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martedì 7 giugno 2016

Italia. la Nato e la Russia

Europa
Nato e Russia, ricostruire la fiducia in Europa
Carlo Trezza
03/06/2016
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Alla presenza del Segretario generale della Nato e del Presidente della Romania, è stata inaugurata nei giorni scorsi la base romena che ospita i nuovi sistemi di difesa antimissilistica della Nato.

Il giorno successivo è anche stato celebrato l'avvio dei lavori per l'installazione di analoghi sistemi in Polonia. La Federazione russa da anni si oppone a tali programmi, sostenendo che si tratta di una minaccia strategica addizionale nonché una violazione del trattato Inf che proibisce a russi e statunitensi di detenere missili nucleari a raggio intermedio.

Le posizioni di Mosca e Washington
Gli argomenti di Mosca non appaiono del tutto credibili: è difficile pensare che alcune decine di missili di difesa possano neutralizzare un arsenale nucleare che conta migliaia di missili e testate. Allo stesso tempo, non è del tutto convincente neppure l'argomento Usa, laddove si afferma che i nuovi sistemi servano solo a difendere Stati Uniti e alleati dai missili dell'Iran e della Corea del Nord. È probabile che la Russia risponderà con un avanzamento verso ovest dei propri sistemi missilistici alimentando ulteriormente la sfiducia reciproca e la tensione in Europa.

Questa diatriba viene da lontano. La prima avvisaglia, da molti trascurata, fu la sospensione nel 2007 dell'applicazione da parte della Russia delle misure previste dal Trattato sulle Forze convenzionali in Europa (Cfe), uno dei pilastri della sicurezza europea. Seguì l'anno successivo l'azione russa in Georgia ed in seguito l'annessione della Crimea e la crisi irrisolta con l'Ucraina.

Lo spirito di Pratica di Mare
Aleggiava ancora fino a pochi anni fa lo "spirito di Pratica di Mare", il vertice dove si sancì la cooperazione strategica tra Nato e Russia fortemente caldeggiata dall'Italia. Poco prima della crisi in Georgia, Putin aveva ancora partecipato al Vertice Nato tenutosi simbolicamente a Bucarest, nella mastodontica sede del parlamento dell'era Ceausescu. Nel 2010, Russia e Stati Uniti riuscirono a concludere il Trattato 'Nuovo Start', che riduceva il numero delle rispettive testate strategiche e dei loro vettori.

Con poche eccezioni, la sfiducia si va estendendo oggi a tutti i settori della passata collaborazione e si assiste ad una ripresa della spirale armamentisca. Mosca ha risposto "niet" all'offerta americana di ulteriori riduzioni strategiche e si trova attualmente in bilico persino il già citato trattato Inf.

Si va progressivamente disgregando l'architettura di sicurezza costruita nel quadro del processo Csce lanciato a Helsinki nel 1975 e che trovò il suo punto di forza nelle Confidence and Security Building Measures (Csbm) adottate in materia di trasparenza militare, prenotifica delle manovre e degli spostamenti di forze, osservazione degli esercizi militari e ispezione delle riduzioni delle principali categorie di armamenti.

Tali misure resero il processo di Helsinki un formidabile strumento di dialogo e collaborazione che fu strumentale al superamento del confronto Est/Ovest. Le misure di fiducia adottate a Helsinki, pur essendo state ulteriormente rafforzate a Vienna nel 1990, non si rivelano più sufficienti ad impedire il degrado.

Rischio crisi nucleare
L'attuale accrescimento della tensione si estrinseca in particolare attraverso sempre più frequenti "incontri ravvicinati" e potenziali incidenti aerei tra forze russe e della Nato. Negli ultimi mesi si sono rilevati oltre 60 episodi di tale genere assieme a sconfinamenti, lanci missilistici simulati ed interferenze cibernetiche. Risale a pochi giorni fa una collisione tra unità navali russe e Nato, mancata per un soffio.

A monitorare tale situazione e ad attirare su di essa l'attenzione pubblica è stato soprattutto lo European Leadership Network (Eln), organismo non governativo apartitico con base a Londra, che ha proposto di stabilire in Europa un codice di condotta per scongiurare gli incidenti aeronavali analogamente a quanto fatto recentemente dagli americani con la Cina.

Il rischio che tutto ciò sconfini in una crisi nucleare è evidente ed avrebbe conseguenze gravissime. Anche in questo settore le misure di fiducia sono insufficienti. Da anni, in seno alle Nazioni Unite vengono richieste agli Stati nucleari, invano, misure di fiducia volte ad allungare i tempi di risposta nucleare in caso di attacco ("de-alerting").

Analoga stasi sul fronte dottrinale. Tra le potenze nucleari solo la Cina ha sposato il principio del non primo uso dell'arma nucleare. Gli Stati Uniti sotto Obama hanno fatto alcuni passi in avanti riducendo le situazioni in cui essi impiegherebbero tale arma. Pur essendo "azionisti di maggioranza" della Nato, gli Usa non sono ad oggi riusciti ad estendere ai partner atlantici tale misura di flessibilità.

Appuntamento a Varsavia
Vista l'attuale tensione, non è verosimile attendersi un rilancio dei trattati o grandi misure distensive. Dal prossimo vertice Nato che si terrà a luglio nello stadio di Varsavia emergerà probabilmente un orientamento riflessivo piuttosto che la linea di confronto promossa dal paese ospitante.

Ma sarebbe quanto meno da incoraggiare, sul fronte delle misure di fiducia, la recente proposta del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg di rivisitare le misure di sicurezza e di fiducia contenute nel documento di Vienna dell'Osce. Si potrebbe anche esaminare con maggiore attenzione la proposta Eln mirante ad evitare gli incidenti.

Sarebbe da cogliere l'occasione dell'anno di presidenza tedesca dell'Osce e della grande esperienza in materia di sicurezza europea dell'attuale Segretario generale di tale organismo - l'italiano Lamberto Zannier - per ricostruire la fiducia e prevenire il rischio di un confronto causato da malintesi e da errori.

L'Ambasciatore Carlo Trezza, presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato inviato speciale del ministro degli Esteri e Rappresentante permanente a Ginevra per il disarmo e la non proliferazione.

sabato 4 giugno 2016

Il Referendum costituzionale

Referendum confermativo
Riforma Costituzione e potere estero dello stato
Natalino Ronzitti
01/06/2016
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Delle norme interessanti il diritto internazionale e il potere estero inserite nella Legge costituzionale di superamento del bicameralismo paritario e revisione del Titolo V della Costituzione avevamo già dato notizia qualche tempo fa quando il disegno di legge era ancora in fieri.

Non molto è mutato dopo l’approvazione della Legge, ma occorre effettuare una ricognizione, allo scopo di contribuire ad un dibattito che purtroppo è estremamente politicizzato, in vista del referendum confermativo di ottobre, e trascura di esaminare i contenuti della Legge. Tra l’altro il confronto sulle trasformazioni che investono il potere estero dello stato è completamente assente (o quasi).

I cardini della riforma costituzionale riguardano la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie e il ridimensionamento delle competenze regionali con il rafforzamento delle competenze statali e la cancellazione delle competenze concorrenti stato-regione. Quanto alla funzione legislativa, questa viene esercitata dalla Camera dei Deputati, ma con vari correttivi a favore del Senato delle Autonomie.

Il bicameralismo perfetto rimane invece per talune materie, tra cui, per quello che qui interessa, le leggi relative alla partecipazione dell’Italia alla formazione e attuazione delle normative e politiche dell’Unione, Ue.

Il tutto si ripercuote sulla gestione del potere estero. Talune modifiche sono meramente consequenziali, altre invece lo sono meno. Inoltre vanno segnalate lacune, già presenti nel nostro ordinamento costituzionale, che la legge di riforma ha omesso di colmare.

Le modifiche consequenziali
Quanto alle modifiche consequenziali, viene in primo luogo in considerazione la “dichiarazione di guerra”, che a norma dell’art. 78 Cost. è deliberata dalle Camere. La Legge di revisione stabilisce che la dichiarazione e il conferimento al Governo dei poteri necessari siano prerogative della sola Camera dei Deputati, che delibera a maggioranza assoluta, cioè sul totale dei deputati pari a 316 voti (ovviamente viene modificato anche l’art. 87, nono comma, per cui il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di guerra deliberato dalla sola Camera).

Non si tratta quindi di rendere più facile la dichiarazione di guerra, com’è stato erroneamente sostenuto, ma piuttosto di rimarcare che ormai gli attuali conflitti difficilmente possono essere definiti guerra in senso tecnico ed occorre invece disciplinare l’invio di truppe all’estero. Un’occasione mancata, nonostante sia pendente in Parlamento una proposta di legge organica concernente la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali, approvata con modifiche dal Senato il 9 marzo 2016 e trasmessa di nuovo alla Camera.

I disegni di legge di autorizzazione alla ratifica dei trattati restano di competenza della sola Camera dei Deputati, che procede alla loro approvazione in via definitiva, tranne quelli relativi ai trattati che riguardano l’appartenenza dell’Italia all’Ue, che rimangono di competenza di entrambe le Camere (modifica che si riverbera sulla dizione dell’art. 87 Cost., ottavo comma, relativo al potere presidenziale di ratifica dei trattati).

