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mercoledì 10 maggio 2023

L'Italia in ambito internazionale

 


Sergio  Benedetto  Sabetta

 

               Già in un editoriale a titolo “L’Italia di Draghi ed il contesto internazionale”, pubblicato nei Quaderni del Nastro Azzurro n.4/2021, si parlava delle problematiche dell’Italia, delle sue fragilità, in una crisi pandemica tanto socio-economica che geo-strategica e dell’avvento di Mario Draghi quale garante superpartes sia nell’ambito interno che esterna, tanto internazionale che nell’U.E.

               Nel conflitto che emergeva a livello internazionale, l’Italia si trovava, come del resto l’Europa, sbilanciata verso la costruenda “via della seta” e la dipendenza dalle fonti energetiche russe, nonché cerealicole ucraine.

               La sua posizione quale ponte al centro del Mediterraneo la espone alle pressioni migratorie strumentalizzate sia dai vari fronti politico strategici che economici e criminali, a cui si aggiunge la possibilità di utilizzare il territorio italiano come stanza di compensazione nelle ondate migratorie e base di lancio per la sponda Sud-Est del Mediterraneo.

               Le sue fratture storiche interne e l’individualismo per gruppi che la caratterizza, la rendono idonea alle manovre esterne essendo venuta meno l’occasione di un adeguato rinnovamento istituzionale e culturale negli anni ’90 del Novecento, a seguito della crisi di tangentopoli, preferendo aderire ad una visione edulcorata dell’Europa di Maastricht, propria del massimalismo europeista, e senza volere accorgersi dei nuovi conflitti che si aprivano sia a livello globale che tra gli stessi alleati del fronte occidentale. (L. Incisa di Camerana, La vittoria dell’Italia nella terza guerra mondiale, Laterza 1996).

               Uno strano ripetersi, secondo modalità diverse, delle problematiche apertesi negli anni successivi alla Grande Guerra nella ricerca  di una nuova leadership, una visione universalistica e pacifista che ha impedito il formarsi di una chiara visione geo-strategica ed economica, lasciandoci alla mercé di influssi e pressioni estere, come chiaramente evidenziato nel post-pandemia.

1

               Nell’attuale crisi geo-strategica, Draghi non risultava più sufficiente per imporre una presenza dell’Italia in ambito internazionale, essendo il suo mandato specificamente economico e dovendo superare il tradizionale pacifismo della Nazione, nonché il timore di rappresaglie russe.

               Anche la mancanza di solidi apparati statali che fungessero da filtro tra i litigiosi schieramenti politici nazionali hanno pesato, nel rischio di trasformare il territorio nazionale in una nuova arena dei potentati esteri in lotta tra loro.

               Il tramonto della Pax Americana e le problematiche, anche finanziarie, create nello scontro in atto si possono vedere sia nei fallimenti delle banche americane che negli scontri per le vie di Parigi, con il rischio di destabilizzare i già precari equilibri dell’UE, ma anche nel progressivo disarticolarsi del Medio Oriente.

               Ad una perdita di centralità del Mediterraneo, con lo spostamento della linea di conflitto ad Est, si affianca l’insufficienza dei nostri mezzi militari dopo anni di una politica di equilibrio tra tutti i potentati, in una ristrettezza economica nelle possibilità finanziarie, dove a fronte dell’ingente somma da investire nel riarmo  della Germania, l’Italia non riesce a mettere sul piatto somme considerevoli.

               Anche nell’ipotesi coordinamento a gruppi, la debolezza istituzionale dell’Italia unita alla sua mancanza culturale unitaria in termini di obiettivi, mezzi e interessi, ossia strategica la pone in posizione di svantaggio.

               D’altronde le politiche economiche pro-cicliche previste dal Trattato sul Fiscal Compact del marzo 2012 e adottato dall’Italia con Legge Costituzionale n. 1/2012 prevedono politiche di austerità, momentaneamente sospese nel 2020 per la crisi epidemica, ma già contestata a partire dal 2021 (Regolamento UE 2021/241).

               (AA.VV., La fine della pace, Limes, 3/2022).

               La politicizzazione dell’apparato pubblico effettuata a partire con le riforme della fine del ‘900 a seguito delle crisi degli anni Novanta, ha comportato una mancanza di costanza e unitarietà nell’agire del pubblico, tutto teso a evitare di assumere responsabilità e al contempo di soddisfare le attese immediate dei politici, ossia fino alla prossima elezione.

2

               Con la fine della guerra fredda si è avuta un’ulteriore disgregazione dell’identità unitaria con tentativi di recuperi identitari verso aspetti preunitari, ai quali si sono sovrapposti partiti personali o digitali, in cui riunire gli interessi personali o di gruppo nella ricerca di nuove identità futuribili, ricerca di incerte collocazioni geopolitiche, in quella che Caracciolo definisce “terra incognita” (L. Caracciolo, Terra incognita. Le radici geopolitiche della crisi italiana, Laterza 2001).

