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lunedì 7 settembre 2015

Una storia infinita. I Fucilieri di Marina e L'India

Italia-India
Marò: dietro il caso, ambizioni marittime indiane
Fabio Caffio
02/09/2015
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‘Girone è ostaggio dell'India’ è stato detto davanti al Tribunale del diritto del mare (Itlos). In effetti è anche l'India stessa a essere ostaggio delle sue ambizioni marittime.

La decisione dell'Itlos consente ora di tirare le prime somme del caso Lexie: non un semplice incidente, ma il frutto di una visione distorta e strumentale del regime dei mari.

Nazionalismo marittimo
Alla base di quanto è (presumibilmente) accaduto quel 15 febbraio 2012 a 20,5 miglia dalla costa, c'è la pretesa indiana di sottoporre a sorveglianza di natura territoriale due zone sui generis di alto mare come la zona contigua (zc) e la zona economica esclusiva (zee).

Benché la Convenzione del diritto del mare (Cnudm) consenta allo Stato costiero di esercitare in tali zone limitati diritti funzionali per specifiche materie come immigrazione e protezione della pesca, l'India da decenni afferma una posizione dissonante.

Delhi non cerca proiezioni di potenza in mari lontani, ma tende a contrastare l'espansionismo commerciale cinese nell'Oceano indiano.

Nello stesso tempo esercita giurisdizione ultra vires al di là delle acque territoriali per blindare le coste da rischi terroristici e proteggere le attività dei propri pescatori spesso oggetto di attacchi da parte di Paesi vicini.

Una legge del 1976 prevede che nella zc siano esercitabili poteri per la "security of India"; ben prima del caso Lexie, nella zee indiana istituita con la stessa legge, era stata inoltre affermata la pretesa di avere preventiva notifica di esecitazioni navali e del transito di navi mercantili con armi, anche di autodifesa, a bordo.

Repliche ad Amburgo
Tali posizioni sono state replicate dall'India durante le udienze ad Amburgo trovando una sponda nel vice-presidente dell'Itlos, l'algerino Bouguetaia.

Questi, nella sua dissenting opinion alla decisione, ha riaffermato le tradizionali tesi indiane sul controllo di zc e zee rimarcando la posizione sul divieto di svolgere attività militari nella zee.

Il giudice ha inoltre insinuato che l'Italia non può reclamare lo status di immunità per il personale dei nuclei militari di protezione (nmp) presenti sulla Lexie in quanto la materia non è disciplinata dal diritto del mare.

La Zee dell’India (Fonte Indian Nio).

Libertà dei mari
Ad Amburgo è apparso evidente che il caso ruota sulla libertà di navigazione in alto mare di cui la pirateria rappresenta una minaccia.

Correttamente l'Italia ne ha affermato con forza la violazione, rivelando anche che la Lexie non solo fu ingannata con la richiesta di entrare a Cochin per riconoscere i pirati, ma in un certo modo fu costretta ad attraccare a Cochin.

La Guardia costiera indiana avrebbe difatti fatto ricorso a forme di coercizione circondando la nave con forze aeronavali a 36 miglia dalla costa, all'interno della zee. Il dirottamento della Lexie sarebbe altrimenti potuto avvenire solo con il consenso formale dell'Italia.

Soluzione di compromesso
La partita si sposta ora al costituendo Tribunale arbitrale dopo una decisione di compromesso che, pur riconoscendo la riconducibilità della controversia al diritto del mare, lascia impregiudicato lo status dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre come definito dalla magistratura indiana (varie sono le questioni aperte, anche sul fronte delle indagini italiane).

Il risultato è a noi favorevole sul piano del riconoscimento del concorso di giurisdizione, ma non, per ora, relativamente alla pretesa di immunità funzionale dei fucilieri.

La verità è che sullo sfondo della disputa resta la prassi dei nmp non ben consolidata durante i lunghi anni dell'emergenza pirateria.

L'India ha tra l'altro ricordato che, interpellata dall'Italia pochi giorni prima dell'incidente, si disse contraria a riconoscere con accordo la loro immunità in ipotesi di ingresso in acque territoriali indiane per trasbordo. Risulta che nello stesso periodo la vicina isola di Sry Lanka (da cui proveniva la Lexie) aveva invece acconsentito a ciò.

Area a rischio pirateria (Fonte Imo).

Prossime mosse
Le prossime udienze dinanzi al Tribunale arbitrale saranno incentrate, nell'ambito della ricostruzione dei fatti, sulla loro qualificazione come "incidente di navigazione" ai sensi della Cnudm e più in generale sul divieto di attività militari nelle zee (uno statement contrario dell'Italia è depositato alle Nazioni unite dal 1984).

L'India non rinuncerà all'occasione che le si offre per affermare la propria visione restrittiva del principio di libertà di navigazione sapendo di avere dalla sua vari Paesi.

Il caso Lexie dovrebbe essere, in definitiva, un evento fortuito maturato nell'ambito dell'applicazione delle misure antipirateria suggerite dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo) nella zona a rischio che si estende sino alle coste indiane.

Troppe sono però le incongruenze di quello che teoricamente può anche sembrare un casus belli da manuale che ha consentito sinora all'India di presentarsi come vittima di un'azione contro i suoi diritti e i suoi interessi marittimi.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
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martedì 18 agosto 2015

L'ascesa della Lockheed-Martin

Industria e difesa
Il nuovo gigante Lockheed Martin
Michele Nones
06/08/2015
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In luglio, Lockheed Martin (LM), il terzo gruppo mondiale nell’aerospazio, sicurezza e difesa con un fatturato di 34,4 miliardi di dollari (vedi “Bilanci e industria della difesa” su www.iai.it) ha definito con United Technologies l’acquisizione della società elicotteristica Sikorsky per circa 9 miliardi di dollari (di cui, però, 1,9 compensati fiscalmente).

LM arriverà così a superare i 40 miliardi di dollari di fatturato, il 60% di quello di Boeing e due terzi di quello di Airbus. Il vertice mondiale del settore si allarga in questo modo a un terzo attore, tanto più forte se si considera che gli altri due realizzano gran parte dei ricavi nei velivoli civili in cui LM non opera.

Si è trattato di un’operazione di dimensioni significative: basti pensare che corrisponde alla capitalizzazione in borsa di un grande gruppo europeo come Finmeccanica. E questo ci ricorda quanto è grande la differenza fra il mercato europeo e quello americano. Questa acquisizione rappresenta il secondo allargamento di Lockheed dopo quello nel settore elettronico attraverso l’integrazione con Martin Marietta venti anni fa. Adesso vi aggiunge l’elicotteristica.

Implicazioni non solo economico-finanziarie
Ma le implicazioni vanno al di là dell’aspetto economico e finanziario, anche se pochi sembrano avervi riflettuto. Quando dieci anni fa Agusta Westland (AW) vinse, alleata con LM, la prima gara per la costruzione dell’elicottero destinato al trasporto del presidente e delle autorità americane, superando la proposta del fornitore nazionale Sikorsky, qualcuno pensò che questo potesse sottendere un minore interesse americano verso questo settore che, a sua volta, aveva portato a una scarsa propensione all’innovazione tecnologica e, quindi, alla non adeguata maturazione della nuova macchina proposta.

Di fatto, in quel momento sul mercato internazionale si battevano due contendenti, AW e Eurocopter (oggi una divisione di Airbus). Qualcuno, più incautamente, teorizzò che l’elicottero sarebbe stato sostituito in futuro dal convertiplano (una macchina in grado di decollare/atterrare come elicottero e volare come aeroplano) e, quindi, di minore interesse strategico.

Altri, più saggiamente, intuirono che l’utilizzo dei competitori europei era indirizzato a spingere verso una maggiore efficienza una parte dell’industria americana, in particolare quella che si era adagiata sulle ricche commesse del Pentagono.

La successiva cancellazione di questa e di altre commesse assegnate ad imprese europee, fra cui quella per il velivolo da trasporto tattico C27J dell’italiana Alenia Aermacchi, hanno confermato che le imprese europee sono state utilizzate come “lepri” per rendere più competitive quelle americane. E così la seconda gara per l’elicottero presidenziale è stata vinta da Sikorsky insieme a LM che, nel frattempo, aveva cambiato partner.

Le motivazioni strategiche
L’interesse di LM per Sikorsky si è certamente consolidato attraverso questa esperienza che si è aggiunta all’essere il principale fornitore di Sikorsky nella famiglia degli elicotteri Black Hawk, uno dei maggiori successi nella storia del settore elicotteristico. Ma vi è anche una motivazione strategica, nella convinzione che l’integrazione nel terzo grande gruppo aerospaziale mondiale potrà avvantaggiare Sikorsky sul mercato internazionale.

In realtà l’impresa americana è già al secondo posto con un fatturato di circa 6,2 miliardi di dollari nel 2013, dietro Airbus Helicopters con 8,7 e davanti ad AW con 5,6 e a Bell con 4,5. Anche sul piano del margine operativo Sikorsky risultava seconda col 9,5%, dietro a Bell col 12,7 e ad AW con l’11,4, ma davanti ad Airbus Helicopters col 6,4.

Ma, fino ad ora Sikorsky ha lavorato molto sul mercato militare americano, che resta il maggiore a livello mondiale. Adesso potrà diventare più aggressiva anche su quello delle esportazioni.

Il mercato sembra, infatti, orientarsi sempre più verso operazioni in cui conta la capacità del fornitore sul piano finanziario e industriale (anche con l’offerta di un coinvolgimento diretto o indiretto delle imprese locali) e la capacità di supporto del proprio sistema-paese, non solo sul piano commerciale, ma anche su quello militare (con l’offerta di addestramento del personale operativo e tecnico e di sostegno logistico).

