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mercoledì 18 novembre 2015

Prospettive positive per l'approvigionamento di pretrolio

Energia
Eni, il super hub del gas nel Mediterraneo
Azzurra Meringolo
05/11/2015
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Un’intesa a quattro per la creazione di super-hub del gas. È questo l’obiettivo della missione appena conclusasi di Claudio Descalzi a Gerusalemme. Coinvolgendo anche Cipro - dove il Ceo di Eni è già volato a settembre - ed Egitto, l’uomo al vertice del Cane a sei zampe vuole realizzare un progetto che, partendo dal Mediterraneo orientale, potrebbe allargarsi alla sicurezza energetica continentale, in primis a quella dei Paesi della sponda nord del Mediterraneo.

E c’è già chi scommette che, nel lungo periodo, questo nuovo scenario potrebbe anche lanciare una sfida ai giganti russi, principali fornitori di gas all’Europa.

Guardando la mappa di questo mare, Descalzi immagina di disegnarci un hub in grado di ricevere gas da diverse nazioni della zona per poi portare tutta la materia prima a Damietta, dove Eni controlla gli stabilimenti di liquefazione della spagnola Union Fenosa.

Una volta liquefatto, il gas potrebbe arrivare via nave in Italia, e da qui potrebbe essere smistato in Europa.

Figura 1: attività Eni in Egitto fino al 2014, Fonte: Eni.

La scoperta del giacimento di Zohr
Quello di Descalzi è un progetto che può già contare sull’intesa e sui buoni rapporti tra Benjamin Netanyahu e Matteo Renzi evidenziati dalla cordialità del loro incontro a fine agosto a Firenze.

In quella occasione i due leader avevano parlato di cooperazione in ambito energetico, lasciando però da parte le questioni affrontate invece in questi giorni da Descalzi che negli ultimi mesi ha spinto il piede sull’acceleratore.

Dopo la recente scoperta, da parte di Eni, del mega giacimento egiziano di Zohr - stimato in 850 miliardi di metri cubi - sono settimane che il Cane a sei zampe si pregusta i successi che la realizzazione di questo hub potrebbe garantire.

Figura 2: Eni scopre il giacimento di Zohr, Fonte: Eni.

L’Egitto, che dovrà ancora aspettare un paio di anni per toccare con mano i vantaggi derivanti da questa scoperta, sembra per ora intenzionato a sfruttare il gas in arrivo soprattutto per soddisfare il suo crescente fabbisogno interno.

Nel 2014, il Cairo è infatti passato dal club dei paesi esportatori a quello degli importatori. Declassamento difficile da digerire, soprattutto se si pensa che per tenersi in vita, negli ultimi anni l’Egitto si è dovuto rivolgere allo stato ebraico, al quale per decenni ha svenduto importanti quantità di gas, invertendo quindi la rotta del tanto discusso gasdotto che fino al 2012 aveva portato gas a Israele e Giordania.

Il gas egiziano sgonfia le ambizioni di Israele
Oltre all’Egitto c’è però Israele che potrebbe essere interessato a utilizzare l’hub voluto da Descalzi per esportare il gas naturale che produce nei giacimenti di Leviatano e Tamar. Il tutto grazie a un gasdotto sottomarino capace di raggiungere gli stabilimenti di liquefazione di Damietta, prima di arrivare in Europa.

Nel farlo cercherebbe di seguire due rotte di esportazione: quella egiziana e quella turca. Mentre la seconda è complicata dai delicati rapporti con Ankara, la prima è facilitata dalla collaborazione sempre più stretta - soprattutto sulla sicurezza dei confini lungo la Striscia di Gaza - con l’Egitto dell’ex generale, ora presidente, Abdel Fattah Al-Sisi.

Stando a una lettera di intenti firmata lo scorso anno dal Cairo e Noble e Delek -compagnie al vertice del consorzio di Leviatano e Tamar - l’Egitto si aspettava di ricevere da Israele 68 miliardi di metri cubi di gas nell’arco dei prossimi 15 anni. La scoperta di Zohr potrebbe mescolare le carte in tavola.

Quest’ultima ha infatti rivoluzionato lo scenario strategico ed energetico di Israele, Paese che ora rischia di perdere il suo cliente più sicuro, il Cairo, e di dover rivedere al ribasso i prezzi che in questi anni era convinto di potere dettare. Basta pensare al crollo in borsa subito dagli israeliani di Delek e dai texani di Noble Energy dopo la notizia della scoperta dei giacimenti egiziani.

Italia assetata di gas 
Ed è anche per questo che Netanyahu ha fatto capire che sarà pronto a scendere in campo personalmente per trattare con Eni l’assegnazione delle licenze di esportazione. Ma al momento la situazione è ancora in fase di stallo, anche a causa di un acceso dibattito interno al governo israeliano proprio su queste questioni.

Il ministro dell'Energia, Yuval Steinitz, è stato infatti accusato pubblicamente dal suo collega Aryeh Deri, a capo del dicastero dell'Economia, di una vera debacle in termini d'intelligence economica. Secondo Deri, infatti, Israele era totalmente all'oscuro del positivo risultato delle ricerche esplorative egiziane relative al giacimento Zohr e si è fatto, così, cogliere impreparato.

Ecco perché anche se Netanyahu e Descalzi hanno "convenuto che alla luce della crescente domanda di gas naturale nella regione è necessario esplorare ulteriori possibilità di cooperazione, compreso lo sviluppo congiunto o il trasporto di gas naturale a diversi clienti", lo sbocco di un'alleanza energetica tra Israele ed Egitto sembra al momento difficile.

I passaggi da superare non sono pochi, ma se si arriverà in fondo, Eni esporterà in Europa il gas dei giacimenti israeliani e ciprioti. Considerando solo i giacimenti scoperti nel 2013, nel bacino di Tamar si stimano 282 miliardi di metri cubi, (mld mc), mentre in quello di Leviatano 536 mld mc.

Non sazia, l’Italia - che ogni anno si scola circa 70 mld mc di metano - guarda anche anche altri giacimenti. Già Descalzi non esclude di includere nel progetto di questo hub la Libia, paese che ha grandi potenzialità di sviluppo sulla base delle recenti scoperte nell’offshore.

E lungo lo stivale c’è anche chi guarda i giacimenti israeliani minori. Basta pensare all’attività di Edison che per guadagnare quote importanti del mercato interno tiene sott’occhio i giacimenti di Karish e Tanin.

Azzurra Meringolo è ricercatrice dello IAI. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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venerdì 6 novembre 2015

Economia Globale

Economia
Pmi, la forza motrice della crescita
Eleonora Poli
28/10/2015
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Una forza motrice per la crescita. Anche se il terreno economico degli ultimi anni ha reso il loro sviluppo molto difficile, le piccole e medie imprese, Pmi, dominano non solo il contesto economico europeo, ma anche quello asiatico. La tematica è stata discussa al Seminario ASEM, "Financing SMEs in Asia and Europe", organizzato dal Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale e Banca d'Italia in collaborazione con l'Istituto Affari Internazionali, che si è tenuto a Roma il 29-30 ottobre.

Le Pmi nell’economia globale
Secondo il rapporto annuale della Commissione europea, nel 2014 9,9 aziende europee su dieci sono Pmi; esse impiegano due dipendenti su tre e producono 58 centesimi per ogni euro di valore aggiunto. Inoltre, più della metà delle Pmi europee ha aspettative di crescita economica, mentre solo una su dieci crede che il proprio fatturato diminuirà.

L’Italia annovera circa 200 mila Pmi e il 17,6% delle micro imprese europee. Nelle Micro Pmi italiane trova impiego l’81% dell’occupazione totale e si produce il 71,3% del valore aggiunto.

Rilevante è anche il contributo in termini di esportazioni, circa il 54% del totale. Secondo il rapporto annuale dell’Asian Development Bank (ADB), le Pmi rappresentano il 96% delle imprese, forniscono il 62% dei posti di lavoro e il loro contributo al Pil è intorno al 42%.

Pmi e accesso al credito
Tuttavia, sia in Italia che in Europa, ma anche in Asia, lo sviluppo delle Pmi viene ostacolato da un accesso limitato ai finanziamenti dovuto ad una bassa propensione degli istituti di credito a erogare loro prestiti.

Secondo l’ADB, anche se le Pmi della regione hanno contribuito alla crescita economica, lo scarso accesso al credito ha visto diminuire il loro potenziale contributo allo sviluppo. Questo trend si riscontra anche in Europa, dove nel 2014, il 14% delle Pmi annovera tra i cinque ostacoli allo sviluppo uno scarso accesso al credito.

Dati: Survey on the access to finance of enterprises (SAFE) Analytical Report 2014.

Tuttavia, diversamente dall’Asia, sebbene nel 2013 le Pmi europee abbiano registrato un aumento del valore del 1,1%, la positività di questo risultato è temperato da un generale rallentamento rispetto al 2012 e al 2011, quando si era rispettivamente registrato un aumento dell’1,5 % (2012) e del 4,2% (2011). Inoltre nel 2013, non solo il numero delle Pmi europee si è ridotto dello 0,9%, ma anche le persone impiegate da quest’ ultime sono diminuite dello 0,5%.

Tale trend risulta tuttavia molto più grave in Italia. Secondo il rapporto CERVED, tra il 2011 e il 2013, l’accesso al credito per le Pmi italiane si è ridotto del 4,1 %. Tra il 2008 e la prima metà del 2014, 13 mila piccole e medie imprese italiane sono fallite, oltre 5 mila sono state insolventi e 23 mila hanno liquidato le loro attività.

