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Nonostante alcuni atteggiamenti di Angela Merkel, che in un recente passato sembrava auspicare il rafforzamento delle istituzioni comunitarie e dell’Unione Europea (Ue) nel suo complesso, appare infatti evidente il mutamento dell’indirizzo politico della Germania sull’evoluzione del processo di integrazione europea - e condiviso purtroppo anche da altri stati membri. Affermare in modo così netto che la Commissione non deve svolgere un ruolo politico ma limitarsi a funzioni sostanzialmente amministrative, meramente esecutive, significa infatti confermare la deriva governativa che sta caratterizzando la politica dell’Unione. Dalla Comunità all’Unione La Commissione è da sempre considerata il “motore della Comunità e dell’Unione Europea”. Negarne il ruolo politico equivale a negare proprio l’essenza, anch’essa politica, dell’Ue. Vero che all’iniziale Comunità europea si era data una connotazione economica, ma con la sua evoluzione l’istituzione ha dimostrato, pirandellianamente, di essere un “personaggio” che è sfuggito “ai suoi autori”. Sulla scorta degli elementi giuridici contenuti nei Trattati, da Comunità prettamente economico-commerciale si è trasformata in un’entità squisitamente politica, evolutasi ancora nell’Unione Europea. Forse, nel passaggio da Cee, Comunità Economica Europea, a CE, Comunità Europea, non si è sufficientemente sottolineata la significativa eliminazione dell’aggettivo “economica”, effettuata dal Trattato di Maastricht. Non è stata una modifica meramente formale, ma sostanziale: si pensi al rafforzamento istituzionale (specie quello del Parlamento europeo, dotato di un vero potere decisionale), all’introduzione della cittadinanza europea e di nuove politiche comuni, tra cui spicca quella monetaria. Un discorso a parte va fatto per i 2 nuovi “Pilastri” introdotti da Maastricht (la Politica Estera e di sicurezza Comune, Pesc, e Giustizia e Affari Interni, il Gai), caratterizzati inizialmente da un metodo intergovernativo attenuatosi con i successivi Trattati di Amsterdam, Nizza e, soprattutto, con quello di Lisbona, che li ha in gran parte “comunitarizzati”. Di certo la Commissione non sempre è stata all’altezza del suo ruolo; ma è noto che la storia cammina sulle gambe degli uomini e credo che nessuno neghi il contenuto squisitamente politico dell’operato dalla Commissione presieduta da Jacques Delors nel decennio dal 1985 al 1995. La regressione verso la cooperazione intergovernativa Con la crisi, la deriva intergovernativa si è accentuata ed espansa coinvolgendo vari Paesi, soprattutto dell’Europa centrorientale. C’è stato un ripiegamento dallo spirito comunitario, tendenzialmente federalista, ad un netto rafforzamento della cooperazione intergovernativa, che talvolta ha invaso anche i settori regolati dai Trattati con il metodo comunitario. Alcune proposte che sembravano avere un carattere più europeo, anche nelle parole di Schauble, sono in realtà concepite come un ulteriore rafforzamento della deriva intergovernativa che ho definito. Un esempio ne è la creazione di un Ministro dell’economia dell’Unione, che in sintesi sarebbe espressione dei governi. Chi ancora crede nell’evoluzione federale dell’Ue dovrebbe lottare per l’istituzione di un ministero dell’economia dell’Unione in seno alla Commissione, accentuandone i connotati di vero Governo. Si sta verificando uno scostamento progressivo e sempre più esteso dal metodo comunitario alla cooperazione intergovernativa. In alcuni settori non sono approvati atti normativi comunitari: si concludono accordi di diritto internazionale (si pensi al fiscal compact), tra singoli stati, con ricadute in ambito comunitario. È il Consiglio europeo che sta prendendo il sopravvento, perdendo di caratterizzazione come istituzione propria dell’Unione. L’iniziativa politica per ricondurre l’Unione sulla “retta via” Voglio subito chiarire che ritengo indispensabile la presenza dei governi nell’assetto istituzionale dell’Ue. Hanno un ruolo importante, ma che dovrebbe essere svolto nell’alveo dell’Unione stessa. Mi considero un federalista “con i piedi per terra”, ma detesto la sempre più diffusa real politik che sta influenzando anche alcuni federalisti: la storia del processo di integrazione mostra che a far progredire l’Unione non è stato il mero pragmatismo, ma lo slancio di quella che appariva un’utopia e la saggezza e l’azione di alcuni grandi statisti. In questo momento storico reso difficile dalla crisi economica, dalla Brexit,e da un’ondata populista che attraversa l’Unione, è necessario rilanciare (si sarebbe detto un tempo “approfondire”) con realismo e altrettanta fermezza il contenuto politico del processo di integrazione europea. Proprio la Brexit potrebbe essere l’occasione per verificare chi condivide gli obiettivi e i principi su cui si fonda l’Ue, non ammettendo più i continui opting out, entrate e uscite, dall’Unione. A mio avviso resta sempre valida la conclusione del “Manifesto di Ventotene”, che saggiamente prevedeva una realizzazione graduale del disegno federalista, senza mai, però, abbandonare l’obiettivo finale da perseguire. Nelle sue parole: “La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà”. Vincenzo Guizzi è socio dello IAI e membro dell’Associazione italiana dei giuristi europei. |
Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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mercoledì 30 novembre 2016
UE: mettersi sulla retta via
sabato 26 novembre 2016
Referendum Istituzionale
Stiamo andando verso la terza frittata?
Dopo la Brexit, e e le elezioni statuinitensi, ci facciamo mancare una terza fonte di rimpianti?
In questi giorni chi segue la vita politica inglese non fa altro che constatare il pianto greco che tutti in Gran Bretagna versano per il gravissimo errore di essere usciti dal mercato unico; non vi sono che risvolti negativi della scelta di giugno. Il popolo inglese sta pagando sulla sua pelle la scelta che ogni giorno che passa appare sempre più scellerata.
Gli Stati Uniti con la scelta presidenziale hanno accelerato la loro decadenza, sempr epiù lontani da una leaderschip del mondo che assolutamente non possono più avere. Tutti si augurano che il candidato eletto si comporti come il classico polico, che non mantenga le promesse elettorali. La Russia in questo momento gioisce, in quanto grazie a queste elezioni avrà mano libera in Medio oriente e riprederà quelo ruolo di superpotenza perso nel 1989, offerto su un piatto d'argento dal candidato eletto in cambio della eliminazione dell'ISIS. Altri versanti della politicainternazionale non è il caso di nominarli, sperando tutti che ci si sbagli nelle previsioni su come questo candidato eletto si comporterà.
In questo panorama dove il populismo trionfa, dove quelle cose giuste da fare non si fanno, ove l'importante è disruggere e annichilire l'avversario con ogni mezzo, aspettiamo che si compia la terza fritta,
Si disse, nella crisi armistiziale del 1943: meglio un ordine sbagliato ma dato, che non dare nessuno ordine; un ordine sbagliato può essere corretto, un non ordine il nulla porta solo disastri. Ammesso che anche la riforma sia sbagliata, non perfetta, ma sempre una riforma che è passata attraverso sette volte al vaglio della Camera e del Senato, e che può essere sempre migliorata.
Ma il populisimo non pensa mai al dopo, e con tanta fiducia aspettiamo la prossima fritta.
Il nostro unico modo per impiegare il tempo non rimane che quello di aiutare ( mettete voi il sostantivo) a non essere tali.
Mc
Dopo la Brexit, e e le elezioni statuinitensi, ci facciamo mancare una terza fonte di rimpianti?
In questi giorni chi segue la vita politica inglese non fa altro che constatare il pianto greco che tutti in Gran Bretagna versano per il gravissimo errore di essere usciti dal mercato unico; non vi sono che risvolti negativi della scelta di giugno. Il popolo inglese sta pagando sulla sua pelle la scelta che ogni giorno che passa appare sempre più scellerata.
Gli Stati Uniti con la scelta presidenziale hanno accelerato la loro decadenza, sempr epiù lontani da una leaderschip del mondo che assolutamente non possono più avere. Tutti si augurano che il candidato eletto si comporti come il classico polico, che non mantenga le promesse elettorali. La Russia in questo momento gioisce, in quanto grazie a queste elezioni avrà mano libera in Medio oriente e riprederà quelo ruolo di superpotenza perso nel 1989, offerto su un piatto d'argento dal candidato eletto in cambio della eliminazione dell'ISIS. Altri versanti della politicainternazionale non è il caso di nominarli, sperando tutti che ci si sbagli nelle previsioni su come questo candidato eletto si comporterà.