Qui vedo due problemi. Il primo riguarda i trattati che interessano il potere estero delle regioni, ad es. di quelli che disciplinano la cooperazione transfrontaliera. Perché affidare il disegno di legge alla sola competenza della Camera (con la partecipazione del Senato solo residuale)?

Il secondo riguarda i trattati negoziati nel quadro Ue, ma formalmente autonomi, tipo il Fiscal Compact. In tal caso la competenza è della sola Camera dei deputati oppure anche del Senato delle autonomie? Probabilmente sono quesiti superabili in via interpretativa. Ciò che non è possibile, invece, per alcune evidenti omissioni della Legge costituzionale. Mi riferisco alla legittimità dei trattati in forma semplificata, che entrano in vigore con la sola firma dell’esecutivo, e alla provvisoria esecuzione dei trattati internazionali in attesa del formale procedimento di ratifica. La Legge costituzionale non si è nemmeno preoccupata di risolvere la questione dell’efficacia dei trattati nel nostro ordinamento una volta ratificati, escludendo la necessità di adottare in ogni caso una legge di esecuzione.

Referendum e trattati internazionali
Viene ribadita l’inammissibilità del referendum abrogativo per le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Quid per il referendum propositivo o di indirizzo prima della ratifica? La prassi dei paesi europei attesta che un tale referendum è una conquista democratica da esercitare in relazione ai più importanti trattati internazionali.

All’art. 71 Cost. è stato aggiunto un nuovo comma in materia di referendum propositivo e di indirizzo, la cui disciplina è rinviata all’adozione di un’apposita legge costituzionale. Potrà tale legge disciplinare anche la questione del referendum dei trattati internazionali, non ancora oggetto di legge di autorizzazione alla ratifica?

I rapporti con l’Ue
Per quanto riguarda l’art. 117 Cost., a parte la toeletta istituzionale operata sostituendo “Comunità europee” con la dizione “Unione europea”, resta formalmente intatta la supremazia rispetto alla legge ordinaria dei trattati ratificati dall’Italia e del diritto Ue. Il diritto comunitario può addirittura derogare le stesse norme costituzionali, tranne quelle contenenti principi fondamentali o poste a tutela dei diritti inviolabili della persona umana.

Sul punto, il legislatore non ha fortunatamente accolto le sirene isolazioniste. Resta formalmente immutata anche la competenza delle regioni alla conclusione di accordi ed intese, e alla loro attuazione, inclusa quella della legislazione Ue. Tuttavia, essendo le competenze regionali fortemente erose a favore di quelle esclusive dello stato, ne risulta ridimensionata la competenza regionale sotto il profilo sostanziale anche in materia di rapporti internazionali, inclusi quelli con l’Ue.

Un'occasione perduta
Per quanto riguarda il potere estero e i rapporti internazionali dello stato, la riforma costituzionale è un mero adattamento delle norme preesistenti ad un procedimento legislativo che privilegia la Camera dei deputati, ma non si è colta l’occasione per regolare una serie di questioni che sono emerse nella prassi applicativa durante i decenni passati. Tra l’altro la questione del referendum propositivo e di indirizzo resta ancora sospesa essendo demandata a una futura legge costituzionale e non è dato sapere se questa potrà includere anche la partecipazione a trattati internazionali che abbiano un grande impatto per la vita della nazione.

Si è voluto invece enfatizzare il ruolo del Senato, anche per la funzione di raccordo tra Stato e Ue, lasciando di conseguenza intatto il bicameralismo perfetto per le leggi interessanti l’Ue. Le conseguenze non sono di poco momento. Si prenda ad esempio una legge che disponga l’invio di missioni militari all’estero, così come prefigurato dalla normativa attualmente in discussione in Parlamento. Se l’operazione avviene nel quadro Nazioni Unite, Nato o coalition of the willing, si dovrà provvedere con legge della Camera (con i correttivi a favore del Senato di cui si è detto). Invece per una missione decisa dall’Ue, si dovrà agire mediante l’adozione di una legge improntata al bicameralismo perfetto. Non c’è da spendere molte parole per dimostrare come questo risultato sia a dir poco stravagante!

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e consigliere scientifico dello IAI.
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venerdì 27 maggio 2016

Roma: il finanziamento dei mussulmani

Comunità musulmana
Islam d’Italia, continua la caccia all’8 x mille
Paolo Gonzaga, Azzurra Meringolo
17/05/2016
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Dalla testa alla punta dello stivale saranno poco più di 700. Soprattutto in garage, cantine, capannoni ed ex negozi. Le moschee italiane costruite in luoghi istituzionalmente adibiti alla preghiera dei musulmani sono infatti pochissime. Eppure, i seguaci di Maometto sono il secondo gruppo religioso per numero di fedeli, 1,6 milioni, attivo nel nostro Paese.

Il numero di fedeli non serve a nulla neanche quando si tratta della possibilità di raccogliere l’8 per mille. Visto che l’Islam italiano non ha siglato alcun accordo con lo Stato, le autorità religiose musulmane non possono beneficiare dell’eventuale quota versata dai cittadini per le confessioni religiose. Ma anche qualora ci riuscissero, non sarebbe chiaro nelle tasche di chi andrebbero questi soldi.

Il tentativo marocchino 
Infatti, sono almeno tre le organizzazioni che rivendicano questo diritto. Due ci hanno già provato invano: Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane) e Coreis (Comunità religiosa islamica). E dopo il loro fallimento, è ora la Confederazione islamica italiana a cercare di tagliare il traguardo. Espressione della comunità marocchina benedetta dal re Muhammad - sovrano che si appresta ad accogliere Matteo Renzi a luglio -, il 12 maggio la Confederazione ha lanciato la sua Opa, formalizzando la richiesta per ottenere l’intesa con lo Stato.

La Confederazione si è presentata ufficialmente a Roma con un’ambiziosa conferenza contrassegnata da interventi e messaggi istituzionali del ministro dell'Interno Angelino Alfano, del presidente del Senato Pietro Grasso, del ministro degli Affari religiosi del Marocco Ahmad Taoufik, della comunità di Sant’Egidio e della Conferenza episcopale italiane.

Il portavoce Abdallah Cozzolino ha rivendicato apertamente la richiesta di un’intesa con lo Stato italiano. Secondo i vertici della Confederazione, sono già 306 le moschee iscritte e 50 sono in via di iscrizione. Numeri che segnano una tendenza in espansione, spesso ai danni dell’Ucoii. L’intesa dovrebbe portare anche alla designazione di imam ufficiali - forse anche donne -, secondo le regole di trasparenza che valgono per tutti i culti.

Ucoii, Coreis, Confederazione islamica e molto altro
Anche se Ucoii (che nel 2007 si rifiutò di firmare la carta dei valori promossa dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato), Coreis e Confederazione sono le associazioni più in vista nel Paese, queste non comprendono comunque la maggioranza delle moschee, visto che la gran parte dei luoghi di culto musulmani sono autogestiti da comunità nazionali e realtà etniche, in primis turche e bengalesi.

Molti musulmani non si ritrovano infatti in queste organizzazioni, che invece di parlare con una sola voce si beccano continuamente. Tra Ucoii e Coreis non è tutto rose e fiori. Anzi. La prima è accusata dalla controparte di essere troppo vicina alla Fratellanza Musulmana. E la seconda viene a sua volta bollata come l’organizzazione “settaria” di alcuni italiani convertiti sufi e pertanto lontana e sorda alle istanze dell’Islam plurale presente in Italia, oltre ad essere di dimensioni molto piccole.

È tra queste due realtà che si inserisce la Confederazione islamica italiana che, attraverso il controllo del Centro islamico culturale d’Italia, gestisce di fatto la Grande Moschea di Roma. Luogo di culto e di rappresentanza che è al contempo l’ennesimo campo di battaglia tra le diverse anime dell’Islam italiano. Anche se ad esprimere il presidente sono i sauditi, i marocchini hanno il diritto di nominarne il segretario.

Moschee italiane con fondi del Golfo 
Incapace di districarsi in questo puzzle e non decidendo a chi spetta il diritto di riscuotere l’8 per mille, il nostro governo si difende puntando il dito contro la frammentazione della comunità musulmana. Ma a sentire alcuni leader delle tre organizzazioni, di fronte a questa situazione l’unico accordo possibile è quello che porta a delle intese separate o ad una legge sulla libertà religiosa.

Esponenti di punta dell’Ucoii, come Hamza Piccardo, affermano “di rispettare molto i fratelli marocchini, ma l’intesa non può passare per la mediazione di uno Stato straniero: vogliamo costruire un Islam europeo”.

Per una soluzione che porta a un’intesa nel breve periodo parteggiano anche quanti temono che in Italia crescano delle pericolose sacche di radicalismo, sperando che tramite la mediazione di queste organizzazioni si diffonda nel nostro Paese un Islam moderato.

La speranza è anche quella che un accordo con lo Stato riesca a limitare le generose donazioni provenienti dal Golfo, attraverso le quali vengono finanziate molte delle nuove moschee. Sono infatti ancora vive le ultime polemiche sui fondi ricevuti da alcune moschee italiane affiliate all’Ucoii dalla Qatar Charity Association. Fondi dietro ai quali, temono in molti, si possano celare attività compiacenti con frange radicali.