Politiche a sostegno delle Pmi
Per garantire l’accesso al credito alle Pmi è necessario favorire lo sviluppo di strategie coordinate. Tuttavia, in Asia governi e banche centrali hanno sostenuto misure che variano da paese e da settore e che vanno dalla creazione di forme di garanzie per il credito sviluppate in Indonesia e in Thailandia a politiche di intervento pubblico in Bangladesh, Malaysia e Vietnam.

In Europa invece, al fine di far fronte ai trend negativi che colpiscono gli oltre 21 milioni di Pmi, la Commissione ha lanciato diversi piani d'azione, come il programma 2014-2020 per la competitività delle piccole e medie imprese che renderà più facile l’accesso a prestiti e finanziamenti.

A tali misure si deve poi aggiungere l’iniziativa Europea del Fondo per la Crescita Sostenibile. Quasi 200 delle 271 domande presentate nel 2013 proviene dalle Pmi.

In linea con i trend europei, il governo italiano ha inoltre favorito una serie di azioni per le Pmi quali l'individuazione di nuovi soggetti finanziatori come le compagnie di assicurazione, il rimborso di ulteriori tranche di debiti arretrati della Pubblica Amministrazione ed il potenziamento del Fondo di Garanzia per le Pmi destinato a coprire l'eventuale insolvenza delle imprese sui crediti bancari.

In un mercato globale dagli scenari sempre più complessi, le Pmi rappresentano una forza trainante per una crescita economica sostenibile ed inclusiva sia in Europa che in Asia.

È quindi necessario assicurare loro un giusto accesso al credito tramite politiche coordinate anche per rilanciare l’economia globale. Grazie alla flessibilità delle loro strutture produttive, le Pmi possono infatti facilmente adattarsi ai cambiamenti del mercato, stimolare la concorrenza e favorire l’occupazione.

Inoltre, sviluppando attività economiche e produttive diversificate, le Pmi sono un importante motore di innovazione e hanno il potenziale per stimolare una crescita sostenibile a livello internazionale.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
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giovedì 29 ottobre 2015

Rapporti Roma La Valletta sulla ricerca petrolifera

Mediterraneo, energia 
Malta e Italia concordano moratoria trivellazioni
Fabio Caffio
19/10/2015
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Un nuovo capitolo si è aperto nelle relazioni italo-maltesi: Roma e Valletta hanno concordato "informalmente" di sospendere le trivellazioni nell'area a sud-est della Sicilia, lasciando intravedere una possibile soluzione della controversia su questa porzione di mare.

L'intesa sembra frutto di scelte politiche che non possono prescindere dalla risoluzione delle questioni marittime di delimitazione. Otre all’Italia e a Malta, vi è un terzo interessato: la Libia che dovrebbe diventare parte della trattativa.

Moratoria sulle esplorazioni di idrocarburi 
L'Ambasciata d'Italia a Valletta ha dato notizia della conclusione di un accordo informale grazie al quale i due Paesi hanno stabilito una moratoria sulle attività di esplorazione di idrocarburi in una vasta area offshore ad est di Malta.

La trattativa intavolata da Matteo Renzi e il suo omonimo Joseph Muscat - che si sono incontrati più volte - avrebbe anche riguardato un più stretto coordinamento nella gestione delle operazioni di salvataggio nella zona Sar (Search and rescue) maltese.

Rivendicazioni italiane
Tutto bene dunque? Sembrerebbe di sì per chi ricordi le violente polemiche del passato sulle operazioni Sar e sul luogo in cui trasportare i migranti o analizzi il testo del decreto del 27 dicembre 2012 (Decreto Passera).

Con tale decreto depositato alle Nazioni Unite, l'Italia ha aperto alla ricerca una grande area ad est del meridiano 15° 10' tenendo conto delle indicazioni risultanti dalla sentenza emessa nel 1985 dalla Corte internazionale di giustizia nella causa Malta-Libia.

Il nostro Paese era intervenuto nel procedimento per affermare, come terzo, i suoi diritti a un confine tracciato secondo principi equitativi di proporzionalità tra le coste rilevanti da prendere a riferimento per la delimitazione (Malta aspira invece ad una rigida linea di equidistanza con la Sicilia).

Lo stesso decreto era strumentale all'avvio di attività di ricerca congiunta con Malta, ma Valletta lo ha implicitamente contestato dando concessioni per prospezioni in proprie pretese aree ricadenti nella zona italiana.

Di qui l'esigenza di stemperare la tensione diplomatica con una misura di confidenza reciproca come la moratoria.

Libia nelle questioni energetiche italo-maltesi 
La Libia, qualunque sia il suo governo di riferimento, è direttamente interessata alle questioni energetiche italo-maltesi considerato che in passato si è aperta una disputa tra Tripoli e Valletta per le trivellazioni in un'area a sud di Malta ed a est di quella definita con accordo nel 1985.

Il problema è che il limite meridionale della zona disputata da Roma e Valletta confina in ogni caso con la piattaforma continentale (Pc) libica; perciò è indispensabile che i due Paesi rassicurino la dirigenza libica sul fatto che gli interessi libici saranno tenuti in debito conto.

D'altronde, non a caso, l'area italiana di ricerca stabilita con il decreto Passera si tiene prudentemente a nord dell'ipotetica Pc libica.

Le zone di Pc italiana aperte alla ricerca: in rosso la zona contestata da Malta (fonte MISE).

Piattaforma continentale e Zona economica esclusiva
Il limite stabilito per la Pc vale oramai, secondo la prassi più recente, anche per la sovrastante colonna d'acqua della Zona economica esclusiva, Zee, a meno di diversa scelta delle parti interessate.

Italia e Malta hanno sinora sempre parlato di Pc, ma domani i confini concordati potranno essere gli stessi della Zee. I settori del nostro Paese ostili alle trivellazioni potrebbero plaudere alla moratoria italo-maltese.

Ma è bene sapere che l'Italia è paladina nel Mediterraneo della tutela dell'ambiente marino e che questo postula la creazione di estese zone nazionali di protezione ecologica (Zpe): concordare con Malta un determinato confine per la Pc potrebbe poi limitare le nostre ambizioni ambientaliste.

Oltretutto se Malta dichiarasse una Zee anche i pescatori italiani subirebbero restrizioni (già ora sono penalizzati nella zona di protezione della pesca maltese di 25 mg).

Relazioni italo-maltesi
Dal 1980 l'Italia è legata a Malta da un Trattato di garanzia della neutralità maltese che sinora è stato l'architrave della relazione speciale che unisce i due Paesi.

Rilanciare tale relazione, attualizzarla nell'odierno contesto europeo e strutturarla in modo duraturo è ora la sfida che dovrà essere vinta dopo la moratoria informale sulle trivellazioni.

Per far questo è necessario che i due Paesi trasformino in atti concreti l'intesa politica, stipulando un accordo sulle frontiere marittime o richiedendo a un organo di giurisdizione internazionale come la Corte Internazionale di Giustizia di risolvere la controversia.

È tempo inoltre che l'Italia proponga a Malta di regolamentare con un memorandum la cooperazione Sar visto che non è più possibile per noi continuare ad operare de facto, con ingenti oneri, nella zona Sar maltese i cui limiti si sovrappongono a quelli italiani, persino nelle Isole Pelagie.

Fabio Caffio è ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
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lunedì 19 ottobre 2015

La PEV e il dialogo critico con la Russia

Politica europea di vicinato
Italia, la vicina dei vicini dice la sua
Giulia Bonacquisti
16/10/2015
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Lungi dall’essere realizzati. Così appaiono, a undici anni dal lancio della Politica Europea di Vicinato, Pev, gli obiettivi chiave che ne erano alla base.

La creazione alle frontiere dell’Unione europea, Ue, di uno spazio di prosperità e di buon vicinato caratterizzato da relazioni strette e pacifiche e la nascita di un’area di stabilità intorno all’Ue che evitino la formazione di nuove linee di divisione tra l’Europa allargata e suoi vicini sono ancora lontane.

Al contrario, la Pev fronteggia oggi un numero considerevole di sfide provenienti da più parti. Non solo questa politica ha messo in evidenza un fallimento del potere strutturale dell’Ue, ma quest’ultima si trova inoltre a fronteggiare sempre di più dei poteri strutturali concorrenti nel proprio vicinato - come la Russia ad Est o l’autoproclamatosi “stato islamico” a Sud.

Mogherini e la consultazione pubblica sulla Pev
Alla luce di tale fallimento, il Commissario per il vicinato e l’allargamento Johannes Hahn e l’Alta Rappresentante/Vice-Presidente della Commissione Federica Mogherini hanno lanciato all’inizio di quest’anno una consultazione pubblica in merito ad una “riforma fondamentale” di tale politica, che culminerà in novembre, quando verrà probabilmente presentata una proposta di riforma della Pev.

Tra le centinaia di contributi ricevuti dalla Commissione e pubblicati sul sito della consultazione, una risoluzione redatta dalla Commissione Affari Esteri del Senato della Repubblica permette di gettare uno sguardo sul punto di vista italiano sulla questione, nonché di osservare come il punto di vista di uno Stato membro in merito ad un’importante politica estera europea si inserisca e sia influenzato dalle specificità della sua politica estera nazionale.

Il documento redatto dal Senato affronta numerose questioni sollevate dalla Commissione Europea e dall’Alta Rappresentante all’apertura della consultazione. Tuttavia, alcune ci sembrano particolarmente cruciali al fine di situare il Senato nel più ampio dibattito in sede europea.