In questo panorama dove il populismo trionfa, dove quelle cose giuste da fare non si fanno, ove l'importante è disruggere e annichilire l'avversario con ogni mezzo, aspettiamo che si compia la terza fritta,
Si disse, nella crisi armistiziale del 1943: meglio un ordine sbagliato ma dato, che non dare nessuno ordine; un ordine sbagliato può essere corretto, un non ordine il nulla porta solo disastri. Ammesso che anche la riforma sia sbagliata, non perfetta, ma sempre una riforma che è passata attraverso sette volte al vaglio della Camera e del Senato, e che può essere sempre migliorata.
Ma il populisimo non pensa mai al dopo, e con tanta fiducia aspettiamo la prossima fritta.
Il nostro unico modo per impiegare il tempo non rimane che quello di aiutare ( mettete voi il sostantivo) a non essere tali.
Mc
lunedì 21 novembre 2016
Europa: null'altro che richiami
venerdì 11 novembre 2016
Le elezioni negli Stati Uniti
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Dopo anni di battaglie, insieme a figlie e nipoti possono ora finire il lavoro iniziato dalle loro antenate. Che cosa aspetta chi non raccoglie questo testimone rosa l’ha detto l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, secondo la quale per le donne che la pensano diversamente "c'è un posto speciale all'inferno". Dati alla mano però, fino ad ora le donne hanno preferito più l’inferno dell'Albright che il paradiso. Nelle primarie democratiche che hanno visto zia Hillary contro nonno Bernie, sono state tante le elettrici che hanno optato per Sanders. In New Hampshire, lo sfidante della ex first lady si è aggiudicato il 53% del voto femminile (Clinton il 46%). E i suoi numeri tra le più giovani sono stati sorprendenti: è stato sostenuto dall’82% delle donne sotto i 30. Dati simili in Iowa, dove l'84% delle donne della stessa età ha votato per Sanders (il 14% per Clinton). Le Millennials e il femminismo Usa Il fatto di essere donna non garantisce quindi alla Clinton alcun vantaggio comparativo nel catturare il voto delle eletttrici. Anzi, è proprio l’elettorato rosa quello che Hillary fatica a catturare maggiormente. Ma anche qui ci sono differenze. Clinton può ancora contare sulle signore bianche della sua età che portano a casa ogni anno dai 200mila dollari in su. Ostili invece le millennials, quelle donne nate dagli anni ’80 all’inizio del nuovo secolo che non solo non hanno sostenuto la sua candidatura fino ad ora, ma sono addirittura scettiche sul farlo nel momento decisivo. Le motivazioni che hanno fino ad ora spinto queste giovani ad abbracciare la candidatura del senatore Sanders sono diverse e, andando oltre i programmi dei due contendenti, arrivano alle radici dell’evoluzione del femminismo statunitense. Quest’ultimo sta attraversando una fase di turbolenza ben evidente non solo sulle testate più accreditate, ma anche sulle riviste di avanguardia che si concentrano sulle questioni di genere. È evidente che le donne più giovani non si accontentano più della tradizionale agenda rosa scritta dalle loro nonne. Le femministe di ultima generazione non hanno come obiettivo quello di portare una di loro ai vertici del sistema. In ottica comunitaria, si preoccupano piuttosto di risolvere i problemi della base: tanto quelli delle signore di colore più emarginate come quelli delle ragazze madri che devono sopperire alla mancanza del congedo di maternità. L’obiettivo è quello di afferrare il trofeo tutte insieme. Ottimo che Hillary riesca a fare carriera politica, ma perché non aiutare tutte ad avere più opportunità? Sono domande come queste quelle che spingono questo elettorato a preferire un candidato come Sanders che sta provando - con successo - a spostare a sinistra l’agenda del partito democratico, insistendo su tematiche sociali che stanno a cuore soprattutto al ceto medio o a settori particolarmente sensibili della società. È questo che porta la rivista Politico a concludere che se Hillary fosse nera, omosessuale, giovane o povera - e quindi, membro di un gruppo più vulnerabile - potrebbe ottenere maggior sostegno, raccogliendo anche l’eredità di Barack Obama. Clinton, la donna dell’establishment Essendo da anni in politica, la Clinton non riesce a essere percepita come una novità. E se molte giovani la vedono con sospetto ritenendola una da decenni all’interno del sistema politico statunitense, altre sembrano non conoscere la sua storia personale. Non solo quella legata a suo marito Bill, ma soprattutto quella marcata dalle diverse battaglie sociali da lei combattute con determinazione soprattutto negli anni ‘90. Dalla sua carriera di avvocato alla - mai decollata - Hillarycare, la riforma sanitaria patrocinata dalla Clinton ai tempi in cui il marito era alla Casa Bianca: secondo alcuni sondaggi, solo una millennial su dieci conosce eventi salienti del passato politico della ex first lady. Dietro i problemi rosa di Hillary si nascondono anche motivazioni che hanno direttamente a che fare con l’evoluzione del femminismo statunitense, un movimento eterogeneo ormai sensibile più a questioni sociali che di genere. Molte si sono accorte di non essere vittime della stessa discriminazione sessuale che ha condizionato vita e carriera delle loro nonne o mamme che hanno lottato per ottenere l’aborto o la contraccezione. Per le nuove generazioni l’uguaglianza di genere - diversamente da quella sociale - è un obiettivo a portata di mano. Non sono quindi pronte a votare Hillary solo per il suo sesso, perché sanno che questo non farebbe la differenza. Elettrici e swing States Se fino ad ora queste elettrici hanno trovato in nonno Bernie il loro paladino, che cosa faranno in autunno quando Hillary dovrà giocarsi la finale contro il candidato che uscirà vincente dalla convention repubblicana? Anche se i millennials sono ora la generazione più numerosa del paese, nelle ultime elezioni sono stati i più pigri ad andare votare. È quindi importante capire come il loro voto potrà davvero incidire sui risultati finali. Secondo dati elaborati dal Center for Information and Research on Civic Learning and Engagement, il loro voto sarà influente in Iowa, Florida, Ohio,Colorado, Pennyslvania, Wisconsin, Virginia, New Hampshire, Nevada e North Carolina. Solo dieci stati, tra i quali troviamo però importanti swing states, ovvero quelli capaci di determinare il risultato finale. Da qui a novembre, Hillary Clinton riuscirà a farsi conoscere dalle millennials per quella che è veramente, o non spenderà in questa operazione troppe energie? Del resto, dagli anni ’70 ad oggi, le donne non hanno votato in base al sesso, perché aspettarsi che lo facciano quest’anno? Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinte |
Roma e la grande occasione
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Ai problemi economici strutturali e di lungo periodo, quali una crescita sempre più anemica della produttività e la carenza ormai endemica di domanda aggregata, si vanno ad aggiungere problemi nuovi, come l’incertezza politica e finanziaria dovuta alle delicate elezioni in Francia e Germania, all’avvio del processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue, e alle crisi geopolitiche, prima fra tutte quella siriana. Il compito di scegliere i temi al centro del prossimo summit che si prospetta innanzi alla presidenza italiana diviene così tanto fondamentale quanto arduo. La speranza è che ci si concentri sulle questioni comuni che sono alla base di questi molteplici problemi, senza focalizzarsi su ognuno di essi in modo singolo, ricercando soluzioni concrete ed effettive di lungo periodo, non solo palliativi di breve periodo, per quanto urgenti e necessari. L’economia globale cresce meno del suo potenziale Il quadro macroeconomico globale che emerge dai recenti annual meeting tenuti a Washington dal Fondo monetario internazionale, Fmi, è, a dir poco, scoraggiante. Alla perdurante recessione seguita alla crisi del 2008, non ha fatto seguito il “rimbalzo” sperato ed è ormai chiaro che l’economia globale stia crescendo al di sotto del suo potenziale da troppo tempo. Inoltre, le stime negli ultimi semestri sono state costantemente e ripetutamente riviste al ribasso. Le risposte politiche messe in campo sino ad ora non hanno sortito gli effetti sperati ed è per questo che, ormai da mesi, gli esperti del Fmi sollecitano l’adozione di un mix di politiche economiche potente che faccia leva non solo sulla politica monetaria, ma usi anche gli strumenti fiscali e completi le riforme strutturali. Il messaggio che viene lanciato da Washington è che non si può più aspettare: bisogna agire in fretta e in modo deciso, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione. Questo perché la stagnazione economica, che coinvolge la maggior parte delle economie mature ormai da lunghi anni, ha creato le condizioni perfette per la crescita del malcontento e della sfiducia, concretizzatisi poi nell’ascesa