               Si finisce per delegare agli altri, nonostante l’apparenza di un nostro decisionismo, sia la nostra collocazione che le nostre funzioni, alcuni successi imprenditoriali non possono supplire al vuoto ideale e politico che si è creato, tutto teso al personalismo identitario, dove veniamo continuamente scossi dalle ricorrenti crisi che la globalizzazione comporta, fino a cadere nel vecchio motto cinquecentesco: “Francia o Spagna basta che se magna”.

               La fine della guerra fredda nella globalizzazione del neoliberismo o neoistituzionalismo parve riportare al centro del dibattito i principi dell’idealismo kantiano, quale “fine della storia”, in contrapposizione al realismo internazionalistico di Tucidide, Machiavelli ed Hobbes.

               Nessuno Stato agisce da solo ma cerca di ottenere una supremazia attraverso alleanze, sia per espandersi che per assicurarsi una propria stabilità interna, questo sia in termini militari che economici, tuttavia vi è una differenza fra la politica estera e interna, mentre la prima può agire ad impulsi, con periodi di stasi, nella seconda vi deve essere una continuità d’azione.

               Michael Brecher definisce lo stato di crisi sotto tre condizioni:

a)      Minaccia ai valori fondamentali della Comunità,

b)      Alta probabilità di trovarsi coinvolti in ostilità;

c)      Tempo limitato per reagire alla minaccia.

Si deve tuttavia aggiungere la narrazione che colui che osserva si fa dei fatti, come se fosse oggettiva, senza valutare la possibile soggettività della loro interpretazione. ( L. Bonanate, Prima lezione di relazioni internazionali, Laterza 2010).

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domenica 30 aprile 2023

L'Italia in ambito internazionale

 

Sergio  Benedetto  Sabetta

 

               Già in un editoriale a titolo “L’Italia di Draghi ed il contesto internazionale”, pubblicato nei Quaderni del Nastro Azzurro n.4/2021, si parlava delle problematiche dell’Italia, delle sue fragilità, in una crisi pandemica tanto socio-economica che geo-strategica e dell’avvento di Mario Draghi quale garante superpartes sia nell’ambito interno che esterna, tanto internazionale che nell’U.E.

               Nel conflitto che emergeva a livello internazionale, l’Italia si trovava, come del resto l’Europa, sbilanciata verso la costruenda “via della seta” e la dipendenza dalle fonti energetiche russe, nonché cerealicole ucraine.

               La sua posizione quale ponte al centro del Mediterraneo la espone alle pressioni migratorie strumentalizzate sia dai vari fronti politico strategici che economici e criminali, a cui si aggiunge la possibilità di utilizzare il territorio italiano come stanza di compensazione nelle ondate migratorie e base di lancio per la sponda Sud-Est del Mediterraneo.

               Le sue fratture storiche interne e l’individualismo per gruppi che la caratterizza, la rendono idonea alle manovre esterne essendo venuta meno l’occasione di un adeguato rinnovamento istituzionale e culturale negli anni ’90 del Novecento, a seguito della crisi di tangentopoli, preferendo aderire ad una visione edulcorata dell’Europa di Maastricht, propria del massimalismo europeista, e senza volere accorgersi dei nuovi conflitti che si aprivano sia a livello globale che tra gli stessi alleati del fronte occidentale. (L. Incisa di Camerana, La vittoria dell’Italia nella terza guerra mondiale, Laterza 1996).

               Uno strano ripetersi, secondo modalità diverse, delle problematiche apertesi negli anni successivi alla Grande Guerra nella ricerca  di una nuova leadership, una visione universalistica e pacifista che ha impedito il formarsi di una chiara visione geo-strategica ed economica, lasciandoci alla mercé di influssi e pressioni estere, come chiaramente evidenziato nel post-pandemia.

1

               Nell’attuale crisi geo-strategica, Draghi non risultava più sufficiente per imporre una presenza dell’Italia in ambito internazionale, essendo il suo mandato specificamente economico e dovendo superare il tradizionale pacifismo della Nazione, nonché il timore di rappresaglie russe.

               Anche la mancanza di solidi apparati statali che fungessero da filtro tra i litigiosi schieramenti politici nazionali hanno pesato, nel rischio di trasformare il territorio nazionale in una nuova arena dei potentati esteri in lotta tra loro.

               Il tramonto della Pax Americana e le problematiche, anche finanziarie, create nello scontro in atto si possono vedere sia nei fallimenti delle banche americane che negli scontri per le vie di Parigi, con il rischio di destabilizzare i già precari equilibri dell’UE, ma anche nel progressivo disarticolarsi del Medio Oriente.