La Pev dovrebbe essere mantenuta entro un quadro istituzionale unitario? Gli strumenti attuali sono ancora pertinenti? Quale dovrebbe essere l’approccio della nuova politica nei confronti dei cosiddetti “vicini dei vicini”? Quale il ruolo della Pev all’interno della più ampia politica estera dell’Ue?

Senato, proposte di riforma della Pev
La constatazione di partenza del Senato, comune a molti dei contributi circolati in questi mesi sulla politica di vicinato, è quello di una eccessiva burocratizzazione della Pev, che sarebbe oggi svincolata da una visione politica sottostante.

Dunque, secondo la Camera Alta, la nuova politica di vicinato dovrebbe sì inscriversi in un quadro istituzionale unitario - così come avviene attualmente - ma dovrebbe essere integrata all’interno della politica estera, di sicurezza e di difesa dell’Ue, e il ruolo dell’Alto Rappresentante e del Servizio Europeo per l’azione esterna (Seae) rafforzato.

È interessante notare come questo tema sia evocato da molte autorevoli voci all’interno del dibattito europeo sulla riforma della Pev, le quali auspicano che tale riforma avvenga di pari passo con la revisione della Strategia Europea di Sicurezza.

La specificità italiana emerge soprattutto in merito alla tematica dei “vicini dei vicini”, quella che nel dibattito sulla riforma della Pev è forse la più spinosa e controversa, soprattutto per quanto riguarda il vicinato orientale. Infatti, il coinvolgimento di tali attori nella nuova politica rappresenta per il Senato “un’assoluta necessità”, e nonostante la tradizionale priorità accordata dall’Italia al vicinato mediterraneo, la Camera Alta dedica anche alcuni passaggi fondamentali proprio al versante Est.

Dialogo critico con la Russia
Se a Sud l’Assemblea esorta a un rafforzamento del dialogo con i paesi di origine dei flussi migratori, per quanto riguarda il vicinato orientale emerge nella risoluzione l’urgenza di un dialogo ravvicinato e sistematico con la Russia.

Questo approccio appare coerente con la linea adottata dall’Italia nei confronti del grande paese eurasiatico in un momento carico di tensioni come quello che caratterizza le relazioni Russia-Ue negli ultimi anni.

Tale approccio, sintetizzabile nella formula del “dialogo critico”, mira infatti a combinare una certa risolutezza in merito al dossier ucraino e la piena consapevolezza dell’importanza di mantenere dei canali di dialogo con Mosca. Infatti, si legge nella risoluzione, tale dialogo “non sempre si è dispiegato pienamente, come nel caso dell’Accordo di partenariato con l’Ucraina, concluso senza considerazione delle legittime preoccupazioni della Federazione Russa”.

Il Senato s’inserisce inoltre nel dibattito riguardante gli strumenti della Pev affermando la necessità di mitigare il modello del “more for more” - un’espressione di quella condizionalità della Pev da più parti criticata per la sua incoerenza e la sua scarsa legittimità.

Inoltre, prosegue la Camera Alta, se è vero che gli accordi di associazione e di libero scambio - a oggi i due strumenti principali della Pev - rappresentano l’obiettivo ottimale nei rapporti di vicinato, è anche vero che questi non possono essere considerati l’unica loro possibile evoluzione.

Emerge qui tutta la critica all’approccio one-size-fits-all che l’Ue non è riuscita a scongiurare nel mettere a punto una politica unica destinata a paesi profondamente diversi tra loro, una politica che ad oggi non ha saputo tenere adeguatamente in considerazione le condizioni, i bisogni e le aspirazioni specifici ad ogni paese né gli interessi dell’Ue stessa.

Resta da vedere quanto la Commissione e l’Alta Rappresentante faranno proprio degli input ricevuti dagli Stati membri, ma anche da associazioni, think tank e università, nella riforma di questa politica indirizzata a un vicinato sempre più turbolento.

Giulia Bonacquisti è laureata in Scienze Politiche e Studi europei presso l'Università degli Studi Roma Tre. Si occupa principalmente di Unione europea e Politica europea di Vicinato.
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mercoledì 14 ottobre 2015

Camporini: riflessioni pertinenti: siamo o non siamo?

La forza e le baionette 
Italia grande potenza oppure no 
Vincenzo Camporini
08/10/2015
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Stimare le capacità militari di un determinato Stato è uno degli esercizi più complessi e difficili con cui gli Stati Maggiori dei maggiori Paesi si misurano continuamente, investendovi significative risorse umane (a livello di analisti e di “intelligence”) e finanziarie.

Le capacità militari sono il prodotto di numerosi e diversi fattori, fra cui: la qualità e l’età media degli uomini impiegati, l’organizzazione e la struttura delle Forze Armate, la catena di comando, l’esperienza e l’addestramento, le modalità di reclutamento e di formazione, gli equipaggiamenti di cui è dotato lo strumento militare in tutti i campi (sorveglianza, acquisizione informazioni, comunicazione, elaborazione, sistemi di difesa e di attacco, capacità di trasporto e di supporto logistico, ecc.).

Anche limitandosi agli equipaggiamenti, incidono molteplici fattori, fra cui: età e modernità, standardizzazione e omogeneità, stato di usura, manutenzione, oltre che numero reale (cioè quanti sono effettivamente operativi e non quanti sono stati acquistati e magari sono ormai inutilizzabili o richiedono tempo per tornare disponibili).

La maggior parte di queste informazioni sono gelosamente custodite perché coinvolgono la sicurezza nazionale (anche sul piano della deterrenza) o semplicemente per ragioni di immagine. In ogni caso richiedono una grande competenza per poter essere tenute aggiornate e analizzate, fornendo valutazioni credibili sulle effettive capacità militari.

Si potrebbero, quindi, semplificare queste riflessioni sostenendo che queste capacità non si “contano” ma si “pesano”. La storia offre innumerevoli esempi contrari. Con gli “otto milioni di baionette” il Duce pensava di poter sfondare facilmente il confine italo-francese, “spezzare le reni alla Grecia”, occupare Malta, difendere le colonie: si sa come è finita. Nelle guerre arabo-israeliane, i Paesi arabi contavano sulla loro assoluta superiorità in termini di uomini e mezzi: non è servita a niente.

Il rapporto dell’Istituto di Ricerca del Credit Suisse
Stupiscono, quindi, solo in parte i dati riportati dal quotidiano Italia Oggi del 1̊ ottobre e attribuiti ad un rapporto dell’Istituto di Ricerca del Credit Suisse: sulla base di un discutibile paniere, che per di più si riferisce alle quantità di mezzi acquistati, è stata stilata una classifica della “potenza militare” dei vari Paesi, in cui l’Italia è collocata all’ottavo posto nel mondo e al secondo in Europa, davanti a Regno Unito e Germania.

Il paniere fa riferimento al personale e al numero di carri armati, aerei, elicotteri d’attacco, portaerei e sottomarini. Già questa scelta appare opinabile, ma, soprattutto, “datata”: con lo sviluppo tecnologico e le guerre asimmetriche, forse contano di più le capacità di sorveglianza (anche satellitare), di comunicazione, di guerra elettronica, di trasporto.

Ma resta sullo sfondo soprattutto una domanda: se il risultato di una determinata analisi è palesemente ai limiti del ridicolo, per lo meno per l’Italia, non dovrebbe sorgere il dubbio che la metodologia sia sbagliata?

Sulla base delle informazioni pubblicate, questo dubbio avrebbe dovuto sicuramente consigliare maggiore prudenza: se questa è la capacità di analisi dell’Istituto di Ricerca del Credit Suisse, sono ben felice di non avere mai affidato loro i miei risparmi.

In realtà l’Italia è, fra i Paesi Nato e dell’Unione Europea, fra quelli che spendono di meno per la difesa. Siamo da anni sotto l’1% contro l’1,5% considerato soglia minima nell’Alleanza Atlantica e riferimento internazionale. Poiché la moltiplicazione dei pani e dei pesci è di un altro mondo, non si capisce come con questi investimenti l’Italia potrebbe avere sviluppato la potenza militare che nel rapporto le sarebbe stata attribuita.

Forse anche per questo, la notizia non sembra aver destato grande curiosità. Ma magari, con questa scusa, qualcuno potrebbe pensare che in tempi di spending review permanente, il Bancomat della Difesa possa ancora essere utilizzato.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
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venerdì 9 ottobre 2015

Italia e Califfato . IV Il pensiero del gen. Mario Arpino

Impegno italiano contro il Califfo
Iraq, se per i nostri cambiano le regole di ingaggio
Mario Arpino
08/10/2015
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Ci risiamo. Il governo ha appena accennato all'eventualità, tuttora allo studio, che Tornado italiani possano partecipare - nell'ambito della coalizione di cui facciamo parte - alle operazioni contro l’autoproclamatosi “stato islamico” in Iraq, che i soliti noti si stanno scatenando.

Verrebbe da porsi anche una domanda: perché per l'attacco alla Libia, con mesi di bombardamenti sui nostri stessi interessi nazionali, nessuno ha avuto niente da dire? Mistero. Se si bombardano i tagliagole in Italia si protesta, se si bombardano i nostri interessi tutto va bene. Prendiamone atto, e ringraziamo chi di dovere.

Verso un maggior contributo italiano
Nel quadro delle operazioni contro il Califfato, il pattugliamento spetta al Centocom, il Comando Centrale Usa geograficamente competente, dove siedono permanentemente anche i rappresentanti dei partecipanti alla coalizione.