di movimenti populisti e xenofobi in Europa e nella storica decisione presa dai cittadini britannici di abbandonare l’Ue. Anche negli Stati Uniti la recente campagna elettorale ha evidenziato come il malcontento popolare, critico delle élite e del sistema politico attuale, sia cresciuto in modo preoccupante. Occorre dunque che i governi facciano ricorso sì a tutte le armi a loro disposizione per risollevare al più presto la situazione economica globale, allo stesso tempo però le dinamiche descritte esprimono con forza la necessità sempre più urgente di una riflessione che vada al di là dei rimedi di breve e medio periodo, concentrandosi sulle cause ultime che hanno reso questo periodo così difficile e delicato a livello economico, politico e sociale. Crescente sperequazione nella distribuzione delle risorse e pessimismo diffuso Come aveva già fatto notare Carlo Cottarelli nel suo intervento ad un convegno IAI, il problema fondamentale da risolvere riguarda la sperequazione nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. Tale fenomeno si è venuto ingigantendo dagli anni ‘80 ad oggi, creando delle vere e proprie fratture sociali all’interno delle quali sono proliferate la sfiducia nelle élite, nelle istituzioni e nella classe politica. Una distribuzione sempre più iniqua del reddito non è solo un problema etico e di uguaglianza, ma è un problema economico reale che è alla base di molte delle problematiche attuali. La dinamica che ha lentamente concentrato il reddito nella parte più ricca della popolazione ha colpito maggiormente la classe media, spina dorsale delle economie di mercato più mature, facendone crollare i consumi e con essi la domanda aggregata, con i conseguenti problemi di disoccupazione ormai tipici di molte economie europee. Questa crescente disuguaglianza, insieme con la crisi e la lunga recessione, ha comportato la perdita di fiducia nella maggior parte della popolazione, che guarda ora al futuro con timore e non più con speranza. Questo spiega perché, anche in un periodo di tassi di interesse a zero e di prezzi in stallo da tempo, i consumi e gli investimenti non diano alcun segnale di ripresa. Creare attraverso la politica monetaria le condizioni per un rilancio dei consumi e degli investimenti privati senza ridare risorse e fiducia alle famiglie e alle piccole e medie imprese è una strategia sterile, come d’altronde hanno pienamente dimostrato gli ultimi anni. La presidenza italiana tra breve e lungo periodo Considerando la difficoltà della situazione attuale a livello economico, politico e sociale, la presidenza italiana dovrebbe mirare sia a favorire soluzioni efficaci e concrete di breve periodo, quantomai urgenti, sia, nel contempo, a mettere l’accento sui problemi strutturali di lungo periodo. In entrambi i casi sarà fondamentale che il governo italiano insista nel promuovere un approccio condiviso a livello internazionale. Il coordinamento delle politiche economiche, soprattutto in seno a un forum più ristretto e omogeneo quale quello del G7, è assolutamente irrinunciabile: pensare di risolvere problemi globali con approcci nazionali sarebbe quantomeno miope e non c’è davvero più tempo da perdere. Simone Romano è ricercatore dello IAI. | ||||||||
mercoledì 2 novembre 2016
Roma: sempre sotto esame
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Colpisce, in particolare, che nessuna attenzione sia stata data alle conseguenze sul piano internazionale di un esito del referendum che vedesse il prevalere dei No. Per l’Italia gli esami non finiscono mai Tradizionalmente, l’Italia è sotto giudizio per l’instabilità dei suoi Governi: più di 60 in poco più di sessant’anni, com’è noto. E la comunità europea sembrava aver accettato la tesi che la svolta nella politica interna, realizzata due anni orsono con l’introduzione delle primarie nel partito di maggioranza, segnasse l’inizio di una nuova stabilità dei Governi italiani. La vittoria del No indurrebbe facilmente a considerazioni opposte. In effetti, la motivazione della vittoria del No da molti dichiarata è la necessità di abbattere l’attuale Presidente del Consiglio e il suo governo. Voto No perché penso ad altro Molti ambienti internazionali osserverebbero in materia, probabilmente, che i regimi democratici sono tali appunto perché apprestano i mezzi per sostituire i governi e i Primi ministri; ma che in genere nei paesi democratici avanzati ciò non avviene a scapito delle politiche di riforma che il Parlamento, in ripetute votazioni, ha giudicato nell’interesse costituzionale della nazione. Desta quindi grande stupore che una persona stimabile come Mario Monti, in un’intervista al Corriere della Sera, abbia addirittura teorizzato la necessità di questa aberrazione tutta italiana. Immaginiamo che nessuno potesse prevederlo, sul Colle, quando fu nominato un senatore a vita per permettergli di seguire più facilmente la procedura costituzionale di sostituzione dell’on. Berlusconi alla testa del governo. Ancora, l’Unione Europea aveva concesso la rilevante flessibilità in materia di bilancio che l’Italia aveva chiesto: e che era appunto fondata sulla garanzia che sarebbe continuata la politica di riforme necessaria a risanare la condizione finanziaria del paese. Anche questo, è da temere potrebbe esser revocato in dubbio da un esito del referendum che comportasse una crisi di governo e l’inizio di un periodo politicamente imprevedibile: nel quale la sorta di trio Lescano politico che ha guidato la campagna del No (il famoso Grillo-Salvini-D’Alema) assumerebbe di fatto la direzione politica del paese. L’Italietta dei giri di valzer? Purtroppo, il comico che guida il Movimento 5 stelle si è prodotto anche in dichiarazioni che Massimo Franco, nella sua consueta nota sul Corriere, ha giudicato particolarmente incongrue. C’è stato, egli dice, “un inserimento a forza nella campagna elettorale del tema della politica estera” con l’improvvido invito a non rispettare un impegno internazionale già preso in sede di Alleanza Atlantica (la partecipazione di soldati italiani al contingente Nato posto a protezione della frontiera della Lettonia). “Forse il Governo non pensava che il partito anti-europeo entrasse nella campagna referendaria usando questo argomento”, ha scritto Franco; ma il fatto è che ciò “rischia di rilanciare i sospetti su un’alleanza di fatto tra forze populiste europee e Cremlino; e costringe a chiederci dove andrebbero l’Italia, l’Euro e l’Ue se dovessero prevalere questi movimenti”. Ineccepibile. Quante sorprese le campagne elettorali riservano. Adolfo Battaglia, già Sottosegretario agli Esteri e Ministro dell’Industria. | ||||||||
Roma: laboratorio di idee
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Una correzione di rotta che li ha messi più in sincrono con il pensiero prevalente all’interno del Paese: per lungo tempo infatti i problemi del sistema bancario italiano sono stati visti da noi come un fattore rilevante di crisi sì, ma non necessariamente come un rischio sistemico (o perlomeno, salvo qualche voce competente e isolata, questa è la lettura che è stata data da buona parte dei media e dell’opinione pubblica informata). Le cose non stanno cosi; il problema delle banche non ha perso di attualità e resterà con noi ancora per diverso tempo, come dimostrano i balbettii su MPS e bad banks varie. Complice anche il tonfo di Deutsche Bank, che ha dato un provvisorio respiro all’Italia, la une è ora soprattutto sul referendum. Il voto del 4 dicembre e la stabilità italiana Che si tratti di un passaggio problematico è opinione condivisa, ma l’attenzione esterna non è rivolta tanto alla sostanza delle riforme sul tappeto, quanto alla loro incidenza sulla stabilità di un Paese che continua a dare la sensazione di reagire a debolezze endemiche con mosse corsare, in cui l’effetto di annuncio prevale sulla continuità della rappresentazione negoziale. Con il risultato di una difesa zoppa dell’interesse nazionale, che determina al tempo stesso incertezze sul piano comunitario. La polarizzazione della discussione, l’intreccio improprio fra riforma costituzionale e legislazione elettorale, il formarsi di alleanze eterogenee sull’uno come sull’altro versante, appaiono altrettante manifestazioni della tendenza italiana alla drammatizzazione teatrale del confronto politico, al fine a volte di mascherare i veri nodi e rendere paradossalmente più facili i compromessi. Cercare di penetrare i bizantinismi di un sistema politico viziato da una insuperabile fragilità appare più che complesso, inutile. Migliorare la governabilità semplificando i meccanismi istituzionali, riducendo le strozzature senza porre in discussione la rappresentanza democratica, è parte del bagaglio acquisito quantomeno dallamembership originaria dell’Unione europea, Ue: venuta meno l’illusione della razionalizzazione bipolare, il sistema italiano resta frammentato e