               Ad una perdita di centralità del Mediterraneo, con lo spostamento della linea di conflitto ad Est, si affianca l’insufficienza dei nostri mezzi militari dopo anni di una politica di equilibrio tra tutti i potentati, in una ristrettezza economica nelle possibilità finanziarie, dove a fronte dell’ingente somma da investire nel riarmo  della Germania, l’Italia non riesce a mettere sul piatto somme considerevoli.

               Anche nell’ipotesi coordinamento a gruppi, la debolezza istituzionale dell’Italia unita alla sua mancanza culturale unitaria in termini di obiettivi, mezzi e interessi, ossia strategica la pone in posizione di svantaggio.

               D’altronde le politiche economiche pro-cicliche previste dal Trattato sul Fiscal Compact del marzo 2012 e adottato dall’Italia con Legge Costituzionale n. 1/2012 prevedono politiche di austerità, momentaneamente sospese nel 2020 per la crisi epidemica, ma già contestata a partire dal 2021 (Regolamento UE 2021/241).

               (AA.VV., La fine della pace, Limes, 3/2022).

               La politicizzazione dell’apparato pubblico effettuata a partire con le riforme della fine del ‘900 a seguito delle crisi degli anni Novanta, ha comportato una mancanza di costanza e unitarietà nell’agire del pubblico, tutto teso a evitare di assumere responsabilità e al contempo di soddisfare le attese immediate dei politici, ossia fino alla prossima elezione.

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               Con la fine della guerra fredda si è avuta un’ulteriore disgregazione dell’identità unitaria con tentativi di recuperi identitari verso aspetti preunitari, ai quali si sono sovrapposti partiti personali o digitali, in cui riunire gli interessi personali o di gruppo nella ricerca di nuove identità futuribili, ricerca di incerte collocazioni geopolitiche, in quella che Caracciolo definisce “terra incognita” (L. Caracciolo, Terra incognita. Le radici geopolitiche della crisi italiana, Laterza 2001).

               Si finisce per delegare agli altri, nonostante l’apparenza di un nostro decisionismo, sia la nostra collocazione che le nostre funzioni, alcuni successi imprenditoriali non possono supplire al vuoto ideale e politico che si è creato, tutto teso al personalismo identitario, dove veniamo continuamente scossi dalle ricorrenti crisi che la globalizzazione comporta, fino a cadere nel vecchio motto cinquecentesco: “Francia o Spagna basta che se magna”.

               La fine della guerra fredda nella globalizzazione del neoliberismo o neoistituzionalismo parve riportare al centro del dibattito i principi dell’idealismo kantiano, quale “fine della storia”, in contrapposizione al realismo internazionalistico di Tucidide, Machiavelli ed Hobbes.

               Nessuno Stato agisce da solo ma cerca di ottenere una supremazia attraverso alleanze, sia per espandersi che per assicurarsi una propria stabilità interna, questo sia in termini militari che economici, tuttavia vi è una differenza fra la politica estera e interna, mentre la prima può agire ad impulsi, con periodi di stasi, nella seconda vi deve essere una continuità d’azione.

               Michael Brecher definisce lo stato di crisi sotto tre condizioni:

a)      Minaccia ai valori fondamentali della Comunità,

b)      Alta probabilità di trovarsi coinvolti in ostilità;

c)      Tempo limitato per reagire alla minaccia.

Si deve tuttavia aggiungere la narrazione che colui che osserva si fa dei fatti, come se fosse oggettiva, senza valutare la possibile soggettività della loro interpretazione. ( L. Bonanate, Prima lezione di relazioni internazionali, Laterza 2010).

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lunedì 10 aprile 2023

Tecnologia della Difesa. UNMANNED AERIAL VEHICLES: CHE COSA SONO, TECNOLOGIE E AMBITI DI UTILIZZO III Parte

 

2.2.1 AMBITO DI UTILIZZO MILITARE E SICUREZZA

 Guiseppe Cozzi

In ambito militare e sicurezza, gli UAV sono stati applicati per diverse punti. Riportiamo di seguito i campi di applicazione più noti:

-          Dangerous rules: per sorvegliare aree fortemente protette, la perdita di un UAV è minore rispetto alla perdita di un velivolo con persone a bordo. In queste missioni si utilizzano UAV Stealth, difficilmente rilevabili dai radar e diventano difficili bersagli per i missili e fuoco antiaereo;

-          Dirty rules: sono applicazioni sia di natura militare che di natura civile, come il monitoraggio dell’ambiente a seguito di contaminazione nucleare o chimiche, evitando di mettere a rischio vite umane. Gli UAV possono anche innaffiare in maniera circolare con sostanze chimiche, normalmente tossiche e letali per l’uomo;

-          Dull rules: l’osservazione e la sorveglianza per lunghe ore da parte di soggetti addestrati può portare stanchezza e perdita di concentrazione, con conseguenze serie sul risultato della missione. Un UAV dotato di video HD a colori, trasmissione dati, termocamere e scansioni radar svolgono efficacemente tali lavori, ad un costo minore e senza i suddetti limiti umani;