Paolo Gonzaga è traduttore, giornalista free-lance, analista politico.
Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir
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Italia: occhio attento verso sud

Mediterraneo
L’Italia e la scommessa degli affari tunisini 
Giulia Cimini
23/05/2016
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Una delegazione imprenditoriale italiana sbarcata in Tunisia. A dirigerla, il 9 maggio, il ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni che ha partecipato al Business Forum organizzato da Confindustria in collaborazione con Ice-Agenzia, l'Associazione bancaria italiana e con il patrocinio del Ministero dello sviluppo economico e dello stesso Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

La missione imprenditoriale - oltre 170 rappresentanti di imprese, banche ed associazioni - è stata ricevuta dal capo del governo tunisino, Habib Essid, presso la sede dell'Utica, l'Unione tunisina del commercio e dell'artigianato, insignita nel 2015 del Premio Nobel della Pace assieme all'Ugtt, principale sindacato dei lavoratori, la Lega Tunisina per la difesa dei diritti dell'uomo e l'Ordine nazionale degli avvocati, per aver contribuito alla ripresa del processo di transizione dopo una fase di stallo del dialogo politico.

Obiettivo principale del Business Forum è stato quello di rilanciare la cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia ed approfondire le opportunità offerte dal mercato locale non solo in termini di commercio, ma anche di partenariati industriali e di investimenti, attraverso sessioni tecniche di approfondimento sul quadro legislativo nazionale in materia e una serie di incontri tra singole imprese in diversi settori: in particolare, agro-alimentare, energie rinnovabili, infrastrutture e costruzioni.

Tunisia, ponte sul Mediterraneo
L'Italia è attualmente il secondo partner commerciale ed investitore della Tunisia dopo la Francia, con un interscambio bilaterale nel 2015 di circa 5,5 miliardi di euro e un saldo commerciale in attivo. Secondo le statistiche delle Agenzie nazionali Api e Fipa e come ha ricordato anche nel corso dell'incontro Mourad Fradi, presidente della Camera di Commercio e dell'Industria tunisino-italiana, nel Paese nordafricano sono presenti circa 800 imprese, miste, a partecipazione italiana o a capitale esclusivamente italiano, la maggior parte delle quali totalmente esportatrici, che impiegano oltre 60mila persone.

Gli Ide dell’Italia verso la Tunisia, così come le esportazioni, sono tendenzialmente cresciuti negli ultimi anni, registrando una diminuzione tra 2008-2009 e nell'immediato post-2011, per riprendere, già dall'anno successivo un trend positivo.

La tradizionale presenza dell'Italia in Tunisia, considerata, oggi più del passato, come un nodo cruciale per la sicurezza nel Mediterraneo e come un ponte che apra al Medio Oriente, è rilevante soprattutto nel settore manifatturiero, in particolare del tessile/abbigliamento; in quello energetico - si pensi al gasdotto trans-tunisino Ttpc controllato da Eni che collega Italia e Algeria, ma anche al progetto di interconnessione elettrica sottomarina Elmed tra Italia e Tunisia - e delle infrastrutture.

Tra i principali gruppi italiani presenti in Tunisia troviamo colossi come Almaviva, Benetton, Marzotto, Miroglio Group, Pirelli, Riva Acciaio, ma soprattutto piccole e medie imprese meno note al grande pubblico.

Questo Forum si inserisce in un quadro più ampio di strategie di ripresa economica che il governo tunisino si appresta a sostenere, soprattutto dopo la recente approvazione del Piano di sviluppo quinquennale 2016-2020 che mira al rafforzamento del flusso degli investimenti esteri ed anche alla sua diversificazione, aprendo ai mercati del Golfo ed alla Russia, dopo l'annuncio della creazione di una linea marittima diretta per favorire gli scambi commerciali che dovrebbe collegare il porto tunisino di Radès e quello russo di Novorossiiysk sul Mar Nero.

Inoltre, una parte sostanziale degli investimenti - il 70% secondo quanto dichiarato dal ministro tunisino dello sviluppo, Yassine Brahim - dovrebbe beneficiare le regioni sfavorite dell'interno e del sud del Paese, tradizionalmente escluse dalle politiche di sviluppo economico a vantaggio della capitale e delle regioni costiere del Sahel.

Un paese in cerca di stabilità
A distanza di cinque anni dall'inizio della Primavera araba, l'economia tunisina, che assiste da oltre vent'anni ad un indebolimento progressivo del suo tasso di crescita medio, stenta ancora a decollare, con un modello che resta principalmente dipendente dalla domanda estera, che si tratti di investimenti o turismo.

Con le continue manifestazioni e sit-in e la pressione jihadista al confine con la Libia e l’Algeria, la stabilità sociale del Paese dipende, ora più che mai, da una ripresa economica che ha bisogno, anzitutto, di risposte politiche.

A due anni dall'adozione della nuova costituzione (gennaio 2014) e dalle legislative nell'ottobre 2014 che hanno segnato la vittoria del partito laico Nidaa Tounes - fondato dall'attuale presidente della Repubblica tunisina Béji Caid Essebsi come contraltare al partito islamista Ennahda - la Tunisia è ancora alla ricerca di stabilità politica, con il nuovo anno che si è aperto con un rimpasto di governo a seguito della crisi interna, e successiva scissione, al partito di Essebsi.

L'attenzione degli investitori è ora sulle riforme strutturali in cantiere, come il nuovo codice degli investimenti, la legge sul partenariato pubblico-privato e una normativa di dettaglio sulle energie rinnovabili.

Ma la creazione di un clima favorevole agli investimenti dipende anche, in larga parte, dalla capacità della Tunisia di gestire la questione terrorismo, interno ed internazionale. Anche se una riforma del settore di sicurezza sarebbe altamente auspicabile, appare ancora in sospeso.

Giulia Cimini è dottoranda di ricerca in Studi Internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale.
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lunedì 16 maggio 2016

La periferizzazione degli immigrati

Immigrazione
Ricetta italiana contro le banlieue
Roberto Volpi
12/05/2016
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C'è un modello italiano che ha fino ad ora scongiurato il fenomeno delle banlieue intrise di odio come a Parigi, o le Molenbeek della separatezza islamista come a Bruxelles. Si chiama immigrazione diffusa, un fenomeno che ha evitato che gli stranieri si concentrassero in enclave, spargendosi piuttosto sul territorio.

Gli stranieri tra i mille campanili d'Italia
Nel censimento del 2001 l’Italia contava poco più di 1,3 milioni di stranieri regolarmente residenti entro i suoi confini. Tutt’altra cosa rispetto agli oltre 5 milioni di oggi. Gli stranieri approdati in Italia non si sono addensati pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma piuttosto dispersi tra le tante, le mille mete possibili, tra i mille campanili d’Italia.

Una prima indicazione in questo senso si ricava dal numero di stranieri per 100 abitanti residenti nelle grandi ripartizioni geografiche italiane.

In tutto il Centro-Nord, ovvero in 40 dei quasi 61 milioni di abitanti che conta l’Italia, il numero degli stranieri nella popolazione è compreso tra 10,6 stranieri per 100 abitanti al Centro e poco più di 10,7 nel Nord-Est.

Nelle regioni del Centro-Nord si oscilla tra valori minimi attorno a 9 stranieri residenti ogni 100 abitanti di Liguria, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (le regioni più periferiche) e massimi di 12,1 dell’Emilia-Romagna e 11,5 della Lombardia.

Brescia, meta preferita dagli stranieri
L’immigrazione - è risaputo - si concentra particolarmente nelle grandi città. Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia.

Deve far riflettere che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti. Ancor più se si pensa che l’anima della graduatoria delle città con la più alta percentuale di stranieri sono proprio le città di 100-200 mila abitanti.

Al primo posto troviamo infatti Brescia col 18,6% di stranieri residenti, al terzo posto Prato (17,9%). Dopo Milano (18,6%), al secondo posto, per trovare una città di almeno 300 mila abitanti occorre scendere fino all’11° posizione, occupata da Torino (15,4%), seguita da Firenze (15,2%) e Bologna (15%).

Tra la 4° e la 10° posizione troviamo Piacenza, Reggio-Emilia, Vicenza, Bergamo, Padova, Parma e Modena. Dopo il terzetto composto da Torino, Firenze e Bologna, abbiamo ancora altre città della provincia italiana del Centro-Nord. Roma è soltanto 18°, addirittura 27° Genova.

La caratteristica diffusiva del modo italiano di incorporare l’immigrazione si conferma passando alle medio-piccole città italiane di 50-100 mila abitanti.

Nella tavola 1 si sono prese in considerazione solo le città del Centro-Nord, dove gli indicatori dell’immigrazione sono più alti. E si vede come passando dalle città grandi e medio grandi a città più piccole di 50-100 mila abitanti si registra soltanto una debole contrazione della percentuale degli stranieri residenti.

Meno rischio di enclave e ghetti 
Analizzare la distribuzione degli stranieri all’interno delle città di Milano, Torino e Roma aiuta a fare comprende perché l'Italia è meno esposta al fenomeno della ghettizzazione.

La scelta di queste tre sole città è praticamente obbligata in quanto, per aversi una forte problematicità/pericolosità sociale legata all’addensamento eccessivo dell’immigrazione, occorre che (1) il tasso di residenti stranieri sia almeno relativamente elevato e (2) le città particolarmente grandi.

A Roma la massima percentuale di immigrati si ha nel centro storico, e si tratta di immigrati dai paesi ricchi occidentali. Il 20 per cento di immigrati non si riscontra, invece, in alcun altro municipio romano.