difficilmente modificabile. Previsione apocalittiche poco ascoltate Alleati e mercati, osservatori e governi, danno mostra di non dare troppo credito alle previsioni apocalittiche dei due schieramenti: non sono in molti a credere che dal Sì possa venire la fine della democrazia in Italia, come che il No possa aprire la porta ad una stagione di ingovernabilità con conseguente tracollo dell’economia. L’Italia è un partner importante nell’Alleanza Atlantica, che può svolgere un ruolo equilibratore sempre più necessario in una fase di contrasti crescenti con la Russia di Putin. La terza economia dei Ventisette è fondamentale per mantenere credibilità all’impianto comunitario, scosso per altri versi dalla Brexit. Rimane un elemento decisivo dell’equilibrio geopolitico nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Non si tratta quindi, nella percezioni di chi ci osserva, di capire se la riforma comporti davvero la modernizzazione necessaria del nostro paese; se un parlamento eletto con un maxi-premio di maggioranza possa cancellare ritardi e inefficienze consolidate. Il punto è quello di spendersi per la soluzione che meglio di tutte consenta non tanto la governabilità a lungo termine del Paese, quanto la capacità di far fronte alle scadenze immediate che si pongono, senza dare eccessivi grattacapi ad alleati e partner. La pressione incerta di Obama e Merkel La riforma può essere brutta (e brutta lo è davvero, a mio parere) e la legge elettorale un pasticcio da correggere prima che sia troppo tardi. Nell’ottica internazionale, si tratta di problemi italo-italiani che interessano solo nella misura in cui possano incidere sul sistema nel suo complesso. Fatto il conto del dare e dell’avere insomma, meglio tenersi il Renzi che c’è, spingendo perché faccia tutto ciò che gli alleati si attendono senza troppe alzate d’ingegno. Legando referendum ed elezioni il Presidente del Consiglio ha commesso un errore tattico, ma la cosa non rileva granché a livello internazionale. Gli interventi del presidente statunitense Barack Obama e gli incoraggiamenti della Cancelliera Angela Merkel sono segnali importanti, ma la loro efficacia come strumento diretto di pressione è incerta e tendono a mettere in luce l’aspettativa che non vengano dati scossoni di troppo ad una barca che non ne ha bisogno. Un ragionamento che risuonerà nelle orecchie degli elettori e che mi induce a ritenere che non il condizionamento di invadenti attori esterni, bensì il timore del nuovo per quanto non apocalittico, spingerà gli italiani ad assicurare un margine, piccolo, alla scommessa di Renzi. Magari turandosi, montanellianamente, il naso. Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO). | ||||||||
Roma: i nuovi orizzonit americani
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Il Presidente ha ufficializzato il sostegno del governo americani al Sì, elogiando inoltre le riforme elaborate dal governo italiano per aiutare l’economia italiana a crescere. Secondo, Obama ha ribadito la propria opposizione alle misure di austerità, considerate un freno alla ripresa all’interno dell’Unione europea (Ue), indicando l’Italia come modello da seguire in aperta antitesi con le politiche economiche prevalenti oggi in Europa. Un sostegno simile è arrivato anche riguardo alle proposte italiane in materia di migrazione. Infine, paragonando Matteo Renzi al primo ministro canadese Justin Trudeau, Obama ha dato una forte indicazione sulla futura leadership del movimento progressista e sulla “Terza Via”, sponsorizzando l’italiano come un leader moderno, capace di motivare gli elettori e portare a compimento le riforme di cui ha bisogno il paese. Questo capitale politico non è poca cosa. Il principio dei “patti chiari, amicizia lunga” pone le basi per una relazione privilegiata tra Italia e Stati Uniti e aumenta la rilevanza strategica internazionale del paese. Il tutto naturalmente legato a doppio filo al voto dell’8 novembre negli Stati Uniti e del 4 dicembre in Italia. Ovvero: se vince Hillary, se vince il Sì. Se vince Hillary Renzi ha ottime possibilità di proseguire l’intesa dei “patti chiari” nel caso in cui l’8 novembre venga eletta Hillary Clinton, candidata per la quale ha preso posizione da tempo e a più riprese. Le buone relazioni profittano anche del lavoro del think tank progressista Center for American Progress, fondato da John Podesta, il presidente (italo-americano) della campagna elettorale di Hillary. Il primo incontro ufficiale fra Renzi e Clinton potrebbe avvenire in occasione del G7 organizzato dall’Italia a Taormina nel 2017. Difficile invece immaginare una simile intesa con Donald Trump alla Casa Bianca. Al contrario, in tal caso si teme che i nostri diplomatici, alle prese con l’incontrollabile variabilità del neo-presidente, saranno sin troppo impegnati nel difficile compito di mantenere stabili le relazioni politiche e la cooperazione fra Washington e Roma, superando inevitabili e fondamentali divergenze di vedute. Il ruolo del Pd in Europa dopo il referendum Il referendum costituzionale è invece una variabile controllabile. Senza entrare in questa sede nel merito della riforma o analizzarne i cavilli giuridici, è opportuno fare una considerazione relativa al carattere politico assunto da questo voto e alla frammentazione all’interno del PD. La creazione di un fronte del NO interno al PD è difficilmente comprensibile in una logica di opportunità politica verso l’estero. Un voto compatto per il Sì, infatti, rafforzerebbe notevolmente il PD in Europa, mettendo i nostri democratici in una posizione dominante all’interno del gruppo socialista europeo, anche in considerazione dell’indebolimento dei partiti progressisti in altri Paesi (Francia, Regno Unito, Spagna, Germania). L’influenza sull’agenda politica, sia a livello collettivo di partito, che dei singoli decision-makers italiani, ne uscirebbe rafforzata. Le implicazioni non sono da sottovalutare: il peso politico dei partiti ha un effetto su processi, politiche e decisioni l’adozione e l’attuazione delle direttive comunitarie, le nomine di funzionari in settori chiave della cooperazione europea, l’elaborazione di nuove politiche comuni, per esempio in tema di emigrazione. Gianni Bonvicini ha giustamente evidenziato in un precedente articolo suAffarInternazionali i rischi per il nostro paese in caso di vittoria del NO, concludendo come un’Italia più forte sia una delle poche speranze per quel che resta del disegno unitario europeo. È una previsione verosimile: gli scenari post-Brexit impongono una ridefinizione del cuore della governance Ue, in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano, assieme al motore franco-tedesco. In questo contesto, il PD, ove riuscisse a restare al governo del paese, potrebbe a sua volta giocare una sua partita politica a livello sovranazionale, nel quadro del processo di integrazione europea, ridando vigore all’idea di un’Ue solidale, orientata verso il progresso sociale, l’uguaglianza economica e il rinnovamento politico. Un’intesa ideologica fra i democratici italiani e statunitensi Sembra invece che il PD stia continuando a coltivare l’antica e nobile arte del “tirarsi la zappa sui piedi” e si stia facendo opposizione da solo, pur essendo il partito politico che potrebbe maggiormente capitalizzare l’approvazione della riforma costituzionale. In gioco, ci sono il ruolo di leadership all’interno della famiglia socialista europea e del movimento progressista globale; e la possibilità di avere maggiore peso politico nelle sedi decisionali multilaterali - a cominciare da Bruxelles, in tema di austerità e di migrazione. Ma soprattutto, c’è in gioco la capacità di un partito di mostrarsi più forte delle lotte intestine e agire nell’interesse dei cittadini. In quest’ottica, la visita di Renzi alla Casa Bianca potrebbe essere vista e presentata come il riconoscimento di una importante nuova intesa ideologica fra i democratici italiani e statunitensi, e servire per porre le basi per un ricompattamento progressista anche in Europa. Bocciare la riforma nel merito e nel metodo è una scelta dell’elettorato che, a nostro avviso, sarebbe controproducente per il futuro della democrazia italiana. Ma la bocciatura politica, vista dalla prospettiva del PD, è talmente controproducente da apparire come un atto di follia. Giovanni Faleg è consulente di ricerca IAI e Segretario del Circolo PD di Washington DC. | ||||||||
mercoledì 26 ottobre 2016
Difesa Europea: un passo avanti