Il distaccamento svolge a supporto di questo Comando, quindi a beneficio di tutti gli alleati, un ruolo di rilievo fornendo in tempo reale buona parte dell’intelligence necessaria per le operazioni.

Ora che queste attività si stanno intensificando, è assai probabile - forse è già stato fatto nell'ambito della "secret diplomacy" - che sia richiesto anche all’Italia, che ha già sul terreno, in qualità di addestratori, paracadutisti della Folgore e carabinieri, di allargare il proprio contributo partecipando con gli stessi velivoli anche agli attacchi contro le forze dello “stato islamico”.

Tornado sull’Iraq
Nulla di nuovo: a venticinque anni da Desert Storm - quella che i piloti chiamano la “guerra dimenticata” - i Tornado forse ritorneranno a sganciare bombe sull’Iraq.

Di precisione, questa volta, come in Libia, visto che velivoli, armamenti, tattiche e addestramento da allora sono stati significativamente aggiornati.

Il Governo ha fatto sapere che questa è solo un’ipotesi da valutare, ma certamente l’Aeronautica Militare è pronta a farlo a poche ore dall'ordine, essendo i Tornado multiruolo, gli equipaggi polivalenti e l'armamento con ogni probabilità già disponibile in loco.

D’altro canto, mantenere prontezza immediata per ogni evenienza è compito di istituto delle Forze Armate. Sempre che continuino ad essere in condizione di svolgerlo, considerati i nuovi tagli già annunciati nelle incombenti leggi di stabilità.

Iraq e Siria, il diverso approccio italiano
Perché in Iraq forse interverremo a fuoco, ed in Siria no? Buona domanda.

Innanzitutto è questione di legittimità: il governo iracheno ha chiesto a tutta la coalizione di bombardare lo “stato islamico”, mentre la Siria lo ha chiesto solamente ai russi.

Secondo, perché, anche grazie al nostro contributo di intelligence, in Iraq la situazione sul terreno è molto più chiara. Quindi eventuali errori - sempre possibili - sono assai meno probabili.

I cacciabombardieri servono?
Visto che parliamo di bombe, sorgono spontanei altri interrogativi.

Si è mai accorto nessuno che ogni volta che il nostro Parlamento autorizza nelle varie coalizioni il contributo della nostra Aeronautica, da 25 anni invia i "cattivi" cacciabombardieri?

Chi ha partecipato alle operazioni belliche di Desert Storm in Iraq nel 1991 ricorda ancora le polemiche contro questo tipo di impiego. Tornado che, successivamente, assieme agli Amx-Ghibli hanno sganciato bombe contro le batterie che martoriavano Sarajevo e, ancora, per la liberazione del Kosovo. E così in Iraq, e poi ancora in Afganistan.

Allora, i cacciabombardieri servono o non servono? Sono o non sono gli strumenti della nostra politica più frequentemente utilizzati? E allora, dobbiamo uscire dal paradosso: o cambiamo politica, o la smettiamo con le lagne ideologiche sui cattivi cacciabombardieri. Incluso l'F-35 Joint Strike Fighter, unico successore di Tornado e Amx.

Fatte queste riflessioni, semplici e forse ingenue, è chiaro che ogni decisione in termini di intervento armato, di approvvigionamento dei mezzi e di reperimento dei fondi ricade nelle responsabilità del Parlamento.

Le forze Armate si faranno trovare pronte ed eseguiranno bene le missioni loro ordinate. Anche quelle sbagliate, come in Libia nel 2011.

Ufficiale pilota in congedo dell’aeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
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Italia ed Califfato. III Analisi della nostra partecipazione militare

Impegno italiano contro il Califfo
Chiarezza e paradossi sui Tornado anti-Isis
Alessandro Marrone
08/10/2015
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La questione di eventuali bombardamenti aerei italiani in Iraq, di cui ha parlato la stampa, senza però che ci sia stata, per ora, una conferma ufficiale, presenta diversi aspetti da chiarire e tre paradossi.

Targeting, ovvero quasi bombardare
Chiariamo innanzitutto quali sonoi compiti svolti oggi dai velivoli italiani impegnati in Iraq. Gli aerei Tornado, ed i velivoli a pilotaggio remoto Predator, compiono sortite di intelligence, ricognizione, sorveglianza, ed acquisizione degli obiettivi (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance - ISTAR).

In particolare, l’acquisizione dell’obiettivo consiste nell’identificazione e localizzazione del bersaglio attraverso i sensori in dotazione ai velivolo, al fine di colpirlo e distruggerlo.

I Tornado non compiono questa ultima azione, che è invece svolta dai velivoli alleati a cui i caccia italiani passano, spesso in tempo reale, il compito. Se è quindi vero che i piloti italiani non effettuano bombardamenti, è altrettanto vero che sono pienamente integrati nelle operazioni svolte dal contingente internazionale. Il passo tra indicare il bersaglio da colpire (targeting) e colpirlo direttamente (bombing) è breve, in termini militari.

Il ruolo italiano nella coalizione internazionale
L’azione dei velivoli italiano si colloca in un più ampio contributo nazionale che vede anche la presenza significativa di addestratori delle forze armate irachene, le quali combattono sul terreno lo stato islamico, la fornitura di equipaggiamenti militari, ed altre forme di supporto, su richiesta del legittimo governo iracheno.

Una situazione politica, diplomatica e militare diversa da quella della Siria, fermo restando la forte interconnessione dei due teatri operativi.

In questo contesto, l’eventuale scelta di includere nei compiti dei Tornado anche quello di bombardare sarebbe in linea con l’azione dell’Italia svolta dal 2014 nel teatro iracheno, e con le relative decisioni prese a suo tempo dalle autorità politiche italiane.

È quindi paradossale parlare di “entrata in guerra” dell’Italia: il contingente italiano è già parte del dispositivo militare internazionale che da più di un anno combatte lo stato islamico.

È una questione politica…
Il fatto che passare dal targeting al bombardamento sia un passo militarmente breve non diminuisce la valenza politica di una eventuale scelta in tal senso. Si tratta infatti di collocare il contributo militare in una strategia volta sia a stabilizzare la regione del Mediterraneo, sia ad ottenere dagli alleati maggiore ascolto per le istanze italiane nelle aree di crisi più importanti per gli interessi nazionali, a partire dalla Libia.

In altre parole, si tratta di fare politica di difesa e politica estera, collocando ogni azione militare - con i suoi inevitabili costi e rischi - in una strategia che raccorda obiettivi, mezzi e modi per raggiungerli, considerando eventuali cambiamenti in teatro e/o nei rapporti con gli alleati.

Sarebbe quindi bello se, anche in Italia, la riflessione ed il processo decisionale si svolgessero in primo luogo nelle istituzioni competenti, quali il Ministero della Difesa, il Ministero degli Esteri e soprattutto la Presidenza del Consiglio.

Un dibattito che, a quel che pare, avviene al traino di anticipazioni giornalistiche che sembrano aver preceduto l’inizio dell’eventuale processo decisionale, è piuttosto paradossale e di certo non promette bene.

Il coniglio dal cilindro e i tagli alla difesa
Un terzo paradosso è costituito dalla disconnessione tra la fiammata di dibattito su eventuali bombardamenti italiani e le risorse necessarie per questa campagna militare, ed in generale per raggiungere gli obiettivi della politica di difesa - ed estera – dell’Italia.

Lo strumento rappresentato per l’Italia dalla sua partecipazione alla missione internazionale in Iraq, e concretizzato dai caccia Tornado, dai droni Predator e da assetti ed uomini dispiegati in teatro, non è un coniglio magicamente uscito dal cilindro di un prestigiatore.

È il frutto di un investimento fatto da un lato negli equipaggiamenti oggi in servizio e d’altro lato nella formazione e nell’addestramento dei militari oggi impegnati nelle missioni internazionali.

È quindi paradossale che si parli di ampliare i compiti dei militari italiani senza preoccuparsi dei tagli che negli ultimi anni hanno investito il bilancio della difesa, sia nell’acquisizione dei mezzi, sia nella formazione e addestramento delle forze armate, nella manutenzione degli equipaggiamenti e negli altri costi operativi.

Tagli che invece oggi andrebbero compensati da maggiori risorse, come fanno i maggiori Paesi europei viste le crisi in corso ai confini dell’Ue.

Se non si fa seriamente politica di difesa, l’attuale dibattito su eventuali bombardamenti italiani in Iraq rimarrà non solo paradossale, ma anche infondato e forse dannoso.

Alessandro Marrone è Responsabile di Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: Alessandro_Ma).
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Italia ed il Califfato. II I bombardamenti: leciti o non leciti?

Impegno italiano contro il Califfo
La legittimità dei nostri Tornado in Iraq
Natalino Ronzitti
09/10/2015
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Nonostante la confusione che viene fatta, non solo nell’opposizione, ma anche nella maggioranza di governo, da quanti invocano a sproposito l’art. 11 della Costituzione o la Carta delle Nazioni Unite, Nu, la prospettiva di bombardamenti in Iraq solleva, da un punto di viso giuridico, tre problemi: a) la liceità dell’azione militare sotto il profilo del diritto internazionale; b) la necessità di coinvolgere il Parlamento nella presa di decisione; c) il rispetto delle regole di diritto umanitario.

Un’eventuale operazione di bombardamento contro le postazioni dell’autoproclamatosi “stato islamico” in Iraq è legittima e non necessita nessuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza Onu, ma solo la richiesta/consenso del governo iracheno.

Una risoluzione parlamentare, quantunque non strettamente necessaria, è secondo prassi opportuna e dovrebbe, auspicabilmente, delineare l’indirizzo della missione che dovrebbe rispettare scrupolosamente le regole di diritto internazionale.