Ma conta anche la capacità del sistema-paese di favorire l’innovazione di prodotto e di processo, individuando le aree di eccellenza e perseguendo il loro rafforzamento.

Nel mondo sempre più globalizzato e competitivo, bisogna sostenere i forti e non disperdere le limitate risorse disponibili per cercare di difendere le imprese e i settori più deboli. Il rischio, altrimenti, è di perdere anche le proprie imprese di successo nei settori tecnologicamente avanzati.

È una lezione che i decisori italiani dovrebbero rapidamente imparare, evitando, come si continua a fare, una politica industriale e della ricerca a pioggia e prendendosi la responsabilità di decidere loro, e nessun altro, quali sono i settori strategici di interesse nazionale su cui puntare.

Michele Nones è Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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lunedì 3 agosto 2015

Verso la conclusione della vicenda

Italia-India
Marò: l'arbitrato, una svolta nella vicenda
Natalino Ronzitti
16/08/2015
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Dopo titubanze e smentite, Roma ha rotto gli indugi e ha fatto ricorso all’arbitrato internazionale contro l’India per l’affare dei Marò. Il 26 giugno ha indirizzato all’India l’atto introduttivo del procedimento per la costituzione della Corte arbitrale e il 21 luglio ha chiesto al Tribunale internazionale del diritto del mare, con sede ad Amburgo, misure provvisorie in attesa della decisione della Corte.

Misure Provvisorie e Arbitrato Internazionale
Mentre il Tribunale internazionale del diritto del mare è una giurisdizione permanente, la Corte arbitrale, prevista dall’Annesso VII alla Convenzione del diritto del mare, è una struttura che deve essere costituita all’occorrenza.

La Convenzione sul diritto del mare autorizza uno Stato parte della controversia a chiedere misure provvisorie in attesa di un pronunciamento della Corte arbitrale, la cui costituzione deve avvenire secondo tempi precostituiti, sufficientemente spediti.

Ma la pronuncia definitiva non è rapida e può richiedere anche due-tre anni. Si badi bene che la Corte arbitrale non dovrà pronunciarsi sulla colpevolezza o innocenza dei due Marò, ma su chi ha titolo di giurisdizione per farlo: Italia o India.

L’Italia ha infatti chiesto alla Corte che l’India cessi di esercitare la giurisdizione sui Marò attraverso i propri tribunali e nello stesso tempo che vengano censurati i comportamenti tenuti in violazione del diritto internazionale connessi alla pretesa di esercitare la giurisdizione sui due militari italiani.

In attesa che la Corte arbitrale decida, le misure provvisorie domandate al Tribunale di Amburgo consistono nella richiesta di permanenza in Italia di Latorre, cui è stata concessa una proroga di sei mesi per motivi di salute, e nel ritorno di Girone, costretto a rimanere in India e sottoposto all’obbligo di firma, nonché nella sospensione di ogni procedimento giudiziale e amministrativo in India nei loro confronti.

Il fallimento della soluzione diplomatica
Come si è giunti alla decisione di ricorrere all’arbitrato, da più parti suggerita, ma da altri scoraggiata (incluso chi scrive)?

Per oltre tre anni il Governo italiano, a parte i pasticci sulla riconsegna dei Marò recatisi in Italia in licenza elettorale, ha seguito un duplice binario: da una parte si è difeso, tramite i Marò, nel processo indiano, affermando l’incompetenza della giurisdizione locale; dall’altra ha tentato di risolvere la questione in via diplomatica, prima con l’intervento di un inviato speciale e poi, dopo un nuovo, reiterato e pressante interesse da parte del ministro degli Affari esteri, con l’intervento dello stesso presidente del Consiglio, che si è avvalso, una volta installatosi il Governo Modi, anche delle nostre strutture d’intelligence.

Sennonché, mentre è chiara la via giudiziaria, non molto(o niente) è dato conoscere dei contenuti della trattativa diplomatica, che per sua natura comporta reciproche concessioni. Sarebbe opportuno che il Governo sul punto facesse chiarezza.

L’alea delle misure provvisorie
L’ordinanza del Tribunale del diritto del mare è attesa per il 24 agosto. Si conoscerà quindi se le richieste italiane, cui l’India si oppone, verranno accolte o respinte, in tutto o in parte. La decisione del Tribunale potrà essere modificata, revocata o confermata dalla Corte arbitrale.

Il buon esito della richiesta di misure provvisorie è condizionato dall’urgenza della situazione e dalla dimostrazione che la Corte arbitrale in via di costituzione sarà competente, prima facie, a dirimere la controversia.

Punti che sono stati adeguatamente sceverati dagli avvocati delle due parti, che comprendono giuristi ed esperti di varie nazionalità (il team italiano annovera anche avvocati indiani, mentre quello indiano non conta nessun esperto italiano).

Si badi bene che la competenza sussiste solo qualora si accerti che la controversia abbia per oggetto l’interpretazione e l’applicazione delle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Punto che sembrerebbe lapalissiano, essendo l’incidente avvenuto “in mare”. Ma così non è, come ha tentato di dimostrare la difesa indiana,che ha contestato la rilevanza nel caso concreto delle disposizioni della Convenzione, sciorinate da uno degli avvocati dell’Italia.

Le cose non sono quindi semplici. Per contrastare la richiesta di misure provvisorie di rilascio dei due Marò, nel timore che essi non sarebbero restituiti all’India qualora la Corte arbitrale si pronunciasse a favore della giurisdizione indiana, sono state addirittura avanzate accuse di scarsa affidabilità dell’Italia per non aver inviato in India, contrariamente agli impegni presi al momento del rilascio della Enrica Lexie, i quattro Marò che facevano parte del team militare imbarcato sulla nave (auditi peraltro in videoconferenza) e per il tentativo di fare restare in Italia Girone e Latorre cui era stata concessa la licenza elettorale.

È stata ricordata anche la sentenza della Corte costituzionale, che si è pronunciata per la non esecuzione della sentenza della Corte internazionale di giustizia nel caso Germania c. Italia, costringendo l’agente del Governo italiano a ribattere che l’Italia onorerà la sentenza della Corte arbitrale, qualunque essa sia.

Il lungo cammino intrapreso
Come si è detto, indipendentemente dall’imminente pronuncia sulle misure provvisorie, la procedura per ottenere una decisione del Tribunale arbitrale è piuttosto lunga.

Le parti potrebbero continuare a negoziare e trovare una soluzione soddisfacente per chiudere la controversia. Gli esempi non mancano. La via sarebbe facilitata dall’ottenimento di una misura provvisoria per il rientro in Italia dei due Marò.

Uno degli avvocati di parte indiana ha affermato di essere stato autorizzato a proporre che la Corte speciale, chiamata a giudicare in India i due Marò secondo quanto disposto dalla Corte Suprema di New Delhi, concluda i lavori in quattro mesi qualora non vi fosse opposizione italiana. Ma tale proposta è inaccettabile una volta scelta l’opzione di difendersi dal processo e non nel processo.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
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venerdì 31 luglio 2015

Tendenza al ribasso per le spese militari italiane

Spese per la difesa
In Europa l’Italia canta fuori dal coro
Paola Sartori, Alessandro Marrone
22/07/2015
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Il 2015 fa registrare trend in crescita per i bilanci della difesa dei principali Paesi europei, che hanno annunciato incrementi, anche consistenti, della loro spesa militare.

La Germania programma un aumento del 6,2% nei prossimi cinque anni, con un bilancio della difesa che dovrebbe arrivare a 35 miliardi nel 2017. Anche Parigi ha annunciato ad aprile 2015 un aumento consistente, di circa 3,9 miliardi, rispetto alle risorse precedentemente previste per il triennio 2016-2019. La Gran Bretagna infine ha recentemente disposto per un incremento annuo dello 0.5% in termini reali del bilancio della difesa fino al biennio 2020-2021.

Queste misure, che puntano a garantire adeguate capacità per affrontare le nuove sfide poste dalla crescente instabilità internazionale, rispondono positivamente all’impegno preso in ambito Nato di incrementare le spese per la difesa al livello di 2% del Pil entro il 2024.

Tendenza al ribasso per le spese militari italiane
L’Italia, invece, continua a tagliare la propria spesa per la Funzione Difesa, dai 14 miliardi del 2014 ai 13,2 miliardi del 2015 e poi, in base ai tagli previsti, a 12,7 miliardi nel 2017.

Inoltre, il Documento programmatico pluriennale 2015-2017 conferma un altro trend negativo: il persistere di una deleteria ed inefficiente ripartizione della spesa.

Infatti, se nel 2014 il 67,6% delle risorse è stato destinato al Personale, il 22,9% all’Investimento ed il 9,5% alla voce Esercizio, il taglio alla Funzione Difesa di circa 900 milioni di euro tra il 2014 e il 2015 va a pesare soprattutto sull’Investimento, con una riduzione di questa voce di circa un quarto.

Similmente, nel 2015 anche il budget destinato all’Esercizio subisce una decurtazione di circa il 14% rispetto all’anno precedente, mentre le risorse per il Personale non solo non subiscono tagli, ma registrano un incremento dell’1,6%.

Ben lontane dall’avvicinarsi all’ideale ripartizione 50-25-25 delle spese per la Funzione Difesa tra Personale-Esercizio-Investimento, le previsioni per il triennio 2015-2017 ne confermano lo squilibrio.