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Un, due, tre stella Dopo un’estate a geometria variabile che ha visto diverse iniziative unilaterali, a due o a tre, sembra ora delinearsi quel “nucleo aggregatore” che intende integrare maggiormente le proprie forze armate, fermo restando la possibilità per altri stati membri di aggiungersi all’iniziativa in corso d’opera. Con Londra avviata verso l’uscita dall’Unione europea, Ue, il quartetto Parigi-Berlino-Roma-Madrid rappresenta le maggiori potenze militari dell’Ue, sia in termini di bilancio della difesa che di impegno nelle operazioni all’estero. Da notare che i quattro Paesi hanno avuto una storia di relazioni con la Nato e l’Ue che è partita da posizioni differenti, si pensi all’anti-americanismo francese e all’atlantismo tedesco, e si è fatta via via più convergente. Una convergenza che coincide ampiamente con la tradizionale posizione italiana, attenta a bilanciare europeismo e atlantismo e ad impostare una maggiore cooperazione europea come elemento positivo per le capacità militari Nato e le relazioni transatlantiche. Inoltre, elemento non marginale, tra le quattro capitali vi è una serie di cooperazioni industriali incrociate, a partire ovviamente dal forte asse franco-tedesco (vedasi Airbus, ma non solo), a cooperazioni bilaterali italo-francesi (ad esempio nello spazio e nella cantieristica navale) e italo-tedesche. Vi sono anche importanti triangoli, come quello tra Germania, Italia e Spagna sul velivolo da combattimento Eurofighter (anche con la Gran Bretagna), o quello franco-germano-italiano sulla missilistica (con anche Londra parte di Mbda). Il primo esempio di cooperazione militare e industriale che ha visto i quattro Paesi tutti insieme, e senza altri partner, si è concretizzato nel 2015-2016 con il progetto congiunto per sviluppare un drone europeo entro il 2025. Quartier generale Ue sì, esercito europeo no Quali sono dunque le proposte concrete avanzate dal documento congiunto? Si propone di costituire a Bruxelles una “capacità permanente per pianificare e condurre” le missioni Ue, con i relativi “robusti meccanismi di finanziamento” per sostenere il dispiegamento delle forze europee all’esterno dell’Ue. In pratica, un quartier generale a tutti gli effetti, cui manca solo il nome nella speranza di superare vecchie opposizioni di principio a tale bandiera. Viene invece detto chiaramente che “un esercito Ue non è l’obiettivo” dei quattro Paesi, cosa abbastanza ovvia agli addetti ai lavori in quanto il punto non è creare un elefante militare europeo inefficace ed inefficiente, ma al contrario mettere a sistema le capacità nazionali rilevanti per farle funzionare meglio. Proprio in quest’ottica funzionalista si propone anche un “comando medico europeo” che dovrebbe appunto integrare i servizi medici militari dei Paesi Ue, ed un “hub logistico europeo” per razionalizzare e rendere più efficienti i supporti logistici riducendo così duplicazioni e costi. Cooperazione strutturata permanente: quo vadis? L’elemento politicamente più ambizioso è l’ipotesi, cauta, di attivare le disposizioni del Trattato di Lisbona riguardo alla Cooperazione Strutturata Permanente (Permanent Structured Cooperation – Pesco) per attuare le suddette proposte nel caso, probabile se non certo, che si riveli impossibile realizzarle a 28 o a 27 stati membri. Una Pesco che integrerebbe le capacità militari dei Paesi partecipanti sulla base di impegni legalmente vincolanti, e di un meccanismo di valutazione che coinvolgerebbe anche istituzioni Ue come l’Agenzia Europea per la Difesa. L’ancoraggio istituzionale europeo dell’intero documento è sancito sin dal suo incipit, con il riferimento forte all’attuale lavoro sul piano di attuazione della EU Global Strategy presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso giugno. I contenuti di una possibile Pesco sono ancora tutti da definire, ma già si segnalano perplessità rispetto a questa ipotesi da parte di altri Paesi Ue quali Polonia, Lituania, Portogallo, Svezia e Olanda. Se l’obiezione dei primi due stati dell’Europa orientale era un po’ prevedibile, data la priorità attribuita alla Nato per la difesa nazionale dai Paesi confinanti con la Russia, stupisce la freddezza da parte di Stoccolma e Aia che sono invece state tradizionalmente favorevoli a una maggiore cooperazione e integrazione europea in quest’ambito. Quale che siano le motivazioni degli stati ora contrari, è importante lavorare diplomaticamente per spiegare le ragioni della Pesco ai Paesi scettici, anche in vista della sua attivazione che necessita di una maggioranza qualificata in Consiglio Europeo. Ragioni che vanno dalla maggiore efficacia nel condurre missioni internazionali alle economie di scala e al risparmio sulle duplicazioni inutili, alla possibilità di mantenere insieme come europei il (costoso) vantaggio tecnologico sugli avversari militari che nessun Paese Ue può permettersi più da solo. Il tutto, come esplicitato dal documento, a beneficio non solo della sicurezza dell’Ue, ma anche del contributo europeo alla Nato, anzi con un maggiore impegno sulla cooperazione Nato-Ue sulla base della dichiarazione di Varsavia dello scorso luglio. Altro elemento da sottolineare è il carattere trasparente, aperto ed inclusivo della Pesco, fermo restando che i Paesi che vogliono aderire devono essere anche in grado di dare un contributo concreto, e non solo l’appoggio politico. Sullo sfondo, occorre considerare una Gran Bretagna che resta ferocemente contraria alla Pesco, ma deve gestire la sua opposizione alla luce dei prossimi negoziati sull’uscita dall’Ue che sono la priorità del governo di Sua Maestà. Il documento congiunto si augura che Londra resti un partner stretto, ma sulla Manica c’è ancora nebbia ed il percorso per attuare la Brexit avrà un impatto tutto da capire sulle dinamiche europee in corso nel campo della difesa. Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma). |
Immigrazione: lo scaricabarile continua
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Infatti, mentre l’Europa si congratula per la quasi totale chiusura della rotta balcanica, il flusso mediterraneo non si arresta: secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fino al 25 settembre 2016 in Italia vi sono stati più di 130mila arrivi, rispetto ai 153mila dell’intero 2015. Dopo Bratislava il premier Matteo Renzi ha ripetutamente biasimato l’Europa che promette ma non fa, dichiarandosi insoddisfatto per le politiche economiche e soprattutto d’immigrazione. Ha ribadito, che per frenare i flussi nei Paesi di origine e transito, bisogna dare priorità all’Africa. Se questo continente non verrà seriamente preso in considerazione dall’Europa, “l’Italia farà da sola”. In attesa del summit del Consiglio europeo del 20-21 ottobre, in cui verrà discussa anche la questione migratoria, c’è da chiedersi se la minaccia della disintegrazione Ue sia veramente l’opzione più convincente. Sarebbe forse più opportuno che l’Italia si facesse promotrice di un’Europa a geometria variabile, con un nucleo di stati membri impegnati in un processo di maggiore integrazione. Ma non può farlo da sola. Lo strappo di Bratislava, apice del tira e molla sull’immigrazione Se Ventotene per Renzi aveva simboleggiato il sogno di una ‘nuova Europa’, guidata dalle tre grandi potenze, Bratislava ha rappresentato l’ennesimo colpo basso nella relazione italo-europea sulla questione migratoria. Il breve capitolo su migrazione e frontiere esterne, contenuto nelle conclusioni della riunione, si concentra esclusivamente sui Balcani e sulla Turchia, richiamando la necessità di chiudere le frontiere esterne dell’Ue. Nessun accenno invece alla dimensione mediterranea. Sembra scomparso, il ‘piano africano’ - che prevede finanziamenti e investimenti strutturali ed imprenditoriali ai fini del contenimento dei flussi - presentato da Renzi nel Migration Compact e apparentemente ripreso nei mesi successivi dalla Commissione. Stesso destino sembra spettare alle promesse di solidarietà e di equa ripartizione degli oneri della ‘crisi migratoria’. Al contrario, la Cancelliera Angela Merkel ha ritenuto ‘positiva’ la proposta di un approccio di solidarietà flessibile dei quatto Paesi di Visegrad, proposta che consente a quest’ultimi di non accogliere rifugiati, ma di contribuire economicamente o mediante altri strumenti. Le proposte di un sistema permanente di ricollocazione dei richiedenti asilo sembrano essere tramontate definitivamente. 