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giovedì 21 gennaio 2016

Difesa Europea ed Industrie per la Difesa

Il mercato europeo della difesa
La montagna e il topolino della difesa Ue
Michele Nones
09/01/2016
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Le due Direttive del 2009 sugli acquisti pubblici di prodotti per la difesa e la sicurezza e sui trasferimenti intra-comunitari di equipaggiamenti militari hanno previsto per il 2016 una verifica dei risultati conseguiti.

Parafrasando il proverbio italiano si può già anticipare che la montagna (l’Unione europea, Ue,) ha partorito un topolino (un finto mercato europeo della difesa): a distanza di più di sei anni l’Europa è rimasta frammentata in 28 mercati nazionali.

Per quanto riguarda le acquisizioni, si può stimare che la quota di mercato europeo soggetta a competizione in base alla Direttiva 2009/81 arrivi, forse, al 15%. I casi di mancata applicazione delle regole della competizione europea sono uscite dalla porta (riducendo il ricorso all’articolo 346 del Trattato che consente di derogare quando siano in gioco “gli interessi essenziali della sicurezza” degli Stati membri) per rientrare dalla finestra (le eccezioni previste dalla Direttiva per tener conto delle specificità del mercato della difesa).

Agli Stati membri è stata, infatti, lasciata la possibilità di non fare competizione per gli acquisti tramite organizzazioni internazionali e accordi governo-governo, per necessità militari urgenti e per programmi europei di nuovi equipaggiamenti, per programmi nazionali di ricerca e sviluppo fino ai dimostratori tecnologici, ecc. Il tutto, però, sottoposto all’esplicito impegno a non utilizzare queste eccezioni per aggirare la normativa europea e, in qualche caso, al previsto vaglio della Commissione.

Rinazionalizzazione delle acquisizioni
È pur vero che crisi economica e finanziaria hanno portato a una riduzione delle spese europee per equipaggiamenti, ma lo è altrettanto che non è stata avviata nessuna collaborazione europea e che sono stati finanziati solo programmi nazionali.

Questa “ri-nazionalizzazione” delle acquisizioni è avvenuta e sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e della stessa Commissione che sembra impotente di fronte alle forzature messe in atto dagli Stati membri e persino a espliciti comportamenti di mancato rispetto della Direttiva come la richiesta di offset a fornitori europei.

Emblematico è il caso della Polonia: dopo aver fatto una gara internazionale per nuovi cinquanta elicotteri multiruolo chiedendo esplicitamente un piano di compensazioni industriali, il Ministro della Difesa polacco ha recentemente dichiarato che il contratto assegnato ad Airbus potrebbe essere cancellato in caso di mancato accordo sugli offset. E questo è solo il caso più eclatante.

La disomogeneità della difesa Ue
Fra le altre cose, non si è considerato un problema di fondo dell’Ue, quello della sua disomogeneità. Un sistema complesso per le acquisizioni di equipaggiamenti militari è già presente e gestibile nei grandi e medi paesi, ma non in quelli più piccoli. Per far fronte alle loro limitate esigenze avrebbero dovuto essere previste efficaci alternative, come regole semplificate o, meglio, il supporto di organismi europei come EDA o OCCAR.

Per quanto riguarda i trasferimenti intra-comunitari, il sistema previsto dalla Direttiva 2009/43 non sta funzionando e acquisire un prodotto in un altro Stato europeo comporta ritardi ed extra-costi, oltre a rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti (visto che non c’è alcuna garanzia, ma nemmeno un esplicito impegno politico, di non interferenza sulle autorizzazioni necessarie).

Una parte dei problemi è derivata dai ritardi nell’implementazione della Direttiva da parte degli Stati membri (definizione delle liste dei prodotti soggetti alla Licenza Generale e delle procedure per la certificazione delle imprese, istituzione di efficaci sistemi di controllo sulle esportazioni) anche perché ci si è dimenticati, anche in questo caso, che molti piccoli paesi non hanno alcuna esperienza in questo campo, né interesse a investire risorse umane e finanziarie per affrontare problemi che di fatto non li riguardano.

Un’altra parte dei problemi è derivata dall’aver voluto (per motivi politici) e dovuto (per motivi giuridici) lasciare molte responsabilità agli Stati membri, in primis quella di stabilire le liste dei prodotti che, grazie alla Licenza Generale, potrebbero essere trasferiti senza una specifica autorizzazione: ogni paese ha fatto le sue liste creando invece che un mercato comune, una vera e propria Torre di Babele.

D’altra parte, l’aver affidato ai responsabili dei controlli il compito di applicare un sistema che, di fatto, ne riduce competenze e “poteri”, costringendoli a cambiare buone e cattive abitudini, si è dimostrato fallimentare, incontrando ostacoli e resistenze non ancora superati.

Direttive del 2009 non ancora applicate
Tutto questo è dipeso sicuramente da alcuni punti deboli delle due Direttive, ma soprattutto dall’atteggiamento di gran parte degli Stati membri che, dopo averle approvate, sembrano essersene rapidamente pentiti, mettendo in atto forme di resistenza passiva e, in alcuni casi, anche attiva. Quello che sembra soprattutto essere venuta meno è però la capacità e la volontà della Commissione.

In altri termini il sistema si sarebbe dovuto basare su un bilanciamento fra corretto comportamento degli Stati membri e monitoraggio da parte della Commissione che, come “guardiana dei Trattati”, avrebbe dovuto assicurare, a tutela di tutti e in particolare degli Stati “virtuosi”, il rispetto degli impegni presi.

A questo proposito non è fuori luogo ricordare che le normative europee sono il frutto di un processo di approvazione che coinvolge la Commissione Europea (designata dal Consiglio e votata dal Parlamento europeo), il Consiglio Europeo e il Parlamento Europeo: rappresentano, quindi, le nostre leggi, non quelle di qualcun altro. Il che non vuol dire, evidentemente, che non possono essere migliorate, ma che, nel frattempo, devono essere rispettate.

Per inciso va anche ricordato che queste due Direttive furono definite con un forte impegno della Presidenza semestrale francese dell’Ue, senza il quale non si sarebbe probabilmente arrivati da nessuna parte, ma, negli anni successivi, anche la Francia sembra aver cambiato posizione. L’obiettivo di una piena attuazione delle due Direttive è stato, per altro, ribadito anche nei due Consigli Europei dei capi di Stato e di governo del dicembre 2013 e del maggio 2015, ma per ora resta ancora molto lontano.

Se chi deve far rispettare le regole non lo fa, non ci si può, d’altra parte, aspettare che tutto funzioni. E la Commissione resta evidentemente distratta: nel pacchetto di procedure di infrazione del 2015 approvato a dicembre, nessuna riguarda il settore difesa. Se non si vuole minare la credibilità della Commissione e della stessa Unione Europea, sarebbe bene ripensarci.

Ma parallelamente bisognerebbe prevedere una politica di incentivi per i programmi di collaborazione europea, a livello fiscale (eliminazione dell’IVA e non calcolo ai fini del Patto di Stabilità) ed economico (finanziamento di ricerca e sviluppo di apparati “duali”, finanziamento per l’acquisto di nuovi equipaggiamenti, acquisizione da parte di organismi europei di equipaggiamenti “duali” per gestire, svolgere e supportare le missioni internazionali decise dall’UE e le stesse attività dell’Ue, come il controllo delle frontiere esterne). Oltre al “bastone” è indispensabile anche la “carota”.

Michele Nones è Direttore del programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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lunedì 11 gennaio 2016

ITALIA: DISOCCUPAZIONE:UNA GENERAZIONE AL PALO



Secondo i dati del FMI,senza una crescita economica adeguata, ci vorranno venti anni per ridurre il tasso di disoccupazione in Italia e riportarlo ai livelli antecedenti la crisi del 2008. . La crescita in Europa è ancora troppo lenta per rilanciare il mercato del alvoroe a poco sono servite le riforme e le iniziative dei Governi e delle istituzioni comunitarie.L’FMI, con particolare riguardo all’Italia, insiste sulla necessità di migliorare la flessibilità del mercato del lavoro, e l’efficienza della pubblica amministrazione, e procedere con speditezza alla attuazione delle rifome già progettate sui modelli di retribuzione e sul sistema educativo.. Il PIL della zona euro, in cui l’Italia è inserita, che vede la Germania domiare lascena con un ritmo di crescita pari all’1,5% salira dell’1,5% nel 2015 e dello 1,7% nel 2016. (7)

Massimo Coltrinari

giovedì 7 gennaio 2016

Roma: igli interessanti rapporti con Mosca

Relazioni Italia-Russia
Sanzioni alla Russia: una chance per l’Italia?
Daniele Fattibene
06/01/2016
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La recente decisione del Consiglio dell’Unione Europea (Ue) di estendere le sanzioni nei confronti della Russia fino al 31 luglio a seguito del mancato raggiungimento degli obiettivi degli accordi di Minsk non è andata liscia come previsto.

Durante una precedente riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper), l’Italia ha infatti chiesto di avviare una “discussione politica” sull’efficacia delle sanzioni nei prossimi mesi.

Un difficile equilibrio
L’atteggiamento italiano non ha stupito. Le relazioni tra Roma e Mosca nel periodo post-guerra fredda sono sempre state contraddistinte da un notevole realismo, dettato principalmente da ragioni economiche visto che l’Italia è il secondo partner commerciale della Russia in Europa dopo la Germania.