Ma procediamo con ordine.

Azione militare e il diritto internazionale
Il conflitto attualmente in corso in Iraq è da configurare come un conflitto armato interno (o guerra civile), che oppone il governo costituito iracheno all’autoproclamatosi “stato islamico”.

I ribelli dell’Isil non sono altro che un gruppo insurrezionale (non uno stato, nonostante la dizione usata), che si oppone al governo legittimo o costituito. Niente di nuovo rispetto ad altri movimenti insurrezionali. Nuovi, si fa per dire, sono i metodi di combattimento dell’Isil, che impiega il terrorismo come principale arma di violenza bellica. L’Isil gode di una certa effettività, poiché controlla abbastanza stabilmente il territorio in cui è insediato, ma questo non lo rende ancora uno stato.

Secondo il diritto internazionale è lecito aiutare il governo costituito alle prese con l’insurrezione. Tanto più che il governo iracheno non è un esecutivo che si è macchiato di gravi crimini nella repressione dell’insurrezione come quello di Bashar al Assad in Siria.

Del resto l’Italia già accorda un sostegno logistico all’Iraq, avendo fornito armi ai curdi che combattono lo “stato islamico”, partecipando al loro addestramento insieme a quello della polizia irachena e con l’invio di Tornado in missione di ricognizione e illuminazione dei bersagli.

Ovviamente l’intervento a favore del governo costituito ne presuppone la richiesta o il consenso. Ciò che è avvenuto. Non è invece necessaria un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nu.

Risoluzione parlamentare di indirizzo
Lasciamo perdere l’art. 11 della Costituzione che vieta la guerra di aggressione e l’uso della forza come strumento di offesa alla libertà dei popoli, chiaramente non applicabile nella fattispecie. Lasciamo inoltre da parte l’art. 78 della Costituzione e la delibera dello stato di guerra da parte delle Camere, come pure l’art. 87 relativo alla dichiarazione dello stato di guerra da parte del Presidente della Repubblica.

Nel caso concreto non si tratterebbe di “guerra”, di cui alle disposizioni costituzionali, anche a supporre che si dovessero inviare i Tornado in missione di bombardamento.

Tecnicamente una risoluzione “autorizzativa” da parte del Parlamento non sarebbe strettamente necessaria per l’invio di truppe all’estero in conflitti non qualificabili come “guerra”. Ma ormai si è affermata la prassi di far precedere l’invio di truppe da un dibattito parlamentare, accompagnato da una risoluzione. Prassi, peraltro, non sempre seguita.

Attualmente si discute se la risoluzione votata a Commissioni congiunte (Esteri e Difesa) di Camera e Senato nell’agosto del 2014 per l’invio di materiale logistico in Iraq copra anche la partecipazione dei Tornado ad azioni di bombardamento. Probabilmente una risoluzione di indirizzo sarebbe opportuna, soprattutto per ribadire il rispetto del diritto internazionale umanitario.

Nessuna operazione ai danni dei civili
Le operazioni belliche sono soggette alle regole del diritto internazionale umanitario. Specialmente durante i bombardamenti aerei occorre attenersi strettamente al loro rispetto in modo da colpire solo gli obiettivi militari, senza coinvolgere i civili e limitare al massimo i danni collaterali, talvolta inevitabili.

Per quanto riguarda i conflitti armati interni, come quello attualmente in corso in Iraq, l’Italia è obbligata al rispetto delle regole contenute nel II Protocollo addizionale alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, mentre gli Stati Uniti non lo sono, quantunque abbiano spesso dichiarato di rispettare tali regole a titolo di diritto consuetudinario. Neppure l’Iraq ha ratificato il II Protocollo.

In una coalizione militare, la selezione degli obiettivi può comportare problemi e i Tornado italiani dovrebbero astenersi dal partecipare ad operazioni suscettibili di arrecare danni alla popolazioni civile. Il recente caso del bombardamento (per errore?) da parte degli Stati Uniti dell’ospedale dei Medici senza Frontiere in Afghanistan dovrebbe spingere alla massima cautela.

Pertanto una risoluzione parlamentare di indirizzo dovrebbe impegnare il governo ad evitare che le operazioni militari possano provocare danni alla popolazione civile. Spetterà poi al governo e ai ministeri interessati dettare le regole d’ingaggio, che ovviamente sono riservate, ma possono essere dotate di meccanismi volti a evitare la partecipazione con gli alleati ad operazione rischiose sotto il profilo del diritto internazionale umanitario.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
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Italia e il Califfato. I

Impegno italiano contro il Califfo
Se l'Italia bombarda il Califfo
Stefano Silvestri
08/10/2015
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È possibile che l’Italia aumenti il suo impegno militare in Iraq nelle operazioni contro il cosiddetto califfato. È molto probabile che la Nato richieda un prolungamento della presenza militare in Afghanistan.

Le operazioni navali nel Golfo della Sirte si fanno più stringenti ed è possibile che un eventuale, difficilissimo accordo tra le varie fazioni libiche debba essere accompagnato da una presenza militare internazionale che potrebbe estendersi all’Italia.

Continuano altri impegni come la lotta alla pirateria nell’Oceano indiano e nel Mar Rosso, e la missione Unifil in Libano. In questi anni l’Italia era andata progressivamente riducendo il suo impegno militare oltremare, passando da un impiego complessivo di circa 10mila uomini ad uno di circa 4mila, ma il pendolo sembra nuovamente oscillare nella direzione opposta.

Riaffermare il ruolo e le posizioni italiane
Questa volta però l’impegno è politicamente molto più complesso. In passato si trattava essenzialmente di consolidare il ruolo e il rango dell’Italia negli equilibri internazionale come paese membro del G8 e del “primo cerchio” dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione europea.

Il contributo militare italiano alla gestione delle crisi e alla lotta al terrorismo era compreso in un ben consolidato discorso strategico globale. Oggi la situazione è per molti versi differente.

Rimane naturalmente l’obiettivo di riaffermare il ruolo italiano, fragilizzato dalla crisi economica e dagli sbandamenti nazionalistici di alcuni importanti alleati (nonché dalla posizione più defilata assunta dagli Stati Uniti), ma si delinea anche l’esigenza di dare maggiore credibilità ed udienza a posizioni italiane non sempre perfettamente in linea con quelle assunte dagli alleati.

Il vero e proprio movimento migratorio verso l’Europa scatenato dalla povertà e dai conflitti in corso in Africa e in Asia ha visto l’Italia investita in pieno, assieme ad altri paesi “fragili” dell’Europa, a cominciare dalla Grecia.

La ricerca della solidarietà europea è stata lunga e difficile e, anche se ora sembrano aprirsi consistenti spiragli, grazie al cambiamento di posizione del governo tedesco, si delinea l’esigenza di intervenire in modo più efficace nei paesi d’origine dei profughi e nei confronti dei criminali che speculano su queste tragedie: tutte cose che richiedono una strategia comune ancora ben lungi dall’essere delineata.

A questo si somma la crisi libica, resa più difficile dalle “sponsorizzazioni” esterne delle diverse fazioni in lotta nel paese.

È essenziale chiudere questo conflitto per evitare che esso si espanda al resto dell’Africa settentrionale (come è già accaduto in Mali), ma anche questo obiettivo richiede una linea comune europea.

Il governo italiano sembra finora aver puntato da un lato sulla mediazione delle Nazioni Unite e dall’altro sui buoni rapporti stabiliti con l’Egitto (e con Israele) e aver mantenuto aperto un dialogo con la Turchia. Essenziale però trovare un accordo in sede europea.

Ritorno della Russia in Medio Oriente
La crisi siriana - irachena ha visto l’entrata in campo della Russia, con modalità e fini almeno per ora poco conciliabili con quelli del resto della coalizione, ma l’Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di mantenere aperto un dialogo serio con la Russia che in qualche modo ne riconosca ed accetti almeno parte degli interessi sostenuti dal Presidente Vladimir Putin.

Su questo punto l’accordo tra gli alleati è ancora lontano, ed è certamente reso più difficile dalle iniziative offensive della Russia, dall’Ucraina al Medio Oriente. Persino l’idea, che sembrava delinearsi, della costituzione di un “gruppo di contatto”, simile a quello che aveva operato nel corso delle guerre balcaniche, sembra oggi allontanarsi.

Italia, pochi margini di iniziativa
In questa situazione l’Italia ha pochissimi margini di iniziativa e, se si limitasse a manifestare il suo dissenso dalle posizioni assunte dagli alleati resterebbe esclusa dalle loro decisioni e subirebbe l’iniziativa altrui.

È quindi importante recuperare spazi di dialogo e di credibilità. Questa potrebbe essere la logica dietro l’eventuale decisione di partecipare alle operazioni in Iraq e di confermare l’impegno italiano nella gestione delle crisi assieme con gli alleati.

Naturalmente però non basta.

È necessario anche riprendere le fila dell’iniziativa politica, innanzitutto in Europa e nell’Alleanza Atlantica, alla ricerca di una strategia più efficace e più rispettosa dei nostri oltre che degli altrui interessi e valutazioni.