Mentre rimangono sostanzialmente invariate le spese per Personale ed Esercizio, gran parte - circa 400 milioni - della riduzione programmata per la Funzione Difesa va a gravare sugli Investimenti, che nel 2017 dovrebbero scendere, per la prima volta dal 2006, sotto i due miliardi, con una riduzione di oltre il 17% rispetto al 2016.

Le ripercussioni negative per lo strumento militare derivano, dunque, non solo dalla generale ristrettezza delle risorse, ma anche e soprattutto dalla loro distribuzione quanto mai sbilanciata, che rischia di avere serie ripercussioni in termini di capacità operative.

Rimbalzo positivo delle esportazioni dell’industria della difesa
Una nota positiva si registra, invece, per quanto riguarda l’industria italiana dell’aerospazio, sicurezza e difesa, relativamente alle autorizzazioni governative alle esportazioni italianenel 2014, in crescita rispetto all’anno precedente. Come riporta lo studio IAI Bilanci e industria della difesa: tabelle e grafici 2015, questo valore è salito a 2.313 milioni di euro, rispetto ai 1.522 del 2013 che ha rappresentato il dato peggiore dal 2005.

Nello specifico, i settori trainanti in questo senso sono stati aeronautica, elicotteristica, elettronica per la difesa e sistemi d’arma, con Agusta Westland, Alenia Aermacchi e Selex ES quali principali aziende destinatarie delle autorizzazioni.

Con riferimento all’area geopolitica di suddivisione delle esportazioni autorizzate, i principali acquirenti sono stati i Paesi Ue/Nato, per il 55,7% del totale, tra i quali la Gran Bretagna al primo posto con l’11,5%, seguita da Polonia (11,3%), Germania (7,6%) e Stati Uniti (7,2%).

Va evidenziato tuttavia che, nonostante questo rimbalzo dopo la caduta dell’export registrata nel 2013, nel 2014 i valori relativi alle autorizzazioni continuano ad assestarsi su livelli inferiori rispetto ai dati dei precedenti sette anni: tra il 2006 ed il 2012 la media delle autorizzazioni è stata infatti superiore ai 2.313 milioni di euro raggiunti di nuovo l’anno scorso.

In questo contesto, la continua contrazione delle spese per la Funzione Difesa potrebbe avere ricadute negative anche sull’industria nazionale dell’aerospazio, sicurezza e difesa, oltre che ovviamente sulla capacità operativa delle forze armate italiane e sulla posizione internazionale dell’Italia rispetto ad alleati europei che invece hanno ripreso a investire nella difesa.

Infatti, i recenti e prossimi tagli alla voce Investimento del bilancio della difesa determinano una contrazione della domanda interna per il rinnovamento degli equipaggiamenti e sistemi d’arma, mettendo a rischio i programmi industriali per lo sviluppo di prodotti e tecnologie.

Ciò ha inevitabili conseguenze anche sulle capacità di esportazione delle imprese nazionali, poiché la domanda interna rappresenta un impulso importante per lo sviluppo di prodotti innovativi e/o l’ammodernamento di quelli già commercializzati, mettendo quindi le imprese italiane in grado di competere sul mercato internazionale dove la competizione da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti si fa sempre più agguerrita.

Alla luce di questi dati, è ancora più evidente la necessità di un investimento nella difesa da un lato coerente con le necessità delle forze armate e gli obiettivi internazionali dell’Italia, dall’altro efficiente nell’allocazione delle risorse aumentando le spese per Esercizio e Investimento grazie ai risparmi possibili e necessari sul Personale.

Per l’efficienza e la qualità della spesa nella Funzione Difesa - come per molti altri aspetti dello strumento militare nazionale -, l’attuazione delle riforme previste dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa sarà a dir poco cruciale.

Paola Sartori è Assistente alla Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI. Twitter: @SartoriPal.
Alessandro Marrone è Responsabile di Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI. Twitter: Alessandro_Ma
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giovedì 30 luglio 2015

Politica di Difesa Politica Industriale e fare sistema

Settori strategici a elevata tecnologia
Ue, Italia e politica industriale
Roberta Maldacea, Alessandro Marrone
19/07/2015
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“Non c’è politica di difesa senza industria della difesa”. Il commissario Ue per il mercato interno, l'industria, l'imprenditoria e le piccole e medie imprese, Elżbieta Bieńkowska, intervenendo alla conferenza organizzata da Avio e IAI lo scorso 1̊ luglio a Roma, ha esplicitato alcuni concetti forti riguardo alla politica industriale europea per il settore dell’aerospazio, sicurezza e difesa.

Fondi Ue per la ricerca nella difesa
Il commissario Bieńkowska è responsabile dei portafogli prima divisi tra due Direzioni Generali: quella che si occupava di mercato interno e concorrenza e quella che si occupava di industria. In più, ha un focus specifico sulle Piccole e Medie Imprese (PMI) e sulla politica spaziale europea.

Nel complesso, ha quindi il compito di combinare la logica concorrenziale del mercato interno Ue con il mandato istituzionale di sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo industriale anche con finanziamenti pubblici o misure ad hoc.

Si tratta perciò di un ruolo importante per i settori strategici ad elevata tecnologia, come l’aerospazio, sicurezza e difesa, che hanno una forte dimensione di politica industriale – nonché ovviamente di politica di difesa, in quanto assicurano la sicurezza degli approvvigionamenti alle forze armate europee e quindi la loro capacità di operare in autonomia.

In particolare, in questo perimetro il settore aereonautico racchiude eccellenze tecnologiche molto competitive, tra cui spicca il sito di Cameri, mentre il settore spaziale vede l’Europa alla frontiera della tecnologia e con una filiera europea molto integrata grazie a progetti come Copernicus e Galileo.

L’industria della difesa ha finora compensato una drammatica riduzione degli investimenti militari da parte della maggioranza degli Stati Ue con l’export in mercati terzi e sta cercando di ripartire anche attraverso la cooperazione civile-militare ad esempio nei progetti Horizon 2020 e in particolare con i finanziamenti per le tecnologie duali.

In questo contesto, è rilevante l’accento posto da Bieńkowska sulla finalizzazione della Preparatory Action Ue per il finanziamento alla ricerca nella difesa per il triennio 2017-2019: sarebbe la prima volta nella storia dell’Unione che parte del bilancio comunitario finanzi direttamente il settore militare.

Le proposte della Commissione riguardano inoltre il completamento del mercato interno, la digitalizzazione delle imprese e lo sviluppo di un contesto favorevole all’imprenditoria (ad esempio dal punto di vista normativo e di accesso al credito). Al riguardo il ruolo delle Pmi può essere risolutivo in quanto sono spesso all’avanguardia nel campo dell’innovazione tecnologica, ma soffrono per il limitato accesso ai programmi di finanziamento.

L’Italia e il fare sistema
Il caso specifico italiano vede un mercato interno di dimensioni relativamente piccole che subisce una certa dispersione dei finanziamenti, già ridotti in termini quantitativi. Pertanto, urge un piano complessivo che ripianifichi a livello quantitativo e qualitativo la distribuzione degli investimenti, soprattutto a medio e lungo termine.

L’obiettivo è un sistema che connetta meglio il mondo dell’industria e quello della ricerca, cercando nuove sinergie tra le eccellenze del Paese. Le tecnologie duali possono essere considerate come un punto di convergenza nella ridefinizione dei rapporti tra i principali attori privati eistituzionali, soprattutto in una fase in cui il settore pubblico non è in grado di sostenere autonomamente lo sviluppo tecnologico.

Ciò significa realizzare un sistema che crei un’osmosi tra pubblico e privato come avviene in altri Paesi quali ad esempio gli Stati Uniti, dove realtà private e civili quali Google stanno investendo su tecnologie satellitari cruciali anche per la difesa americana e hanno quindi il sostegno della Pentagono. In tal senso diventa fondamentale la capacità di dotarsi di sistemi organizzativi flessibili, e di modelli che stimolino tutti i livelli di produzione e incoraggino il cambiamento.

La presidenza del Consiglio riveste in questo senso un ruolo istituzionale di cruciale importanza. Specialmente nei settori strategici ad alta tecnologia, ha il compito infatti di fungere da catalizzatore e cabina di regia per creare un terreno favorevole alla collaborazione tra eccellenze nazionali e investimenti esteri.

Ad esempio, una proposta sul tappeto riguarda le sinergie tra gli attori istituzionali italiani, attraverso la costituzione di gruppi di utenti comprendenti diversi ministeri che possano aggregare la domanda per lo sviluppo di nuove tecnologie duali, compresi gli aeromobili a pilotaggio remoto.

Per quanto riguarda in particolare il Ministero della Difesa, come auspicato anche dal Libro Bianco, si tratta da una parte di individuare le tecnologie strategiche sulle quali investire e dall’altra di tenere conto della loro applicazione anche in campo civile nonché della loro esportabilità. Ancora una volta le tecnologie duali possono essere risolutive.

L’ottimizzazione delle risorse disponibili da parte governativa, l’aggregazione della domanda tra utenti pubblici, l’interconnessione tra realtà industriali e mondo dell’università e della ricerca per incrementare lo sviluppo di nuove tecnologie, ed un lavoro di sponda tra Roma e Bruxelles sono i tasselli di un puzzle che sta al sistema-Paese comporre, e sul quale si gioca la capacità dell’Italia di attirare investimenti stranieri e rimanere competitiva nel mercato mondiale.

Roberta Maldacea è tirocinante nel Programma Sicurezza e Difesa IAI. Alessandro Marrone è Responsabile di Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa IAI (Twitter: Alessandro_Ma).
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venerdì 17 luglio 2015

Verso una difesa europea

Dopo il Vertice di giugno
Difesa europea: se non ora, quando?
Giovanni Faleg
10/07/2015
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Come ci si attendeva, il Consiglio europeo del 25 e 26 giugno ha invitato l’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, a continuare la preparazione di una nuova Strategia europea di sicurezza, a 12 anni dalla prima dottrina strategica elaborata da Javier Solana (European Security Strategy, 2003).