I governi nazionali hanno sempre cercato di trovare un difficile equilibrio tra Mosca e i partner euro-atlantici, attirandosi spesso le accuse di “filo-russismo”, come avvenuto per la nomina di Federica Mogherini nel 2014.

Da una parte, il Premier Matteo Renzi ha mantenuto una posizione accomodante verso il Cremlino, come si evince dai tanti avvenimenti degli ultimi mesi: dal programma per la Presidenza Italiana del Consiglio dell’Ue, all’invito a Putin a partecipare al Forum Asem nel 2014, per non parlare poi del famoso Forum Eurasiatico e dei richiami a un maggiore coinvolgimento della Russia nella lotta contro l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Dall’altra parte l’Italia non ha smesso di giocare un ruolo importante sul piano transatlantico, come dimostrato dall’importante contributo dato a diverse missioni internazionali, o al recente impegno in Siria e Iraq.

Gli effetti delle sanzioni
La scelta del governo è stata senza dubbio dettata da forti pressioni interne, provenienti sia dal settore agro-alimentare e industriale, sia dalle forze politiche dell’opposizione, che continuano a richiedere a gran voce la revoca delle sanzioni a Mosca.

È tuttavia ancora difficile analizzare l’impatto di queste misure sull’economia nazionale. Se da una parte è facile individuarne gli effetti diretti (ad esempio osservando l’andamento dell’interscambio commerciale), assai meno semplice risulta invece la misurazione degli effetti indiretti. Inoltre non è da escludere che molte aziende siano riuscite ad attenuare le loro perdite re-indirizzando le vendite su altri mercati.

Appare pertanto difficile riconciliare le due posizioni emerse nel dibattito sulle sanzioni alla Russia. Da un lato molti attori politici ed economici puntano il dito contro la forte contrazione dell’interscambio con Mosca registrata negli ultimi mesi ( -25.9 per cento tra gennaio e novembre 2015 rispetto al 2014).

Il settore che sta soffrendo maggiormente gli effetti di sanzioni dell’Ue e contro-sanzioni russe è senza dubbio l’agro-alimentare e la Coldiretti e l’Ice stimano in 250 milioni di euro le perdite per questo comparto dell’economia nazionale tra effetti diretti e indiretti.

Dall’altro lato la Banca d’Italia ha sostenuto posizioni più mitigate, affermando che le sanzioni nei confronti della Russia avranno un effetto limitato per la crescita dell’economia nazionale.

Come emerge inoltre da uno studio del Parlamento europeo, il crollo dell’interscambio a livello europeo è imputabile anche alla forte recessione interna al Paese, i cui sintomi erano evidenti già prima della crisi in Ucraina.

Il Pil in caduta libera (-3.7 per cento nel 2015) unito a una notevole riduzione del potere d’acquisto dei cittadini per effetto di un’elevata inflazione (13 per cento) e di un rublo fortemente svalutato, hanno infatti comportato una drastica riduzione della domanda interna e quindi delle importazioni. In questo contesto, la riduzione dell’interscambio commerciale sarebbe dunque legata ad un complessivo deterioramento delle relazioni economiche tra Ue e Mosca.

Italia alla ricerca di una strategia più efficace
I prossimi mesi saranno cruciali per l’Italia per elaborare una strategia più efficace di quella attuale. L’azione diplomatica del nostro paese dovrebbe seguire due direzioni. In primis è necessario portare a compimento le clausole degli accordi di Minsk, condizione imprescindibile per riprendere un dialogo costruttivo con il Cremlino ed evitare di estendere le misure restrittive dal prossimo agosto.

In secondo luogo, l’Italia non deve isolarsi troppo a livello europeo provocando uno strappo brusco con gli altri stati membri sul tema delle sanzioni. Il Governo dovrebbe piuttosto fare squadra con quei Paesi che hanno pagato di più finora e che sono maggiormente esposti a un ulteriore tracollo delle relazioni commerciali con Mosca.

In questo contesto, una chance potrebbe essere fornita dai recenti malumori emersi in merito all’accordo tra Gazprom e un gruppo di compagnie energetiche europee per l’espansione del gasdotto North Stream che rischia di minare i progetti di Unione energetica. L’Italia può e deve usare questa carta non solo per dimostrare che la politica di due pesi e due misure non fa che minare la coesione europea ma soprattutto per evitare un pericoloso e improduttivo isolamento dai tavoli decisionali.

Daniele Fattibene è Assistente alla Ricerca del programma “Sicurezza e Difesa”dello IAI (Twitter: @danifatti).
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domenica 3 gennaio 2016

Italia: le ripercussioni economiche delle decisioni dei Grandi

Economia
L’Italia tra Fed e Bce
Simone Romano
21/12/2015
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Mario Draghi e Janet Yellen protagonisti dell’ultimo mese del 2015. Il primo ha accelerato, potenziando il programma di Quantitative Easing, QE, europeo, mentre la seconda ha rallentato, alzando per la prima volta dal 2008 i tassi di interesse.

Queste mosse di politica monetaria messe in atto dalla Federal Reserve, Fed, e dalla Banca centrale europea, Bce, hanno conseguenze che si estendono ben oltre i confini della loro competenza geografica, andando a influenzare in modo decisivo gli scenari macroeconomici a livello mondiale.

Che cosa comporta questo per l’Italia? I cambiamenti provocati dalle leve monetarie nei mercati valutari, energetici, delle materie prime e dei fondi mutuabili finiranno per avvantaggiare o svantaggiare la timida ripresa dell’economia italiana?

Tassi di interesse, flussi di capitali e mercati valutari
Tutto il 2015 è stato contrassegnato dall’attesa da parte degli operatori economici di una mossa monetaria restrittiva da parte della banca centrale americana. Questa si è concretizzata solo il 16 dicembre, con il rialzo di 25 punti base del tasso di rifinanziamento principale federale che è passato dallo 0,25% al 0,50%.

Le motivazioni alla base di questo primo passo in senso restrittivo sono fornite dagli incoraggianti dati macroeconomici statunitensi che confermano la ripresa economica e i bassi livelli di disoccupazione. Anche se l’anticipabilità e la progressività di questa restrizione monetaria hanno evitato reazione brusche nei mercati, non c’è dubbio chei suoi effetti influenzeranno l’attività di molte economie globali.

Il rendimento più alto offerto dai titoli statunitensi, insieme con l’aspettativa che questo continui a crescere nei prossimi mesi e anni, attrarrà molti capitali in entrata.

I tassi d’interesse ai minimi storici prevalenti in tutte le economie più sviluppate nel periodo successivo alla crisi (Usa, Uk, Unione europea, Giappone) avevano favorito il fenomeno del carry trade che aveva portato ingenti flussi di capitali a dirigersi verso i paesi in via di sviluppo che assicuravano tassi di rendimento maggiori.

Questa dinamica di rientro dei capitali verso gli Stati Uniti comporterà diversi problemi per le economie dei Paesi emergenti e per la stabilità finanziaria globale.

La valuta statunitense si rafforzerà a seguito dell’afflusso di capitali, aumentando così il peso del debito denominato in dollari che molte imprese dei Paesi in via di sviluppo hanno contratto negli ultimi anni, approfittando delle condizioni vantaggiose.

Per evitare un deprezzamento eccessivo della loro valuta rispetto al dollaro e la massiccia fuoriuscita di capitali, questi paesi potrebbero trovarsi costretti a imporre politiche monetarie restrittive. Ciò avrebbe conseguenze molto negative sulle loro economie, molte delle quali sono già duramente colpite dal tracollo dei prezzi delle materie prime.

Il dollaro si è rafforzato anche nei confronti dell’euro a seguito delle divergenze nell’andamento delle politiche monetarie attualmente seguite da Fed e Bce. L’apprezzamento del dollaro influenzerà a sua volta i prezzi di tutte le merci internazionalmente quotate nella valuta statunitense, come, tra le altre, quelle delle materie prime energetiche, in primis petrolio e gas.

L’Italia tra petrolio ed esportazioni
La timida ripresa economica che l’Italia ha fatto registrare nel 2015 deve molto alle esportazioni e ai bassi prezzi delle materie prime energetiche, soprattutto considerando le difficoltà della domanda aggregata interna. In questo scenario le dinamiche internazionali innescate dalla mossa di Yellen finiranno per influenzare in maniera più o meno diretta l’attività dell’economia italiana nel breve e medio periodo.

Le buone notizie arrivano dal lato commerciale. Il buon andamento dell’economia statunitense e l’apprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro favoriranno sicuramente le esportazioni italiane negli Stati Uniti, un mercato storicamente importante per le nostre imprese.

D’altro canto le dinamiche descritte porteranno verosimilmente un rallentamento dell’attività economica e quindi della domanda aggregata in paesi quali Brasile o Venezuela. L’effetto netto per l’economia italiana sembra essere comunque positivo, data la scarsa esposizione commerciale delle nostre imprese esportatrici in molti dei paesi in via di sviluppo.

Nel settore energetico le politiche della Fed rappresentano una nota dolente per la nostra economia. L’indebolimento dell’euro nei confronti della valuta statunitense comporterà una maggiorazione delle spese di approvvigionamento energetico per un paese importatore netto quale l’Italia, andando così ad aumentare i costi di produzione e ledendo la competitività delle imprese italiane.

Dal punto di vista del costo del denaro, la pressione che il rialzo dei tassi statunitensi potrebbe esercitare sui tassi di interesse offerti in Italia, soprattutto su quelli dei titoli di stato, sembra essere scongiurata dal massiccio programma di QE recentemente potenziato dalla Bce.

