ritrovati così chiusi in una tenaglia, minacciati a Nord Est dai sussulti dell'orgoglio nazionalista russo, insidiati a Sud da un terrorismo islamico sempre più insidioso e violento.
Due fattori hanno giocato in particolare a sfavore dell’Italia. Il primo: l'abitudine europea a considerare sempre di priorità maggiore quanto accade alle frontiere di Nord Est rispetto a ciò che avviene a Sud. Il secondo: che a complicare una situazione mediterranea già di per sé difficile contribuiscono ora flussi di migranti di dimensioni tali da divenire anch’essi, se non una minaccia perlomeno un grave problema.
Gli avvenimenti degli ultimi giorni sembrano avere riscosso le coscienze, suscitando un allarme che è servito ad innescare un primo serio esame di situazione. Merito delle bandiere nere dell'Isis apparse a Derna e nella Sirte? Probabilmente.
In fondo i due migliori motori dell'Europa sono sempre stati la frustrazione e la paura e soltanto in momenti di particolare paura e frustrazione essa è riuscita ad aver ragione delle remore nazionalistiche dei paesi membri ed a fare decisivi passi avanti.
L'azione è per ora soltanto politica e diplomatica, mentre i tempi per un eventuale intervento militare non sono stati giudicati ragionevolmente maturi né alle Nazioni Unite né in Europa. C' è stato, è vero , qualche primo tintinnare di sciabole. Persino a casa nostra, ove di solito qualsiasi soluzione politico/diplomatica, anche la più orrenda, è considerata migliore di ogni ipotesi di coinvolgimento militare.
Si è trattato probabilmente solo di ciò che gli addetti ai lavori chiamano "gesticolazione verbale", o forse di una edizione italiana del "gioco dei due gendarmi ", quello cattivo e quello buono, ma in conclusione ha consentito di definire meglio la nostra posizione nei tre ambiti, delle Nazioni Unite, atlantico ed europeo, cui facciamo riferimento.
Per tacere poi del quarto ambito, quello di Santa Romana Chiesa, pure importante in situazioni che coinvolgono un’altra grande religione monoteistica, minoranze cristiane embedded nei paesi a rischio dell'oltremare ed il fenomeno della emigrazione che il Vaticano segue da vicinissimo e patrocina con vigore.
Il tempo per agire c’è
Sulla decisione di non ragionare subito in termini militari, come proponeva l'Egitto al Consiglio di Sicurezza, ma di continuare a valutare ciò che sta accadendo in Libia e di cercare nel contempo di far sedere intorno al medesimo tavolo i più rilevanti ed accettabili dei protagonisti locali hanno di sicuro influito anche gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Da un lato la reazione egiziana, che rassicura sul fatto che, anche in assenza di un impegno delle Nazioni Unite, le forze libiche più moderate e meno discutibili dal punto di vista politico - vale a dire il Governo di Tobruk e le milizie del gruppo del Generale Haftar (Dignità) - non resteranno prive di un supporto esterno di fuoco nel caso in cui la situazione improvvisamente si aggravi.
Dall'altro l'attacco alle forze Isis condotto da una Brigata di élite delle milizie di Misurata. Una azione di cui per il momento è ben difficile valutare contorni, intensità e risultati ma che comunque evidenzia con estrema chiarezza come i signori della guerra libici non abbiano alcuna voglia di lasciarsi colonizzare dai neri drappelli del Califfo.
Nel loro insieme, questi fattori suggeriscono che, malgrado l’urgenza della crisi, resta comunque abbastanza respiro per compiere un ulteriore tentativo di trovare una soluzione “libica”, anche se da definire in ambito Nazioni Unite, con l’aiuto di un concerto di paesi - fra cui i membri dell'Ue dovranno assumersi un onere ed un ruolo rilevante - sino al suo consolidamento.
Per arrivare a conseguire un simile risultato bisogna però essere disposti ad impegnarsi con serietà, il che significa ad usare gli strumenti di volta in volta più adeguati al continuo mutare di un panorama per sua natura estremamente fluido ed a partire dall'idea di non lesinare sulle risorse anche se il processo di pacificazione dovesse nel tempo rivelarsi più costoso di quanto inizialmente previsto. Un incidente che si verifica con impressionante regolarità allorché si affrontano problemi di questo tipo.