Ciononostante le conclusioni del Vertice sono state deludenti: s’è parlato prevalentemente dei flussi di migranti provenienti dal Mediterraneo - tema certamente prioritario nell’agenda politica europea -, ma e’ mancata una presa di posizione forte - altrettanto necessaria - sulla necessita’ di maggiore integrazione nel settore della difesa. Il testo del Consiglio contiene una lunga lista di iniziative volte a rafforzare la cooperazione nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa comune (Psdc), senza pero’ fornire un quadro condiviso e una roadmap ben definita. Se si esclude la riflessione strategica, quindi, pochi passi avanti sono stati fatti rispetto al Consiglio della Difesa del 2013.

Eppure, una difesa europea più integrata ed efficace e’ resa quanto mai necessaria dal clima di instabilità nel vicinato europeo (in particolare, nel Mediterraneo e in Ucraina) e dalla mancanza di capacita’ militari a livello nazionale. Se l’Europa non e’ capace di sviluppare un piano d’azione ora, allora quando?

La task force del Centre for European Policy Studies, presieduta da Javier Solana, ha recentemente pubblicato un rapporto sulla creazione di una European Defence Union, o Unione di Difesa europea (Ude), sulla modello del processo che ha portato all’Unione monetaria. Il rapporto, presentato in varie capitali europee a partire da marzo 2015, propone un upgrade della Psdc attraverso un pacchetto di riforme istituzionali, armonizzazione delle capacita’ militari e aggiornamento strategico, unite da un framework comune. La realizzazione della Unione di Difesa si dovrebbe effettuare in fasi progressive e sulla base delle raccomandazioni di un comitato indipendente di esperti, simile al Comitato Delors. Una difesa integrata permetterebbe all’Unione europea di disporre dei mezzi appropriati per risolvere le crisi nel Mediterraneo e Medio Oriente, e di sostenere la Nato nel contenere la minaccia russa ad Est.

Europa mai così insicura negli ultimi 20 anni
Rispetto a dodici anni fa, l’Europa e’ oggi circondata da un arco di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa, attraverso il Medio Oriente, il Caucaso e fino alle frontiere dell’Europa orientale. Le minacce non sono solo militari, ma variano dalla proliferazione di armi di distruzione di massa agli attacchi cyber, che mettono a repentaglio la sicurezza energetica ed economica. La radicalizzazione e gli estremismi nel vicinato europeo, inoltre, rendono più difficile la separazione fra le sfide interne ed esterne ai confini europei: l’uso del fenomeno migratorio come serbatoio del terrorismo di matrice jihadista (Isis) ne e’ un chiaro esempio.

Allo stesso tempo, l’aggressione della Russia in Ucraina ha rimesso in discussione l’ordine regionale post-guerra fredda, risvegliando paure di attacchi armati e occupazioni negli Stati membri dell’Est europeo. Le azioni militari e ibride dei russi hanno messo in evidenza la fragilità dell’Unione e la difficoltà di mantenere stabili approvvigionamenti energetici.

Di fronte a queste sfide e all’aggravarsi degli scenari di crisi, l’Europa e’ rimasta divisa e incapace di reagire. Interessi e culture strategiche differenti hanno fino ad ora impedito di rafforzare le strutture comuni, migliorare le procedure in ambito di politica di sicurezza e di difesa ed incrementare le capacita’, militari e civili. Il Parlamento europeo ha stimato che i costi della non-Europa della difesa potrebbero aumentare da 26 miliardi di euro (2013) a 130 miliardi nei prossimi anni, a fronte di un vicinato strategico più instabile. In aggiunta al fattore economico, imperativi politici, morali e strategici dovrebbero spingere l’Unione a sviluppare un piano per una difesa integrata.

Verso l’Unione di Difesa europea
Il Trattato di Lisbona permetterebbe di sviluppare un’Unione di Difesa europea senza modificare i trattati, cominciando da una serie di modifiche istituzionali che stabiliscano un nuovo sistema di governance, più forte dell’attuale politica comune di sicurezza e difesa (Pcds). Punto cruciale della nuova unione e’ l’utilizzo della cooperazione permanente strutturata, al fine di permettere agli stati volenterosi di procedere con il piano di integrazione, come del resto e’ stato fatto nel caso dell’Euro.

Altre misure prioritarie sono la creazione di un quartier generale permanente dell’Unione (attualmente “prestato” da alcuni stati membri secondo le necessita’ operative); un aumento delle responsabilità del Parlamento europeo in materia di difesa, attraverso la creazione di un comitato parlamentare apposito; l’introduzione di un Eurogruppo dei Ministri della Difesa; il rafforzamento delle competenze del Servizio diplomatico europeo e della Agenzia europea di Difesa nel definire linee guida comuni per la pianificazione strategica e l’armonizzazione delle capacita’ militari degli stati membri, in particolare attraverso progetti “pooling and sharing”.

Lo nuova strategia di sicurezza deve rappresentare il primo passo di un processo più’ ampio, volto alla realizzazione di un’Unione della difesa “a tappe”, secondo il modello dell’Unione monetaria. L’attesa o l’indecisione possono comportare costi molto alti, anche in termini di vite umane. Mentre si parla di difesa, il terrorismo colpisce Tunisi e Parigi. L’Europa deve imparare a difendersi, dalle minacce esterne e dalle proprie esitazioni.

Giovanni Faleg, Consulente di ricerca IAI e rapporteur del Rapporto CEPS “More Union in European Defence”
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giovedì 2 luglio 2015

Giustizia Militare: verso la riforma

Libro bianco
La giurisdizione militare 
Antonino Intelisano
24/06/2015
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Il “Libro bianco per la sicurezza internazionale e la Difesa”, di recente pubblicazione, costituisce la base per lo sviluppo delle soluzioni attuative, che dovranno essere affinate e realizzate in tempi rapidi, per rendere lo strumento militare adeguato ad affrontare le nuove realtà che lo scenario internazionale presenta.

Momento essenziale della revisione è l’individuazione del modello organizzativo, che consenta di affrontare con successo le sfide odierne e in una prospettiva di medio termine.

Ma che cos’è un ‘libro bianco’? Un saggio di sociologia dell’organizzazione, con annessi piani di ingegneria istituzionale? Un insieme ragionato di propositi di realizzazione? Uno strumento di programmazione?

Non ‘libro dei sogni’, ma direttiva ministeriale
È ragionevole ritenere, sinteticamente, che i profili suddetti concorrano a delineare la natura proteiforme di simili documenti. Se si guarda all’esperienza italiana, in generale, non in ambito Difesa, i libri bianchi sono stati qualche volta definiti i “libri dei sogni”.

I compilatori del documento pubblicato dal Ministero evidentemente sono consapevoli del pericolo e nella parte finale dell’elaborato, gli attribuiscono la natura di direttiva ministeriale per tutte le articolazioni dell’Amministrazione della Difesa, sicché gli obiettivi indicati, ove riconosciuti come raggiungibili a normativa vigente, “vanno immediatamente perseguiti”.

L’elaborazione di dettaglio per la revisione della governance, l’adeguamento del modello operativo, una nuova normativa in materia di personale, la politica scientifica, industriale e di innovazione tecnologica saranno oggetto specifico di attività di una apposita struttura e di commissioni di alto livello tecnico giuridico, secondo un cronoprogramma definito.

In tale quadro si inserisce la revisione complessiva delle disposizioni normative e regolamentari esistenti, al fine di rinnovarle, semplificarle e adeguarle alle nuove esigenze.

Giustizia militare, una sorte segnata
Le previsioni concernenti la giurisdizione penale militare sono affidate a poche righe nel capitolo “Cittadini e forze armate”, par. 252: “Il Governo intende proseguire lo sforzo di maggiore efficienza del sistema e di razionalizzazione studiando anche la possibilità di forme giuridicamente evolute basate sul principio di unicità della giurisdizione penale e che prevedano di dotarsi, in tempo di pace, di organi specializzati nella materia penale militare incardinati nel sistema della giustizia ordinaria”.

La sorte della Giustizia militare appare segnata. Nessuna sorpresa: è già accaduto, senza traumi istituzionali, in Francia e Belgio.

Sostenere che la Costituzione, a normativa invariata, non consenta la riforma è una mistificazione, perché l’esistenza di organi specializzati di giurisdizione sarà assicurata con modalità ordinative differenti.

Come sanno gli esperti di diritto pubblico, la funzione non si identifica con la sua “copertura amministrativa”, anche se qualcuno cercherà di fare credere il contrario.

Le resistenze delle derive corporative
È dal 1956 che la giurisdizione penale militare, a seguito della drastica riduzione dell’area di competenza, vivacchia. Falliti i molteplici tentativi di ridarle fiato, mediante il recupero di classi di reati comuni, “militarizzandole”, il dibattito tra innovatori e conservatori si è stancamente trascinato fino ai giorni nostri.

È facile prevedere derive corporative alla programmata riforma. Sono nel conto le resistenze e la vischiosità degli apparati, nella dialettica tra pulsioni di categoria e travestimenti verbali, nella quale buona parte della magistratura militare non si riconosce: chi vive come problema professionale l’ossimoro della insostenibile leggerezza della materia riservata alla giurisdizione militare e non condivide la concezione minimalista dei cultori dello status quo.