Ripresa italiana ancora fragile
Il quadro che emerge sembra non rappresentare una situazione più complicata per l’economia italiana alla luce della svolta in senso restrittivo della Fed. Va tuttavia segnalato come la ripresa attualmente in atto sia troppo fragile e troppo legata a fattori esterni. L’instabilità finanziaria,destinata ad aumentare a seguito della difficile situazione che stanno vivendo molti paesi emergenti, rappresenterebbe così una minaccia.

C’è bisogno di misure in grado di far ripartire investimenti e consumi interni, attenuando così il problema della disoccupazione e quello dell’eccessiva dipendenza della nostra ripresa da fattori esteri.

Simone Romano è ricercatore dello IAI.
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Roma: rapporti difficili con Bruxelles

Italia e Ue
Il vero negoziato non è con Cameron
Gianni Bonvicini
28/12/2015
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Pessimo fine d’anno per i nostri rapporti con l’Unione europea, Ue, e la Germania. Non si ricordano periodi altrettanto tesi e recriminazioni così violente su entrambi i fronti.

La querelle fra Roma e Bruxelles sulle modalità di salvataggio delle nostre quattro banche e la quasi contemporanea lista di accuse di Matteo Renzi nei confronti della cancelliera tedesca hanno creato negli ambienti tradizionalmente europeisti del nostro Paese un senso di disagio e scetticismo.

Due pilastri della politica estera dell’Italia, Ue e Germania, vengono messi in questione non solo su una serie di fatti concreti, ma anche sulla visione strategica dell’orientamento da dare all’integrazione europea.

Scontro Renzi–Merkel
Diciamo subito che per quanto riguarda i nostri dissapori con la Germania si ha la netta sensazione che l’atteggiamento di sfida di Renzi sia rivolto più all’opinione pubblica interna che al resto dell’Ue.

Se non fosse stato per una recente intervista del nostro premier al Financial Time, pochi in Europa si sarebbero in effetti accorti dei supposti contrasti Renzi-Merkel in seno all’ultimo Consiglio europeo dell’anno.

Ma a parte l’amara considerazione del sempre scarso peso dell’Italia negli organismi comunitari, a cominciare dallo stesso Consiglio europeo, non vi è dubbio che il clima dei nostri rapporti con Berlino abbia subìto un inaspettato peggioramento. Con l’inizio dell’anno è probabile che interverrà un chiarimento diretto fra i due leader e che i dissapori in parte rientrino. Tuttavia sarebbe bene riflettere a fondo sui nodi strutturali che sono all’origine dello scontro, o del quasi scontro, in atto.

Va innanzitutto precisato che lo stretto rapporto Roma-Berlino è stato quasi sempre legato al tema dell’Ue e ai suoi sviluppi, in genere positivi. Al di là quindi degli ottimi legami commerciali ed economici e degli interessi reciproci, la visione strategica dei due paesi sulla necessità di costruire una più forte Unione è stata quasi sempre condivisa.

Il ruolo dell’Italia si è caratterizzato nell’offrire il proprio sostegno alle iniziative di sviluppo dell’integrazione europea, a cominciare dall’Euro, che originavano da quello che veniva considerato il “motore” dell’Europa: l’accordo fra Francia e Germania.

Oggi, tuttavia, al di là del conflitto su interessi concreti, dai rapporti con Mosca alla politica energetica, il rapporto fra Roma e Berlino all’interno dell’Ue sconta due grandi debolezze strutturali.

Tandem franco-tedesco sbilanciato
La prima è che si assiste al progressivo, inarrestabile indebolimento proprio del “motore”, con una Francia sempre più ripiegata su sé stessa e priva di quello spirito europeo che in alcune stagioni della sua storia politica l’avevano aiutata a superare il suo connaturato nazionalismo. Il tandem franco-tedesco è ormai completamente sbilanciato ed è solo l’agenda di Berlino a dettare il cammino dell’Ue.

Sempre più potere al Consiglio europeo 
Qui si manifesta il secondo elemento di debolezza strutturale che incrina i rapporti fra Roma e Berlino. Si tratta della degenerazione del sistema decisionale comunitario, cioè il radicale spostamento dell’esercizio del potere nella direzione del Consiglio europeo, quale supremo organo dell’Ue.

È infatti evidente che all’interno di un collegio dove vale la regola del consenso, alla fine a prevalere è la volontà del Paese più forte ed autorevole. Di qui l’accusa di un’Unione sempre più “tedesca”.

Non è però certo Angela Merkel ad averla plasmata così: la responsabilità va fatta risalire a tutti i 28 membri dell’Ue, Italia compresa, che con l’accettazione del Trattato di Lisbona e delle ulteriori modifiche originate dalla gestione della crisi dell’Euro hanno finito con il rafforzare un sistema di “governance” prettamente intergovernativo.

Se quindi si vuole attaccare la cancelliera su questo evidente sbilanciamento decisionale, bisogna anche essere pronti a proporre delle riforme coraggiose dell’assetto comunitario.

Lettera Gentiloni-Hammond
Se questo deve essere l’obiettivo di un percorso politico volto a salvare l’Ue non si può però prescindere da una forte alleanza con Berlino. Non è certo strizzando l’occhiolino a Londra sul tema del rinegoziato con l’Ue che si controbilancia la forza di Berlino.

La lettera congiunta Gentiloni-Hammond può essere una cortese mossa nei confronti del governo di Sua Maestà, ma non sposta di un millimetro la questione centrale del nostro rapporto con Berlino che continua a rimanere decisivo per il futuro dell’Ue e degli interessi italiani in essa.

Da Londra non abbiamo mai ricevuto né sostegni né vantaggi, anzi. Per Renzi e per l’Italia è quindi opportuno non giocare sullo scacchiere europeo spostandoci senza reale necessità da una capitale all’altra, ma piuttosto chiarire onestamente il contenzioso con Berlino e costruire quindi una rinnovata, visionaria alleanza con la Germania per bloccare la deriva verso una progressiva frammentazione dell’Ue.

Non perdiamo quindi tempo a fare i primi della classe nel negoziato con David Cameron che da solo è andato a infilarsi nel vicolo cieco del referendum sull’Ue. Concentriamoci su ciò che è utile per noi, ricordando che all’Italia conviene un’Ue più integrata e democratica. Obiettivo che si può raggiungere solo con il convinto appoggio di Berlino.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.
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Europa: ancora esami per il Governo Renzi

Conti pubblici
Bruxelles rimanda l'Italia a primavera
Veronica De Romanis
26/12/2015
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La legge di stabilità italiana è a “rischio di non conformità con il patto di stabilità e crescita” questa la conclusione dell’analisi effettuata dalla Commissione europea.

Il giudizio definitivo è, però, rinviato alla prossima primavera, in attesa di un esame più approfondito. Ci sono essenzialmente tre motivi per cui l’Italia, insieme all’Austria e alla Lituania, è stata inserita nella categoria di “rischio di non conformità", dietro a otto paesi (su dodici che rispettano il criterio del 3 per cento) considerati conformi o ampiamente conformi.

L’Italia e la flessibilità di bilancio
In primo luogo, il disavanzo nel 2016 (2,4% del Pil con le spese per la sicurezza e per la cultura) è superiore alla previsione dell’1,8% del programma di stabilità presentato in aprile. In secondo luogo, il disavanzo strutturale, ossia il saldo nominale al netto della variazione ciclica e delle misure una-tantum, aumenta di mezzo punto percentuale rispetto allo scorso anno.

In base alle regole, il governo avrebbe dovuto prevedere un taglio - e non un incremento - del disavanzo strutturale dell’ordine dello 0,1% del Pil. Deviazioni dal percorso di aggiustamento dei conti sono, tuttavia, possibili solo se previste dalle linee guida sulle clausole di flessibilità pubblicate a inizio anno.

E qui si arriva al terzo punto. L’eleggibilità alle suddette clausole dipende dall’impatto che la maggiore spesa finanziata in disavanzo ha sul Pil potenziale e sulle finanze pubbliche. Per l’Italia, questo impatto è ancora da valutare.

L’Italia, ad oggi, è il paese che ha fatto maggiore ricorso alla flessibilità di bilancio. Dopo aver ottenuto margini pari allo 0,4% del Pil, il governo ha chiesto ulteriori spazi di manovra da giustificare attraverso la clausola delle riforme (0,1% del Pil, pari a circa 1.6 miliardi di euro), quella degli investimenti (0,3 per cento del Pil pari a 3.6 miliardi di euro) ed, infine, quella degli “eventi eccezionali”, ribattezzata clausola “sicurezza” (circa due miliardi e mezzo di euro di spesa aggiuntiva).

Le verifiche della Commissione
Prima di dare il via libera, la Commissione vuole, però, verificare quali nuove riforme - in aggiunta a quelle per cui è già stata attivata la clausola delle riforme nel luglio scorso -, il governo intenda realizzare e il loro effetto.

Per quanto riguarda la riforma della Pubblica amministrazione, in particolare, bisognerà aspettare i decreti attuativi. Anche perché non sono ancora stati definiti obiettivi quantitativi per i risparmi di spesa, non essendo la riforma stata collegata alla spending review.

L’esecutivo europeo vuole, inoltre, appurare l’effettivo incremento degli investimenti pubblici: i numeri forniti sembrano, infatti, indicare che la percentuale di investimenti fissi lordi per il 2016 dovrebbe rimanere pressoché invariata rispetto al 2015 (2,3% del Pil).