Da questo punto di vista sarebbe errato mettersi a polemizzare con chi dirige le istituzioni comuni europee, a cominciare dall’Alto Rappresentante, Federica Mogherini. È inevitabile che la sua funzione la porti a prendere posizioni e iniziative non sempre in linea con quelle dell’Italia, ma è anche innegabile che un rafforzamento del suo ruolo comporterebbe un beneficio strategico per l’Italia, diminuendone l’isolamento.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
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martedì 29 settembre 2015

Interessi Britannici e Interessi Italiani in Europa

Gran Bretagna verso referendum
Brexit: l’Italia è cauta su ipotesi
Eleonora Poli, Maria Elena Sandalli
25/09/2015
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Dopo la schiacciante vittoria dei conservatori alle elezioni politiche del 7 maggio 2015, David Cameron ha ribadito l’intenzione di indire un referendum entro la fine del 2017 sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea (Ue).

L’ipotesi di una Brexit non solo mina di per sé il progetto europeo di un’integrazione sempre più stretta, come previsto dal Trattato di Lisbona, ma potrebbe anche causare un effetto a catena, destando analoghe rivendicazioni in altri Stati membri, Italia compresa.

Il Regno Unito è la terza economia dell’Ue e, secondo un documento del tesoro inglese, nel 2014 il contributo netto del Regno Unito all'Ue è di 9.8 miliardi di sterline che equivale a 13.5 miliardi di euro.

Il governo italiano deve quindi valutare l’atteggiamento da tenere in una situazione così complessa. Da una parte, l’uscita del Regno Unito avrebbe ripercussioni politiche ed economiche tali da indurre ad accettare alcune richieste britanniche. Dall’altra, l’Italia non è favorevole a modificare i principi fondanti dei Trattati e sostiene piuttosto la necessità di riformare le istituzioni nel quadro di un’Unione più coesa.

Gli interessi italiani
Dal punto di vista economico, le relazioni commerciali tra Italia e Regno Unito sono solide. Il Regno Unito è il quinto mercato di sbocco dell'export italiano e nel 2014 ha accolto il 10% degli investimenti internazionali italiani. In caso di Brexit, al Regno Unito potrebbe essere negato libero accesso al mercato comune, causando un dirottamento delle sue relazioni economiche verso altre regioni.

Nel febbraio 2015 l’export britannico verso i Paesi extra-europei ammontava a 37,9 miliardi di sterline, in aumento del 4,2% rispetto al 2014.

In questo caso, la reintroduzione di dazi economici potrebbe costare all'Italia la perdita di un importante partner commerciale. Inoltre, il possibile restringimento della zona di libera circolazione risultante dalla Brexit potrebbe avere ripercussioni sugli oltre 600 mila italiani che lavorano nel Regno Unito.

Per l'Italia si stimano oltretutto perdite per 1,4 miliardi di euro in termini di maggiori contributi al budget europeo per compensare quelli perduti del Regno Unito.

Sul fronte politico, invece, è necessario evitare la Brexit per non fomentare le forze populiste e euroscettiche che rischiano di sgretolare l’unità europea, posizione che Renzi condivide con la Merkel e Hollande.

Se in Italia il Movimento 5 Stelle e Lega Nord hanno più volte chiesto un referendum sull’euro, in Francia e in Germania, partiti come il Front National ed Alternativa per la Germania sono fortemente scettici verso l’idea di un’unione politica e sostengono invece un’Europa di Stati sovrani con un mercato comune. Un rinegoziato della posizione britannica all’interno dell’Unione potrebbe dunque suscitare richieste affini da parte di questi partiti ai proprio governi.

Mano tesa a Cameron
I timori provocati dalla minaccia della Brexit spiegano l'alleanza, definita da Renzi come “non-ideologica”, tra Regno Unito e Italia. Se il governo italiano ha rifiutato ogni compromesso sulla revisione dei Trattati e dei principi fondamentali dell'Ue, esso ha invece accolto alcune richieste fatte da Cameron sulla necessità di snellire l'apparato burocratico per rendere le istituzioni più trasparenti e il mercato unico più competitivo.

A tale proposito, nel maggio 2015 il governo italiano ha inoltrato alla Commissione europea un documento sul rafforzamento e completamento dell'Unione economica e monetaria al fine di rilanciare l'innovazione e la crescita nel quadro di un interesse collettivo.

Tuttavia le modalità per mettere in atto tali riforme e implementare regolamentazioni più efficaci sono nettamente diverse da quelle proposte da Cameron. L’Italia punta ad un assetto istituzionale più integrato, mentre Londra desidera maggiore autonomia in campo normativo.

Sebbene il nodo della rivisitazione dei Trattati rimanga tuttora irrisolto, l’Italia potrebbe adattare la sua posizione in base all’urgenza di evitare la Brexit, soprattutto a seguito di una possibile presa di posizione più favorevole a Londra da parte di Francia e Germania.

Nonostante prediliga la strada per una maggiore integrazione, l'Italia è infatti indotta da importanti interessi economici e politici a far sì che il Regno Unito resti nell'Ue.

Renzi strizza dunque l'occhio a Cameron senza darlo troppo a vedere. Si tratta di capire fino a dove le riforme invocate da entrambi i leader potranno spingersi senza colpire i principi portanti dell’Unione e, soprattutto, se i compromessi raggiunti convinceranno gli elettori britannici a non dire addio al Vecchio Continente.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
Maria Elena Sandalli è stagista dello IAI
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mercoledì 23 settembre 2015

Un Europa che sta deludendo

Miti e realtà
L’Europa concreta che interessa ai cittadini
Federico Garimberti
18/09/2015
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Mettete per un attimo da parte Tsipras che pallido in volto lascia il summit europeo con in tasca un umiliante piano lacrime e sangue imposto da Frau Merkel. Ignorate momentaneamente l'egoismo di Budapest, Varsavia o Londra che, di fronte a migliaia di migranti in fuga da guerre o povertà, erigono muri di filo spinato o si voltano dall’altra parte.

E pensate per un attimo al fatto che, come se tutto ciò non bastasse, anche l’altra faccia dell’Europa - quella del progresso e del benessere di cittadini e consumatori - appare ai più solo un pallido ricordo. Il suo posto, nell’immaginario collettivo, è stato preso da un’Europa miope e asservita alle multinazionali, che ha progressivamente ingrassato le fila degli euroscettici e deluso quanti, ad un’Unione fondata su principi comuni, credeva e crede ancora.

È l’Europa ‘matrigna’ che impone il "formaggio senza latte", proibisce le vongole "micro" dell’Adriatico, "tassa" l'aria condizionata. E poco importa che nessuna delle tre notizie sia vera. Ciò che conta è che l'immagine dell’Ue, da anni ormai è in caduta libera. Un crollo di consensi che dipende più dalla cronica incapacità di spiegare i vantaggi dello stare insieme con regole condivise che dal braccio di ferro sul debito di Atene o dalla scarsa solidarietà dei singoli governi nell'accoglienza dei profughi.

Le bufale europee dell’estate italiana
Prendete i rilievi della Commissione contro la legge italiana che vieta l'uso del latte in polvere nei prodotti caseari, passata agli onori della cronaca con l’efficace slogan della Coldiretti: “un diktat per imporci il formaggio senza latte".

La campagna stampa dell'associazione dei coltivatori ha fatto passare in secondo piano il fatto che l'eurogoverno, rimuovendo un divieto lesivo della concorrenza, potrebbe fare gli interessi delle imprese italiane.

Senza quel vincolo, come ben spiegato da ilfattoalimentare.it, le aziende casearie avrebbero finalmente la possibilità di usare una piccola quantità di latte in polvere - già presente in decine di prodotti che consumiamo abitualmente - per ottimizzare i formaggi industriali, evitando di ricorrere a tecniche costose e poco efficaci. Il tutto senza che il parmigiano o la mozzarella di bufala corrano alcun rischio visto che proprio le norme Ue impongono per i formaggi tipici l'uso del latte fresco.

Discorso simile vale per la "tassa sul caldo" (copyright de 'Il Giornale'). Il (presunto) balzello è figlio di una norma varata dal governo Monti che, in ottemperanza a una direttiva Ue, impone controlli periodici per verificare l'efficienza degli impianti di condizionamento.

Le nuove disposizioni riguardano soltanto gli ambienti di grandi dimensioni, come centri commerciali e uffici. Ma è bastato che alcune associazioni di consumatori gridassero alla "stangata sull'aria fresca" per portare nuovamente l'Europa sul banco degli imputati, nonostante l'intento della direttiva sia unicamente quello di proteggere l'ambiente e - aspetto non secondario - ridurre le bollette degli utenti.

L'ultima polemica estiva nasce dal divieto di pesca per le vongole con diametro inferiore a 25 millimetri e atterra sulle tavole italiane spinta dalla giusta preoccupazione degli allevatori di molluschi nostrani che, per fattori naturali, non crescono più come prima.

Proteste che hanno un qualche fondamento nel mancato adeguamento dei parametri Ue alle mutate condizioni dell'ecosistema dell'Adriatico. Nessuno, però, si è preoccupato di ricordare che i 25 millimetri non sono il capriccio di qualche euroburocrate teso a favorire le vongole importate, ma piuttosto il risultato di studi scientifici - commissionati dai Paesi membri, Italia compresa - al solo scopo di salvaguardare la riproduzione dei molluschi e con essa il futuro dei 'vongolari'.

L’importanza trascurata della comunicazione
Questi pochi esempi - ma la lista potrebbe essere ben più lunga - mettono in luce un aspetto troppo spesso trascurato nel dibattito sul futuro dell'Unione europea: quello della comunicazione.

È difficile negare gli enormi benefici che i cittadini - soprattutto in Italia - hanno tratto dall'acquis comunitario. Basti pensare ai progressi sul fronte della tutela dei diritti dei consumatori, della sicurezza alimentare, della salvaguardia ambientale.