A Milano la percentuale di stranieri supera il 20% nella zona 2 (28,1%) e nella zona 9 (23,2%), mentre a Torino la percentuale del 20% è superata nella circoscrizione 6 (23,2%) e nella circoscrizione 7 (21,4%). A Milano con la sola, peraltro blanda, eccezione degli stranieri filippini della zona 2, nessuna nazionalità vanta un numero di residenti che supera il 5% della popolazione delle zone.

A Torino è mediamente più forte la provenienza africana, che nella circoscrizione 6 arriva nel suo complesso all’8-9% della popolazione, ma dove la componente principale, quella che viene dal Marocco, è pari al 5% degli abitanti della zona.

In sostanza, l’analisi delle nazionalità degli stranieri nelle aree a maggior rischio delle grandi città italiane a più alta concentrazione di stranieri conferma che il carattere diffusivo dell’immigrazione in Italia spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane.

Sono proprio gli assetti economico-produttivi dell’Italia, la struttura e la localizzazione delle sue attività, aziende, imprese, vocazioni imprenditoriali a funzionare da elemento equilibratore di un’immigrazione che non si agglutina ma piuttosto si scioglie sul territorio, tra comuni e città, in qualche modo stemperandosi e meglio prestandosi all’integrazione. 
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Quanto contiamo noi Italiani.

Diplomazia Ue
Roma nella mappa del potere di Bruxelles 
Matteo Garnero
12/05/2016
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Una mappa in cui si cerca di individuare come la combinazione di potere fra i leader nazionali e i corrispettivi ambasciatori a Bruxelles determini il grado di influenza ed efficacia detenuto dai Paesi membri (e candidati) al tavolo delle trattative dell’Unione europea.

A disegnarla è stata Politico Europe che ha mostrato come i risultati di tale indagine sono tendenzialmente in linea con il funzionamento della politica interna dell’Unione europea, Ue.

Germania, leader indiscusso
Le principali economie (ad esclusione della Spagna, ancora senza governo) ricoprono infatti un ruolo centrale.

Naturalmente, il leader indiscusso resta la Germania, mentre il ruolo della Gran Bretagna, pur restando in seconda posizione, rischia di venire ridimensionato a causa dell’accordo raggiunto con l’Ue e le prospettive di Brexit.

La Francia conserva il proprio ruolo tradizionale al centro delle dinamiche europee grazie alla figura dell’ambasciatore Pierre Sellal che bilancia una leadership indebolita. Il sud Europa registra il posizionamento di due nuovi “pesi massimi”: l’Italia in quarta posizione e la Turchia in quinta.

Renzi e l’immagine italiana
L’Italia ha riscoperto il proprio ruolo di Paese fondatore grazie alle figura di Matteo Renzi, ritenuto più efficace degli altri leader della sinistra europea, incluso il Presidente francese François Hollande, sempre più in declino e in affanno.

Secondo la mappa di Politico, la nomina di Carlo Calenda come Rappresentante permanente a Bruxelles avvenuta a marzo 2016 avrebbe penalizzato l’Italia, mettendo in discussione il lavoro diplomatico della sede e facendo alzare qualche sopracciglio a causa della nomina di un non-diplomatico.

Tuttavia, è necessario precisare che la nomina di Calenda è coincisa con un periodo di distensione con le istituzioni europee, in un evidente cambio di marcia rispetto all’approccio assunto dal governo italiano alla fine dello scorso anno. L’incarico ora è traghettato nelle mani di Maurizio Massari, dal momento che Calenda è stato nominato nuovo Ministro per lo Sviluppo Economico.

La Turchia, dal canto suo, è stata in grado di rivitalizzare (almeno sulla carta) il processo di adesione all’Ue grazie al ruolo fondamentale da giocare nel pieno della crisi dei migranti. L’accordo raggiunto con l’Ue, infatti, potrebbe portare non solo all’apertura di nuovi capitoli, ma anche alla liberalizzazione dei visti entro l’estate di quest’anno.

Resta da vedere quale sia la capacità della Turchia di soddisfare i criteri previsti dall’Ue, soprattutto a fronte di numerose resistenze da parte europea, nel pieno di una transizione politica che vede l’uscita di scena del Primo Ministro Ahmet Davutoğlu e tenendo conto dell’espresso rifiuto di modificare la normativa turca in merito alla definizione di terrorismo.

Ci sono, tuttavia, alcune importanti precisazioni da fare in merito alla matrice sviluppata da Politico. In primo luogo, la metodologia con cui si è valutato il peso politico dei Paesi europei è lungi dall’essere scientifica e lascia spazio a valutazioni speculative, se non aneddotiche.

Pur tuttavia, il merito dello studio sta nell’aver avviato un dibattito in merito alla distribuzione di potere fra governo e rappresentanza diplomatica e, a cascata, come ciò si articola in sede europea. Pur non potendo vantare un solido rigore scientifico, il contributo prende atto della posizione di rilievo che diversi attori si sono potuti ritagliare con l’avvio della crisi economica dell’eurozona che ha man mano diviso l’Ue in blocchi minori.

Crisi migranti e tenuta dell’Ue
Tale posizione è determinata, più che da traiettorie strutturali che si sono consolidate nel tempo, da “fattori circostanziali” quale, da ultimo, la crisi dei migranti. Questa ha sicuramente dato maggior voce ai Paesi del Nord Europa, meta di destinazione della maggior parte dei migranti e rifugiati giunti nel continente, ma anche a quei Paesi Membri che si oppongono a meccanismi di ricollocazione solidale e la cui tenuta democratica è progressivamente messa in dubbio (Polonia e Ungheria).

Se, insomma, la maggior parte del peso politico è ancora nelle mani dei “Big Six” dell’Ue, il consolidamento dei movimenti populisti accompagnato da una crescita economica stagnante ha di fatto ridato maggior peso alle istanze nazionaliste in numerosi Paesi europei, a svantaggio di una coordinata azione europea.

Ciò ha portato alla nascita di blocchi e alleanze su temi quali la questione dei migranti e la politica economica, con il rischio di rompere progressivamente il filo che collega Bruxelles con le capitali europee.

Matteo Garnero è stagista dell’area Europa dello IAI.
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lunedì 9 maggio 2016

Roma: un ruolo molto interessante

Cina ed economia di mercato
Italia, deus ex machina di un accordo Ue e Cina?
Nicola Casarini
05/05/2016
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Riconoscere o meno alla Cina lo status di economia di mercato (Market economy status - Mes)? È questo il dilemma che l’Unione europea dovrà affrontare quest’anno, facendo una riflessione sulle circa 52 misure anti-dumping in corso contro le importazioni cinesi di acciaio, ceramica, prodotti della meccanica e altro.

Si tratta almeno del 1,4% sul totale delle importazioni europee dal gigante asiatico. Queste misure permettono alla Ue di proteggere alcuni settori industriali considerati strategici.

Se alla Cina verrà riconosciuta la Mes, sarà molto più difficile per la Ue attuare i dazi antidumping, anche se le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) prevedono comunque altre misure di difesa anti-sussidio – le cosiddette countervailing measures.

La decisione che dovrà prendere la Ue è sia economica, che politica. In gioco ci sono infatti le relazioni con la Cina, secondo partner commerciale dell’Europa (dopo gli Usa) e un investitore sempre più importante per il vecchio continente.

La rivalità con la Cina piace agli elettori Usa
Pechino sostiene che in base all’art. 15 (d) del protocollo di accesso all’Omc siglato a fine 2001, dopo il periodo transitorio di 15 anni i Paesi aderenti all’accordo devono riconoscere alla Cina lo status di Mes. Tra questi ci sono anche Ue e Stati Uniti anche se quest’ultimi hanno già fatto sapere che non concordano con questa interpretazione e pertanto non concederanno a Pechino la Mes alla fine di quest’anno.

Gli Usa si preparano in questo modo a uno scontro diretto con la Cina in seno all’Omc, consci che in caso di ripetute soccombenze di Washington davanti al tribunale d’appello dell’Omc, quest’ultimo autorizzerà Pechino a imporre sanzioni di vario tipo che penalizzino le esportazioni statunitensi.

L’approccio poco conciliante degli Usa deve molto alla campagna presidenziale in corso, che spinge i candidati a essere critici verso Pechino, una posizione gradita a molti elettori. Gli Usa hanno apertamente chiesto agli europei di seguirli sulla questione della Mes, altrimenti ci potrebbero essere rischi per il Ttip (il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). Gli europei rischiano però di pagare molto più caro degli Usa una posizione di antagonismo nei confronti di Pechino.

Mentre per Washington la Mes con la Cina fa parte di un gioco più ampio per ‘contenere’ il gigante asiatico e le sue mire espansionistiche, in particolare in Asia, un allineamento sulla posizione degli Usa rischia di far guadagnare poco agli europei, mentre farà sicuramente perdere all’Europa quell’attrattività che si è guadagnata negli anni agli occhi dei cinesi. Inoltre, sulla questione della Mes non c’è unanimità all’interno della Ue.

Europa divisa
La consultazione pubblica sulle conseguenze della Mes condotta dalla Commissione europea si è conclusa il 20 aprile. Al di la’ dei risultati, è poco probabile che cambi le posizioni dei partner europei, per ragioni sia ideologiche che strutturali.