Per la Commissione, poi, una manovra per due terzi finanziata in disavanzo comporta dei rischi da non sottovalutare, soprattutto per il biennio 2017-2018: maggiore è il disavanzo consentito nel 2016, maggiore dovrà essere la correzione successiva per riprendere il processo di convergenza verso l’obiettivo di medio termine.

Nel 2017 saranno esauriti tutti i margini di flessibilità e, pertanto, dovrà essere implementato un taglio del disavanzo strutturale pari ad almeno lo 0,5% del Pil. Inoltre, il governo dovrà provvedere a disinnescare le clausole di salvaguardia rimaste in vigore per circa una trentina di miliardi di euro: per ora sono state cancellate solo quelle relative al 2016 (16 miliardi di euro).

A conti fatti, si tratta di un intervento fiscale di entità notevole che, con ogni probabilità, avverrà in una fase di rallentamento dell’economia globale e, quindi, anche di quella europea.

L’Italia rimanda l’aggiustamento
In sostanza, rimandando l’aggiustamento all’anno prossimo, l’Italia si potrebbe trovare nella situazione di dover attuare una politica fiscale molto restrittiva che vanificherebbe l’effetto espansivo di quest’anno. Un effetto espansivo che rimane, comunque, tutto da verificare. Già più volte, in passato, l’economia italiana ha dimostrato di non rispondere allo stimolo fiscale, soprattutto in assenza di coperture chiare.

E l’impatto complessivo si è tradotto in successivi incrementi del debito pubblico. Ecco perché, dal punto di vista della Commissione, l’impianto della legge di stabilità italiana, che si basa principalmente sull’equazione “più spesa pubblica finanziata in disavanzo-più crescita” viene considerato a rischio.

Veronica De Romanis, economista, è autrice de “Il Caso Germania: così la Merkel salva l’Europa” (Marsilio editori).
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mercoledì 23 dicembre 2015

Soldati Italiani all'estero: 750 in Iraq, 1100 in Libano, 830 in Afganistan più

Impegno contro il Califfato
L’Italia tra Iraq e Libia
Alessandro Marrone
21/12/2015
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Nel discutere su cosa può fare militarmente l’Italia per combattere il sedicente “stato islamico” , Isis, sarebbe utile ricordarsi di cosa già fa il Paese nei teatri di crisi mediorientali, e di come ogni intervento militare - in Iraq, Libia o Siria - debba essere inquadrato in una strategia politico-diplomatica e non ridursi a una mera accettazione di richieste alleate.

Le missioni italiane in Iraq, Libano e Afghanistan
Nel momento in cui la Francia ha chiesto agli alleati europei di contribuire maggiormente alla lotta contro il terrorismo fondamentalista e l’Isis, ha fatto notizia la decisione tedesca di inviare un contingente militare in Mali a sostegno delle operazioni francesi, stante la tradizionale ritrosia di Berlino a partecipare a missioni internazionali con un certo tasso di rischio.

Meno attenzione hanno suscitato le decisioni dell’Italia, prima e dopo gli attentati di Parigi, di confermare, ed in alcuni casi incrementare, una serie di impegni militari significativi, tanto per quantità e qualità dei contingenti dispiegati quanto per i rischi associati alla missione.

Partendo dall’Iraq, al centro dell’attenzione mediatica italiana per la diga di Mosul, attualmente operano circa 530 militari italiani nella missione Prima Parthica, contingente di cui a novembre è stato deciso l’aumento a 750 unità.

Sulla base delle risoluzioni Onu 170/2014 e 2178/2014 e della richiesta ufficiale del governo di Baghdad, la missione, inquadrata nella coalition of the willing a guida Usa addestra le forze di sicurezza irachene e curde, fornendo assistenza, soprattutto aerea, nel contrasto all’Isis.

Rimanendo nei teatri a tiro del “califfato”, dal 2007 l’Italia ha il comando della missione Unifil delle Nazioni Unite in Libano, forte di 11 mila truppe nella delicata posizione tra Israele, Hezbollah e quel che resta della Siria, schierando finora un contingente nazionale di circa 1.100 unità (contro i 62 militari tedeschi, 800 francesi e 600 spagnoli e zero britannici).

In Afghanistan, nell’ambito della missione Nato Resolute Support, l’Italia dispiega circa 830 unità come la Germania (la Gran Bretagna ne impiega 450 e la Francia zero) e continua ad assistere le forze di sicurezza afgane nel tenere testa a insorti e terroristi imbaldanziti dal ritiro del grosso delle truppe occidentali avvenuto nel 2014.

A questi tre impegni principali, si affiancano contributi italiani relativamente importanti in missioni internazionali di dimensioni più ridotte, dispiegate in altri teatri di crisi a rischio terrorismo fondamentalista, quali le missioni Ue di addestramento delle forze di sicurezza governative in Afghanistan, Mali e Somalia.

Il significativo contributo italiano fin qui descritto - sia in termini assoluti sia in proporzione ai principali Paesi europei, sia quanto a ruoli di comando e qualità degli assetti impiegati - ha mostrato grande continuità nonostante le sfide sul terreno e il costo in termini di risorse militari, economiche ed in alcuni casi di vite umane.

A conti fatti, in Libano sono stati dispiegati sotto bandiera Onu quasi novemila militari italiani in 8 anni, mentre in Afghanistan hanno servito nelle due missioni Nato oltre 45 mila connazionali in divisa nell’arco di 10 anni.

Come fare di più contro il “ Califfato”
È in questo contesto di sforzo significativo e costante di stabilizzazione anche con compiti di combattimento (senza contare le missioni ancora in corso nei Balcani o quelle di contrasto alla pirateria nel Golfo di Aden) che va misurato il “fare di più” da parte dell’Italia contro l’Isis.

Ma quella delle risorse già impegnate e realisticamente impegnabili, peraltro a fronte di ridotte spese per la difesa e dell’impiego di circa 4.800 militari nelle città italiane a sostegno delle già numerose forze di polizia, è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è quella della strategia al cui interno è utilizzato lo strumento militare che dovrebbe fissarne gli obiettivi politici e la cornice diplomatica affinché l’uso della forza abbia chance di successo.

Non occorre conoscere Clausewitz, secondo cui la guerra è la prosecuzione della politica con l’aggiunta di altri mezzi, per comprendere che senza un accordo tra le potenze regionali e le fazioni locali loro clientes, mediato e garantito dall’Occidente, il mero bombardamento aereo di obiettivi Isis, a Raqqa ieri o eventualmente a Sirte domani, è militarmente poco utile e politicamente molto dannoso.

Ciò non vuol dire per l’Italia tirarsi indietro quando la solidarietà europea viene invocata dopo gli attacchi di Parigi, ma significa piuttosto collocare la riflessione e la pianificazione riguardo un nuovo o maggiore impegno militare all’estero in un adeguato contesto politico-diplomatico, in modo da servire davvero la sicurezza internazionale e gli interessi nazionali.

Sicurezza internazionale e interessi italiani
Sicurezza internazionale e interessi nazionali sono due obiettivi che in larga parte coincidono, in quanto l’Italia trae beneficio diretto o indiretto da un quadro globale più sicuro e stabile, ma che non si sovrappongono completamente.

Ad esempio, è evidente che Libia e Mali sono due vulnus della sicurezza internazionale rilevanti per Roma, ma l’interesse nazionale italiano è molto più forte nel primo caso che nel secondo per motivi di sicurezza, economici, energetici, storici e geografici, e non basta la solidarietà alla Francia per invertire questo ordine di priorità.

Allo stesso tempo, non bisogna vedere i teatri di crisi della regione euro-mediterranea come isolati l’uno dall’altro, né dal punto di vista della minaccia - specialmente data la natura transnazionale dell’Isis e le dinamiche di competizione regionale - né della risposta, perché gli alleati Nato a cui Roma potrebbe chiedere appoggio per la stabilizzazione della Libia sono sostanzialmente gli stessi interessati ad un contributo italiano in Siria, Iraq o Mali.

La sicurezza nella regione euro-mediterranea è per l’Italia una questione tanto importante quanto complessa e articolata, rispetto alla quale il dibattito pubblico dovrebbe guardare alla luna e non al dito che la indica.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.
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martedì 15 dicembre 2015

Sicurezza ed innovazione per l'Italia?

Šefčovič allo IAI
Quale ruolo per l’Italia nella nuova Unione Energetica?
Lorenzo Colantoni, Nicolò Sartori
13/12/2015
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La scorsa settimana il Vice Presidente della Commissione europea per l’Unione energetica Maroš Šefčovič ha effettuato la tappa italiana del suo Energy Union Tour, lanciato per promuovere e spiegare gli obiettivi dell’ambiziosa politica energetica avviata da Bruxelles lo scorso 25 febbraio.

Con questa iniziativa l’Ue “sta cambiando il modo in cui guarda alla questione” dell’energia, egli ha affermato durante una conferenza organizzata dallo IAI - in collaborazione con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea - per discutere le priorità italiane nell’ambito dell’Unione Energetica, e dove è stato presentato il secondo numero dell’Energy Union Watch, la pubblicazione IAI che monitora l’evoluzione dell’iniziativa.

Un’Europa più energica
Riferendosi al lavoro delle differenti Direzioni Generali e dei Commissari, il Vice Presidente ha commentato: “Vogliamo mettere tutto sotto un unico tetto […] Se riusciremo a farlo per bene, potremmo ottenere quella che chiamo una tripla vittoria: per i nostri cittadini, per l’economia e per l’ambiente”.