La realizzazione di nuovi moduli organizzativi consentirà, nell’indirizzo del Governo, non solo la soluzione dei problemi della speciale giurisdizione, ma anche il reimpiego di risorse umane e di professionalità nell’ambito della Giustizia ordinaria, in affanno per note cause.

Sostenere che il mantenimento della conformazione attuale giovi alla speditezza o comunque propizi la ragionevole durata dei processi costituisce strumentale artificio dialettico.

Potenziali effetti positivi della riforma
I dati relativi alla “produttività” nell’ambito della giurisdizione militare sono al limite dell’insignificanza statistica, non per inerzia degli addetti, ma per la pochezza numerica e qualitativa del contenzioso penale. La sospensione, o se si preferisce, la fine del sistema di reclutamento obbligatorio, la leva, ha determinato la caduta verticale delle infrazioni, dovuta, sul piano qualitativo, anche ad altro fenomeno.

Il volontariato comprende soggetti, psicologicamente motivati, che molto frequentemente aspirano al passaggio nei corpi di polizia ad ordinamento militare o civile e informano la loro condotta in servizio a standard di correttezza non paragonabili a quelli sperimentati in regime di leva obbligatoria.

Quanto alla particolare attitudine della giurisdizione speciale a interpretare valori e principi dell’ordinamento militare, si tratta di una considerazione di principio, corretta in via tendenziale ma inattuata, ove si consideri che i reati di maggior gravità ricadono dal 1956 nella giurisdizione ordinaria.

La riforma, con un paradosso solo apparente, potrebbe porre le premesse per una revisione complessiva anche della parte sostantiva della normativa penale militare, facendo cadere preclusioni e riserve di fatto registratesi in materia.
*Articolo pubblicato dalla rivista on-line “Rassegna della Giustizia Militare”, Ministero della Difesa.

Antonino Intelisano è procuratore generale militare presso la Cassazione.
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lunedì 15 giugno 2015

Europa: risalire la china del consenso.

Europa dal volto umano
Ue, verso sussidio di disoccupazione
Daniele Fattibene
02/06/2015
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L’aumento del livello di protezione nei confronti delle categorie sociali più disagiate è diventato un tema centrale nel dibattito italiano attuale. Diverse sono le proposte sul tavolo, elaborate da gruppi politici ma anche da esponenti della società civile.

Alcuni hanno proposto un reddito minimo garantito per i disoccupati e le classi più disagiate, altri un reddito di cittadinanza universale, altri ancora un reddito di inclusione sociale, e infine alcuni hanno ipotizzato un reddito minimo per gli over 55.

In questo contesto s’è tuttavia trascurato il dibattito emerso negli ultimi anni in Europa relativo alla creazione di un sussidio europeo di disoccupazione all’interno dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Questa misura allevierebbe gli effetti di una recessione economica, stimolando la domanda aggregata e bloccando il fenomeno della “corsa al ribasso”, ossia la tendenza a tagliare le risorse destinate agli stabilizzatori fiscali per far fronte alle esigenze di bilancio.

In che cosa consiste il sussidio? 
Il sussidio europeo di disoccupazione è uno stabilizzatore fiscale automatico che coprirebbe tutti i disoccupati dell’Eurozona che hanno contribuito ai sistemi nazionali di previdenza sociale per almeno 12 mesi prima di perdere il lavoro.

Tenendo in considerazione le differenze nel Pil pro capite dei diversi Paesi membri, il sussidio dovrebbe corrispondere all’80 per cento dello stipendio medio nazionale e al 50 per cento di quanto si percepiva da occupati e durerebbe per un periodo di tempo limitato (12 mesi).

Lo schema sarebbe finanziato da tasse pagate da lavoratori e datori di lavoro raccolte attraverso le amministrazioni nazionali e gli Stati sarebbero liberi di destinare ulteriori risorse per rendere il sussidio più generoso.

Secondo diversi studi, tale misura avrebbe un impatto minimo sul bilancio dell’Eurozona: sarebbe costata circa 50 miliardi di euro (circa lo 0,5 per cento del Pil dell’Area Euro) se applicata tra il 2000 e il 2013.

La ragioni del no
La realizzazione del sussidio ha però suscitato diverse critiche. La più importante è legata al rischio che esso provochi l’emergere di trasferimenti fiscali permanenti tra gli Stati membri. Varie simulazioni hanno infatti dimostrato che, alle condizioni già citate, alcuni Stati (Germania, Austria e Olanda) diventerebbero contributori permanenti e altri (Lettonia e Spagna) beneficiari permanenti.

Altri studi hanno poi messo in discussione il potenziale di stabilizzazione del sussidio, dicendo che esso sarebbe efficace solo per combattere la disoccupazione di breve periodo e non quella di lungo termine - che è aumentata in modo considerevole a causa del prolungarsi della crisi economica. Pertanto lo schema sarebbe più incisivo in caso di brevi crisi e non di lunghi periodi di recessione.

Accanto ai problemi fiscali ce ne sarebbero altri di natura legale. I mercati del lavoro dell’Uem sono molto frammentati tra loro ed è difficile trovare un modello che vada bene per tutti. Ogni Paese ha una sua particolare legislazione del lavoro, con sistemi più o meno generosi in termini di percentuale del Pil destinato alla spesa sociale.

Inoltre, il Trattato di Lisbona impedisce trasferimenti fiscali all’interno dell’Unione. Vi è infine il rischio di “azzardo morale”. In altre parole, il sussidio potrebbe spingere alcuni Stati a usare queste risorse per scopi diversi da quelli previsti - ma che pagano di più in termini di consenso politico -, disincentivandoli ad attuare le riforme necessarie per riformare i mercati del lavoro e superare così le distorsioni interne.

Le ragioni del sì
Tutti questi ostacoli fiscali, legali e istituzionali possono essere risolti. I vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi. Vari studi dimostrano che se fosse stato implementato durante la recente crisi il sussidio avrebbe assorbito il 36 per cento dello shock di disoccupazione registrato nel 2009, con un grande effetto di stabilizzazione in Grecia, Lettonia ma anche in Paesi come l’Austria.

Il sussidio permetterebbe di garantire un sostegno economico a diverse categorie oggi escluse da sistemi di protezione contro la disoccupazione, come i lavoratori autonomi. Secondo le stime il sussidio consentirebbe di coprire il 31 per cento di lavoratori in più in Grecia e il 21 per cento in Italia.

La misura rappresenterebbe anche un forte stimolo per riformare i diversi mercati del lavoro dei Paesi dell’Uem. Coprendo la disoccupazione di breve termine, tale provvedimento orienterebbe gli Stati a impegnarsi in politiche volte a ridurre quella di lungo periodo, eliminando le distorsioni esistenti e consentendo di affiancare a una maggiore flessibilità un adeguato livello di protezione sociale.

Una maggiore armonizzazione delle diverse legislazioni sul lavoro consentirebbe di diminuire le barriere fra gli Stati, incrementando in modo considerevole la mobilità dei lavoratori all’interno del mercato unico europeo - oggi ben al di sotto delle sue reali potenzialità.

Verso un’Unione sociale
Creare un sussidio europeo di disoccupazione richiede certamente tempo e soprattutto una forte volontà politica. Tuttavia, se realizzata, tale misura risulterebbe molto efficace per combattere gli effetti sociali indesiderati provocati dalle crisi: non è certo la panacea di tutti i mali dell’Unione, ma contribuirebbe a dare un “volto umano” all’Uem, con scelte che hanno un effetto tangibile sulla vita quotidiana dei cittadini e che possono mettere un freno all’euro-scetticismo dilagante.

Daniele Fattibene è Assistente alla ricerca presso il Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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mercoledì 3 giugno 2015

In tema di energia

Unione dell’Energia
Le politiche energetiche di Francia e Italia 
Jean-Pierre Darnis, Nicolò Sartori
10/05/2015
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Dopo le tensioni emerse durante il processo di liberalizzazione del mercato energetico promosso in ambito europeo, le relazioni tra Francia e Italia sembrano oggi rasserenate, con elementi distinti ma anche ambiti di convergenza.

Da un lato la forte complementarità e interdipendenza dei due sistemi energetici nazionali, testimoniata dagli scambi transfrontalieri di elettricità, che contribuiscono a un terzo delle importazioni totali dell’Italia.

Dall’altro, l’affacciarsi sullo scacchiere internazionale, e in particolare nell’area del Mediterraneo e nel continente africano, con scenari sia di competizione che di azione congiunta. Il tutto, in un contesto di progressiva integrazione delle politiche energetiche europee, reso ancor più attuale dal lancio dell’Unione energetica da parte della Commissione Juncker.

Di questo si discuterà il prossimo 13 maggio in un seminario organizzato dallo IAI a Roma nell’ambito del Forum Strategico Francia-Italia).

Una storia comune
La storia dei settori energetici di Francia e Italia nel secondo dopo guerra presenta numerose similitudini.

La prima è la presenza di un monopolista pubblico per la generazione e distribuzione di elettricità (Edf, creata nel 1945, ed Enel nel 1962) e di altre società a controllo statale nel settore petrolifero (Cfp poi Total nata nel 1924 ed Eni nel 1953) e del gas naturale (Gdf creata nel 1946 e la stessa Eni), che hanno garantito ad entrambi i paesi una forte politica pubblica di pianificazione e direzione in ambito energetico.

Negli anni ‘90, i processi di privatizzazione e liberalizzazione dei mercati energetici avviati in ambito europeo hanno provocato una rottura di tale parallelismo. Infatti, se dopo la crisi politica del 1992 l’Italia ha giocato la carta di una veloce liberalizzazione del mercato energetico per recuperare margini di competitività, in Francia si osservano dinamiche opposte, con Parigi impegnata a frenare l’applicazione delle direttive europee e la trasformazione del suo mercato interno al fine di tutelare l’azione pubblica in ambito energetico.