A sostegno della Mes ci sono i paesi del nord Europa, capitanati dalla Gran Bretagna, ma anche l’Irlanda, l’Olanda, i paesi scandinavi e molte delle nazioni dell’Europa centro-orientale. Questi ultimi non hanno una grossa base industriale da difendere, mentre sono affamati di investimenti cinesi che arriveranno senz’altro a coloro che sostengono la Mes, come sottolineato dallo stesso presidente cinese.

Per quei Paesi del nord Europa che rischiano, invece, di vedere alcune industrie chiudere – come è il caso dell’acciaio inglese – qualche migliaio di posti di lavoro persi saranno compensati dai benefici di un legame sempre più stretto con Pechino, oltre a investimenti a pioggia e un ruolo di primo piano per la City di Londra, che contribuisce molto di più dell’industria al Pil inglese.

L’Italia è l’unico paese Ue che si è schierato apertamente contro la Mes alla Cina. Gli altri grandi paesi manifatturieri come Germania, Francia e Spagna hanno scelto una posizione attendista, consci delle ripercussioni su alcuni dei loro settori industriali se la Mes dovesse passare, ma anche attenti a non mettere a rischio le loro buone relazioni con Pechino.

Questi Paesi stanno considerando la possibilità di un compromesso sulla questione. La Germania, in particolare, sta valutando se affiancare a una eventuale decisione 'politica' di riconoscere alla Cina la Mes - cosa che permetterebbe al regime cinese di ‘salvare la faccia’ e all’Ue di ingraziarsi l’ala riformatrice del partito – il mantenimento di una serie di misure di difesa anti-sussidio, necessarie per proteggere quei settori industriali considerati strategici. In questo modo la Ue segnalerebbe che con l’avanzare delle riforme e l’apertura del mercato cinese, queste potrebbero essere gradualmente tolte.

Un ruolo per l’Italia
La soluzione del compromesso potrebbe essere anche nell' interesse dell'Italia. Se il governo di Matteo Renzi lo volesse, potrebbe rimescolare le carte al tavolo negoziale Ue e divenire il deus ex machina di un compromesso storico tra Ue e Cina.

*Parti di questo articolo sono stati pubblicati in precedenza sul Sole 24 Ore del 19 aprile 2016.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia allo IAI.
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mercoledì 27 aprile 2016

Immigrazione: si cercano soluzioni

Italia-Ue
Migranti, la proposta di Roma e i dubbi di Berlino
Gianni Bonvicini
20/04/2016
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Il Migration Compact - un nome non proprio beneaugurante, visti i timori e i contrasti sollevati dal più famoso Fiscal Compact - è un testo che contiene molte idee interessanti e in parte innovative.

La proposta italiana sull’immigrazione presentata informalmente al Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea è anche un bel segnale di un ritrovato attivismo del nostro paese su alcuni temi cruciali cui oggi l’Unione deve fare fronte.

Il contributo del governo Renzi
Segue altre importanti iniziative del governo Renzi, dal contributo italiano al Rapporto dei Cinque presidenti sul tema della governance economica fino alla più recente proposta del ministro Pier Carlo Padoan sulla strategia di crescita, lavoro e stabilità. Non vi è dubbio che oggi il tema che angustia di più il governo sia quello di una ripresa massiccia dei flussi dalla Libia e dai paesi limitrofi (l’Egitto?).

A marzo di quest’anno, gli sbarchi sulle nostre coste hanno toccato i 9600 arrivi contro i 2283 dello stesso mese del 2015, senza contare le tragedie del mare cui giornalmente assistiamo, da ultima quella di lunedì scorso, al largo della Libia. E il trend sembra non invertire la rotta. È quindi urgente riaffrontare l’intera questione ed è ciò che il nostro non-paper cerca di fare.

I punti del testo italiano
Tre sono gli assunti di base su cui si fonda il Migration Compact.

Il primo è che l’immigrazione non è solo un tema emergenziale ma strutturale, destinato quindi a durare negli anni. Va perciò affrontato con un’ottica di medio-lungo periodo. Esso riguarda in particolare l’Africa. È questa una sottolineatura molto importante, poiché fa comprendere che una volta usciti dall’emergenza provocata dalla guerra civile in Siria, la questione è destinata a concentrarsi quasi unicamente sul fronte africano e non certo su quello mediorientale. In questa prospettiva, più che di rifugiati si ritorna a parlare di immigrati spinti da motivazioni economiche, anche se i conflitti non mancano neppure in Africa.

Il secondo aspetto che riguarda l’immigrazione è la sua complessità: essa non si limita ai solo aspetti relativi al diritto di asilo o di ricollocazione, ma anche a questioni attinenti alle politiche di sviluppo e alla sicurezza. È quindi necessario agire sulla base del principio di coerenza, mettendo nello stesso basket le diverse iniziative, gli strumenti e le politiche dell’Ue, indirizzandole verso l’obiettivo centrale di una più efficace gestione dell’immigrazione.

Il terzo assunto è il riconoscimento della forte dimensione esterna della questione.

L’immigrazione è infatti parte sostanziale della politica estera e di sicurezza dell’Unione, poiché solo attraverso l’alleanza con i paesi terzi, di origine e transito dei flussi migratori, sarà possibile arrivare a risultati concreti e di lungo periodo. A tale proposito, si propone un profondo ripensamento dei vecchi accordi Ue/Acp e lo sviluppo di modelli di cooperazione come quello, forse in parte contestabile, con la Turchia o il Piano di Azione uscito dal Vertice della Valletta con l’Unione africana.

L’agile documento presentato dall’Italia propone quindi un Grand Bargain fra Unione europea e paesi terzi africani, e lo fa attraverso una serie di suggerimenti estremamente concreti sia sul versante degli strumenti che delle iniziative legislative da prendere da entrambe le parti.

Nodi problematici
Ed è proprio qui, come era prevedibile, che cominciano le vere difficoltà. Non vi è dubbio, infatti, che sarà molto difficile ottenere credibili misure di controllo dei confini interni da parte dei vari paesi africani, come pure sarà tutta in salita la strada per aiutarli a costituire degli uffici (delle specie di hot spot) sul loro territorio che riescano a valutare le richieste di emigrare. Come pure sarà una sfida convincere molti di loro a riprendersi gli emigrati che dovessero venire respinti dall’Unione.

Ma in verità i maggiori ostacoli si manifesteranno all’interno dell’Unione. Basta vedere come sono andate finora le proposte della Commissione sulle quote di ricollocazione o le decisioni di diversi governi europei, anche guidati da socialdemocratici come è il caso dell’Austria, di erigere barriere e fili spinati sui confini interni dell’Ue.

Idea Eurobond
Il documento italiano, da questo punto di vista, cerca di indicare una serie di strumenti innovativi che portino ad un consistente aumento delle risorse a disposizione. A parte il riordino degli strumenti finanziari esistenti per la politica di vicinato e per le associazioni, la novità principale della proposta consiste in due tipi di bond europei: uno destinato ad agire da moltiplicatore per investimenti direttamente in Africa (EU-Africa bond); l’altro per l’aiuto da destinare ai paesi membri dell’Unione europea nella gestione dell’immigrazione.

Come vi era da aspettarsi, appena è giunto alle orecchie tedesche il termine “bond” - debito collettivo dell’Ue - si sono immediatamente eretti i cavalli di frisia del governo, o almeno di alcuni suoi rappresentanti, volti a scoraggiare idee di questo tipo. In effetti il progetto di emettere bond europei troverà resistenze di tutti i tipi anche perché alla fine la decisone dovrà essere unanime a 28, e non solo per i paesi della zona euro.

Tuttavia, da qualche parte bisognerà pure cominciare e la proposta italiana ha l’indubbio merito di smuovere le acque torbide che soffocano una vera presa di coscienza del tema dell’immigrazione. Gli stessi tedeschi hanno controproposto una tassa sulla benzina, non si sa con quale fondamento. Ma in ogni caso, qualcosa si muove.

Mancano le alleanze
La proposta va quindi portata avanti con determinazione. Ma con chi? Qui, a nostro parere, si palesa invece la debolezza dell’iniziativa: non essere stata concordata a priori con alcuni nostri partner europei, a cominciare dai paesi del sud Europa, ma anche con alcuni fra i più aperti del nord dell’Unione. Magari valeva la pena tentare un primo approccio con la stessa Germania.

Insomma è mancato da parte italiana lo sforzo di creare a priori un fronte di paesi a sostegno della nostra proposta. Un Coalition building è la precondizione necessaria al successo delle proposte. Altrimenti il rischio è di lanciare una buona idea che poi, venendo solo da noi, rischia di essere tacciata di nascondere un conflitto di interessi. L’unico segnale buono fino ad oggi è la benevola attenzione dimostrata dalla Commissione. Ma, come ci dimostra l’esperienza recente, essa non è da sola sufficiente.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.
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Italia: immigrazione e religione

Europa e Islam
Italia, il jihadismo di terza generazione
Renata Pepicelli
21/04/2016
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Mentre emergono nuove informazioni sulle cellule jihadiste autrici degli attentati di Bruxelles e Parigi, i singoli stati europei si interrogano sulle proprie “Molenbeek” e le caratteristiche delle organizzazioni jihadiste all’interno dei propri confini.