Questo approccio olistico è uno dei capisaldi del programma dell’Unione Energetica. Diviso in cinque dimensioni, questo tocca appunto la sicurezza energetica, il mercato dell’energia, l’efficienza energetica, la decarbonizzazionee l’ambito ricerca e sviluppo.

Settori su cui la Commissione è stata attiva negli ultimi mesi, in particolare con il “Summer Package” legislativo dello scorso luglio, e attraverso lo Stato dell’Unione Energetica, la Comunicazione che ha fatto una prima valutazione dell’iniziativa.

La necessità di un approccio olistico è stata poi sottolineata anche dal governo italiano. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, ha ricordato l’importanza dell’Unione Energetica come priorità per la Commissione e per l’Italia.

Questa dovrà contribuire a ridefinire le modalità d’azione in diversi settori, come la competizione - dove verrà richiesta una visione meno ortodossa e più globale - e la decarbonizzazione, dove la riforma dell’Emission Trading System dovrà evitare carbon leakages, fughe di emissioni verso paesi con regolazioni meno stringenti.

Sicurezza e innovazione per l’Italia?
Šefčovič non ha mancato di sottolineare il ruolo dell’Italia in questo settore chiave per l’integrazione europea. Nello specifico, ha nominato l’importanza delle interconnessioni - citando il caso del cavo tra Malta e Sicilia - in particolare per fornire una scelta diversificata e prezzi inferiori ai consumatori, sia domestici che industriali.

Il nostro paese, in questo contesto, giocherà un ruolo fondamentale nel Mediterraneo, soprattutto per potenziare le interconnessioni ed evitare la concentrazione delle forniture di gas europee, sia a livello intra che extra Ue.

Un obiettivo che includerà necessariamente il rafforzamento della cooperazione con i partner esistenti, e il supporto allo sviluppo del Mediterraneo orientale, dove gli sforzi industriali dovranno essere accompagnati da un processo diplomatico di trust building regionale.

L’Italia si propone in questo senso tanto come una porta per il Mediterraneo, quanto un energy hub, sia per l’elettricità che il gas. Un proposito che si inquadra in un contesto europeo favorevole, grazie soprattutto alle tre piattaforme energetiche euro-mediterranee, di cui due già lanciate dalla Commissione, e la cui creazione è stata fortemente incoraggiata dall’Italia durante il semestre di Presidenza Ue nel 2014.

Non va poi dimenticato il ruolo del nostro paese nella crescita delle rinnovabili in Europa che - come sottolineato da Šefčovič - ha visto oltre 3.000 brevetti registrati in Italia. Un’innovazione tecnologica che si riflette anche nel primato italiano per gli smartmeters, e nel ruolo delle “smartcities” per la decarbonizzazione dell’economia europea e mondiale, per cui il Vice Presidente ha nominato, in particolare, il caso di Torino.

2016: un anno chiave
Le iniziative della Commissione nel primo anno dell’Unione Energetica si sono soprattutto focalizzate sulla pianificazione e la costruzione del consenso, sia a livello politico che popolare. Nel 2016, l’azione della Commissione entrerà in una fase più concreta e propositiva.

Tra le misure chiave che verranno lanciate dalla Commissione ci sarà la strategia per il Gnl, la revisione della Direttiva sulla sicurezza nelle forniture di elettricità, il Regolamento sulla sicurezza delle forniture di gas, la nuova Direttiva sulle rinnovabili, la revisione della Direttiva sull’efficienza energetica e la finalizzazione della riforma dell’Emission Trading System (Ets).

La Commissione sarà poi chiamata a fare maggiore chiarezza su alcuni temi spinosi, il primo tra i quali la realizzazione di Nord Stream 2, che ha alimentato forti risentimenti da parte dei paesi membri dell’Europa centro-orientale, ma che potrebbe determinare anche un indebolimento delle strategie di diversificazione energetica dell’Italia.

Temi di grande importanza per il nostro paese e più in generale per i processi di integrazione europea, e per i quali l’Energy Union - in caso di successo - potrebbe rappresentare un valido modello.

Lorenzo Colantoni è Associate Fellow del Programma Energia dello IAI.
Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori)
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sabato 5 dicembre 2015

Minacce a tutto tondo

Lotta al Califfato
L’Italia e le minacce del cyber Califfo
Tommaso De Zan
03/12/2015
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Il tema delle “capacità” delle organizzazioni terroristiche non riguarda il solo dominio fisico, ma anche quello virtuale.

Basta pensare a quanto ha fatto fino ad ora l’autoproclamatosi “stato islamico” che ha impiegato lo spazio cibernetico ai fini di propaganda, reclutamento, finanziamento e coordinamento.

Recentemente il Califfato e la sua rete di affiliati si sono cimentati in operazioni cibernetiche nel tentativo di ottenere l’accesso a sistemi informatici (“hacking”) appartenenti a individui o istituzioni considerate nemiche.

In questo contesto, una delle principali infrastrutture da salvaguardare è il sistema di gestione del traffico aereo (Air Traffic Management, Atm), la cui protezione dalle minacce cibernetiche sarà al centro di una conferenza organizzata a Roma dallo IAI il 9 dicembre.

Le operazioni cibernetiche dello “stato islamico”
Secondo Raymond Benjamin, segretario generale dell’International Civil Aviation Organisation (Icao) - l’agenzia Onu che regola l’aviazione civile mondiale - le organizzazioni terroristiche sono fra le principali minacce verso l’aviazione civile, ma lo “stato islamico” e la sua rete di hackers sono effettivamente in grado di mettere in ginocchio le reti informatiche dei sistemi Atm?

L’analisi delle loro attività cibernetiche indica, per ora, un livello di complessità nelle tecniche di hacking ben inferiore rispetto alla promozione mediatica ricevuta. Tre sono gli esempi più significativi.

Nel gennaio 2015, la violazione dell’account Twitter del Commando Centrale statunitense da parte del Cyber Caliphate, collettivo di hackers pro “stato islamico”, ha suscitato grande scalpore.

Questi hackers, dopo essere entrati in possesso dell’account per qualche ora, hanno dichiarato di aver diffuso “materiale classificato” attraverso lo stesso social network. Lungi dall’aver violato le ben più protette reti militari americane (classificate e non), il Pentagono ha poi smentito categoricamente che ci sia stato un furto di dati protetti.

Altro episodio che ha avuto ampio seguito mediatico è avvenuto ad agosto, quando un altro gruppo di hackers a favore dello “stato islamico”, l’Islamic State Hacking Division(Ishd), ha pubblicato online i dati personali di oltre mille militari statunitensi. Anche in questo caso, però, sebbene i presunti hackers si siano vantati di aver recuperato le informazioni penetrando reti militari protette, l’estrazione di dati non è mai avvenuta.

Infatti, in ottobre, il cittadino kosovaro Ardit Ferizi è stato arrestato in Malesia per aver fornito ai jihadisti il materiale poi diffuso via Twitter dallo stesso “stato islamico”. Secondo il Dipartimento di Giustizia Usa, Ferizi ha ottenuto le informazioni sul personale statunitense attaccando il sistema informatico di un’azienda locale, non un dominio della rete della difesa Usa.

L’Italia e gli hacker del Califfo
Pochi ne sono a conoscenza, ma anche la Difesa italiana è stata “vittima” delle presunte azioni offensive dello “stato islamico” e della sua galassia di hackers.

Nel maggio 2015, un documento a firma Ishd contenente le informazioni personali di dieci militari italiani è circolato su Twitter fra i followers dell’organizzazione terroristica. Anche in questo caso, l’Ishd ha affermato di aver ottenuto le informazioni grazie all’accesso a “server sicuri”. Nonostante non ci siano state smentite o conferme ufficiali, si nutrono dei fortissimi dubbi sulla veridicità dell’operazione. È più probabile, infatti, che essa sia stato il risultato di un’attenta attività di profilazione condotta sulla base di fonti aperte, quindi già disponibili pubblicamente.

Tranquilli, ma non abbassare la guardia
Tutto ciò ci suggerisce che lo “stato islamico” non disponga attualmente delle capacità di hacking per piegare le difese di reti informatiche ben protette. Inoltre, nel caso specifico dei sistemi Atm italiani, gli hackers dello “stato islamico” si troverebbe davanti un bell’osso duro.

Enav è l’unico fornitore europeo di servizi Atm certificato ISO 27001, norma di standardizzazione nel campo della sicurezza delle informazioni che denota uno standard di sicurezza piuttosto elevato. In pratica la società italiana ha messo in campo una serie di contromisure a tutela dei propri sistemi, tra cui un Security Operations Center (Soc) dedicato, che darebbero del filo da torcere anche ad hackers ben più sofisticati di quelli dell’Is.

Possiamo quindi considerarci sicuri? Per ora si, anche se non possiamo abbassare la guardia. La presunta estrazione di dati ai danni della Difesa certifica, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’Italia è un obiettivo reale e concreto dello “stato islamico”, anche da un punto di vista cibernetico. La minaccia proveniente dal gruppo jihadista è destinata a incrementare, e non ad affievolirsi.

In futuro, è possibile che il gruppo terrorista sia in grado di attrarre esperti informatici, magari anche proveniente dall’Occidente, o più semplicemente continui a ispirare “crew” di simpatizzanti hackers a condurre azioni online a suo vantaggio. L’imperativo è dunque continuare a mantenere alto il livello di attenzione e diffondere, a livello nazionale e non solo, “buone pratiche” come quelle di Enav.