-          Forze dell’ordine: molti dipartimenti di polizia utilizzano droni per garantire l’ordine pubblico e la sorveglianza di tutte la superficie, come ad esempio accade in India; negli Stati Uniti e la polizia usa i proni per la sicurezza. Vari UAV sono stati utilizzati da US Customs and Border Protection dal 2005 con l’intenzione di usare droni armati. L’FBI nell’anno 2013, ha dichiarato di possedere e utilizzare gli UAV per fini di sorveglianza, mentre nell’anno 2014 cinque di polizia inglesi riferiscono di aver ottenuto e o gestito UAV per l’osservazione. In Italia, nell’anno 2013, la società di difesa italiana Selex ES ha fornito un drone di sorveglianza non armata per essere distribuito nella Repubblica Democratica del Congo, per monitorare i movimenti dei gruppi armati nella regione e per proteggere la popolazione civile in modo più efficace;

-          Lotta al terrorismo: da quando gli Stati Uniti sono entrati in guerra per la lotta al terrorismo, si resero conto della difficoltà contro una guerra irregolare e asimmetrica. Furono considerati il modo più efficace di combattere minacce asimmetriche in guerra irregolare è quello di condurre operazioni rapide e distruttive al fine di paralizzare il nemico;

-          Obiettivi per l’addestramento militare: dal 1997, l’esercito americano ha utilizzato più di 80 F-4 Phantom convertiti in aerei robotici da utilizzare come obiettivi aerei;

-          Protezione contro altri UAV: gli Stati Uniti hanno sviluppato sistemi di difesa contro attacchi drone di basso livello. Alcune aziende tedesche stanno sviluppando laser da 40 kW contro UAV, mentre alcune aziende britanniche hanno sviluppato congiuntamente un sistema per monitorare e interrompere il meccanismo di controllo per i piccoli UAVs;

-          Protezione di convogli;

-          Ruoli di copertura;

-          Ruoli di ricerca: alcuni UAV vengono utilizzati nella ricerca e nello sviluppo dell’ambito aeronautico, a scopo di test. In questi casi, vengono progettati UAV in scala, sia in ambito militare che civile, per effettuare delle prove realistiche, economiche e meno pericolose; l’esito dei test saranno effettuare modifiche sui modelli reali;

-          Sicurezza territoriale, frontiere e lotta ai narcotrafficanti: nel 2011 gli Stati Uniti hanno iniziato una collaborazione con il Messico per arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e del traffico di sostanze stupefacenti attraverso il confine. L’esercito statunitense ha iniziato a impiegare i propri UAV a seguito dell’uccisione dell’agente dell’immigrazione Jaime Zapada, freddato da alcuni uomini armati nel Nord del Messico il 15 febbraio 2011. Gli APR/UAV vengono impiegati per segnalare i movimenti e la forza numeri dei narcotrafficanti, informazioni subuto comunicate agli agenti sul territorio. Volano circa 18.000 metri di altezza, praticamente invisibili da terra, e in un solo giorno possono controllare minuziosamente un’area di circa 100.000 km2.

Gli UAV miliari sono tecnologie di punta che vengono utilizzati per compiti come ricerca aerea, l’intelligence elettronica, le ispezioni del territorio e gli attacchi missililistici. Questi possono essere equipaggiati con antenne ad alta sensibilità in grado di rilevare eventuali segnali relativi a minacce, inoltre possono trasmettere immagini in tempo reale sugli obiettivi che vengono individuati, fornendo un feedback immediato alle unità operative sul terreno. Oggi le più recenti versioni di droni militari vengono utilizzati dalle forze militari in tutto il mondo e  sono impiegati in una varietà di missioni e compiti. Consentono agli eserciti più piccoli di effettuare operazioni su larga scala a costi inferiori e con meno rischi. Dai voli di ricognizione a lungo raggio utilizzati per mappare il terreno su cui si svolgerà un attacco, agli attacchi di precisione che possono essere eseguiti senza mettere a rischio le vite umane. Utilizzati già in altre guerre per diversi scopi, dalle attività di intelligence, come la sorveglianza o lo spionaggio, per la trasmissione dei dati da luoghi remoti, o per le attività di distruzione, i droni militari vengono comandati da remoto da personale specializzato e scelto con alte skills tecniche, in grado di guidare le nuove macchine della morte.

venerdì 31 marzo 2023

Tecnologia della Difesa. UNMANNED AERIAL VEHICLES: CHE COSA SONO, TECNOLOGIE E AMBITI DI UTILIZZO


UAV: AMBITI DI UTILIZZO

 di Giuseppe Cozzi

La tecnologia degli UAV da quando si è sviluppata, è stata usata per fini militari, a partire dai modelli di dimensioni molto grandi fino ad arrivare ai modelli dell’ultima generazione[1].