L’interazione tra forze liberalizzatrici e tutela dei rispettivi “campioni nazionali” ha generato tensioni tra Parigi e Roma, come nel 2001 quando il governo Amato ha bloccato l’acquisto di quote Montedison da parte di Edf, o quando quello francese ha bloccato l’Opa di Enel su Suez nel 2006, un’operazione che di fatto ha spinto alla creazione di Gdf-Suez, oggi Engie.

La scelta italiana di riprendere la via nucleare e la cooperazione avviata da Enel ed Edf hanno contribuito a eliminare progressivamente la conflittualità delle relazioni franco-italiane.

Diversità dei mercati 
Francia e Italia sono Paesi estremamente differenti dal punto di vista del mercato energetico. Il nucleare è tradizionalmente al centro del mix energetico francese, contribuendo per il 45% dei consumi energetici nazionali e per tre-quarti della generazione elettrica totale.

Grazie ai prezzi relativamente bassi garantiti dal nucleare, la Francia è il primo esportatore europeo di elettricità con un saldo netto di oltre 65 Terawatt/ora nel 2014.

Quello italiano è tra i principali mercati di destinazione dell’elettricità francese. Nonostante lo scorso anno i consumi di energia elettrica in Italia siano calati del 3% rispetto al 2013 e la capacità di generazione termoelettrica nazionale stia attraversando una critica fase di stallo, nel 2014 il saldo nazionale fra import ed export con la Francia ha registrato un aumento del 28%.

In sostanza, l’Italia consuma e produce meno elettricità in termini assoluti, ma ne importa di più in termini relativi dal vicino d’oltralpe.

L’elettricità francese rappresenta un terzo delle importazioni totali, pari a circa il 5% dei consumi nazionali, ed è un elemento chiave per la politica italiana di transizione energetica.

Le esportazioni francesi bilanciano l’intermittenza delle fonti rinnovabili sulle quali si basa sempre di più il mix energetico dell’Italia: idroelettrico, solare, eolico e geotermico, infatti, assicurano il 33% dei consumi elettrici nazionali, ben oltre il 19% registrato lo scorso anno in Francia.

Le poste in gioco 
Il contributo del termoelettrico nei mix energetici nazionali rappresenta l’altra grande differenza tra i modelli adottati dai due paesi.

In Italia i combustibili fossili - gas naturale in primis - garantiscono oltre il 50% della generazione elettrica, contro meno dell’8% nel caso francese.

La forte dipendenza italiana dall’importazione di idrocarburi e l’ambizione di diventare un hub energetico per l’Europa meridionale impone all’Italia un’attenta strategia di diversificazione degli approvvigionamenti, elemento che incrocia la proiezione francese in aree geografiche chiave, prime fra tutte il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana.

La sensibilità della percezione italiana in merito si riscontra nei commenti negativi suscitati dall’interventismo francese in Libia nel 2011, il quale ha alimentato forti (sebbene ingiustificate) speculazioni sulla volontà di Parigi di approfittare della caduta del regime di Gheddafi per guadagnare posizioni nel settore energetico libico.

C’è da evidenziare che l’Italia ha approfittato del semestre di presidenza di turno del Consiglio dell’Ue per rilanciare con forza la cooperazione energetica euro-mediterranea, elemento presente anche nell’iniziativa dell’Unione per il Mediterraneo (UpM) promossa da Parigi. Questi progetti possono apparire concorrenti ma illustrano al tempo stesso un forte potenziale di convergenze.

Integrazione europea
L’iniziativa della Commissione Juncker per rilanciare l’integrazione europea attraverso l’Unione energetica potrebbe contribuire a fare un’ulteriore passo in avanti.

Da un lato, Bruxelles spinge per il pieno completamento del mercato unico dell’elettricità, cercando di superare i freni protezionisti. Dall’altro, anche attraverso il ruolo del vice-presidente Sefcovic, la Commissione punta a consolidare l’azione esterna dell’Ue in aree strategiche quali il Mediterraneo.

Sebbene sia difficile immaginare una completa convergenza franco-italiana in questo ambito, il rafforzamento delle iniziative europee sulla sponda sud del Mediterraneo (tra cui MedReg, Med-Tso e le tre piattaforme energetiche sul gas, le rinnovabili, e le interconnessioni elettriche) potrà probabilmente facilitare questo processo e contribuire alla sicurezza energetica di entrambi i paesi.

Jean-Pierre Darnis è professore associato all'università di Nizza e responsabile di ricerca dell’Area sicurezza e difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis).
Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori)
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Difesa: il rapporto con l'industria su nuove basi

Libro Bianco
Una partnership strategica tra Difesa e industria 
Alessandro Ungaro
12/05/2015
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“Accanto a uno strumento militare in grado di saper esprimere le corrette e necessarie capacità, il nostro sistema difesa non può prescindere da un certo livello di autonomia industriale e tecnologica che possa soddisfare almeno parte di tali esigenze a livello nazionale o attraverso la partecipazione a iniziative multinazionali di sviluppo e acquisizione”.

Così recita l’incipit al capitolo 9 del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa che prende in esame la politica scientifica, industriale e di innovazione tecnologica della difesa. Dopo una breve ma esaustiva analisi di alcune dinamiche evolutive intercorse negli ultimi anni relative al mercato internazionale della difesa e allo sviluppo tecnologico, il testo cerca di mettere a fuoco il contesto italiano. Vediamo come.

Quali competenze tecnologiche e perché
Il documento parla di competenze tecnologiche distintive, sovrane collaborative, che sono alla base dello sviluppo di prodotti e sistemi, figlie di un patrimonio scientifico, tecnologico e industriale.

Sebbene entrambe siano determinanti nello sviluppo di un sistema produttivo competitivo a livello internazionale, le competenze tecnologiche sovrane sono capacità ritenute essenziali, “chiave e abilitanti”, perché legate a doppio filo al soddisfacimento autonomo e sostenibile delle irrinunciabili esigenze della difesa e dell’interesse nazionale.

Il carattere strategico di queste capacità esige di mantenere su di esse un certo livello di sovranità e assicurare che lo sviluppo e la produzione avvengano all’interno del Paese a prescindere dalle collaborazioni internazionali e dagli assetti proprietari.

Tra le tecnologie cosiddette sovrane, il Libro Bianco include quelle duali - le cosiddette dual-use technologies - le quali trovano ampio spazio all’interno del capitolo, come ad esempio nei punti 270 e 283, con l’obiettivo di indirizzare adeguate risorse nella ricerca e sviluppo di quei progetti che trovano conferma della loro validità e utilità duale anche a livello europeo.

Speculari e complementari, le competenze collaborative permettono all’Italia di giocare un ruolo di rilievo all’interno di programmi di collaborazione internazionale. Queste capacità tecnologiche vanno inserite in un logica di interdipendenza, specializzazione e divisione del lavoro tra i paesi partner. Di qui la necessità di identificare quei prodotti e sistemi che dovranno essere sviluppati e realizzati in un’ottica collaborativa.

Nel concludere questa parte dedicata alla competenze, il documento prevede la realizzazione di un Piano - flessibile, aggiornabile e stabilito in una logica di confronto anche con la controparte industriale - atto ad individuare le attività tecnologiche e industriali strategiche.

Un Piano che non si limiti a identificare e incrociare le esigenze e i requisiti tecnici delle Forze armate con le reali capacità tecnologico-industriali ma che consideri, non senza ragione, le possibilità “esportative” di tali capacità, il loro valore duale e altresì la coerenza con gli sviluppi e l’andamento del mercato.

Difesa e industria partner nella gestione dei programmi
La complessità tecnologica di prodotti e sistemi, caratterizzati da una crescente osmosi tra il campo civile e militare, richiede un cambio di passo nelle relazioni tra la Difesa e l’industria. Il modello di acquisizione che ha da sempre contraddistinto i processi di procurement dovrà essere coerentemente riformato con ricadute gestionali e organizzative che possano prevedere il passaggio di alcune competenze dalla Difesa alla controparte industriale, in un’ottica di maggiore compartecipazione e collaborazione tra i due attori; aspetti tratteggiati, ad esempio, nei punti 279 e 280.

Ma sono i successivi paragrafi che in qualche modo condensano e delineano una sorta di accelerazione, frutto del cambiamento tecnologico in atto: puntare alla progettazione di piattaforme e sistemi sempre più ad architettura aperta e modulari in grado di integrare i futuri aggiornamenti; fare leva sulle tecnologie duali e sfruttare le relative economie di scala per l’intero ciclo di vita del prodotto; optare per un “approccio a spirale” per acquisizioni complesse e di lungo periodo.

Tutto ciò implica anche una revisione profonda della forma contrattuale che trasformi “la natura e i contenuti del rapporto tra industria e Amministrazione da semplice fornitura a partnership strategica”.

Non c’è due senza tre: l’Università e la ricerca
La partnership tra Difesa e industria non si esaurisce in un rapporto bilaterale bensì deve trovare un ulteriore e terzo elemento di appoggio nel mondo universitario e della ricerca, mondo nel quale l’innovazione fiorisce, cresce e si sviluppa.

Come già avviene in molti altri Paesi, si auspica una sorta di sistema virtuoso in cui le idee e le proposte di ricerca più innovative possano trovare un canale preferenziale di accesso al finanziamento e quindi proseguire verso la loro realizzazione dopo un’attenta, ma rapida valutazione. Ne beneficerebbe l’intero “Sistema Italia”, con ramificazioni e ricadute economiche e occupazionali in altri settori, a partire da quelli attigui.