Però bisogna fare sul serio e rapidamente
Lo abbiamo fatto in passato? C'è da dubitarne. Quando si è trattato di addestrare i soldati di quello che allora era il Governo regolare ed universalmente riconosciuto della Libia i numeri dell'operazione sono stati ridicoli, sia in assoluto che confrontandoli all'esigenza.
I grandi paesi hanno inoltre sempre cercato di non essere direttamente coinvolti in alcuna iniziativa, in maniera da non dover in alcun modo rispondere di eventuali prevedibili fallimenti.
Le stesse Nazioni Unite nel momento in cui hanno dovuto indicare un mediatore non hanno scelto un politico di vaglia e di peso, cui l'esperienza e le conoscenze maturate in una vita di incontri internazionali conferissero la necessaria personale autorevolezza. Si sono invece limitate a designare un diplomatico, cioè un funzionario, figura che per quanto brillante essa sia non è sinora riuscita ad adeguarsi al ruolo.
Lo faremo in futuro? C'è se non altro da augurarselo e di augurarsi altresì che almeno per una volta ci si muova con la dovuta rapidità.
Due gesti saranno indicativi. Il primo: la sostituzione dell'attuale mediatore con una figura politica di rilievo adeguato. Il secondo: l'assunzione da parte degli Stati Uniti di un atteggiamento più deciso di quello che essi hanno avuto sino ad ora. In fondo, se vogliamo parlare con sincerità e fuori dai denti, l'attuale destabilizzazione del mondo arabo islamico ha alla sua origine anche quindici anni di politica deludente e di guerre sbagliate degli Stati Uniti.
Se poi anche la Russia si decidesse a dare una mano, come sembra ora auspicare il nostro Presidente del Consiglio, tutto si rivelerebbe più agevole e forse il fatto di lavorare insieme a Sud ci renderebbe più facile trovare soluzioni concordate anche per il Nord Est europeo.Ma questa è tutta un’altra storia.
Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
sabato 21 febbraio 2015
Libia: un intervento? I Pro e i contro di un problema da affrontare
| Medio Oriente In Libia a giocarci la faccia Stefano Silvestri 16/02/2015 |
I negoziati condotti dall’inviato delle Nazioni Unite, Bernardino León, non hanno alcun impatto sul terreno. Gli scontri armati si moltiplicano mentre il quadro conflittuale si destruttura rapidamente, mettendo in ombra i due schieramenti più noti, che si riconoscono l’uno nel Parlamento che siede a Tobruk (riconosciuto internazionalmente) e l’altro in parti del vecchio Parlamento di Tripoli.
Non si era mai trattato di raggruppamenti coerenti e coesi, quanto del temporaneo convergere degli interessi di centinaia di bande e micro-gruppi dietro alla leadership politico-militare di pochi più decisi signori della guerra, ma ora sembriamo vicini allo sfascio generale, a maggior gloria dei terroristi puri e duri, quelli tradizionalisti di Al-Qaida (Ansar Al-Sharia), in perdita di velocità, e quelli vicini a Daesh (lo pseudo-califfato).
Quest’ultimo in particolare sembra in fase crescente, con la conquista almeno temporanea di un terminale petrolifero e l’ottenuto riconoscimento da parte del “califfo” dei suoi tre Wilayat libici (Al-Barqah, ad oriente, Al-Tarabulus, ad occidente e Al-Fizan a Sud).
È evidente che bisognerà fare qualcosa per controllare e ridurre la minaccia, ma che cosa, con chi e come? Tutto questo deve ancora essere chiarito.
Possibili alleati con preferenze
L’unica cosa che Gentiloni ripete continuamente è che intendiamo muoverci solo nell'ambito legale multilaterale, preferibilmente quello stabilito dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza non però sembra vicino ad esprimersi. Ci sono alternative, ma rimane comunque la domanda di fondo: con chi e per fare che?
In Libia sono già attivi svariati attori internazionali, legittimi e illegittimi, e ognuno ha i suoi obiettivi. Ad esempio è presente l’Egitto, assieme agli Emirati Arabi Uniti e all'Arabia Saudita. Questi paesi sono certamente interessati a combattere Daesh, che è anche operativo nel Sinai, contro le truppe egiziane, ed in genere questi paesi vogliono la messa al bando dei movimenti politici islamici ispirati ai Fratelli Mussulmani.