Gli ambiti di utilizzo degli UAV sono da un lato quello militare e della sicurezza e dall’altro quello civile e scientifico.

Oggigiorno, gli UAV sono utilizzati dalla imprese, dalle agenzie governative e dalle forze dell’ordine. Ad esempio, se consideriamo gli Stati Uniti, possiamo dire che gli UAVs sono utilizzati per pattugliare i confini della nazione, con l’obiettivo di individuare i fuggitivi.
Negli Stati Uniti, i principali produttori di UAV sono:

-       Aero Vironment;

-       Aurora Flight Sciences;

-       General Atomics;

-       Lockheed Martin;

-       Northrop Grumman.

Invece i principali produttori non statunitensi di UAV sono:

-       Elbit;

-       European Aeronautic Defense and Space Company;

-       Dassault Aviation;

-       Israel Aerospace Industries Ltd;

-       Safran Electronics & Defence.

Il Dipartimento della Difesa (DoD), ha sviluppato UAV senza pilota e i vantaggi del suo utilizzo sono molteplici, cioè risparmi in termini economici, sicurezza nelle missioni, incolumità per i piloti e militari, alta tecnologia e precisione negli attacchi.

Il loro sviluppo, dunque ha lo scopo di:

-       Dare rilievo alle missioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione), di antiterrorismo e contro armi di distruzione di massa;

-       Disporre di una forza decisiva nelle operazioni congiunte e nella coalizioni internazionali;

-       Prendere decisioni autonome e importanti in ogni situazione;

-       Proteggere la Patria;

Non pochi però sono i problemi rilevati dagli appositi UAV armati nelle missioni di guerra: etici, per le uccisioni di civili sui territori bombardati; giuridici e legali, in rapporto al diritto internazionale e legati alla trasparenza e all’informazione per il controllo che ha la CIA negli Stati Uniti in alcune missioni[2].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] COX TIMOTHY H., NAGY CHRISTOPHER J., Civil UAV Capability Assessment (Draft Version), (2004)

[2] Droni, utilizzo militare, in https://www.proversi.it/discussioni/pro-contro/108-droni-utilizzo-militare

lunedì 20 marzo 2023

Tecnologia della Difesa. UNMANNED AERIAL VEHICLES: CHE COSA SONO, TECNOLOGIE E AMBITI DI UTILIZZO

 

Di Guseppe Cozzi

 

NASCITA, EVOLUZIONE E PROLIFERAZIONE DEGLI UAVs

 

Lo scopo di questo paragrafo non è quello di fare una lunga digressione sulla storia degli UAVs, bensì di analizzare quali siano state le motivazioni che hanno portato ad una rapida evoluzione e articolata proliferazione dei droni, soprattutto in ambito militare. La sigla UAV (Unmanned Aerial Vehicle) in italiano anche detti APR (Aeromobile a Pilotaggio Remoto) racchiude tutti quei velivoli senza pilota. Nati prettamente in ambito militare, il loro uso, con il passare degli anni, si è esteso anche all’ambito civile (per esempio monitoraggio ambientale o supporto alle operazioni di pubblica sicurezza). Gli UAVs, o droni, vengono pilotati grazie ad alcune stazioni di controllo a terra (o anche imbarcate), le cosiddette Ground Control Station (GCS), sia nelle fasi di decollo/atterraggio sia nella fase di condotta della missione di volo. La propulsione, generalmente, è affidata a dei turboreattori che garantiscono velocità subsoniche dell’ordine di Mach 0,9. Per quanto attiene alla superficie alare, più è grande più viene assicurata una rilevante autonomia ad alta quota. Per quanto afferisce ai sistemi di cui gli UAVs sono dotati, ogni esemplare è costituito dall’equipaggiamento che più si attaglia alla missione assegnata.

La storia dei velivoli a controllo affonda le sue origini fin dai primi studi e ricerche sul volo: infatti, da quando furono realizzati i primi oggetti volanti più pesanti dell’aria, quasi contemporaneamente si è iniziato a pensare a come controllarli a distanza. Il primo impiego conosciuto è da attribuire all’utilizzo di mezzi aerei controllati da parte dell’esercito Austro-Ungarico, che impiegò alcuni palloni aerostatici per colpire Venezia durante l’assedio del 1849, senza esporsi al fuoco dei cannoni della difesa.

I primi esempi seri di studio di veicoli volanti teleguidati nacquero però durante la Prima Guerra Mondiale, con l’impiego diretto dei primi aerei e della radio, invenzioni di recentissima realizzazione. Il professor Archibald Low, ingegnere arruolato come capitano nei Royal Flying Corps, con una squadra di 30 tecnici mise a punto il progetto “Aerial Target” (AT): il primo velivolo a motore con testata bellica e sistema di pilotaggio attuato via impulsi radio[1]. Durante la Seconda Guerra Mondiale poi, i tedeschi svilupparono la Ruhrstal 1400X, conosciuta come Fritz X: si trattava di una bomba perforante con superfici telecomandate via impulsi radio a onde ultracorte costruita attorno ad una bomba convenzionale SC250, con capacità accresciuta a 1.400 chili. La sua vittima più celebre fu la corazzata Roma della Regia Marina italiana, affondata tra il golfo dell’Asinara e le bocche di Bonifacio il 9 settembre 1943, in cui persero la vita 1352 marinai.