Tommaso De Zan è Assistente alla ricerca presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter @tdezan21).

mercoledì 2 dicembre 2015

Europa e Gran Bretagna e prospettive future

Brexit
L’Italia dica la sua sulla Brexit
Riccardo Alcaro
25/11/2015
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Rimanere nell’Ue, solo se le relazioni con Londra saranno ricalibrate. È questo il messaggio delle proposte di riforma presentate dal primo ministro britannico David Cameron in previsione del referendum in cui - tra il 2016 e il 2017- i cittadini britannici sceglieranno se restare o meno nell’Ue.

L’Italia, il quarto paese Ue per dimensioni economiche e demografiche, è destinata ad avere una parte molto importante nel negoziato.

Proposta di riforma o ricatto?
Le proposte di Cameron, messe nero su bianco nella lettera spedito al presidente Ue Donald Tusk, hanno suscitato reazioni contrastanti in Italia.

Da una parte, funzionari, politici ed esperti vi hanno visto un incoraggiante - e lungamente attesto - primo passo verso una rapida risoluzione del problema del travagliato rapporto con l’Ue del Regno Unito. Dall’altra, molti si risentono del fatto che la questione di cui Cameron ha proposto una soluzione è un problema creato da lui stesso.

Dopo la pubblicazione della lettera, Cameron si è espresso positivamente sull’Ue, ricordando i molti vantaggi che il Regno Unito trae dalla sua appartenenza all’Unione, anche in termini di sicurezza nazionale.

Molti in Italia (e di certo anche in altri paesi) si chiedono pertanto come mai il governo britannico consideri lo status quo insostenibile. In fin dei conti, molte delle proposte di riforma fatte da Cameron potrebbero essere discusse in un normale contesto di negoziato interno all’Ue. Condizionarle all’uscita del Regno Unito sembra a molti una forma nemmeno troppo nascosta di ricatto.

Altri lamentano che l’intera vicenda puzzi di opportunismo politico, visto che Cameron ha promesso di tenere il referendum per riportare all’ordine la fazione più euroscettica del Partito conservatore e contenere l’avanzata dello UK Independence Party (Ukip), visceralmente anti-Ue. Altri ancora temono una sorta di effetto domino: se si fanno concessioni speciali ai britannici, cosa impedirà ad altri di avanzare simili pretese?

Regno Unito caso speciale
Il governo di Matteo Renzi non deve farsi influenzare da questi argomenti. Che considerazioni di politica interna entrino nel calcolo strategico di leader nazionali non è uno scandalo - in un modo o nell’altro, succede a tutti i leader europei.

Agitando lo spettro della ‘Brexit’ (come colloquialmente ci si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Ue) Cameron sta indubbiamente giocando duro, ma il premier sa che può permetterselo perché molti non vogliono lasciar andare un paese dell’importanza economica, politica e strategica come il Regno Unito.

Per quanto opportunistico, se non cinico, il calcolo di Cameron è anche realistico. Pochi stati membri, forse solo Francia e Germania, hanno la stessa influenza - e conseguentemente la stessa forza negoziale - del Regno Unito. Se gli altri provassero a emulare Cameron scoprirebbero che anche nell’Ue alcuni stati membri sono più uguali di altri.

Renzi farebbe meglio a impostare il suo approccio su una spassionata e pragmatica valutazione degli interessi italiani in gioco. L’Italia ha un interesse vitale a tutelare la strada dell’integrazione evitandone la preclusione a quegli stati - soprattutto i membri dell’eurozona - che vogliano continuare a percorrerla.

Dobbiamo inoltre evitare che i risultati conseguiti dall’integrazione siano compromessi. Al contempo però, l’Italia ha anche interesse a tenere il Regno Unito nell’Ue perché, senza Londra, l’Unione sarebbe più piccola economicamente e meno influente sul piano internazionale.

Le riforme volute da Cameron
Cameron ha avuto il buon senso di avanzare proposte ragionevoli (pur con qualche eccezione). Delle aree che il premier britannico vorrebbe riformare, l’unica che presenta ostacoli forse insormontabili riguarda l’immigrazione da paesi Ue.

Su questo fronte l’Italia deve guardarsi bene dal fare concessioni che riducano la libertà di circolazione dei lavoratori, una delle quattro libertà fondamentali - insieme alla libera circolazione di merci, servizi e capitali - su cui il processo d’integrazione europea è storicamente basato.

Le altre aree offrono prospettive di accordo più incoraggianti. L’Italia ha interesse sia ad appoggiare la proposta di creare un’unione digitale e di capitali, sia a tenere sotto controllo la regolamentazione Ue.

Le piccole e medie imprese italiane beneficerebbero infatti dall’avere maggiore accesso a fonti di credito (una conseguenza dell’integrazione dei capitali) e una burocrazia più snella.

Cameron vuole anche porre fine all’obbligo del Regno Unito a lavorare verso una ‘unione sempre più stretta’. Purché non si aprano le porte ad un’Europa à la carte, l’Italia non deve opporsi all’introduzione di maggiore flessibilità nella governance dell’Ue.

L’Unione, dopotutto, già ora opera come un sistema di governance multi-livello, visto che un certo grado di differenziazione è già presente in questioni di difesa, giustizia e affari interni, nonché ovviamente affari economici e monetari.

A questo proposito, la richiesta di Cameron di tutelare i paesi Ue fuori dalla zona euro da possibili forme di discriminazione e proteggere il mercato unico ha senso, ma non a tal punto da acconsentire che le decisioni degli stati euro possano essere bloccate dai non-euro semplicemente richiamandosi all’integrità del mercato comune. Molto meglio orientarsi verso soluzioni ad hoc, decise caso per caso.

La strada per un accordo con i britannici è meno stretta di quanto sembri. Gli italiani possono contribuirvi senza sacrificare il loro interesse nell’integrazione europea. L’alternativa - un’Ue più modesta e un Regno Unito estraniato - potrebbe dimostrarsi ben peggiore.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello Iai e non-resident fellow presso la Brookings Institution di Washington. Di recente ha pubblicato una serie di raccomandazioni al governo italiano su come reagire alle proposte di riforma di Cameron.
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L'Italia sul "suo mare"

Traffici navali, portualità e logistica
Un Mediterraneo a 360 gradi e l’Italia
Alessandro Ungaro
26/11/2015
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Non solo crisi, minacce e instabilità - come troppo spesso siamo ormai abituati a sentire - ma anche grandi opportunità economiche, commerciali e infrastrutturali per l’Italia. È un Mediterraneo a 360 gradi quello che verrà discusso il prossimo 30 novembrea Roma durante una conferenza IAI, la quale tratterà in maniera olistica il concetto di sicurezza nella regione mediterranea, declinandola nei suoi principali aspetti politici, economici, energetici, migratori e militari.

Un’analisi che cerca altresì di fotografare una realtà - quella dei porti e della logistica italiana - alla ricerca di un nuovo vantaggio competitivo all’interno della regione, a fronte di nuove direttrici di sviluppo navali, commerciali e infrastrutturali.

Il Mediterraneo punto nevralgico per i commerci e l’economia internazionali
Nonostante l’instabile contesto politico regionale, il Mediterraneo rappresenta ancora un punto nevralgico per i commerci e l’economia internazionali. Vi transita il 19%-20% del traffico marittimo mondiale (nel 2005 era il 15%). In questo bacino passa il 30% del petrolio mondiale e circa i 2/3 delle altre risorse energetiche destinate all’Italia e ai Paesi europei.

Se dalle merci si passa ai passeggeri, nel 2014 sono transitati dai porti del Mediterraneo circa 26 milioni di crocieristi, grazie alla presenza di 152 navi e l’offerta di 2.615 itinerari: è la seconda destinazione al mondo dopo i Caraibi.

Pertanto, la regione a sud del Mediterraneo rimane cruciale per l’Italia non solo in termini di performance commerciali - di prodotti energetici e non - ma anche per una potenziale crescita economica ed occupazionale della regione del Mezzogiorno, quella più direttamente coinvolta e interessata ad accrescere il suo ruolo nella partita.

L’interscambio dell’Italia con la sola area mediterranea è cresciuto del 64,4% tra il 2001 al 2013, passando da 33,3 a 54,8 miliardi di euro. Il fatto che tale interscambio si svolga per il 75% via mare dimostra ulteriormente quanto siano fondamentali i traffici marittimi per un Paese come l’Italia e, più in generale, quanto sia fondamentale il sistema marittimo per l’economia nazionale.

Ad esempio, il solo segmento della cantieristica occupa un ruolo di primo piano: esso si posiziona ai primi posti tra le imprese della cosiddetta “economia del mare”, con circa 27 mila attività imprenditoriali, il 64,2% delle quali localizzate nei comuni costieri, che incidono per il 15,2% sul totale delle imprese del settore.

Nel suo complesso, la filiera della cantieristica è capace di generare un effetto moltiplicatore pari a 2,4 euro sul resto dell’economia: a fronte di 7,2 miliardi di euro prodotti nel 2014 ne sono stati attivati 17,4 derivanti in primo luogo da attività legate alla metallurgia, alla ricerca e sviluppo, ecc.

Portualità e logistica mediterranea: nuovi trend di sviluppo 
Il potenziamento logistico e infrastrutturale dei porti dei Paesi della sponda sud ha contribuito a cambiare il panorama dell’economia marittima mediterranea europea e internazionale. Lo sviluppo dei terminali di transhipment in Egitto e Marocco ha permesso a questi Paesi di entrare nel mercato della gestione del traffico di container.