In Italia, si osserva che il fenomeno jihadista contemporaneo presenta delle caratteristiche specifiche e differenti da quelle dei contesti del Belgio o della Francia. Oggi, la realtà dei cosiddetti “foreign fighters”, di quella, cioè, che Gilles Kepel chiama la terza generazione jihadista - dopo la generazione dei talebani degli anni ’90 e quella di al-Qaeda degli anni 2000 - appare più circoscritta numericamente e sviluppatosi con qualche anno di ritardo rispetto ad altre realtà europee.

Secondo un rapporto del dicembre 2015 redatto dal Soufan Group, dall’Italia sono partiti alla volta del sedicente stato islamico 87 jihadisti, mentre sono 470 quelli che alla stessa data hanno lasciato il Belgio, 1700 la Francia e 760 sia la Germania che la Gran Bretagna.

Gli 87 foreign fighters partiti dall’Italia appartengono a tre differenti categorie di persone: sono cittadini italiani, sia convertiti che giovani di “seconda generazione” nati e/o cresciuti in Italia (12 persone); cittadini stranieri che hanno soggiornato in Italia per periodi medio-lunghi (11); cittadini stranieri che sono transitati in Italia, soffermandosi per brevi periodi (64 persone).

Seconde generazioni minoritarie e la percentuale balcanica
Si può facilmente osservare che le “seconde generazioni” sono numericamente minoritarie, contrariamente a quanto accade in Francia e Belgio dove vi è un’alta presenza di giovani (anche minorenni) figli di migranti, nati e/o cresciuti in Europa.

L’esiguo numero di giovani di “seconda generazione” si può spiegare con il fatto che il fenomeno migratorio in Italia è più recente rispetto ad altri paesi europee e, di conseguenza, una nuova generazione di figli delle migrazioni si sta formando solo in questi anni.

Un’altra differenza significativa del contesto italiano da tenere in considerazione sta nel fatto che la maggioranza dei foreign fighters partiti dall’Italia è di origini balcaniche, sebbene le comunità musulmane più importanti sul territorio vengano dal Nord Africa (Marocco, Tunisia ed Egitto) e dal sud-est asiatico (Bangladesh e Pakistan).

In Francia, come in Belgio, molti dei foreign fighters provengono invece da comunità che in queste nazioni sono maggioritarie. A tal proposito, va anche tenuta presente la diversa consistenza numerica delle comunità musulmane presenti nei diversi paesi europei. In Italia, paese di più recente immigrazione, i musulmani sono - secondo dati del Pew Research Center - il 3,7% della popolazione, mentre in Francia rappresentano il 7,5%, in Germania il 5,8%, in Gran Bretagna il 4,8% e in Belgio il 5,9%.

Islam europeo e specificità nazionali
Per quanto si sostenga - a giusta ragione - che stia emergendo un Islam europeo, con caratteristiche sue proprie rispetto a quelle dei paesi a maggioranza musulmana, ci sono delle importanti differenze nazionali, non solo di ordine numerico, su cui pesano le storie dei singoli stati europei.

I retaggi coloniali, le politiche migratorie, i modelli di “integrazione”, così come la relazione con la sfera del sacro delineano l’emergere di specificità locali. Nella “laica” Francia, che ha vietato nelle scuole l’hijab, il rapporto tra stato e cittadini con la dimensione religiosa è molto diverso da quello che vige in Italia, dove il Vaticano è un’istituzione ancora dominante e l’Islam si va a collocare di conseguenza in un contesto in cui la religione gioca un ruolo centrale nella vita nazionale.

Contrasto alla radicalizzazione giovanile
Se osserviamo da vicino la situazione europea, ci accorgiamo dunque che l’Italia presenta delle caratteristiche sue proprie sia per quanto riguarda la presenza musulmana sul territorio che per quanto riguardo il fenomeno jihadista.

Ed è proprio a partire da queste differenze e specificità che vanno definiti progetti e linee politiche nazionali per contrastare la radicalizzazione giovanile, senza perdere di vista il contesto transnazionale all’interno del quale il fenomeno jihadista si sviluppa.

Renata Pepicelli è docente di Mediterranean Studies all’università Luiss Guido Carli di Roma. Si occupa di mondo arabo-islamico contemporaneo e di Islam in Europa; concentra la sua ricerca su questioni di genere, condizione giovanile e movimenti dell’Islam politico nel Mediterraneo.
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Politica di Difesa: verso nuovi orizzonti

Difesa
Nuova politica di sicurezza cibernetica per l’Italia
Tommaso De Zan
19/04/2016
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Se la sicurezza cibernetica fosse una trasmissione televisiva, recentemente si sarebbe notato un’impennata negli ascolti. Complici sono stati lo stanziamento di 150 milioni nell’ultima legge di stabilità per il “potenziamento degli interventi e delle dotazioni strumentali in materia di protezione cibernetica e di sicurezza informatica nazionali” e la possibile nomina da parte del governo dell’imprenditore Marco Carrai a capo di una non meglio precisata “agenzia cibernetica”.

Il Documento di sicurezza nazionale
La pubblicazione a marzo del Documento di sicurezza nazionale (Dsn), redatto dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e allegato alla Relazione sulla politica della sicurezza 2015, ha purtroppo suscitato meno clamore dei precedenti episodi, sebbene avrebbe meritato decisamente più spazio.

Il Dsn, infatti, è al momento l’unico documento ufficiale che offre una panoramica aggiornata sulla “messa a sistema” degli attori delineati nel Quadro Strategico e dell’implementazione del Piano nazionale, i due documenti di riferimento della strategia governativa sulla sicurezza informatica pubblicati nel dicembre 2013.

Il Dsn 2015 sarebbe potuto diventare un elemento chiave nella storia della politica di protezione dello spazio cibernetico italiano, poiché sembrava dovesse contenere la “matrice di verifica” sull’implementazione del Piano nazionale.

Infatti, secondo il Dsn 2014, la matrice di verifica è lo “strumento idoneo a misurare, al termine del biennio di validità del Piano Nazionale (2014-2015), il complessivo livello di crescita degli assetti cyber nazionali e la loro capacità di rispondere […]” alle minacce dello spazio cibernetico.

Gli esperti di politiche di sicurezza cibernetica aspettavano con ansia la valutazione delle politiche pubbliche poste in essere con il Quadro Strategico e il Piano Nazionale, purtroppo non presente nel Dsn 2015.

Premessa la possibilità che i risultati siano pubblicati nel Documento dell’anno venturo, rimane quanto mai urgente certificare l’effettivo stato delle istituzioni e degli strumenti preposti alla protezione dello spazio cibernetico, a maggior ragione a fronte di una minaccia in costante aumento, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo.

Le maggiori criticità
Sebbene qualche cosa di concreto si stia muovendo e vi siano degli sforzi evidenti nella giusta direzione, è difficile al momento essere completamente fiduciosi sullo stato delle sicurezza cibernetica a livello nazionale.

A tal riguardo, un recente rapporto dello IAI, pubblicato nella collana “Osservatorio di politica internazionale” del Parlamento italiano, evidenzia le principali criticità del Quadro strategico e del Piano nazionale. In particolare la ricerca sottolinea:

1) l’istituzionalizzazione di una governance che, anche in virtù della natura stessa dell’ordinamento costituzionale italiano, rende complesso identificare la linea politica in materia di sicurezza cibernetica;
2) un meccanismo di risoluzione delle crisi cibernetiche in seno al Nucleo per la sicurezza cibernetica (Nsc) che potrebbe essere razionalizzato con una diminuzione degli attori al suo interno;
3) la sovrapposizione di ruoli e di competenze degli attori pubblici nel rapporto con il settore privato;
4) la necessità di disporre di maggiore operatività in termini quantitativi e qualitativi nelle attività quotidiane di prevenzione, gestione e contrasto della minaccia cibernetica a livello di Computer Emergency Response Centers (Certs);
5) l’esigenza di allocare maggiori risorse al settore, anche visti i fondi previsti in paesi come la Francia (circa 1 miliardo) e la Gran Bretagna (circa 2,5 miliardi).

Il rapporto ha fatto emergere un quadro che non è sicuramente di facile analisi. Da un lato, è forse meno problematico di quello che ci si potesse attendere dalla sola lettura della legislazione e dei documenti ufficiali anche se, dall’altro, risulta più complesso per gli aspetti menzionati sopra. In generale, nonostante “l’ecosistema di sicurezza cibernetica” sembra stia trovando il suo equilibrio, si può affermare che la sua struttura e i suoi meccanismi possano essere rivisti e migliorati.

Che fare?
Che fare, dunque? Certamente, in aggiunta ai risultati emersi dalla ricerca IAI, sarebbe fondamentale conoscere l’esito della verifica dell’implementazione del Piano nazionale. Poi, dopo aver determinato il quadro globale della sicurezza cibernetica italiana, più che abbattere quello che si è costruito, si dovrebbe prendere quanto di buono fatto finora e guardare alle criticità dell’attuale sistema in ottica riformatrice.

Come da più parti auspicato si dovrebbe armonizzare in unico corpo normativo l'intero settore della sicurezza delle informazioni, possibilmente con una norma di carattere superiore ad un Dpcm.

Alcune recenti proposte di legge presentante alla Camera, come ad esempio la 3544, costituiscono sicuramente una buona base di partenza per eventuali discussioni in materia.