La politica scientifica, industriale e di innovazione tecnologica costituisce una delle quattro direttrici dentro la quale avviare la trasformazione della Difesa.

La “cornice” dentro la quale verrà attuato tale processo è la cosiddetta Strategia industriale e tecnologica (Sit), che dovrà essere predisposta entro sei mesi con l’obiettivo disegnare un nuova collaborazione in grado, si spera, di portare a compimento quanto di buono e concreto è stato definito con il Libro Bianco.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AleRUnga).
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Difesa Italiana: nuovi orizzonti di governance

Libro Bianco
La nuova governance della Difesa
Alessandro Marrone
14/05/2015
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Riformare la pubblica amministrazione in Italia è più difficile che vincere una guerra, ma il Libro Bianco ci prova per lo meno quanto a governance e organizzazione interna della Difesa, in un’ottica “strategica”.

Il Libro Bianco si prefigge esplicitamente lo scopo non solo di indicare quale strumento militare possa affrontare le sfide e opportunità in fatto di sicurezza internazionale e difesa, ma anche di individuare il modello di governance e organizzazione che sia in grado al tempo stesso di affrontare le suddette sfide e di rispondere a criteri di efficacia, efficienza ed economicità.

Obiettivi Vs risorse = priorità & scelte
In altre parole, è un documento “strategico” nel senso originario del termine, perché tenta di mettere in relazione obiettivi, modalità e mezzi per raggiungerli. Nel fare ciò, riconosce che le risorse per la difesa sono e resteranno limitate,e propone quindi scelte difficili e innovative. Viene così in mente la famosa battuta di Churchill rispetto al pensiero strategico: “ora che siamo a corto di soldi, dobbiamo pensare”.

Pensare a cosa? A come mantenere uno strumento militare che sostenga la politica di sicurezza internazionale e di difesa a protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia, come esplicitamente affermato nel punto 54.

Ciò vuol dire ad esempio concentrarsi su aree geografiche prioritarie per gli interessi nazionali, come fanno da tempo gli altri grandi Paesi europei, e mettere in secondo piano crisi pur drammatiche in altre regioni del mondo.

La nuova governance: 5 funzioni strategiche
Altre scelte strategiche riguardano non l’area di azione prioritaria, ma il modo in cui questa azione - ed in generale le attività della Difesa - sono svolte. Si tratta di scelte meno immediate da comprendere all’esterno, ma cruciali da due punti vista. A livello politico, toccano una questione fondamentale: chi comanda davvero le Forze Armate in Italia e come.

A livello operativo, sono scelte necessarie per mantenere nella realtà dei fatti quella utilizzabilità, proiettabilità, sostenibilità dello strumento militare - nonché la sua interoperabilità con gli alleati - evocate su carta quasi in ogni documento ufficiale Nato o Ue - o italiano, francese o britannico - degli ultimi 15 anni. I due livelli sono strettamente connessi, e dalla loro interazione dipenderà la capacità operativa dello strumento militare date le limitate risorse a disposizione.

Non a caso il Libro Bianco cerca di legare i due livelli, di nuovo in modo definibile come “strategico”, proponendo una nuova governance della Difesa articolata su cinque funzioni strategiche: direzione politica, direzione strategico-militare, generazione e preparazione delle forze, impiego delle forze, supporto delle forze (punto 147).

L’obiettivo è quello di riorganizzare comandi ed enti centrali e periferici in base a queste funzioni, accorpando ovunque possibile ed evitando duplicazioni e frazionamenti.

Il politico e il militare
Riguardo in particolare alla funzione strategica di direzione politica, le attribuzioni del ministro della Difesa sono fissate dal Codice dell’Ordinamento Militare del 2010 ed il Libro Bianco si concentra su come attuarle nella pratica.

Più che in altri settori della pubblica amministrazione, la specificità della Difesa rende difficile all’autorità politica acquisire le conoscenze necessarie per esercitare efficacemente quel potere decisionale che gli spetta in una democrazia compiuta.

Non si tratta qui di ambire ad una padronanza degli aspetti operativi e tecnici che non è competenza del decisore politico, né può o dovrebbe diventarla, ma di predisporre all’interno della Difesa quegli strumenti, e le relative risorse umane, che mettano in grado ministro e sottosegretari di turno di superare la “asimmetria informativa” a loro sfavore e quindi prendere decisioni consapevoli e verificarne attuazione e risultati.

Si tratta di un equilibrio difficile da raggiungere, ma che renderebbe più solido ed efficace il rapporto tra mondo politico e militare, nella chiarezza dei rispettivi ruoli.

Il comando interforze
Rispetto alle altre quattro funzioni strategiche, il Libro Bianco propone una serie di innovazioni importanti che, nel complesso, tendono ad una maggiore integrazione interforze, a vantaggio dell’efficacia, efficienza ed economicità dello strumento militare.

Ad esempio, per quanto riguarda la funzione “impiego delle forze”, il capo di Stato Maggiore della Difesa si avvarrà di un vice comandante per le Operazioni: quest’ultimo sarà a capo sia del Comando operativo di Vertice interforze sia dei Comandi operativi esistenti a livello di singola Forza Armata, nonché del Comando Interforze per le Operazioni speciali e di quello per le Operazioni cibernetiche.

In altre parole nell’assetto proposto al punto 173 qualunque operazione militare, anche se fosse eseguita da una sola Forza Armata, risalirebbe alla responsabilità del comando interforze.

Un’attuazione a tappe forzate
Il Libro Bianco affida una serie di compiti alle varie articolazioni della Difesa per l’attuazione di quanto previsto dal documento, delineando una marcia a tappe forzate che nel giro di un anno dovrebbe portare ad un adeguamento della normativa sia a livello legislativo sia di atti interni al ministero della Difesa.

Per aumentare l’impatto del documento, lo stesso Libro Bianco afferma di “costituire direttiva ministeriale”. Alla luce dell’esperienza della legge Di Paola, con gli elementi riformatori della 244/20012 sostanzialmente traditi dal decreto attuativo del 2014, è certo che il Libro Bianco rappresenta una tappa importante di un percorso di riforma ancora lungo, incerto, irto e insidioso, ma non per questo meno necessario e doveroso da percorrere.

Alessandro Marrone è ricercatore presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI.
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Difesa: una pietra miliare è stata posta

Libro Bianco
Un atto rifondatore della Difesa
Vincenzo Camporini
10/05/2015
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Il documento presentato dal ministro della Difesa al Consiglio Supremo del 21 aprile scorso, più che un Libro Bianco potrebbe essere definito un atto rifondatore della Difesa, per l’ampiezza e la profondità dell’analisi e per l’incisività delle misure riformatrici che vi sono evocate.

Come in tutti i Libri Bianchi, si prende l’avvio da un esame della situazione strategica internazionale e della sua possibile evoluzione, per poi accostarla a una disamina degli interessi nazionali in gioco, parametro questo che, unitamente a quello finanziario, pone chiari limiti al livello di ambizione dello strumento militare nazionale.

Limiti all’ambizione dello strumento militare nazionale
Si tratta di un livello che conferma quanto già definito in passato: un ambito geografico euro-atlantico e mediterraneo ampliato a Corno d’Africa e Golfo Persico, in un quadro di partecipazione alle istituzioni della Nato e dell’Unione Europea.

Tutto ciò potrebbe apparire una banalità, se non considerassimo che da tempo si osservano deviazioni anche importanti da parte di qualche componente di tale strumento, come se il nostro Paese potesse permettersi ambizioni se non di tipo globale, certo ampliate a tutto l’Atlantico e a tutto l’Oceano Indiano, come ampiamente dimostrato dalla recentissima approvazione di un imponente programma navale, avvenuta inopinatamente proprio durante la stesura del Libro Bianco, e non dopo la sua formalizzazione, come sarebbe stato giusto.

Da queste premesse segue poi un’analisi limpida di come occorre modificare norme, strutture, procedure al fine di soddisfare il requisito in un’ottica di sostenibilità finanziaria.

E qui emerge la natura radicale del documento, che si propone di avviare una riforma della governance che costituisca una piena concretizzazione della riforma del 1997, la riforma Andreatta, sostanzialmente tradita poi dal suo regolamento attuativo: un drastico ridimensionamento quindi degli spazi delle singole componenti, nel pieno rispetto della loro specificità, che nessuno vuol mettere in discussione, a favore di un rafforzamento dei poteri del capo di Stato Maggiore della Difesa, in un’ottica di un’indispensabile integrazione interforze che permetta grandi risparmi rimaneggiando inutili sovrastrutture a favore di un necessario efficientamento della spesa.

Da qui la visione di una logistica integrata (folle sarebbe mantenere due catene logistiche per gli NH90 di Esercito e Marina, così come folle sarebbe mantenere un assetto analogo per gli F35) e di una messa in comune delle attività di formazione e addestrative già oggi sovrapponibili e mantenute separate solo da miopi interessi campanilistici.

Il rischio della concentrazione dei poteri
Alcuni fanno notare il rischio di un eccessiva concentrazione di poteri nella figura del capo di Stato Maggiore della Difesa: al riguardo non dubito che un qualsiasi buon ministro della Difesa sappia tenere a bada anche il più ambizioso generale, solo che lo voglia, mentre ben più concreto sarebbe il rischio, purtroppo già più volte concretizzatosi, di una divergenza tra i comportamenti dei singoli capi di Forza Armata e le direttive ricevute dal capo di Stato Maggiore della Difesa nel quadro di un corretto rapporto gerarchico.