Con lo scoppio della Guerra Fredda, il bisogno di avere una sorveglianza sempre più efficiente nonché la necessità di effettuare missioni furtive, spinse la United State Air Force ad apportare cambiamenti agli aerei da combattimento, rendendoli più simili ai droni e quindi idonei ai loro scopi. La CIA assegnò alla Loockheed Corporation, una delle più importanti industrie aerospaziali statunitensi e mondiali dell’epoca, un contratto per la progettazione e realizzazione di un aereo ad alta velocità e ultra stealth. L’aereo in questione venne chiamato Lockheed U-2, ma purtroppo non ebbe un grande successo, infatti fu abbattuto in guerra e il pilota venne sequestrato. Alla luce di questo episodio, la necessità di creare velivoli senza pilota a bordo divenne sempre più incombente.  L’industria statunitense Teledyne Ryan, specializzata nella produzione di drone da ricerca o bersagli volanti, sviluppò dall’AQM 34 Firebee, velivoli lanciabili da terra o sganciabili dalle ali di un aereo madre (di solito un aereo da trasporto Lockheed DC 130 Hercules) con compiti di ricognizione strategica o di guerra elettronica: questi velivoli difatti erano riempiti di apparecchiature per analizzare e disturbare le emissioni radio e radar del nemico, oppure per effettuare ricognizioni fotografiche. Il primo ciclo di queste missioni delicate fu svolto sulla Cina nel 1964, con ottimi risultati, ma anche con la perdita per abbattimento o avaria di numerosi esemplari. Così vennero sviluppate versioni via via più performanti. L’impegno americano nel conflitto del Vietnam vide un esteso uso degli UAV sul territorio Nordvietnamita e sul quello contiguo cinese.

Le pesantissime perdite subite dalle forze aeree statunitensi, in termini di aerei abbattuti e di uomini uccisi o catturati, in quasi dieci anni di combattimenti, raffrontati con le prestazioni sempre più spinte dei droni e i dati di perdite in continua diminuzione fecero sorgere spontanea a Washington la considerazione di affidare ai velivoli senza pilota anche una parte delle missioni di combattimento, dotandoli di armamenti e sistemi di puntamento adatti.

Negli anni successivi le caratteristiche dei droni iniziarono a cambiare per adattarsi a più moderne esigenze. Il focus passò dalla velocità alla manovrabilità e al peso, droni sempre più simili a quelli attuali vennero prodotti anche con materiali più leggeri e innovativi, come la fibra di carbonio e fibra di vetro. Negli anni ‘70 fu prodotto il Lockheed MQM-105 Aquila, il primo drone dalle dimensioni ridotte capace di volare con il pilota automatico. Il suo punto di forza risiedeva in innovativi sensori capaci di scovare obiettivi nemici sia di giorno che di notte. In quegli stessi anni, l’Israel Aircraft Industries11 (IAI) sviluppò lo Scout, un drone economico e semplice da produrre, ma allo stesso tempo molto resistente e difficile da distruggere. Grazie ad una telecamera montata nella torretta, questo drone ‘low-cost’ riusciva a fornire ai suoi utilizzatori immagini a 360 gradi. Negli anni ‘80 vennero progettati i Canadair serie CL-89 e Cl-289, utilizzati fino ai primi anni 2000. Con un’autonomia di circa 140 Km e una capacità di registrazione di 10 minuti, il CL-89 aveva il compito di sorvegliare e raccogliere informazioni sulle postazioni nemiche. Nel 1984, la IAI e la Tadiran costituirono la Mazlat Ltd, e da lì a poco svilupparono il famoso Pioneer. Questo drone, seppur non in grado di trasportare grossi carichi, poteva volare in autonomia su un percorso prestabilito ed essere controllato da una stazione a terra in grado di conoscere la sua posizione in tempo reale. Il suo punto di forza era quello di riuscire a trasmettere, attraverso un sistema di telecomunicazione line of sight (LOS)12, informazioni visive in diretta e, in caso di problemi, assicurare comunque l’integrità delle informazioni, grazie ad una modalità di backup. Nel decennio 1990-2000 sempre più nazioni hanno cominciato ad interessarsi agli APR, segnando così un periodo di grande sviluppo nella produzione di droni. L’introduzione del sistema di telecomunicazione GPS ha permesso agli APR di essere gestiti su un più ampio raggio d’azione, e i vecchi radiocomandi e giroscopi sono stati sostituiti dalle apparecchiature di controllo digitali (DFC) In quegli anni sono nati anche i primi droni solari, droni dotati sia di motori elettrici alimentati da pannelli solari, i quali alimentavano i motori e tutte le attrezzature di bordo.