Il problema è che è difficile immaginare una conclusione positiva dei conflitti libici che non veda la collaborazione di una parte almeno dei movimenti politici di tale ispirazione, anche se dovrà essere più chiara la divisione tra terroristi e non.
La Turchia ha attivamente aiutato, contribuito ad armare e sostenuto politicamente i Fratelli Mussulmani di Misurata e di Tripoli, arrivando anche a subire imbarazzanti vicinanze con i terroristi di Ansar Al-Sharia. Proprio per questo ha pessimi rapporti con l’Egitto e i sauditi, ma potrebbe diventare un passaggio obbligato per definire un eventuale obiettivo politico comune a più schieramenti.
In ogni caso bisognerà evitare alleanze troppo motivate ideologicamente che potrebbero facilmente portare a una spartizione dei fatto della Libia in due o tre territori, ognuno in preda alla sua forma locale di guerriglia e sostanzialmente ingovernabile. Lo spettro della Somalia è vicino.
Alleati europei cercasi, specie se capaci
Essenziale è anche capire che cosa faranno i nostri alleati europei. L’Italia non può né deve andare in Libia per conto suo, magari con una generica benedizione statunitense, e poi trovarsi a mediare con i turchi da una parte e gli egiziani dall'altra: è la ricetta di un disastro annunciato, a tutti i livelli.
D’altro canto deve avere il supporto deciso e consistente di almeno un paio di altri grandi paesi europei: sarebbe bello se ci fosse anche la Francia (ammesso di riuscire a stabilire un piano politico comune), ma ci dovranno comunque essere la Germania e magari la Spagna e la Polonia. Capisco che altri vedano al loro orizzonte essenzialmente l’Ucraina, ma i problemi del Mediterraneo non sono certo né meno urgenti, né meno gravi.
Le opzioni militari possono essere svariate, ma l’ideale sarebbe quello di ottenere un accordo per nuove elezioni politiche da condurre sotto il controllo delle Nazioni Unite, o quanto meno dell’Unione Africana, con la garanzia delle forze della missione internazionale, che dovrebbe poi lasciare rapidamente il paese.
Il parallelo potrebbe essere quello con la “Missione Alba” che conducemmo in Albania in un momento di dissoluzione dello stato e riuscì a spezzare il circolo vizioso, dando inizio ad un nuovo ciclo molto più “virtuoso”.
A differenza di quell'esempio, che quasi non vide l’uso effettivo della forza, questa volta è probabile che la lotta al terrorismo debba vedere alcune operazioni militari di una certa consistenza e sicuramente importanti attività di sorveglianza delle frontiere meridionali e dell’intera regione desertica.
Tuttavia, in questo caso, sarebbe bene non immaginarsi un avversario molto più potente di quello che in realtà non sia. Tutto dipenderà però dalla bontà e dalla tenuta dell’accordo politico iniziale tra le parti che avranno accettato di invitarci a operare nel loro paese.
Se non c’è accordo, stare sulla difensiva
Se tale accordo si rivelasse impossibile, le alternative sono molto meno piacevoli e soddisfacenti. In particolare potrebbe divenire non solo legalmente più difficile, ma strategicamente non opportuno, dispiegare forze sul territorio libico e bisognerà adottare una strategia essenzialmente difensiva.
Questo non significa rintanarsi in casa in attesa degli attacchi avversari, ma preoccuparsi molto meno delle conseguenze che le nostre scelte avranno sulla Libia e sul suo futuro: primum vivere.
Un rigido blocco aero-navale, ad esempio, potrebbe essere accompagnato da incursioni e altre operazioni sul territorio libico per assicurarne la tenuta e sventare eventuali attacchi.
Potrebbe anche essere opportuno, in collaborazione con i paesi confinanti della Libia, intervenire massicciamente e/o selettivamente contro gruppi di contrabbandieri di armi e di uomini e in genere per bloccare ogni flusso trasfontaliero incontrollato.
Analogamente intensa e invasiva dovrebbe essere l’attività di intelligence. Tutto ciò sarebbe giustificato dalla incapacità o non volontà delle autorità libiche di controllare i nostri nemici, ma inevitabilmente renderebbe anche più difficile distinguere tra amici e nemici, con conseguenze negative per tutti.