Sarebbe tuttavia fuorviante pensare che solo uno o pochi attori del sistema di sicurezza cibernetico si possano fare carico di una riforma che deve essere complessiva. La natura poliedrica della minaccia presuppone che al tavolo delle negoziazioni debbano sedere interlocutori provenienti dal settore pubblico, privato, della politica, dell’accademia e della ricerca scientifica.

In preparazione alle prossime sfide provenienti dallo spazio cibernetico, l’istituzione di un Cyber Policy Dialogue, in cui convergano e si amalgamino le diverse parti costituenti del sistema di protezione cibernetico nazionale, sembra quanto mai necessario.

Tommaso De Zan è Assistente alla ricerca presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter @tdezan21).
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lunedì 18 aprile 2016

Grandi temi mal discussi: l'energia

L’Italia, le trivelle e la sicurezza energetica
Nicolò Sartori
14/04/2016
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Domenica 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi attraverso un referendum popolare sulla durata delle concessioni di coltivazione di idrocarburi nel sottofondo marino all’interno delle 12 miglia dalla costa.

Senza entrare nel merito del quesito referendario, definito in modo un po’ artificioso "antitrivelle" dai suoi promotori, appare importante chiarire alcuni punti relativi alla produzione nazionale di petrolio e gas naturale e al suo contributo alla sicurezza energetica del paese. Per farlo, è necessario partire da un dato di fatto, e da un falso mito.

Un dato di fatto: la dipendenza energetica
L’Italia, è un dato di fatto, è un paese fortemente dipendente dall’importazione di risorse energetiche. Nonostante il significativo contributo delle rinnovabili nel mix elettrico nazionale (circa il 40%), alla luce della crescita delle importazioni di gas naturale e petrolio, il nostro Paese rimane altamente vulnerabile in materia di approvvigionamenti dall’estero.

Nel 2015, l’Italia ha importato oltre il 90% dei propri consumi di gas naturale e il 92% di quelli di greggio. E se le importazioni di greggio sono ben diversificate grazie a un portfolio di oltre 20 fornitori internazionali, la situazione nel settore del gas naturale è ben più problematica.

Le importazioni italiane, infatti, sono fortemente concentrate, con Russia, Algeria e Libia che forniscono quasi tre quarti degli approvvigionamenti dall’estero. In particolare, nell’ultimo anno, la dipendenza dal gas russo ha raggiunto livelli critici, arrivando quasi al 50% delle importazioni totali.

Il contributo del gas nel mix energetico italiano è particolarmente rilevante soprattutto alla luce del suo apporto fondamentale alla generazione elettrica. Ciò è dovuto anche al fatto che, contrariamente alla maggioranza dei Paesi dell’Unione europea, in base al risultato dei referendumdel 1987 e del 2011, il nostro Paese ha rinunciato alla produzione di energia nucleare sul suo territorio.

L’assenza del nucleare, che garantisce circa un terzo dell’elettricità prodotta nell’Ue, rende infatti la generazione elettrica in Italia maggiormente dipendente dal gas naturale - e quindi dalle importazioni - rispetto a gran parte dei partner europei.

Un falso mito: la scarsità di risorse
Ciò che viene spesso taciuto - e veniamo al falso mito - è che il nostro Paese non è così povero di risorse energetiche come viene fatto credere all’interno del dibattito nazionale. Sia ben chiaro: il sottosuolo italiano non ha niente a che vedere con quello dell’Arabia Saudita o della Russia, e nemmeno è quello norvegese, principale Paese produttore di idrocarburi in Europa.

Tuttavia, all’interno dell’Ue, l’Italia è il quarto Paese in termini di riserve certe alle spalle di Olanda, Regno Unito e Danimarca, con all’incirca 85 milioni di tonnellate di greggio e 53 miliardi di metri cubi di gas.

Stando alle stime sulle risorse totali (certe, potenziali e possibili), le risorse presenti nel territorio italiano potrebbero garantire circa 43 anni della produzione attuale di petrolio e 21 di quella di gas. Grazie alle nuove tecnologie per la prospezione e l’esplorazione - questi tipi di attività, in Italia, sono praticamente bloccati dall’inizio degli anni 2000 -, le risorse localizzate nel sottosuolo italiano potrebbero essere effettivamente maggiori.

Ad ogni modo, il raddoppio dell’attuale produzione interna, come previsto dalla Strategia energetica nazionale (Sen) elaborata dal governo nel 2013, permetterebbe all’Italia di ridurre le importazioni di quasi 10 punti percentuali nei prossimi due decenni. Il tutto a beneficio della sicurezza energetica del nostro Paese, nell’attesa che le politiche di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 vengano portate progressivamente a regime.

Strategie italiane ed europee
Ebbene sì, perché l’Italia, come l’Unione europea, è chiaramente impegnata in uno sforzo di trasformazione del proprio settore energetico verso un modello sostenibile. Ciò è evidente nelle linee guida fornite dalla Sen italiana e dall’Energy Union dell’Ue: entrambe hanno nel crescente contributo delle rinnovabili nel mix energetico nazionale/europeo e nel miglioramento dell’efficienza energetica due capisaldi imprescindibili.

In quest’ottica, va anche letto il ruolo attivo del nostro paese a supporto dell’azione dell’Ue alla COP12 di Parigi, verso il raggiungimento di un accordo ambizioso e vincolante per la lotta al cambiamento climatico.

Nonostante questo, tuttavia, sia la Sen che l’Energy Union riconoscono l’importanza dello sfruttamento delle riserve autoctone di idrocarburi al fine di rafforzare la sicurezza energetica italiana ed europea. Nel bene e nel male, nei prossimi decenni le nostre economie continueranno a basarsi - seppur per quote sempre minori - sui consumi di petrolio e gas naturale.

La nostra dipendenza da partner energetici potenzialmente poco affidabili (si pensi ad esempio alla situazione in Libia o alle incertezze relative al futuro algerino) o in fase di declino produttivo (Norvegia e Olanda) continuerà a essere pertanto un elemento di vulnerabilità geopolitica per il Paese.

Ad essa si aggiungono considerazioni economiche non irrilevanti: l’attuale produzione nazionale di idrocarburi evita circa quattro miliardi annui di deficit commerciale, che potrebbero raggiungere gli otto in caso di raddoppio delle estrazioni.

Si tratta di fondi che, anziché essere destinati a maggiori importazioni di greggio e gas naturale dall’estero, potrebbero essere meglio investiti in un progressivo processo di trasformazione (tecnologica, regolatoria, comportamentale) del nostro settore energetico da qui ai prossimi decenni, come chiaramente stabilito nelle priorità strategiche di Bruxelles e del governo di Roma.

Nicolò Sart
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L'eterno dilemma

Politica estera
Italia, ultimi dei primi oppure primi degli ultimi?
Roberto Zadra
08/04/2016
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Di solito scrivo poco e, quando lo faccio mi limito a trattare di cose delle quali sono responsabile professionalmente. Ma le tenebre attuali mi spingono a fare un’eccezione. Scrivo queste righe per parlare del deterioramento dell’immagine del nostro Paese; e lo faccio dalla prospettiva di qualcuno che ha vissuto all’estero per la maggior parte degli ultimi venticinque anni.

Venticinque anni fa, prima di assumere un incarico alla ormai defunta Unione dell’Europa Occidentale (Ueo) a Parigi, ebbi una serie di incontri preparatori con funzionari della Farnesina. Uno di questi incontri non l’ho mai dimenticato.

Ve lo riassumo: "Caro Roberto, quando sarai all’estero scoprirai che ci sono Paesi che contano di più ed altri che contano di meno. I Paesi in Europa che contano di più sono la Germania, la Francia e l’Inghilterra. L’Italia non si trova nel gruppo di punta, ma vorrebbe esserci, e comunque viene subito dopo. Quando ti troverai in situazioni dove bisogna scegliere se fare parte del gruppo di punta oppure accontentarsi di essere primo, oppure fra i primi, del gruppo che segue, cerca comunque sempre di fare parte del gruppo dei tre Paesi che contano di più". Questo consiglio sulla nostra ambizione non l’ho mai dimenticato. Ma mi ha fatto soffrire. Perché con il passare degli anni ho scoperto che nei fatti l’Italia non è stata in grado di dare seguito alle proprie ambizioni. Le cause sono molte: mi limito a menzionare le mancanze di leadership politiche forti e determinate, oppure le amministrazioni, agli Esteri e alla Difesa, ma anche altrove, troppo poco controllate e dirette dalle proprie classi politiche.

La nostra debole consapevolezza di cosa sia l’interesse nazionale. E le solite, croniche, debolezze nella conoscenza linguistica dell’inglese e del francese da parte di politici ed amministrazioni - un handicap enorme nell’interazione con altri Paesi negli ambienti multilaterali. Per capire, farsi capire ed essere capiti.

Negli anni del dopoguerra, che dalla prospettiva di oggi potremmo descrivere come ‘tempo stabile’, quando usufruimmo della protezione americana e della Nato e partecipammo all’avanzamento dell’integrazione europea a piccoli passi, fummo in grado di sguinzagliarci, affidandoci in gran parte all’outsourcing. Ma gli anni del tempo stabile sono finiti: adesso siamo in piena tempesta, e non se ne vede la fine.

Il progetto di integrazione europea è in una crisi esistenziale dalla quale l’Unione europea probabilmente non uscirà tutta d’un pezzo; e anche istituzioni del dopoguerra come l’Osce e la Nato stanno soffrendo, con risultati esistenziali ancora incerti.