I droni solari non sono stati l’unica novità del decennio precedente gli anni 2000, infatti, anche un’altra classe di droni, basata sulla ricognizione e sull’azione a lungo raggio, ha preso vita in quello stesso periodo, dando così il via ad una nuova generazione di APR dotata di sistemi ad infrarossi e attrezzature intelligenti. Questi strumenti venivano utilizzati per lo spionaggio di segnali elettromagnetici, attività meglio conosciuta con il nome di SIGINT (SIGnals INTelligence). Si tratta della raccolta di informazioni mediante l'intercettazione e analisi di segnali, sia emessi tra persone (communications intelligence - COMINT), sia tra macchine (electronic intelligence - ELINT), oppure una combinazione delle due. Tra i più conosciuti ricordiamo l’RQ-1 PREDATOR (Figura 1.11), un monoplano ad ala bassa della categoria MALE (medium altitudine, long endurance - media quota, lunga autonomia) costruito nella metà degli anni 90 dalla General Atomics. Dal valore complessivo di circa 40 milioni di dollari, l’RQ-1 (R-ricognizione, Q-senza pilota) è stato progettato per svolgere missioni di ricognizione, è entrato in volo per la prima volta nel 1995 ed è stato utilizzato da diversi Paesi ma principalmente dalla United States Air Force. Questo APR era dotato di diversi sensori e una fotocamera frontale che forniva immagini a colori ad alta definizione, inoltre permette di essere guidato in maniera remota da una stazione composta da 50/55 persone, attraverso un joystick e un collegamento satellitare o radio. Aveva un grande raggio d’azione (730 km circa) e un’autonomia che si aggirava intorno alle 17 ore. Successivamente fu dotato anche di missili, cambiando il suo nome in MQ-1 e denominato Killer Drone / Hunter, perché non solo era capace di svolgere missioni di ricognizione, ma anche di identificare un obiettivo nemico e combattere.

 

I drone odierni, con tutta la loro dotazione di apparati elettronici, la loro flessibilità di uso e la loro economicità di gestione, costituiscono sistemi d’arma competitivi contro le attività di guerriglia, come sperimentato in Iraq e Afghanistan. Per la prima volta, un pilota, seduto in una stanza a migliaia di chilometri dal velivolo che sta pilotando, con a sua disposizione le stesse avanzate strumentazioni di controllo (anche satellitare) che potrebbe avere su un jet da guerra e le armi di precisione più letali degli arsenali moderni, può colpire praticamente chiunque e dovunque sul globo terrestre. Un drone come il Global Hawk può volare ininterrottamente per più di 30 ore, il che addirittura permette di avvicendare nella missione più piloti che potranno godere così di turni di riposo. L’immensa capacità bellica, con un minimo carico, raggiunta da questi aerei però pone anche questioni di tipo morale e relative anche alle leggi di guerra internazionali.

 

 

 

 



[1] La lunga rivoluzione dei Droni, i famigerati UAV della storia, (2013), in www.massacritica.eu

giovedì 9 marzo 2023

Italia: un paese border line dall'incerto futuro


 L'Italia ospita basi statunitensi. (Vds carta del 28 febbraio 2022) La logica conseguenza della Campagna d'Italia vinta dagli Stati Uniti con gli altri Alleanti in Italia nel 1945. In Sicilia e nel resto della penisola vi sono Cimiteri di guerra statunitensi, a ricordare a tutti che l'Italia è stata conquistata, nella versione più generale, liberata dagli USA. Pertanto gli Stati Uniti avranno sempre la tendenza ad avere l'Italia sotto la proprio sfera di influenza. Durante la guerra Fredda l'Italia è stato una fedele alleato degli Usa, e una militanza nella NATO di tutto rispetto, nonostante ospitasse uno dei più forti partiti comunisti dell'occidente. Con la fine della guerra fredda al partito Comunista  che minacciava la fedeltà agli Stati Uniti si è sostituita la destra veterosocialista sovranista, nazionalista  antiatlantica, ed antieuropeista  della Destra ( Forza Italia, Lega e simili) che continuarono e rinverdirono i rapporti che il Partito Comunista aveva con Mosca. Dinamiche similari, che fanno dell'Italia un paese sempre inaffidabile, border line, sempre sul baratro di una catastrofe nazionale. Con il 24 febbraio 2022  è iniziato l'appello di chi sta con chi. Non è possibile avere metà classe dirigente  che sta da una parte e l'altra metà che sta con l'altra. Per dirigenti di una nazione teocratica, come la Russia o addirittura la Cina, una volta usati questi leader come teste di turco e conquistato il potere, non vi è più appello o considerazione. Non saranno come gli Stati Uniti che permetteranno una vita democratica, libera, e nel rispetto dei Diritti Umani L'Italia diventerà una  delle tante Bielorussia, governata da un satrapo o da un boiardo di stato, senza alcun peso nella stanza del potere, in cui vegetare sarà una delle condizioni più auspicabili.