Questi sono i due estremi opposti di un eventuale intervento in Libia: di gestione della crisi il primo, strettamente difensivo il secondo. Vedremo se andremo nell'una o nell'altra direzione, o ne tenteremo qualcun’altra. Una cosa però sembra certa, non sarà possibile dimenticarsi un’altra volta della nostra vecchia quarta sponda.
Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
venerdì 13 febbraio 2015
Novità nel nostro colosso
| Industria della difesa Finmeccanica, più concentrata, più competitiva, più magra Michele Nones 07/02/2015 |
Già questo è un importante segnale rivolto al mercato, ai clienti, agli investitori e ai dipendenti. Per tre anni Finmeccanica è rimasta in mezzo al guado senza che nessuno definisse chiaramente la strategia del gruppo.
Il rischio era ormai quello che, anziché chiudere un capitolo per iniziarne un altro, alla fine si chiudesse la storia di Finmeccanica. In un mercato sempre più competitivo ritardi e incertezze diventano, infatti, un fattore di penalizzazione, soprattutto per le imprese meno forti.
Focus sul core business
Già da tempo il core business di Finmeccanica è rappresentato da aerospazio, sicurezza e difesa, inevitabile conclusione del processo di concentrazione della maggior parte delle industrie italiane dell’aerospazio e difesa iniziato nei primi anni Novanta.
Energia, impiantistica, trasporti, erano diventati corpi estranei (anche al di là dei costanti negativi risultati degli ultimi due). Erano, e restano, troppo piccoli per sopravvivere autonomamente. Di qui la necessità di trovare dei partner di mestiere che meglio li possano gestire e sostenere.
Su queste inevitabili cessioni si è però estesa a lungo l’ombra di un azionista pubblico che non ha saputo né dare chiare indicazioni strategiche, né scegliere su basi professionali i vertici, né assicurare l’autonomia e il sostegno necessari.
Nell’ultimo anno il vento è, per fortuna, cambiato: il rinnovamento governativo ha consentito quello aziendale e si sono potuti accantonare i vecchi tabù.
Va però anche riconosciuto che, con una inaspettata lungimiranza, governi e parlamento precedenti hanno lasciato in eredità al paese una normativa sul controllo degli investimenti nei settori strategici che sta risultando indispensabile per accettare l’intervento degli investitori esteri, gli unici interessati visto che non si vedono in giro “capitani coraggiosi” nazionali.
Un’unica impresa più competitiva
Un secondo importante e, invece, nuovo segnale è la decisione di concentrare le attività core in Finmeccanica, accorciando la catena decisionale ed eliminando duplicazioni gestionali e societarie.
Certo le diverse aziende del gruppo provengono da storie diverse e operano in segmenti di mercato diversi, ma un decennio (e a volte anche di più) poteva essere più che sufficiente per omogeneizzarle. Anche in questo caso resta il forte sospetto che, in realtà, la vecchia struttura sia servita soprattutto per garantire troppi dirigenti, consiglieri di amministrazioni, sindaci, consulenti, ecc.
Ancora più grave è l’articolata struttura del gruppo che ha portato a sovrapposizioni di attività e, in alcuni casi, persino a dannose competizioni infra-gruppo.
Il processo di concentrazione dell’industria aerospaziale e militare che si è sviluppato in tutto il mondo in questi ultimi venti anni è servito per rafforzare, ma anche per razionalizzare i grandi gruppi internazionali. Finmeccanica fino ad ora ha fatto la prima parte, rinviando continuamente la seconda. Ora può cominciare, con la consapevolezza che servirà una forte volontà per vincere ostacoli e resistenze.
Un terzo e altrettanto nuovo segnale è la decisione di rafforzare e concentrarsi sulle aree di eccellenza all’interno di aerospazio, sicurezza e difesa.
Finmeccanica ha un eccessivo ventaglio di prodotti: deve focalizzarsi su quelli più avanzati e competitivi. Il suo riferimento deve essere il mercato internazionale: quello nazionale non è più sufficiente e va, quindi, presidiato là dove vi sono programmi internazionali o prospettive di poter trovare clienti esteri.
Finmeccanica è un gruppo transnazionale con attività in Italia, Regno Unito e Polonia. Il mercato statunitense è, invece, completamente separato e anche i gruppi europei che vi operano lo fanno con una forte autonomia.