Schengen è moribonda. E ci ritroviamo con una Russia difficile ed irrispettosa delle frontiere e del diritto internazionale, abbiamo il terrorismo fondamentalista in Europa ed in casa, paesi fragili o falliti come la Siria e la Libia come vicini di casa, e migliaia di rifugiati alle porte, con previsioni in aumento.

Siamo esposti, ma non facciamo parte del gruppo che conta (oppure perlomeno ci prova) e abbiamo perso standing nel conglomerato bituminoso che segue. Il bluff di una politica estera e di sicurezza nazionale chiara e coerente non funziona più ed abbiamo iniziato a pagarne le conseguenze e a vederne i risultati. E se non ci sbrighiamo ad agire ed a rimboccarci le maniche, anche l’Italia come Stato-nazione potrebbe essere a rischio.

Esempi della deriva in corso potremmo trovarne a centinaia. Facciamone alcuni:

- Il nostro presidente del Consiglio a gennaio, quando esprime irritazione nel dovere scoprire sui giornali che cosa la Germania, la Francia e la Commissione stanno cucinando per l’Unione europea.

- L’editorialista Wofgang Muenchau a febbraio, quando sul Financial Times afferma che il sistema di Schengen potrebbe essere sospeso indefinitamente oppure svilupparsi in una versione in miniatura - con dentro solo la Germania, la Francia e i Paesi Benelux. Ed aggiunge che l’Italia comunque non ne farebbe parte.

- Vienna ad inizio aprile, quando annuncia di voler mandare i propri militari al passo del Brennero per proteggere i propri confini con l’Italia. Non lo dice apertamente, ma probabilmente considera l’Italia incapace di gestire il problema dei rifugiati. A parere di chi scrive l’Austria si sta muovendo per fare parte del nuovo gruppo che conta e che si sta formando. E l’Italia rischia di rimanerne fuori.

Chiudo con una riflessione sullo stimolante articolo di Altiero Spinelli del 1965 ripubblicato nell’International Spectator nello scorso dicembre. L’autore afferma che il governo italiano non fu fra gli iniziatori della politica atlantica ed europea e parla della sterilità della politica estera italiana dopo le uscite di scena di Sforza e De Gasperi.

Quando dice che siamo una potenza di secondo rango, che di solito non contribuisce con le proprie idee ("we do not as a rule bring any contribution of ideas but accept their growth or deterioration with indifferent equanimity") e parla della nostra passività negli organi multilaterali dei quali facciamo parte. Parole dure e crude. Sfortunatamente, dopo venticinque anni trascorsi all’estero, non posso far altro che condividerle, pienamente ma con tristezza.

Possiamo ancora evitare lo scatafascio, oppure è già troppo tardi? Per me vale ancora la pena tentare. Forse iniziando da un Consiglio di Sicurezza nazionale degno del proprio nome.

Roberto Zadra dirige la sezione difesa missilistica della Nato e presiede il gruppo di lavoro politico-militare dedicato allo sviluppo del progetto. Dal 2010 al 2014 ha presieduto il gruppo di lavoro Nato-Russia dedicato alla difesa missilistica.
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Orizzonti di difesa europea: si guarda a Berlino e Roma

Rischi globali e sfide europee
Italia e Germania, motore della difesa Ue
Vincenzo Camporini
02/04/2016
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Sta prendendo il via una nuova fase di collaborazione nel campo della sicurezza e difesa tra Germania e Italia, in un più ampio quadro istituzionale europeo.

Nell'ultima metà del secolo, i rapporti tra i due paesi sono stati molto prosperi nell'analisi dell'efficienza operativa e industriale. I progressi della cooperazione nel settore della sicurezza e difesa nell’ambito dell’Unione europea hanno invece subito un arretramento: si avverte oggi, infatti, la necessità di dare un nuovo impulso, cercando di ritrovare l'entusiasmo della stagione 1999/2000.

Ritrovare l’entusiasmo perduto
Diversi sono stati i successi del recente passato, come la collaborazione industriale per il programma MRCA 75,che ha portato alla produzione - insieme alla Gran Bretagna - del velivolo Tornado (che oggi costituisce il core delle capacità di attacco delle due aeronautiche). La cooperazione è poi stata rinnovata, stavolta assieme alla Spagna, per lo sviluppo e la produzione dell’Eurofighter. Anche nel settore delle forze terrestri e navali si sono verificate sinergie significative che costituiscono ancora oggi esempi di realizzazione mediante le capacità tecnologiche europee.

È questa una somma di risultati assai importanti se si considera che, a differenza di quanto accade in ogni settore, finora le tecnologie per la difesa sono state sviluppate nei paesi dell’Ue senza il minimo supporto da parte delle istituzioni comunitarie.

Il potenziamento del settore, dunque, è dato dalla sola base di sforzi delle singole industrie nazionali che si sono virtuosamente associate, mirando, però, solo a specifici progetti e non a un disegno più ampio. L'esperienza dell'Airbus, infatti, è l'emblema di aggregazioni e consolidamenti che rientrano in un quadro tattico ma non strategico. Ora, dunque, si possono aprire prospettive straordinarie di cooperazione fra Germania e Italia per una sinergia delle rispettive eccellenze tecnologiche e manageriali.

Limiti nazionali e sinergie europee
Il desiderio di cooperare tra le forze armate dei paesi alleati è un fatto storico: in Europa, ben prima della formalizzazione dell’Helsinki Headline Goal nel dicembre del 1999, si contavano 57 iniziative di collaborazione. Alcuni erano accordi di tipo istituzionale, come l’Eurocorpo, altri erano nati da esigenze specifiche, come l'ormai chiusa scuola trinazionale TTTE per la conversione degli equipaggi di volo sul velivolo Tornado.

Infatti, era già ben chiaro alle gerarchie militari nazionali che solo unendo determinate capacità sarebbe stato possibile la creazione e la disposizione di strumenti militari idonei a sostenere efficacemente le politiche estere dei singoli Paesi.

Vero è che, tuttavia, alcune iniziative interessanti non avevano avuto esito, come quella di costituire un unico stormo italo-tedesco per la capacità ‘antiradiazione’, cioè per la neutralizzazione dei sistemi di avvistamento radar avversari. Germania e Italia dispongono entrambe degli stessi velivoli, i Tornado ECR, con lo stesso tipo di armamento, i missili AGM88 HARM, con equipaggiamenti compatibili: appariva dunque naturale pensare ad un’integrazione binazionale, che avrebbe consentito significative economie di gestione, anche e soprattutto dal punto di vista logistico, ma non se ne fece nulla. Peccato.

La strada della cooperazione strutturata permanente
Al momento, i motivi per ricercare ulteriori e più integrate forme di cooperazione sono diventati impellenti. Gli ultimi 15 anni hanno visto una progressiva erosione delle capacità militari dei singoli paesi, anche di coloro che potevano vantare tradizioni e forze più significative. La credibilità di molti non può né deve essere cercata negli accordi bilaterali esclusivi, come quello sottoscritto a Lancaster House nell’autunno del 2010 tra Francia e Gran Bretagna che contraddice nella forma e nella sostanza la volontà politica espressa nel Trattato di Lisbona.

Eppure da tempo esistono strumenti istituzionali per procedere verso una più stretta integrazione, come la “Cooperazione Strutturata Permanente” prevista nel Trattato di Lisbona, finora utile solo ad essere evocata nei comunicati finali di qualche riunione ministeriale. Oppure l’Agenzia europea della Difesa, con compiti che potrebbero essere molto incisivi, ma limitati per esplicita volontà politica dei governi; le risorse finanziarie che le vengono attribuite annualmente ne garantiscono solo la sopravvivenza, con oltre il 75 % dei fondi impiegati nel pagamento del personale dipendente.

Quando si parla di volontà politica è il caso di domandarsi quale fra i maggiori paesi dell’Unione abbia assunto in politica estera atteggiamenti non dissonanti nelle relazioni esterne all'Ue e nella disponibilità di farsi carico della gestione delle crisi che erompono alle porte dell’Europa. Da questa analisi emergono singolari somiglianze e interessanti compatibilità tra gli atteggiamenti di Roma e di Berlino. Due paesi che hanno maturato la consapevolezza che gli interessi nazionali devono essere perseguiti con un profondo rispetto per quelli altrui, la cui diversità deve essere compresa e rispettata.

Roma e Berlino in prima linea
È necessario, quindi, riflettere e studiare un piano bilaterale per avviare cooperazioni sempre più strette nel settore della difesa, in particolar modo nelle capacità industriali, dove eventuali integrazioni possono determinare un ruolo rilevante nel mercato globale. Inoltre, è opportuno approfondire e analizzare anche l’aspetto istituzionale con l’obiettivo per concretizzare realmente una ‘Cooperazione Strutturata Permanente’, secondo i dettami degli articoli 42.6 e 46 del Trattato di Lisbona e le clausole previste dall’annesso Protocollo 10.

Le forze armate sono pronte a un salto di qualità: le cooperazioni passate garantiscono l'assenza di ostacoli tecnici. È giunto il momento che i Ministri della Difesa dei due paesi avviino senza indugio un tavolo tecnico-politico per concretizzare un’iniziativa atta ad avviare un nuovo capitolo della storia dell’Europa, coinvolgendo, successivamente, tutti gli altri stati membri.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
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