2015, l’anno della svolta mai arrivata Dopo le rivoluzioni arabe del 2011, quando la rotta mediterranea ha assunto un’importanza fondamentale nei flussi migratori, l’Italia è stata il principale porto per coloro che volevano raggiungere l’Europa dall’Africa. Paradossalmente, l’Italia, per la maggior parte dei migranti, non è mai stata la destinazione ultima, ma semplicemente un Paese di transito verso il nord. Per tanti anni, Roma ha tentato di attirare l’attenzione su questa problematica, ma senza successo. Il 2015, anno di un rinforzato dialogo europeo sulla questione migratoria, pareva aver segnato una svolta. La fattuale sospensione del regolamento di Dublino, il programma di ricollocazione e il patto Ue-Turchia - che, pur se criticato, rappresenta il primo accordo di ampio raggio che realizza la dimensione esterna delle politiche europee di migrazione - hanno dato l’impressione di una svolta in senso sovranazionale. In realtà ha però solamente evidenziato come l’attenzione degli Stati membri rispecchi l’interesse nazionale: solo alla luce dei flussi sempre più consistenti nei Paesi fin allora protetti dalla buffer zone italo-greca, si è finalmente parlato di migrazione a livello europeo. La sostanziale chiusura della rotta balcanica sembra però aver sancito anche la chiusura della stagione delle politiche europee. E il risultato per l’Italia è deludente: il meccanismo di ricollocazione sta funzionando a rilento: dei 40mila rifugiati che dovevano essere ricollocati dall’Italia ad altri paesi europei, ad oggi ne sono stati ricollocati meno di 1.200 e la rotta mediterranea continua ad essere attiva, mantenendo flussi praticamente identici all’anno passato. Unione a geometria variabile? L’Italia ha fissato una dead line simbolica: il 25 marzo 2017, data che segna i 60 anni dalla ratifica dei Trattati di Roma. Qualora non vi fossero dei risultati per questa scadenza, l’Italia minaccia la disintegrazione. A suon di ‘faremo da soli in Africa’, Roma avverte che opererà autonomamente e al di fuori dagli schemi europei. Invece di agire come lupo solitario, il nostro Paese potrebbe accettare la realtà dei diversi valori e mirare ad un nucleo di Stati Membri che si facciano portatori di un processo di maggiore integrazione. Un’Europa a geometria variabile rappresenterebbe in fin dei conti una formalizzazione e un rafforzamento dello status quo. Contrariamente alle recenti prese di posizione sarebbe però necessario che Germania e Francia includessero l’Italia nel nucleo forte, riconoscendola come partner fondamentale. Da molti anni si era detto che la questione migratoria avrebbe decretato il successo o il fallimento di un’Unione dei valori, capace di andare oltre agli accordi di natura commerciale. Se non vi sarà un radicale cambiamento di approccio nel breve periodo, che metta in secondo piano le lotte politiche interne, vivremo non solo il tramonto di un’Europa più sovranazionale, ma anche il fallimento in partenza di un’Europa a geometria variabile. Anja Palm è stagista dell’Area Mediterraneo-Medio Oriente presso l’Istituto Affari Internazionali, dove concentra la sua ricerca sulla dimensione esterna dell’Unione europea in ambito migratorio e l’esternalizzazione dei controlli migratori. |
Roma: Come dovrà cambiare l'Europa
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La “partecipazione” del Senato al raccordo con l’Ue Secondo il nuovo art. 55 Cost., il Senato concorre al raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Ue e partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. In realtà, per quel che riguarda la fase “ascendente”, di formazione degli atti dell’Ue, si tratta, e ciò vale anche per la Camera, non di una partecipazione diretta, poiché gli atti dell’Ue sono adottati dalle istituzioni europee, ma del controllo preventivo sulla sussidiarietà e proporzionalità, introdotto dai protocolli 1 e 2 del Trattato di Lisbona. Il bicameralismo perfetto sopravvive solo in un numero limitato di ipotesi, considerate di particolare importanza. Fra queste vi è la ratifica dei “trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Ue”: in questo caso, a differenza che per tutti gli altri trattati internazionali - in cui è sufficiente l’autorizzazione della sola Camera - l’art. 80 prevede che la legge di autorizzazione alla ratifica sia bicamerale. Viene così affermata in Costituzione la maggior rilevanza di questi trattati e la necessità di una maggiore legittimazione democratica per adottarli o modificarli, rispetto agli altri trattati internazionali. Ciò appare coerente con quel valore “costituzionale” del diritto dell’Ue che è stato affermato dalla Consulta nelle sentenze 348 e 248 de 2007, in contrapposizione con il valore “sub-costituzionale” di tutti gli altri trattati internazionali. L’attuazione del diritto europeo Quanto alla fase discendente, in linea generale il Senato non interviene nell’attuazione delle norme dell’Ue. L’art. 70 comma 1 - che indica le leggi la cui approvazione è bicamerale - non menziona fra queste gli strumenti ordinari di adattamento agli atti dell’Ue, quali la legge europea, la legge di delegazione europea o leggi ad hoc che recepiscano singole direttive, riferendosi soltanto alle leggi generali che regolano l’appartenenza all’Ue o a quelle di cui all’art 117.5, che stabiliscono le norme di procedura per le Regioni e le Province autonome, nelle materie di loro competenza, sulla partecipazione alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Ue, o al potere sostitutivo dello Stato alle Regioni. Perciò nelle materie di competenza statale, le leggi di adattamento agli atti Ue saranno adottate solo dalla Camera. La “partecipazione” del Senato, meramente eventuale, si potrà avere, al pari di ogni altra legge per cui non sia disposto altrimenti dalla Costituzione, se richiesta da un terzo dei suoi componenti entro 10 giorni dalla approvazione del disegno di legge da parte della Camera; il Senato avrà poi solo 30 giorni per proporre eventuali modifiche, sui cui spetterà alla Camera pronunciarsi definitivamente. Le conseguenze del ridimensionamento del ruolo del Senato sono due. Da un lato, ci si può attendere una maggiore rapidità dall’adozione monocamerale delle norme statali di attuazione del diritto dell’Ue. Dall’altro, il Senato, sollevato da attività legislativa, potrà concentrarsi sul controllo di sussidiarietà e proporzionalità delle norme Ue in fase ascendente, ma soprattutto potrà garantire, in fase discendente, un coordinamento, assai più continuo ed efficace di quello attualmente svolto dalla Conferenza Stato Regioni. La continua produzione di norme europee rende infatti difficile tenere il passo alle Conferenze. Queste si riuniscono troppo sporadicamente nella c.d. “sessione comunitaria” e possono esercitare solo un’influenza limitata sugli enti territoriali e sulla loro legislazione e non sembrano oggi in grado di garantire un vero coordinamento fra Stato e Regioni o Province autonome e nemmeno fra queste ultime. Il nuovo Senato potrà svolgere, molto più efficientemente delle Conferenze, la funzione di raccordo fra le diverse autonomie territoriali e fra queste ultime e lo Stato, proprio perché in esso siede un’estesa rappresentanza di persone quotidianamente impegnate nel governo del territorio. Al recepimento degli atti dell’Ue nelle materie di competenza delle Regioni e Province autonome provvederanno queste ultime, legiferando nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato, attualmente la legge 234/2012 e dei vincoli economici stabiliti dagli artt. 119 e 81 Cost. Con la riforma Costituzionale si ha un chiarimento della ripartizione fra Stato ed enti territoriali, con l’abolizione delle materie di competenza concorrente e la riallocazione alla competenza statale di diverse materie, in cui sarà più facile garantire un’uniforme recepimento delle regole europee. Inoltre viene rafforzato il potere sostituivo dello Stato alle Regioni nelle materie di loro competenza, il che sarà utile per prevenire condanne in infrazione da parte dell’Ue, prevedendo però il parere del Senato. Questo opportuno coinvolgimento del Senato si ricollega alle funzioni di rappresentare gli enti territoriali e di verificare l’impatto delle norme europee sui territori. Rafforzamento delle regole di partecipazione dell’Italia all’Ue La riforma costituzionale introduce una rilevante modifica per quanto riguarda gli strumenti che regolano in via generale l’appartenenza dell’Italia all’Ue. Come si è detto, il bicameralismo sopravvive solo per leggi su temi di importanza rilevante, o “di sistema”. Questo tipo di leggi vengono anche innalzate ad un rango “semi costituzionale”, per l’impossibilità, che leggi successive, anche bicamerali, possano abrogarle tacitamente. Fra queste leggi il nuovo art. 70 include anche la “legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”. È questo un notevole passo avanti nel raccordo del nostro ordinamento con quello dell’Ue. Infatti tutte le leggi che sino ad ora stabilivano procedure, regole e meccanismi per la partecipazione italiana all’Ue -dalla “legge La Pergola” a quella “Buttiglione (11/2005) sino alla vigente legge 234/2012 - avevano lo status di legge ordinaria e quindi erano modificabili, anche implicitamente, da qualunque legge posteriore, incluse le leggi “comunitarie” annuali o le leggi settoriali, con il risultato di stravolgere il sistema previsto dalla legge di inquadramento. Ora la legge 234/2012 viene innalzata ad un livello semicostituzionale, il che conferirà maggiore stabilità e solidità al processo di recepimento delle norme europee nel nostro Paese. Lucia Serena Rossi è Ordinario di Diritto Ue Università di Bologna. Qui la versione più lunga dell’articolo pubblicato. |