Sarà altresì importante che, pur nella subordinazione al Csmd, in quanto titolare della funzione logistica, il direttore nazionale degli Armamenti riceva direttive stringenti dal ministro per la corretta gestione delle attività di approvvigionamento, in un sano rapporto funzionale.

Si prepara una rivoluzione per quel che riguarda il personale. Su questo tema sarà opportuno fare analisi specifiche, ma a una prima osservazione appare chiaro che finalmente il tema è stato affrontato con chiarezza di idee: nessun Paese al mondo si permette di avere forze armate di mezza età, perché la specifica missione del militare richiede in generale forza fisica ed energie che ahimè dopo una certa età vengono meno.

Da qui un progetto che richiede una piena integrazione di intenti tra Difesa e mondo civile, pubblico e privato, in modo che le forze armate possano davvero essere considerate come una sorta di vivaio in cui, accanto alle specifiche competenze militari, vengano sistematicamente sviluppate competenze appetibili all’esterno, in modo che un giovane o una giovane, dopo un congruo periodo in armi, si veda offrire concrete opportunità di inserimento in altre realtà occupazionali.

Si prepara una rivoluzione per il personale
Ancora, vedo con favore l’idea di un ritorno al passato, in cui la funzione e il grado di maresciallo si conseguivano dopo un congruo periodo nei gradi inferiori: so che mi sto facendo molti nemici e che riceverò degli improperi e riconosco di aver toccato con mano le capacità e l’entusiasmo di molti giovani marescialli, ma credo che in generale l’esperienza che viene maturata nelle posizioni gerarchiche subordinate sia non solo preziosa, ma insostituibile e che una riforma di questo tipo avrebbe anche l’effetto di dare maggiore prestigio al grado.

Un’ultima osservazione infine sulla proposta di una legge di pianificazione per i maggiori programmi di investimento su base sessennale, con una revisione a metà percorso: da alcuni questa idea è vista come un modo surrettizio di eludere lo stretto controllo parlamentare sui programmi previsto dalla legge 244.

Ebbene, credo sia proprio il contrario: il Parlamento avrebbe finalmente una visione chiara e coerente della pianificazione militare, non sarebbe ‘assalito’, come purtroppo già accaduto, da una frammentazione inintelligibile, terreno ideale per l’azione delle diverse lobby, e sarebbe nelle condizioni di esercitare un pieno e consapevole controllo dell’equilibrata evoluzione della spesa e dell’adeguamento tecnologico, indispensabile per consentire al nostro strumento militare di mantenere un gradino di vantaggio su qualsiasi ipotetico avversario.

Qui mi fermo con le mie osservazioni iniziali, non senza doverosamente sottolineare che il Libro Bianco è un documento di indirizzo politico, la cui concretizzazione avverrà solo con l’approvazione di un corposo insieme di norme di diversa dignità giuridica, leggi, decreti legislativi, regolamenti e quant’altro, il che richiederà tempo, ma soprattutto un coerente sostegno politico che si dovrà misurare in anni.

È certamente apprezzabile la rigorosa e stretta tempistica imposta agli organi di staff negli ultimi paragrafi del testo, ma questo sarà solo l’avvio di un iter complesso, lungo il quale non ci si potranno permettere passi falsi.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
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Network Enabled Capabilities (NEC) e la Difesa in Italia

Il programma Forza NEC
Forze Armate e innovazione tecnologica
Tommaso De Zan, Alessandro Marrone
28/05/2015
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I recenti arresti di hacker accusati di aver attaccato vari siti istituzionali, tra cui quello del Ministero della Difesa, hanno riportato l’attenzione sul tema della sicurezza cibernetica. In realtà le Forze Armate italiane e dei principali Paesi Nato già da anni stanno cercando di affrontare i rischi e cogliere le opportunità offerte dall’Information Communication Technology (ICT).

Usa, Europa, e le Network Enabled Capabilities (NEC)
In ambito Nato si punta ormai da un decennio alla digitalizzazione e messa in rete degli equipaggiamenti militari, ovvero alle NEC, per aumentare efficacia ed efficienza dello strumento militare proprio grazie alle nuove capacità “netcentriche”.

Negli Stati Uniti l’ICT e le capacità netcentriche sono divenute profondamente radicate nelle operazioni militari, soprattutto alla luce delle cosiddette “lezioni apprese” dalle operazioni in Iraq e Afghanistan.

L’approccio americano è contraddistinto dalla duplice constatazione delle enormi potenzialità, e delle altrettanto significative vulnerabilità, di un crescente affidamento a un complesso sistema di reti alla base delle capacità netcentriche.

La volontà di sviluppare tali capacità in ognuna delle sei “funzioni di combattimento” - Comando e Controllo, Intelligence, Fuoco, Movimento e Manovra, Protezione, Supporto - dimostra come il Pentagono punti decisamente verso una completa messa in rete degli assetti delle Forze Armate.

In Europa le ambizioni in fatto di NEC sono parzialmente diverse. Francia, Germania e Regno Unito hanno intrapreso un proprio percorso per la trasformazione netcentrica delle rispettive forze terrestri, che è stato influenzato anche dall’esperienza nelle missioni internazionali.

Ad esempio, nel primo decennio degli Anni 2000 la Francia ha iniziato rapidamente la digitalizzazione degli equipaggiamenti a livello del singolo soldato ed ha potuto sviluppare il processo verso i livelli superiori senza la pressione di impegni operativi quali quello in Iraq.

Viceversa, il Regno Unito ha dovuto ricorrere a dei requisiti operativi urgenti per equipaggiare le proprie brigate impegnate massicciamente nei teatri iracheno ed afgano, acquisendo spesso equipaggiamenti “chiavi in mano” direttamente sul mercato, da diversi fornitori, e complicando così la messa in rete degli assetti e la costruzione di una architettura netcentrica.

La Germania si è collocata in una posizione mediana rispetto ai due estremi francese e britannico.

In generale, i tre Paesi hanno adottato un approccio più cauto rispetto agli Stati Uniti nella digitalizzazione delle forze terrestri, anche a causa dei forti limiti di bilancio, ma hanno comunque riconosciuto l’importanza delle capacità netcentriche, in particolare del dominio cyber, investendo ingenti risorse nell’affrontare le sfide che le NEC comportano.

Il programma Forza NEC
In questo contesto si colloca l’esperienza italiana del programma Forza NEC, che sarà discussa in una prossima conferenza IAI a Roma.

Il programma si origina dalla concettualizzazione in ambito Nato delle NEC e dall’esperienza dell’Esercito nelle ultime missioni internazionali - principalmente in Afghanistan e Iraq, ma anche in Libano e Kosovo. Queste hanno evidenziato la necessità per la forza armata di dotarsi di un sistema di commando e controllo maggiormente in grado di raccogliere e gestire le informazioni provenienti dal campo di battaglia, di aumentare la capacità di aggiornamento della situazione in tempo reale e di potenziare i propri strumenti e piattaforme con sistemi di protezione attiva e passiva.

Forza NEC, nell’indicare la strada per la digitalizzazione delle forze terrestri, si pone come catalizzatore di altri programmi di procurement, andando a intervenire sia sugli aggiornamenti di programmi consolidati sia sulla definizione delle specifiche tecniche per quelli non ancora avviati.

Forza NEC è quindi un procurement sui generis, sia in quanto i suoi esiti costituiranno le fondamenta del processo di ammodernamento generale dell’Esercito, sia poiché convergono al suo interno altri programmi già avviati come il Sistema automatizzato di comando e controllo (Siaccon), il Sistema di comando, controllo e navigazione (Siccona) e Soldato Futuro.

Il programma si trova attualmente nella fase di Concept Development and Experimentation (CD&E), che si prevede termini entro il 2020, per un costo complessivo di 815 milioni di euro. Lo scopo primario della CD&E è effettuare una serie di test per valutare attentamente quelle tecnologie che saranno alla base della digitalizzazione dell’Esercito, fornendo le capacità necessarie per testare e validare l’architettura della forza digitalizzata attraverso la realizzazione su piccola scala di tutti i principali componenti dell’architettura NEC.

Le sfide della digitalizzazione
Il programma Forza NEC presenta molte sfide, in termini di sicurezza cibernetica, di asset legacy (ovvero i vecchi equipaggiamenti militari non digitali), di interoperabilità interforze, di gestione dei dati in teatro, di formazione e addestramento delle forze armate.Tra queste sfide, l’incognita principale riguarda proprio l’eventuale produzione di sistemi, piattaforme e assetti che sono stati finora concepiti e sperimentati in Forza NEC.

Questa incertezza è figlia principalmente delle risorse esigue di cui dispone la Difesa e della impossibilità di definire con esattezza come, quando e in che misura l’Esercito potrà acquisire gli strumenti necessari per perseguire con efficacia gli i compiti assegnati alle Forze Armate dalla politica estera e di difesa italiana.

Quanto alla digitalizzazione degli equipaggiamenti dell’Esercito, da un punto di vista operativo, ma anche finanziario e industriale, sembra fondamentale potere dare seguito alla fase di ricerca e sperimentazione con un piano di industrializzazione che soddisfi le esigenze della forza armata e che non renda la fase di CD&E un esercizio fine a sé stesso.

In questo modo, traendo i benefici diretti derivanti dalla digitalizzazione, si consentirà all’Esercito di ammodernarsi rimanendo in linea con i progressi tecnologici delle altre forze armate, alleate o potenzialmente ostili, nell’ottica delle sfide future che dovrà affrontare con i partner europei e atlantici.

Tommaso De Zan è Assistente alla ricerca presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI.
Alessandro Marrone è ricercatore presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI
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