Per smentire alcuni luoghi comuni sull'Europa asservita a banche e multinazionali basterebbe ricordare le normative comunitarie che proibiscono le clausole vessatorie nei contratti bancari o gli interventi nel settore delle Tlc (dalla portabilità del numero di telefono al tetto sul roaming).

Sono centinaia le direttive e i regolamenti che hanno migliorato la vita di tutti noi, ma - Erasmus a parte - il grande pubblico ne sa poco o nulla. Il motivo è semplice: l'Unione è il bersaglio ideale di governi e partiti quando le cose vanno male ("È colpa di Bruxelles se non possiamo tagliare le tasse, non dell'incapacità a ridurre la spesa pubblica"), ma non le viene mai riconosciuto il merito quando risolve i problemi: la discarica di Malagrotta è stata finalmente chiusa grazie ad una direttiva comunitaria.

La verità è che i leader del Vecchio Continente hanno sempre meno interesse a dirsi europeisti. Men che meno sono disposti a difendere decisioni che (apparentemente) vanno contro gli interessi dei propri concittadini.

La miopia di questo atteggiamento rischia però di costare molto cara. Non si tratta di questioni secondarie. Poche cose sono più dannose per l'Europa dell'essere vista come un covo di burocrati lontani dagli interessi dei cittadini e succubi delle lobby. Un'immagine disastrosa che certo non gioverà nel momento in cui si dovranno prendere decisioni sul destino dell'Unione e dell'euro.

Perché mai italiani, francesi, irlandesi o polacchi dovrebbero auspicare un'ulteriore integrazione che conceda maggiori poteri a miopi funzionari che bandiscono gli spaghetti alle vongole e tassano l'aria condizionata? I leader europei, se vogliono davvero cambiare la percezione dell'Europa, dovrebbero capire che i cittadini sono più preoccupati dall'idea di mangiare "formaggio senza latte" che non della sorte di Tsipras.

Federico Garimberti, giornalista, già portavoce del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue.
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giovedì 17 settembre 2015

CRESCITA ZERO IN ITALIA NEL 2014


Su comunicazione ITAT al 31 dicembre 2014 i residenti in Italia erano 60795602 con un aumento di 19444 unità rispetto al 31 dicembre 2013
Il movimento naturale della popolazione (nati meno morti) ha fatto registrare un saldo negativo di 100.000 unità, che è  il risultato peggiore ottenuto dal nostro Paese dal 1917-1918.

Massimo Coltrinari


lunedì 7 settembre 2015

Una storia infinita. I Fucilieri di Marina e L'India

Italia-India
Marò: dietro il caso, ambizioni marittime indiane
Fabio Caffio
02/09/2015
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‘Girone è ostaggio dell'India’ è stato detto davanti al Tribunale del diritto del mare (Itlos). In effetti è anche l'India stessa a essere ostaggio delle sue ambizioni marittime.

La decisione dell'Itlos consente ora di tirare le prime somme del caso Lexie: non un semplice incidente, ma il frutto di una visione distorta e strumentale del regime dei mari.

Nazionalismo marittimo
Alla base di quanto è (presumibilmente) accaduto quel 15 febbraio 2012 a 20,5 miglia dalla costa, c'è la pretesa indiana di sottoporre a sorveglianza di natura territoriale due zone sui generis di alto mare come la zona contigua (zc) e la zona economica esclusiva (zee).

Benché la Convenzione del diritto del mare (Cnudm) consenta allo Stato costiero di esercitare in tali zone limitati diritti funzionali per specifiche materie come immigrazione e protezione della pesca, l'India da decenni afferma una posizione dissonante.

Delhi non cerca proiezioni di potenza in mari lontani, ma tende a contrastare l'espansionismo commerciale cinese nell'Oceano indiano.

Nello stesso tempo esercita giurisdizione ultra vires al di là delle acque territoriali per blindare le coste da rischi terroristici e proteggere le attività dei propri pescatori spesso oggetto di attacchi da parte di Paesi vicini.

Una legge del 1976 prevede che nella zc siano esercitabili poteri per la "security of India"; ben prima del caso Lexie, nella zee indiana istituita con la stessa legge, era stata inoltre affermata la pretesa di avere preventiva notifica di esecitazioni navali e del transito di navi mercantili con armi, anche di autodifesa, a bordo.

Repliche ad Amburgo
Tali posizioni sono state replicate dall'India durante le udienze ad Amburgo trovando una sponda nel vice-presidente dell'Itlos, l'algerino Bouguetaia.

Questi, nella sua dissenting opinion alla decisione, ha riaffermato le tradizionali tesi indiane sul controllo di zc e zee rimarcando la posizione sul divieto di svolgere attività militari nella zee.

Il giudice ha inoltre insinuato che l'Italia non può reclamare lo status di immunità per il personale dei nuclei militari di protezione (nmp) presenti sulla Lexie in quanto la materia non è disciplinata dal diritto del mare.

La Zee dell’India (Fonte Indian Nio).

Libertà dei mari
Ad Amburgo è apparso evidente che il caso ruota sulla libertà di navigazione in alto mare di cui la pirateria rappresenta una minaccia.

Correttamente l'Italia ne ha affermato con forza la violazione, rivelando anche che la Lexie non solo fu ingannata con la richiesta di entrare a Cochin per riconoscere i pirati, ma in un certo modo fu costretta ad attraccare a Cochin.

La Guardia costiera indiana avrebbe difatti fatto ricorso a forme di coercizione circondando la nave con forze aeronavali a 36 miglia dalla costa, all'interno della zee. Il dirottamento della Lexie sarebbe altrimenti potuto avvenire solo con il consenso formale dell'Italia.

Soluzione di compromesso
La partita si sposta ora al costituendo Tribunale arbitrale dopo una decisione di compromesso che, pur riconoscendo la riconducibilità della controversia al diritto del mare, lascia impregiudicato lo status dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre come definito dalla magistratura indiana (varie sono le questioni aperte, anche sul fronte delle indagini italiane).

Il risultato è a noi favorevole sul piano del riconoscimento del concorso di giurisdizione, ma non, per ora, relativamente alla pretesa di immunità funzionale dei fucilieri.

La verità è che sullo sfondo della disputa resta la prassi dei nmp non ben consolidata durante i lunghi anni dell'emergenza pirateria.

L'India ha tra l'altro ricordato che, interpellata dall'Italia pochi giorni prima dell'incidente, si disse contraria a riconoscere con accordo la loro immunità in ipotesi di ingresso in acque territoriali indiane per trasbordo. Risulta che nello stesso periodo la vicina isola di Sry Lanka (da cui proveniva la Lexie) aveva invece acconsentito a ciò.

Area a rischio pirateria (Fonte Imo).

Prossime mosse
Le prossime udienze dinanzi al Tribunale arbitrale saranno incentrate, nell'ambito della ricostruzione dei fatti, sulla loro qualificazione come "incidente di navigazione" ai sensi della Cnudm e più in generale sul divieto di attività militari nelle zee (uno statement contrario dell'Italia è depositato alle Nazioni unite dal 1984).

L'India non rinuncerà all'occasione che le si offre per affermare la propria visione restrittiva del principio di libertà di navigazione sapendo di avere dalla sua vari Paesi.

Il caso Lexie dovrebbe essere, in definitiva, un evento fortuito maturato nell'ambito dell'applicazione delle misure antipirateria suggerite dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo) nella zona a rischio che si estende sino alle coste indiane.

Troppe sono però le incongruenze di quello che teoricamente può anche sembrare un casus belli da manuale che ha consentito sinora all'India di presentarsi come vittima di un'azione contro i suoi diritti e i suoi interessi marittimi.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
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martedì 18 agosto 2015

L'ascesa della Lockheed-Martin

Industria e difesa
Il nuovo gigante Lockheed Martin
Michele Nones
06/08/2015
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In luglio, Lockheed Martin (LM), il terzo gruppo mondiale nell’aerospazio, sicurezza e difesa con un fatturato di 34,4 miliardi di dollari (vedi “Bilanci e industria della difesa” su www.iai.it) ha definito con United Technologies l’acquisizione della società elicotteristica Sikorsky per circa 9 miliardi di dollari (di cui, però, 1,9 compensati fiscalmente).

LM arriverà così a superare i 40 miliardi di dollari di fatturato, il 60% di quello di Boeing e due terzi di quello di Airbus. Il vertice mondiale del settore si allarga in questo modo a un terzo attore, tanto più forte se si considera che gli altri due realizzano gran parte dei ricavi nei velivoli civili in cui LM non opera.

Si è trattato di un’operazione di dimensioni significative: basti pensare che corrisponde alla capitalizzazione in borsa di un grande gruppo europeo come Finmeccanica. E questo ci ricorda quanto è grande la differenza fra il mercato europeo e quello americano. Questa acquisizione rappresenta il secondo allargamento di Lockheed dopo quello nel settore elettronico attraverso l’integrazione con Martin Marietta venti anni fa. Adesso vi aggiunge l’elicotteristica.

Implicazioni non solo economico-finanziarie
Ma le implicazioni vanno al di là dell’aspetto economico e finanziario, anche se pochi sembrano avervi riflettuto. Quando dieci anni fa Agusta Westland (AW) vinse, alleata con LM, la prima gara per la costruzione dell’elicottero destinato al trasporto del presidente e delle autorità americane, superando la proposta del fornitore nazionale Sikorsky, qualcuno pensò che questo potesse sottendere un minore interesse americano verso questo settore che, a sua volta, aveva portato a una scarsa propensione all’innovazione tecnologica e, quindi, alla non adeguata maturazione della nuova macchina proposta.