Una Vetrina per l'Italia
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L’Alleanza atlantica e le basi Nato e Usa in Italia non sono state mai messe in discussione. Ieri erano la prima linea sul fronte sovietico, ed oggi hanno acquisito l’importanza di baluardo euroatlantico nella crisi del Mediterraneo, in particolare rispetto alla Libia, uno degli anelli fragili di grande interesse per l’Italia in ragione delle risorse energetiche e delle migrazioni. Nei rapporti transatlantici, occorre tenere conto anche di un altro filo che lega gli Stati Uniti all’Italia. La nostra emigrazione, che tra Ottocento e Novecento ha contribuito alla formazione della società multietnica, esprime oggi significativi segmenti della classe dirigente politica ed economica oltre che dello spettacolo. Basta ricordare i nomi dei sindaci e governatori di New York, Mario e Andrew Como, Rudy Giuliani e Bill De Blasio, della ex speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, e dei giudici supremi Samuel Alito e Anthony Scalia, per comprendere come gli Italiansnon sono più soltanto “pizza e mafia”. L’endorsement di Obama a Renzi Il presidente Renzi arriverà a Washington con l’onore della “cena di Stato” alla Casa Bianca. Più volte l’Amministrazione democratica ha manifestato l’endorsement per l’attuale governo. Nell’aprile 2015 Obama dichiarò di essere “impressionato dall’energia di Renzi e dalla sua volontà di sfidare lo status quo”, complimento che era stato già espresso nel G20 del marzo 2014. Al di là delle dichiarazioni d’occasione a favore dell’“alleato fedele”, l’apprezzamento per Renzi nasce dalla valutazione che il suo governo ha portato stabilità istituzionale nel travaglio della politica italiana, un valore che per Washington è il primo che deve avere un alleato in posizione geopolitica sensibile in tempi di scomposizioni internazionali. Ed è proprio in questa ottica che va interpretata la dichiarazione dell’ambasciatore John Phillips contro l’incertezza che potrebbe seguire la bocciatura del referendum costituzionale. Cena di stato, i temi in tavola I più importanti dossier sul tavolo del prossimo vertice Italia-Usa riguardano il Mediterraneo, l’Europa di fronte alla Russia, il commercio e gli investimenti. La politica estera di Obama è stata tesa, se pure tra ondeggiamenti, alla progressiva riduzione degli impegni militari sui teatri europeo e mediorientale a favore di un maggiore dislocamento di risorse nell’Asia sud-orientale. In generale il presidente ha promosso una strategia internazionale incentrata sulla trattativa e sulla leadership esercitata più con la diplomazia del soft power che non dell’hard power, ed ha abbandonato la filosofia degli Stati Uniti come “gendarme del mondo” che per anni ha guidato l’interventismo internazionale di Washington. Da tempo l’Amministrazione statunitense richiede un maggiore impegno militare degli alleati Nato e in particolare una larga disponibilità italiana sul fronte libico. Per ora l’Italia ha risposto con l’invio di 100 medici protetti da un piccolo contingente di parà non combattenti. Pertanto è possibile che la Casa Bianca avanzi nuove richieste in tal senso - anche se non sappiamo cosa farà il nuovo presidente -, e spinga per più decise sanzioni alla Russia come risposta all’aumentata aggressività di Vladimir Putin. Obama avrebbe voluto portare a compimento i due trattati di liberalizzazione commerciale, oltre all’area del Pacifico (Ttp), anche in quella d’Europa (Ttip). A fine mandato appare però improbabile che il progetto vada in porto per cui l’America potrebbe volere sviluppare rapporti commerciali più aperti con i singoli Stati con la dilatazione dei vincoli dei trattati europei in cambio di maggiori investimenti. La “cena di Stato” alla Casa Bianca potrebbe avere anche un altro risvolto. L’8 novembre andranno alle urne alcune decine di milioni di cittadini statunitensi di discendenza italiana che, dopo una originaria fedeltà democratica, hanno rivolto in parte le loro preferenze verso i repubblicani. L’immagine dei buoni rapporti con la “madrepatria” potrebbe stimolare l’indicazione democratica patrocinata dal presidente, soprattutto negli Stati come New York e Pennsylvania dove più significativa è la presenza delle nostre comunità. Massimo Teodori è storico e americanista (m.teodori@mclink.it). | ||||||||
giovedì 6 ottobre 2016
Roma: il braccio di ferro con la burocrazia
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Nonostante, il governo di Roma non stia rispettando gli impegni presi prima dell’estate, il confronto con l’Europa si preannuncia meno complicato di quanto possa suggerire la mera applicazione dei criteri burocratici. L’incertezza che caratterizza il contesto politico internazionale e il perdurare delle difficoltà del Paese a crescere avranno un peso non indifferente nel processo decisionale della Commissione. Le probabilità di portare a casa un risultato positivo sono, pertanto, elevate. C’è da chiedersi, però, se ciò possa effettivamente rappresentare un successo per l’Italia, non solo nel breve periodo, ma anche nel lungo. Debito e disavanzo strutturale non calano Il confronto con l’esecutivo comunitario si inserisce in un contesto macroeconomico ben diverso da quello di sei mesi fa. La crescita per il 2017 è stata, infatti, ridotta di quasi mezzo punto percentuale rispetto alle precedenti previsioni, dall’1,4% di maggio all’attuale 1%. E, tuttavia, per molti analisti, si tratta di una revisione al ribasso ancora troppo ottimista. Le stime dell’effetto di trascinamento (l’anno in corso potrebbe chiudersi con una crescita inferiore allo 0,8% stimato), della variazione degli investimenti, in particolare del comparto delle costruzioni (prevista in crescita al 2,9 %) e, infine, dell’impatto della manovra (la differenza tra il Pil tendenziale e quello programmatico è dello 0,4%, di cui due terzi è ascrivibile al disinnesco delle clausole di salvaguardia) potrebbero, infatti, rivelarsi eccessive. Il rallentamento delle prospettive di crescita si è tradotto in obiettivi di finanza pubblica peggiori di quelli contenuti nel Documento di Economia e Finanza, Def, della primavera scorsa. In primo luogo, il disavanzo sale dall’1,8% al 2% e, con un metodo assai inusuale, un ulteriore aumento dello 0,4% verrà autorizzato in una fase successiva dal parlamento. L’extra deficit dovrebbe servire a finanziare le spese legate al sisma e alla gestione dei migranti. Questa volta, però, non sarà necessario chiedere l’attivazione delle clausole di flessibilità, bensì di utilizzare il margine che scatta in modo automatico in presenza di circostanze eccezionali ed eventi imprevisti. Pertanto, la trattativa dovrebbe vertere unicamente sul “quanto” poter scorporare dal calcolo del disavanzo: il governo chiede uno scostamento per 7,4 miliardi di spese, di cui 3,5 per i migranti, una cifra rilevante considerato che lo scorso anno la Commissione aveva dato il via libera a poco più di un miliardo e mezzo. Anche la stima del debito pubblico è stata rivista verso l’alto, dal 130,9 del Def al 132,5%. Infine, il disavanzo strutturale, ossia il saldo depurato dagli effetti del ciclo economico, nonostante l’impegno del governo a migliorarlo di almeno lo 0,2%, resta costante all’1,2%. Nell’eventualità di un’applicazione rigorosa del Patto di Stabilità e Crescita, i suddetti tre elementi - disavanzo nominale più levato, debito ancora in crescita e saldo strutturale invariato - sarebbero sufficienti a far scattare una procedura per disavanzo e debito eccessivi. Il contesto attuale, tuttavia, potrebbe favorire un’interpretazione più morbida delle regole. Così come, in passato, è stato fatto per altri paesi. A cominciare dalla Spagna e dal Portogallo. Una trattativa in un contesto politico-economico complesso Nonostante il mancato rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, la Commissione europea ha accordato ai due Paesi iberici del tempo ulteriore per rimettere le finanze pubbliche su un percorso sostenibile. Questa decisione assume una rilevanza particolare perché si inserisce in un contesto politico-economico nuovo. Nel maggio del 2017 ci saranno le politiche in Francia, un Paese in cui tutti i partiti, incluso il primo, il Front National di Marine Le Pen, chiedono meno austerità nonostante il livello di spesa pubblica in rapporto al Pil sia il più elevato - e in aumento -, della zona euro. In autunno sarà il turno della Germania. I tedeschi dovranno decidere se confermare Angela Merkel, ad oggi unico candidato forte. Molto dipenderà dalla capacità della cancelliera di trovare l’ennesimo compromesso tra la ricerca del consenso interno e il rafforzamento della stabilità europea: da un lato, dovrà gestire l’ascesa del movimentoAlternative fur Deutschland che prende voti anche facendo campagna “contro” la flessibilità di