Ciò, da una parte, ha certamente generato nuove opportunità per molti Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo (tra cui l’Italia) ma, d’altra, i nuovi hub mediterranei si sono affermati come alternativa ai porti europei, proprio per le caratteristiche logistiche (e non solo) che meglio si adattano alle esigenze dell’odierno commercio marittimo.

Fonte: Piano strategico nazionale della portualità e della logistica.

I porti della sponda sud del Mediterraneo tra il 2005 e il 2013 hanno aumentato la propria quota di mercato, passando dal 18% al 27%, a discapito dei porti italiani di Gioia Tauro, Cagliari e Taranto che sono passati complessivamente dal 28% al 16%.

Nello stesso periodo i due hub del Pireo e di Malta hanno incrementato la loro quota di mercato dal 17% al 23%, mentre due nuovi concorrenti si sono affacciati nel panorama mediterraneo: Tanger Med in Marocco (da 0 a 10% tra il 2005 e il 2013) e Port Said in Egitto (da 10 a 14%).

A queste tendenze si aggiungono necessariamente l’ampliamento del Canale di Suez e le prospettive di crescita di quei Paesi che si trovano lungo la direttrice Mediterraneo-Golfo, quali Egitto, Israele ed Emirati Arabi, fino a includere anche l’Iran alla luce del raggiunto accordo sul nucleare e la progressiva rimozione delle regime sanzionatorio.

Fonte: IAI su dati Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (SRM).

Il Piano strategico nazionale della portualità e della logistica (Psnpl)
Ed è in questo contesto in piena evoluzione che si inquadra il recente Piano strategico nazionale della portualità e della logistica (Psnpl). Esso cerca di colmare quei gap organizzativi, burocratici e funzionali - che impediscono all’impianto portuale e logistico italiano nel suo complesso di esprimere pienamente le proprie qualità di asset strategico per il tutto sistema-Paese.

E proprio di “sistema” che l’Italia deve necessariamente dotarsi per “garantire un rilancio del settore portuale e logistico massimizzando sia il valore aggiunto che il ‘Sistema Mare’ può garantire in termini puramente quantitativi di aumento dei traffici sia affinché il ‘Sistema Mare’ arrivi ad esplicare tutto il suo potenziale nella creazione di nuovo valore aggiunto in termini economici ed occupazionali per l’intero Paese.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AleRUnga).
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venerdì 27 novembre 2015

L'Italia e il suo ruolo militare nel contesto medioorientale

Guerra al Califfato
Dopo Parigi, il ruolo dell’Italia 
Mario Arpino
19/11/2015
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È in atto una guerra privata tra il “califfo” e la Francia? Al momento, questo è ciò che appare. Il presidente François Hollande tende a coinvolgere un po’ tutti, appellandosi alla solidarietà europea prevista dall’articolo 42, comma 7, del Trattato di Lisbona e citando, solo di conseguenza, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e il 5 del Trattato dell’alleanza atlantica.

Poteva anche rivolgersi solo alla Nato, ma così avrebbe escluso la Russia, al momento il principale “alleato” in termini di capacità e volontà di intervento. E tutti gli altri? La trattativa sul tipo e sul livello di supporto sarà bilaterale. Un “porta a porta” necessario, se si considera che nessuno degli articoli comporta obblighi specifici.

Che cosa l’Italia sta già facendo 
L’Italia si era già mossa da tempo, molto prima dell’appello francese. Nella lotta contro al Califfo risulta essere sin dall’inizio in primo piano in termini di presenza in cielo, in mare e sul terreno. Quello che stiamo facendo è poco noto al pubblico perché, come spesso accade quando stiamo lavorando bene, ha avuto scarsa diffusione sotto il profilo mediatico.

Per richiamare l’attenzione sul nostro sforzo militare c’è voluta, giorni addietro, l’improduttiva polemica se i nostri quattro Tornado rischierati in Kuwait debbano “solo” continuare a produrre intelligence o possano “anche” sganciare qualche bomba .

Ma non ci sono solo i Tornado. Il contributo informativo prodotto dai due ricognitori a pilotaggio remoto Reaper è giudicato essenziale e, in alcune circostanze, unico.

Siamo stati i primi, dopo gli Stati Uniti e con anni di anticipo sulla Gran Bretagna, a disporre di questa capacità che potrebbe in seguito completarsi anche con armamenti di precisione. Molto apprezzata poi la disponibilità del tanker KC-767, asset prezioso che contribuisce al rifornimento in volo di tutti i velivoli della coalizione. In queste attività sono impegnati da oltre un anno circa 250 uomini e donne dell’Aeronautica.

Sempre nell’ambito della missione internazionale “Inherent Resolve”, l’Italia fornisce sin dall’inizio personale di staff ai comandi multinazionali in Kuwait e in Iraq (Baghdad ed Erbil), nonché capacità di addestramento ed assistenza alle forze armate e di polizia irachene. Sono impiegate Forze Speciali, genieri a carabinieri per un totale di oltre 400 persone, in aumento fino a 750 con i decreti in corso di rinnovo.

Contribuisce anche la Marina. Queste attività si svolgono prevalentemente in Kurdistan, dove, in ricordo di Settimio Severo che sconfisse i Persiani, le forze hanno assunto il suggestivo nome della legione “Prima Parthica”.

Che cosa ci si aspetta dall’Italia 
Che cosa faremo in seguito? Hollande probabilmente si attende una partecipazione ai bombardamenti o un supporto combat in Siria e magari nel Mali, per liberare forze da destinare altrove. Al momento, tuttavia, è destinato a rimanere deluso, se non isolato.

D’altro canto, le solitarie “fughe in avanti” alle quali la Francia ci ha abituato non hanno portato bene: pochi i vantaggi operativi, ma tanta la confusione. Le attività di consultazione e doverosa preparazione fervono in ambito militare e se ne discute in sede parlamentare e di governo, ma non sono attese decisioni epocali.

I tre mantra che circolano sono: “non possiamo lasciare sola la Francia”, “in questa lotta manca una strategia” e, la frase che recita sempre chi proprio non sa cosa fare, “l’Italia farà la sua parte”.

Senonché, con il vertice di Antalyia, i tavoli di Vienna ed il prossimo summit sul clima di Parigi, nel quale certamente si parlerà anche d’altro, una qualche sorta di strategia comune comincia ad emergere.

Questo è sicuramente apprezzato, ma è anche fonte di preoccupazione per i decisori politici che vengono messi un po’ alle strette, sapendo che spetta a loro tradurre in pratica i buoni principi. È in questa direzione che spingono soprattutto i nove punti del consenso raggiunto a Vienna.

Il presidente del Consiglio, come pure i ministri degli Esteri e della Difesa - ma anche quello degli Interni - comprensibilmente non si trovano in una posizione invidiabile. Tuttavia sottovoce, in modo frammentato e con molti condizionali, avvertono la necessità di esprimersi in pubblico.

Salto di qualità
Ciò che emerge, può essere sintetizzato come segue: si esclude, al momento, qualsiasi partecipazione di carattere combat con forze terrestri; si lascia una porta aperta a un eventuale salto di qualità nelle operazioni aeree; la via diplomatica è preferibile, ma non si possono escludere altre forme di intervento; è necessario potenziare l’Intelligence e le forze speciali.

Tra le altre forme di intervento e di supporto, è in particolare il ministro della Difesa ad allargare lo spettro delle nostre possibilità, includendo la propaganda sul web, la lotta ai finanziamenti occulti, lo scambio dei risultati delle indagini e un maggior coordinamento a livello operativo. Tutto giusto e corretto.

Resta però un quesito fondamentale, al quale forse nessuno, ormai, si attende una risposta che forse non c’è: oltre a riunire il Parlamento sovrano, cosa avremmo fatto noi - o cosa faremo - qualora ci trovassimo al posto della Francia?

Ufficiale pilota in congedo dell’Aeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
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venerdì 20 novembre 2015

UN Anniversario importante

Storia dell’Istituto Affari Internazionali
Lo IAI compie cinquant’anni, una riflessione 
Stefano Silvestri
12/11/2015
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In cinquant’anni sono cambiate più cose ancora di quante non ci aspettassimo alla metà degli anni ’60, quando Altiero Spinelli fondò l’Istituto Affari Internazionali.

Allora, la politica internazionale era influenzata dall’eredità di John F. Kennedy e la politica europea da quella di Konrad Adenauer, ambedue da poco spariti per lasciare il passo a più modesti successori.

Erano forti e presenti leader dello stampo di Charles De Gaulle in Francia, Nikita Krusciov in Unione Sovietica, Mao Zedong in Cina, Gamal Abd el-Nasser in Egitto, Josip Broz Tito in quella che era ancora la Jugoslavia.

In Italia si tentavano le prime esperienze di centro-sinistra. Il leader socialista, Pietro Nenni, diverrà per alcuni mesi Ministro degli Esteri nel 1968-69 (governo Rumor). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat, dopo la fine anticipata del mandato di Antonio Segni.

La spinta europeista di Altiero Spinelli 
Molto stava cambiando. La fine degli imperi coloniali, il movimento dei paesi non allineati, i primi passi della distensione dopo la grande paura dello scontro a Cuba, la guerra del Vietnam, la crescente presenza della Cina: in quest’ultimo caso fu proprio Nenni a lanciare il processo per il nostro riconoscimento diplomatico di Pechino, che avvenne nel 1970 (e un anno dopo la Cina Popolare divenne anche l’unica Cina presente all’Onu, espellendo i rappresentanti di Taiwan che sino ad allora sedevano nel Consiglio di Sicurezza).