Di fatto, in quel momento sul mercato internazionale si battevano due contendenti, AW e Eurocopter (oggi una divisione di Airbus). Qualcuno, più incautamente, teorizzò che l’elicottero sarebbe stato sostituito in futuro dal convertiplano (una macchina in grado di decollare/atterrare come elicottero e volare come aeroplano) e, quindi, di minore interesse strategico.

Altri, più saggiamente, intuirono che l’utilizzo dei competitori europei era indirizzato a spingere verso una maggiore efficienza una parte dell’industria americana, in particolare quella che si era adagiata sulle ricche commesse del Pentagono.

La successiva cancellazione di questa e di altre commesse assegnate ad imprese europee, fra cui quella per il velivolo da trasporto tattico C27J dell’italiana Alenia Aermacchi, hanno confermato che le imprese europee sono state utilizzate come “lepri” per rendere più competitive quelle americane. E così la seconda gara per l’elicottero presidenziale è stata vinta da Sikorsky insieme a LM che, nel frattempo, aveva cambiato partner.

Le motivazioni strategiche
L’interesse di LM per Sikorsky si è certamente consolidato attraverso questa esperienza che si è aggiunta all’essere il principale fornitore di Sikorsky nella famiglia degli elicotteri Black Hawk, uno dei maggiori successi nella storia del settore elicotteristico. Ma vi è anche una motivazione strategica, nella convinzione che l’integrazione nel terzo grande gruppo aerospaziale mondiale potrà avvantaggiare Sikorsky sul mercato internazionale.

In realtà l’impresa americana è già al secondo posto con un fatturato di circa 6,2 miliardi di dollari nel 2013, dietro Airbus Helicopters con 8,7 e davanti ad AW con 5,6 e a Bell con 4,5. Anche sul piano del margine operativo Sikorsky risultava seconda col 9,5%, dietro a Bell col 12,7 e ad AW con l’11,4, ma davanti ad Airbus Helicopters col 6,4.

Ma, fino ad ora Sikorsky ha lavorato molto sul mercato militare americano, che resta il maggiore a livello mondiale. Adesso potrà diventare più aggressiva anche su quello delle esportazioni.

Il mercato sembra, infatti, orientarsi sempre più verso operazioni in cui conta la capacità del fornitore sul piano finanziario e industriale (anche con l’offerta di un coinvolgimento diretto o indiretto delle imprese locali) e la capacità di supporto del proprio sistema-paese, non solo sul piano commerciale, ma anche su quello militare (con l’offerta di addestramento del personale operativo e tecnico e di sostegno logistico).

Ma conta anche la capacità del sistema-paese di favorire l’innovazione di prodotto e di processo, individuando le aree di eccellenza e perseguendo il loro rafforzamento.

Nel mondo sempre più globalizzato e competitivo, bisogna sostenere i forti e non disperdere le limitate risorse disponibili per cercare di difendere le imprese e i settori più deboli. Il rischio, altrimenti, è di perdere anche le proprie imprese di successo nei settori tecnologicamente avanzati.

È una lezione che i decisori italiani dovrebbero rapidamente imparare, evitando, come si continua a fare, una politica industriale e della ricerca a pioggia e prendendosi la responsabilità di decidere loro, e nessun altro, quali sono i settori strategici di interesse nazionale su cui puntare.

Michele Nones è Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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lunedì 3 agosto 2015

Verso la conclusione della vicenda

Italia-India
Marò: l'arbitrato, una svolta nella vicenda
Natalino Ronzitti
16/08/2015
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Dopo titubanze e smentite, Roma ha rotto gli indugi e ha fatto ricorso all’arbitrato internazionale contro l’India per l’affare dei Marò. Il 26 giugno ha indirizzato all’India l’atto introduttivo del procedimento per la costituzione della Corte arbitrale e il 21 luglio ha chiesto al Tribunale internazionale del diritto del mare, con sede ad Amburgo, misure provvisorie in attesa della decisione della Corte.

Misure Provvisorie e Arbitrato Internazionale
Mentre il Tribunale internazionale del diritto del mare è una giurisdizione permanente, la Corte arbitrale, prevista dall’Annesso VII alla Convenzione del diritto del mare, è una struttura che deve essere costituita all’occorrenza.

La Convenzione sul diritto del mare autorizza uno Stato parte della controversia a chiedere misure provvisorie in attesa di un pronunciamento della Corte arbitrale, la cui costituzione deve avvenire secondo tempi precostituiti, sufficientemente spediti.

Ma la pronuncia definitiva non è rapida e può richiedere anche due-tre anni. Si badi bene che la Corte arbitrale non dovrà pronunciarsi sulla colpevolezza o innocenza dei due Marò, ma su chi ha titolo di giurisdizione per farlo: Italia o India.

L’Italia ha infatti chiesto alla Corte che l’India cessi di esercitare la giurisdizione sui Marò attraverso i propri tribunali e nello stesso tempo che vengano censurati i comportamenti tenuti in violazione del diritto internazionale connessi alla pretesa di esercitare la giurisdizione sui due militari italiani.

In attesa che la Corte arbitrale decida, le misure provvisorie domandate al Tribunale di Amburgo consistono nella richiesta di permanenza in Italia di Latorre, cui è stata concessa una proroga di sei mesi per motivi di salute, e nel ritorno di Girone, costretto a rimanere in India e sottoposto all’obbligo di firma, nonché nella sospensione di ogni procedimento giudiziale e amministrativo in India nei loro confronti.

Il fallimento della soluzione diplomatica
Come si è giunti alla decisione di ricorrere all’arbitrato, da più parti suggerita, ma da altri scoraggiata (incluso chi scrive)?

Per oltre tre anni il Governo italiano, a parte i pasticci sulla riconsegna dei Marò recatisi in Italia in licenza elettorale, ha seguito un duplice binario: da una parte si è difeso, tramite i Marò, nel processo indiano, affermando l’incompetenza della giurisdizione locale; dall’altra ha tentato di risolvere la questione in via diplomatica, prima con l’intervento di un inviato speciale e poi, dopo un nuovo, reiterato e pressante interesse da parte del ministro degli Affari esteri, con l’intervento dello stesso presidente del Consiglio, che si è avvalso, una volta installatosi il Governo Modi, anche delle nostre strutture d’intelligence.

Sennonché, mentre è chiara la via giudiziaria, non molto(o niente) è dato conoscere dei contenuti della trattativa diplomatica, che per sua natura comporta reciproche concessioni. Sarebbe opportuno che il Governo sul punto facesse chiarezza.

L’alea delle misure provvisorie
L’ordinanza del Tribunale del diritto del mare è attesa per il 24 agosto. Si conoscerà quindi se le richieste italiane, cui l’India si oppone, verranno accolte o respinte, in tutto o in parte. La decisione del Tribunale potrà essere modificata, revocata o confermata dalla Corte arbitrale.

Il buon esito della richiesta di misure provvisorie è condizionato dall’urgenza della situazione e dalla dimostrazione che la Corte arbitrale in via di costituzione sarà competente, prima facie, a dirimere la controversia.

Punti che sono stati adeguatamente sceverati dagli avvocati delle due parti, che comprendono giuristi ed esperti di varie nazionalità (il team italiano annovera anche avvocati indiani, mentre quello indiano non conta nessun esperto italiano).

Si badi bene che la competenza sussiste solo qualora si accerti che la controversia abbia per oggetto l’interpretazione e l’applicazione delle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Punto che sembrerebbe lapalissiano, essendo l’incidente avvenuto “in mare”. Ma così non è, come ha tentato di dimostrare la difesa indiana,che ha contestato la rilevanza nel caso concreto delle disposizioni della Convenzione, sciorinate da uno degli avvocati dell’Italia.

Le cose non sono quindi semplici. Per contrastare la richiesta di misure provvisorie di rilascio dei due Marò, nel timore che essi non sarebbero restituiti all’India qualora la Corte arbitrale si pronunciasse a favore della giurisdizione indiana, sono state addirittura avanzate accuse di scarsa affidabilità dell’Italia per non aver inviato in India, contrariamente agli impegni presi al momento del rilascio della Enrica Lexie, i quattro Marò che facevano parte del team militare imbarcato sulla nave (auditi peraltro in videoconferenza) e per il tentativo di fare restare in Italia Girone e Latorre cui era stata concessa la licenza elettorale.

È stata ricordata anche la sentenza della Corte costituzionale, che si è pronunciata per la non esecuzione della sentenza della Corte internazionale di giustizia nel caso Germania c. Italia, costringendo l’agente del Governo italiano a ribattere che l’Italia onorerà la sentenza della Corte arbitrale, qualunque essa sia.

Il lungo cammino intrapreso
Come si è detto, indipendentemente dall’imminente pronuncia sulle misure provvisorie, la procedura per ottenere una decisione del Tribunale arbitrale è piuttosto lunga.

Le parti potrebbero continuare a negoziare e trovare una soluzione soddisfacente per chiudere la controversia. Gli esempi non mancano. La via sarebbe facilitata dall’ottenimento di una misura provvisoria per il rientro in Italia dei due Marò.

Uno degli avvocati di parte indiana ha affermato di essere stato autorizzato a proporre che la Corte speciale, chiamata a giudicare in India i due Marò secondo quanto disposto dalla Corte Suprema di New Delhi, concluda i lavori in quattro mesi qualora non vi fosse opposizione italiana. Ma tale proposta è inaccettabile una volta scelta l’opzione di difendersi dal processo e non nel processo.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
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