In quest’ottica la valutazione sull’opportunità di mantenere il controllo di Drs sarà presa successivamente, anche considerando i risultati dell’efficientamento in corso e il valore strategico dell’investimento.
Diverso il caso delle joint-venture europee a cui Finmeccanica partecipa. Potrebbero essere considerate strategiche se il paese le ritenesse tali e conseguentemente le alimentasse sostenendo la ricerca e sviluppo e la domanda istituzionale.
In caso contrario sarebbe preferibile utilizzarle per rafforzare e allargare le aree di eccellenza tecnologica che caratterizzeranno la Finmeccanica di domani. E’ una scelta che deve coinvolgere governo, amministrazioni e parlamento insieme a Finmeccanica, tenendo presente che la globalizzazione e l’aumento della competizione comportano che si possa rimanere player solo in poche attività.
Una Finmeccanica più etica
Finmeccanica nell’ultimo triennio ha tagliato molte spese inutili. Va, però, riconosciuto al nuovo vertice il merito di aver impresso un nuovo stile di lavoro e di rapporti col mondo esterno. Tutto questo, per altro, sta avvenendo in sintonia con il cambiamento in corso nell’intero paese.
Da questa nuova base si può ora partire per rafforzare nella nostra opinione pubblica e nei decisori politici la consapevolezza che Finmeccanica è un assett strategico per il nostro paese e che mantenere significative capacità tecnologiche e industriali consente di contribuire ad assicurare la sicurezza e la difesa della nostra società.
Michele Nones è Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
giovedì 5 febbraio 2015
Il dramma del Debito greco e l'Italia: l'ospedale aiuta la chiesa?
| Il Tour d’Europa di Tsipras Renzi gli regala una cravatta, “Mettitela” Giampiero Gramaglia 04/02/2015 |
E la prossima settimana ci sarà la prova a squadre: il Consiglio europeo del 12 e 13, deciso per discutere del ‘piano Juncker’, sarà pure l’occasione per un confronto collettivo con il leader della sinistra radicale il cui successo è una condanna della troika, che pare sul punto di sciogliersi - Bce e Fmi vorrebbero sfilarsi - e dell’austerità.
“L’Europa deve riprendere fiato”, proclama Tsipras. E, nei primi contatti, trova sponde in Francia e in Italia. Ma la spinta più convinta al partito della crescita arriva dal presidente Usa Barack Obama - e non è una sorpresa.
“Stop all’austerity”, dice Obama, presentando una finanziaria che aumenta le tasse ai ricchi e alle multinazionali e prevede sgravi alle famiglie e un rilancio delle infrastrutture. “L’America torni a spendere”; e lo faccia pure l’Europa.
Tsipras e Varoufakis
Tsipras, che percorre l’Unione in tandem con il ministro dell’economia Yannis Varoufakis, l’ideologo marxista già divenuto lo spauracchio dei colleghi, chiede tempo, se non soldi. E l’Italia pare disposta a concederglielo: il premier Matteo Renzi è pronto a dare una mano al collega greco, anche se ciò non significa necessariamente dargli ragione.
Anzi, dopo avere dato la sensazione d’accarezzare l’idea di un partito europeo dei leader giovani, senza cravatta e in maniche di camicia - ma quella di Tsipras non è quasi mai bianca -, Renzi prende un po’ le distanze: ad Alexis, regala una cravatta, “Mettila - gli dice - quando la crisi sarà finita”. Forse il premier italiano s’è reso conto che di quel partito non sarebbe lui la guida.
Fra i due leader, in conferenza stampa, non mancano le battute. Renzi la mette sullo storico: "Grecia e Italia sono 'superpotenze' del passato e sapranno collaborare in futuro". E poi scherza: "Mi metto alla tua sinistra, anche se non è facile". E quando Tsipras dice “parliamo una lingua comune”, l’italiano ammicca: "O il liceo classico non serve, o il greco moderno è molto diverso dall’antico...".
Varoufakis raccoglie risultati più concreti. Il ministro francese Michel Sapin promette: “Aiuteremo la Grecia, che resterà nell’euro … A tutti servono crescita e investimenti”. Con il ministro italiano Pier Carlo Padoan, si progetta un “prestito ponte”, in attesa di un nuovo accordo tra Ue e Grecia, che rimpiazzi i piani di aiuti degli ultimi anni. Idee da approfondire quando Varoufakis incontrerà prima il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e poi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble.