L’Italia si ritrovava a dover pensare in termini di politica internazionale e in particolare in termini di politica europea, come uno dei membri fondatori delle istituzioni comunitarie.

L’obiettivo esplicito di Spinelli era quello di contribuire alla consapevolezza delle problematiche internazionali in Italia e allo stesso tempo di alimentare il dibattito internazionale, formando competenze italiane che accrescessero la visibilità e l’utilità del nostro contributo.

Il centro dell’attenzione era evidentemente l’Europa, il suo processo di integrazione e la volontà di dare corpo a un nuovo grande interlocutore internazionale europeo comune, ma era ormai chiaro come la piena restaurazione degli stati nazionali europei dopo la II guerra mondiale, obbligasse anche i federalisti più convinti a passare per un processo di europeizzazione delle identità e delle politiche nazionali: processo lungo, che richiedeva competenze nuove e soprattutto continuità di attenzione e capacità di affrontare i temi internazionali senza gli stretti paraocchi delle singole tradizioni nazionali.

Missione IAI senza paraocchi
Questa è stata, fra alti e bassi, ma senza significative deviazioni, la “missione” dello IAI, nel corso di questi cinquant’anni. Oggi ci ritroviamo in una situazione apparentemente molto diversa da quella di ieri, con nuove problematiche e nuovi attori internazionali, ma nello stesso tempo dobbiamo constatare come la problematica iniziale impostata da Spinelli non sia ancora obsoleta.

La crisi europea è soprattutto una crisi degli stati nazionali che compongono l’Unione e della loro difficoltà di superare le loro forti resistenze “souverainistes”.

Allo stesso tempo, il moltiplicarsi delle guerre civili, degli stati falliti, delle derive totalitarie, in Europa, Africa ed Asia preannuncia la necessità di un nuovo ordine internazionale che, oltre a riconoscere il peso e il ruolo di nuovi importanti interlocutori, passa anche per l’accettazione dei limiti della “sovranità nazionale”.

La sfida del futuro 
Ma resta lungi da noi l’illusione del Gattopardo, per cui il cambiamento ci riporta all’esistente. Tutto cambia e cambiano anche gli equilibri e le soluzioni possibili o auspicabili.

Basti pensare alla globalizzazione e alla crescente importanza di nuove realtà tecnologiche come il cyber spazio, o alla nostra progressiva dipendenza dalle tecnologie spaziali: il governo di questi nuovi fenomeni richiederà soluzioni inedite e un eventuale fallimento comporterà costi e rischi del tutto nuovi.

L’Europa resta il centro delle nostre problematiche, ma deve ormai collocarsi in un contesto internazionale molto più complesso.

Lo IAI affronta oggi questi temi partendo da molti diversi punti di vista, politici, economici, tecnologici, strategici, restando in stretto collegamento con una sempre più numerosa comunità internazionale di analisti e studiosi, anche grazie alla parallela crescita di capacità e consapevolezza nella società italiana nel suo insieme.

Al suo interno non rimangono più molti testimoni dei suoi inizi, ma non è cambiato lo spirito né la volontà di cercare di andare oltre le convenzioni e l’illusione delle certezze acquisite.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
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mercoledì 18 novembre 2015

Prospettive positive per l'approvigionamento di pretrolio

Energia
Eni, il super hub del gas nel Mediterraneo
Azzurra Meringolo
05/11/2015
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Un’intesa a quattro per la creazione di super-hub del gas. È questo l’obiettivo della missione appena conclusasi di Claudio Descalzi a Gerusalemme. Coinvolgendo anche Cipro - dove il Ceo di Eni è già volato a settembre - ed Egitto, l’uomo al vertice del Cane a sei zampe vuole realizzare un progetto che, partendo dal Mediterraneo orientale, potrebbe allargarsi alla sicurezza energetica continentale, in primis a quella dei Paesi della sponda nord del Mediterraneo.

E c’è già chi scommette che, nel lungo periodo, questo nuovo scenario potrebbe anche lanciare una sfida ai giganti russi, principali fornitori di gas all’Europa.

Guardando la mappa di questo mare, Descalzi immagina di disegnarci un hub in grado di ricevere gas da diverse nazioni della zona per poi portare tutta la materia prima a Damietta, dove Eni controlla gli stabilimenti di liquefazione della spagnola Union Fenosa.

Una volta liquefatto, il gas potrebbe arrivare via nave in Italia, e da qui potrebbe essere smistato in Europa.

Figura 1: attività Eni in Egitto fino al 2014, Fonte: Eni.

La scoperta del giacimento di Zohr
Quello di Descalzi è un progetto che può già contare sull’intesa e sui buoni rapporti tra Benjamin Netanyahu e Matteo Renzi evidenziati dalla cordialità del loro incontro a fine agosto a Firenze.

In quella occasione i due leader avevano parlato di cooperazione in ambito energetico, lasciando però da parte le questioni affrontate invece in questi giorni da Descalzi che negli ultimi mesi ha spinto il piede sull’acceleratore.

Dopo la recente scoperta, da parte di Eni, del mega giacimento egiziano di Zohr - stimato in 850 miliardi di metri cubi - sono settimane che il Cane a sei zampe si pregusta i successi che la realizzazione di questo hub potrebbe garantire.

Figura 2: Eni scopre il giacimento di Zohr, Fonte: Eni.

L’Egitto, che dovrà ancora aspettare un paio di anni per toccare con mano i vantaggi derivanti da questa scoperta, sembra per ora intenzionato a sfruttare il gas in arrivo soprattutto per soddisfare il suo crescente fabbisogno interno.

Nel 2014, il Cairo è infatti passato dal club dei paesi esportatori a quello degli importatori. Declassamento difficile da digerire, soprattutto se si pensa che per tenersi in vita, negli ultimi anni l’Egitto si è dovuto rivolgere allo stato ebraico, al quale per decenni ha svenduto importanti quantità di gas, invertendo quindi la rotta del tanto discusso gasdotto che fino al 2012 aveva portato gas a Israele e Giordania.

Il gas egiziano sgonfia le ambizioni di Israele
Oltre all’Egitto c’è però Israele che potrebbe essere interessato a utilizzare l’hub voluto da Descalzi per esportare il gas naturale che produce nei giacimenti di Leviatano e Tamar. Il tutto grazie a un gasdotto sottomarino capace di raggiungere gli stabilimenti di liquefazione di Damietta, prima di arrivare in Europa.

Nel farlo cercherebbe di seguire due rotte di esportazione: quella egiziana e quella turca. Mentre la seconda è complicata dai delicati rapporti con Ankara, la prima è facilitata dalla collaborazione sempre più stretta - soprattutto sulla sicurezza dei confini lungo la Striscia di Gaza - con l’Egitto dell’ex generale, ora presidente, Abdel Fattah Al-Sisi.

Stando a una lettera di intenti firmata lo scorso anno dal Cairo e Noble e Delek -compagnie al vertice del consorzio di Leviatano e Tamar - l’Egitto si aspettava di ricevere da Israele 68 miliardi di metri cubi di gas nell’arco dei prossimi 15 anni. La scoperta di Zohr potrebbe mescolare le carte in tavola.

Quest’ultima ha infatti rivoluzionato lo scenario strategico ed energetico di Israele, Paese che ora rischia di perdere il suo cliente più sicuro, il Cairo, e di dover rivedere al ribasso i prezzi che in questi anni era convinto di potere dettare. Basta pensare al crollo in borsa subito dagli israeliani di Delek e dai texani di Noble Energy dopo la notizia della scoperta dei giacimenti egiziani.

Italia assetata di gas 
Ed è anche per questo che Netanyahu ha fatto capire che sarà pronto a scendere in campo personalmente per trattare con Eni l’assegnazione delle licenze di esportazione. Ma al momento la situazione è ancora in fase di stallo, anche a causa di un acceso dibattito interno al governo israeliano proprio su queste questioni.

Il ministro dell'Energia, Yuval Steinitz, è stato infatti accusato pubblicamente dal suo collega Aryeh Deri, a capo del dicastero dell'Economia, di una vera debacle in termini d'intelligence economica. Secondo Deri, infatti, Israele era totalmente all'oscuro del positivo risultato delle ricerche esplorative egiziane relative al giacimento Zohr e si è fatto, così, cogliere impreparato.

Ecco perché anche se Netanyahu e Descalzi hanno "convenuto che alla luce della crescente domanda di gas naturale nella regione è necessario esplorare ulteriori possibilità di cooperazione, compreso lo sviluppo congiunto o il trasporto di gas naturale a diversi clienti", lo sbocco di un'alleanza energetica tra Israele ed Egitto sembra al momento difficile.

I passaggi da superare non sono pochi, ma se si arriverà in fondo, Eni esporterà in Europa il gas dei giacimenti israeliani e ciprioti. Considerando solo i giacimenti scoperti nel 2013, nel bacino di Tamar si stimano 282 miliardi di metri cubi, (mld mc), mentre in quello di Leviatano 536 mld mc.

Non sazia, l’Italia - che ogni anno si scola circa 70 mld mc di metano - guarda anche anche altri giacimenti. Già Descalzi non esclude di includere nel progetto di questo hub la Libia, paese che ha grandi potenzialità di sviluppo sulla base delle recenti scoperte nell’offshore.

E lungo lo stivale c’è anche chi guarda i giacimenti israeliani minori. Basta pensare all’attività di Edison che per guadagnare quote importanti del mercato interno tiene sott’occhio i giacimenti di Karish e Tanin.

Azzurra Meringolo è ricercatrice dello IAI. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
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