bilancio, dall’altro cedere ad una lettura meno rigorosa delle regole fiscali. Infine, il 2017 sarà l’anno della Brexit. Nonostante Theresa May abbia annunciato che le procedure verranno attivate entro il mese di marzo, l’incertezza rischia di permanere, soprattutto se, oltre a ripetere lo slogan - un po’ vuoto per la verità -, “Brexit means Brexit”, non inizia a definire i dettagli sul “come” agire. A conti fatti, ci sono buoni motivi per ritenere che prevarrà un’interpretazione più politica e meno burocratica del Patto di Stabilità e Crescita. Per l’Italia, in particolare, la Commissione potrebbe replicare il metodo dello scorso anno: prendere tempo a novembre, rimandare la valutazione alla primavera prossima e decidere quando oramai i margini sono diventati stretti perché il piano di finanza pubblica è già stato approvato dal parlamento nazionale. Meno regole, maggior rischio di contagio Ulteriore flessibilità è davvero un vantaggio per un Paese come l’Italia? Probabilmente no, per almeno due motivi. In primo luogo, continuare a rimandare il consolidamento fiscale rappresenta un problema. Si rischia di dover intervenire quando l’intervento della Banca centrale europea, che consente di risparmiare spesa per interessi, è terminato. Inoltre, un livello di debito pubblico elevato indebolisce la posizione negoziale dell’Italia nella sua (giusta) battaglia per il completamento dell’unione bancaria. E poi c’è un problema di equità, perché saranno i giovani di oggi, che già faticano a trovare un impiego, ad accollarsi il finanziamento di spese di cui non hanno usufruito. In secondo luogo, regole più morbide per tutti rendono l’Italia più vulnerabile agli shock. Nell’eventualità di un altro “caso Grecia”, sarebbero proprio i paesi ad alto debito a subire le conseguenze maggiori: la recente crisi lo ha dimostrato. Peraltro, con regole meno stringenti si dovrebbe rinunciare a strumenti come ilQuantitative Easining, il cui beneficio per le finanze pubbliche italiane nel 2015 è stato di oltre 6 miliardi. In assenza di vincoli quantitativi, infatti, sarebbe difficile convincere gli stati virtuosi - ma non solo loro - ad accettare acquisti di titoli di debito sovrano da parte dell’Istituto centrale di Francoforte. In conclusione, un verdetto positivo sulla flessibilità di bilancio da parte della Commissione europea consentirebbe - nell’immediato -, di mettere in atto misure di redistribuzione delle risorse utili - soprattutto - in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Tuttavia, una strategia che continua a posticipare nel tempo la riduzione del debito pubblico rischia di essere miope. Veronica De Romanis, economista, è autrice de “Il Caso Germania: così la Merkel salva l’Europa” (Marsilio editori). | ||||||||
domenica 2 ottobre 2016
.Roma: i difficili rapporti con il Cairo
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Ricordando scenari tutt'altro che remoti, l'Egitto ha messo pressione all'Italia, agitando lo spauracchio di un nuovo flusso di migranti pronti a salpare le coste egiziane in direzione italiana. Italia-Egitto: gentlement’s agreements sui flussi migratori Le minacce egiziane si basano sulla consapevolezza che negli ultimi vent’anni, in Italia come in Europa, il desiderio di porre un freno ai flussi migratori è divenuto una priorità ogni anno più importante. La collaborazione di polizia avviata a livello bilaterale tra Italia-Egitto negli anni 2000 si è concentrata sul controllo delle frontiere (attraverso formazione, equipaggiamento e scambio di informazioni con le forze dell’ordine locali) e su accordi di riammissione che rendano possibile il rimpatrio o l’allontanamento di migranti privi dei requisiti per soggiornare nel nostro Paese. Per queste ultime pratiche Roma è stata anche richiamata dal Consiglio d’Europa. La collaborazione bilaterale è divenuta più urgente durante la stagione delle "primavere arabe", quando l’immigrazione verso il nostro continente è cresciuta esponenzialmente. Soprattutto a seguito del ritorno al potere dei militari nell’estate 2013, Italia ed Egitto hanno stretto gentlement’s agreements che hanno avuto un significativo impatto sulla gestione delle frontiere. Le minacce avanzate all’indomani del passaggio dell’emendamento Regeni rischiano però di agitare le acque. Dobbiamo quindi preoccuparci? Nessun travaso dalla rotta balcanica a quella egiziana I flussi egiziani sono particolarmente preoccupanti a causa della loro composizione, in prevalenza donne e bambini, maggiormente soggetti allo sfruttamento da parte di trafficanti di esseri umani e associazioni criminali. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Egitto è il Paese da cui provengono il maggior numero di minori non accompagnati. Solo in Italia, nel 2015, ne sarebbero arrivati 1.711. Ma se questo è motivo di preoccupazione, meno serie sono le minacce prettamente numeriche che provengono dalla chiusura della rotta balcanica. Mentre il ministero degli Esteri egiziano si è detto preoccupato in primis per il flusso di siriani (500 mila secondo i dati del Cairo, 114.911 per l’Unhcr) i numeri del 2016 mostrano che ad aumentare, in Egitto, sono sempre gli stessi migranti, quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana che non hanno mai preso in considerazione la rotta balcanica. Non solo non si può parlare di un travaso dalla rotta balcanica a quella egiziana, ma le percentuali riguardanti i Paesi di partenza delle imbarcazioni sono rimaste pressoché invariate nel corso degli anni, mantenendo la Libia in una posizione di assoluta prevalenza. L’Egitto ha certamente visto un incremento nel 2016, ma se rappresenta un’alternativa ai rischi di un passaggio per la Libia - viaggio ormai famoso per i sequestri e i ricatti organizzati dalla mafia delle migrazioni - percorrere la rotta egiziana resta comunque più impegnativo perché richiede un tragitto di 750-900 miglia, un viaggio di 10-15 giorni che si svolge in un mare poco monitorato e lontano dalla costa, aumentando la possibilità di naufragi e morte. Tesi tristemente confermata dall’affondamento di un barcone di 450 migranti partiti dall’Egitto per l’Italia il 21 settembre. Nonostante le minacce, anche dopo l’inizio della crisi bilaterale, l’Egitto ha continuato a controllare le sue coste. Pur lamentando la mancanza del sostegno europeo, fra marzo e giugno vi sono stati più di 5 mila arresti per tentate partenze irregolari. Al-Sisi ha anche parlato di un ulteriore rafforzamento dei controlli frontalieri e della lotta all’immigrazione irregolare in seguito al recente naufragio che ha attirato l’attenzione sulla rotta egiziana. E a continuare sono stati anche centinaia di rimpatri dall’Italia. Roma, principale mercato per le esportazioni egiziane e primo partner commerciale dell’Egitto fra i Paesi europei e terzo a livello globale, è infatti considerata il fondamentale interlocutore europeo dell’Egitto. Il fatto che il Cairo abbia un forte interesse nel mantenimento di un rapporto di collaborazione con l’Italia si intuisce anche dai recenti tentativi di contenimento delle minacce, confermati da alcuni dibattiti parlamentari durante i quali è stato rivolto un invito alla calma. Per evitare che la minaccia attuale diventi reale, il premier Matteo Renzi sembra però intenzionato a spingere sin da ora l’Unione europea a replicare in tutta l’Africa accordi simili a quello siglato con la Turchia, come del resto fatto in Libia. Cercasi strategia a lungo termine Al posto dell’esternalizzazione del controllo migratorio, strategia a breve termine e a volte incoerente con i valori fondanti dell’Unione, è necessaria una strategia a lungo termine che preveda la possibilità di raggiungere l’Europa in modo regolare per richiedenti asilo, un potenziamento della migrazione economica e una politica che miri alla creazione di possibilità economiche e stabilità nella regione Mena. Soprattutto però, le partnership non devono più essere euro-centriche, ma bilaterali, rispondendo ai bisogni e alle politiche degli Stati con cui vengono stretti i patti. La politica dei ricatti deve cedere il passo ad un dialogo fondato su comprensione e fiducia reciproche. Che l’Egitto sia il primo a saperlo, è dimostrato dal suo tentativo di ridare credibilità al rapporto con l’Italia. Questo passa però anche dal caso Regeni. Dopo i goffi e ripetuti tentativi di depistaggio egiziani, solo un’assunzione di responsabilità per la morte di Giulio potrebbe risanare la relazione bilaterale che sembra ripartire come le rotte aeree verso il Mar Rosso. Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir. Anja Palm è stagista dell’Area Mediterraneo-Medio Oriente presso l’Istituto Affari Internazionali, dove concentra la sua ricerca sulla dimensione esterna dell’Unione europea in ambito migratorio e l’esternalizzazione dei controlli migratori. | ||||||||
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