Dopo il colloquio con Renzi, Tsipras afferma: "L'Europa è davanti a un crocevia. La Grecia vuole contribuire al cambiamento. Ci serve tempo per un progetto di ripresa economica a medio termine, che richiederà riforme a tutto campo".
Tsipras aggiunge: “In Grecia abbiamo avuto clientelismi, corruzione, ma vogliamo cambiare, senza creare nuovo deficit e con equilibrio nei bilanci, senza rinunciare alle riforme e garantendo i servizi sociali. Serve un'agenda di crescita che porti a strutture pubbliche più funzionali e adeguate alle esigenze dei cittadini ".
Il premier italiano si schiera al suo fianco: "Darò il massimo supporto al premier Tsipras, in termini di disponibilità al dialogo in tutte le sedi e di cooperazione bilaterale". I concetti del leader greco, del resto, echeggiano tesi care a quello italiano, che nell’esito del voto in Grecia legge il messaggio “di speranza di un'intera generazione che chiede più attenzione e riguardo per chi subisce la crisi”.
"Serve un cambio in Europa - incalza Tsipras: dobbiamo portare coesione e crescita dove c’è paura e incertezza". "La nostra generazione - aggiunge, rivolgendosi a Renzi - è stata bersaglio di scelte politiche sbagliate, una generazione che ha sofferto e che è dovuta emigrare per sognare e vivere con dignità. Dobbiamo lottare per farla sperare in prospettive migliori".
Trattativa con i partner europei su debito e misure
Davanti, però, c’è la trattativa con i partner europei su debito e misure. E, qui, il premier italiano si fa istituzionale: "Tutti vogliamo che nell’Unione si rispettino le regole, ma anche che si riconoscano i valori comuni … Credo che si possa trovare un punto di intesa con le istituzioni europee".
Il greco, che dopo le elezioni alterna massimalismo e prammatismo, e che strizza l’occhio alternativamente a Bruxelles e a Mosca, non forza: "Siamo aperti ai suggerimenti dei partner, ma siamo contro la logica che ha portato al fallimento … Siamo pronti a vagliare tutte le alternative, purché si vada verso la crescita e non verso l'austerità". E i creditori italiani - rassicura - non temano per i loro soldi.
I partner europei vogliono soprattutto capire quali sono gli obiettivi greci. La Commissione appare per il momento dialogante: “Troveremo una soluzione - assicura il responsabile dell’Economia Pierre Moscovici. Ma Atene rispetti gli impegni”. La permanenza della Grecia nell’euro e nell’Ue è condivisa dalla Germania, contraria però a tagliare il debito e disponibile a forme di solidarietà solo in presenza di riforme da parte di Atene.
Renzi la vede così: "Ci sono due questioni diverse sul tappeto. Una è la direzione dell'economia nell’Unione: dobbiamo portare l'Europa a parlare di crescita e non di austerità. Non si costruisce una prospettiva di sviluppo sul deficit, ne pagherebbero le conseguenze le prossime generazioni".
"Il secondo tema - prosegue il premier - è la situazione dei nostri Paesi. Ovunque nell'Unione occorre fare le riforme … La Grecia deve potere risolvere i suoi problemi con la politica di riforme a medio termine che Tsipras progetta".
Sul palco mediatico del successo della sinistra radicale in Grecia, dietro la folla di chi sale sul carro del vincitore, c’era un coro di prefiche che intonavano il ‘de profundis’ dell’Ue e dell’integrazione.
Invece, il voto in Grecia è, anzi, un trionfo dell’Europa e della democrazia che proprio ad Atene venne inventata e sperimentata 2500 anni or sono: l’Unione non è morta - la troika magari sì- e Tsipras non ne sarà il killer; anzi, la vittoria di Syriza potrebbe risvegliare un’Europa che langue.
Ora, c’è chi prova a sfruttare l’opportunità per accelerare il cambiamento di rotta nell’Unione verso la crescita, gli investimenti, l’occupazione; e chi s’appresta a disporre paletti e cavalli di frisia su questo percorso, per evitare sprechi e sciali, per innescare efficienza e competitività. Una dialettica che è dentro la storia dell’integrazione.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
Iscriviti a:
Post (Atom)