 

lunedì 20 febbraio 2023

ROma vista da Mosca. Ad un anno di distanza dall'invasione

 Ad un anno dall'inizio delle operazioni in Ucraina, Mosca vede Roma sempre con grandi riserve. Nel corso degli anni ha investito molto , iniziando dalla amicizia personale tra Putin e Berlusconi il cui apice è stato raggiunto a Pratica di mare, al vertice NATO. Russia. Una bella iniziativa che ha dato copiosi frutti, compresi i segreti Nato trovati dagli Statunitensi negli Uffici del Servizio Segreto Iracheno nel 2003 giunti da Roma via Mosca. UN'amicia di Berlusconi per Putin è inossidabile, tanto che ancora in questi giorni dichiarazioni dell'Uomo di Arcore sono orienti a giudizio negativi sulla leaderschip ucraina, alla opposizione all'invio di aiuti  ed armi. Tutto a favore di Mosca. I l parti dei Cinque Stelle con l'allora ministro degli esteri Di Maio aveva favorirto la più grande azione di spionaggio in Italia da parte russa dal termine della guerra fretta con la scusa degli aiuti COVID. In più azioni palesi di spionaggio sono emerse anche nell'ambito dello Stato Maggiore Difesa, con un ufficiale superiore arrestato dal nostro controspionaggio in flagranza di reato e la conseguente espulsione di 25 "diplomatici" russi accreditati in Italia Accanto a questo occorre mettere che la Lega con Salvini e tutto pro Mosca, e questo è dal 2014 una costante. Mosca deduce quindi che l'Italia sia un ottimo veicolo per una disgregazione della Nato, obiettivo primario della Russia intenta a diventare Super potenza e riconquistare le posizioni perdute nel 1989. 

La risposta dell'Italia è stata la politica di Draghi, che ha sganciato, con sacrifici, la dipendenza energetica dell'Italia dalla Russia, ha aderito compatta all'azione di aiuto all'Ucraina, ed è divenuta uno dei pilastri Nastro nel fronte sud, fronteggiando con perizia la flotta russa in Adriatico e nel Mediterraneo centrale. Il nuovo governo addirittura ha visto il Presidente del Consiglio andare a Kiev e ribadire totalmente la linea Draghi. La Russia ha reagito con parole insultati verso la leaderswchip italian con le parole del Vice presidente Merdved, che onestamente appare un fedele esecutore di ordini, uno yesman di prima grandezza nell'orbita putiniana.

Italia sempre più europea e atlantica; questo se vuole sopravvivere. Ma si deve anche capire che gli alleati nostrani di Putin sono da emarginare e combattere, se si vuole rimanere indipendenti e non arrivare ad essere come i bielorussi, autentiche vittime che nessuno ricorda di una volontà di dominio totale della teocrazia moscovita.

giovedì 9 febbraio 2023

Pensiero unico nel pluralismo di una Europa unificata

 


Sergio Benedetto Sabetta

 

 

            Vi è attualmente una notevole difficoltà nel pensare il concetto di Europa nei termini socio-politici di U.E., che cosa è l’Europa? Cosa dovrebbe essere? Vi sono una pluralità di visioni, ognuna frutto di interessi, storie e culture differenti ma strettamente intrecciate tra loro, in cui secondo il punto di vista si possono sottolineare le differenze o le similitudini, una parentela tendenzialmente litigiosa ma obbligata a convivere per storia e ristrettezza dei luoghi, avvolta in un continuo scambio culturale.

            La centralità della Germania sia in termini geo-strategici che economici, il suo peso nei confronti dei vicini ma anche la sua storia recente del Novecento, crea aspettative, inquietudini e dubbi, da una parte si vorrebbe che prendesse delle posizioni più decise, chiare e mettesse la sua forza economica a disposizione dell’Unione, dall’altra vi è un timore che debordi schiacciando gli alleati, creando malessere, nella difficoltà di riportare la sua concezione austera e comunitaria dell’economia con quella mediterranea del disavanzo collettivo a beneficio dell’individualismo familiare.

            Gli Stati Uniti a loro volta, da protettori di una U.E. utile agli scambi economici e quale bastione contro il blocco orientale guidato dall’U.R.S.S., hanno acquisito una certa indifferenza strategica mista a diffidenza per il forte surplus commerciale della Germania.

Anche il rapporto con la Russia e la Cina da parte dell’U.E. sono oggetto di attenzione e incomprensione, alcuni problemi finanziari e di destabilizzazione dell’area del Mediterraneo, con i loro strascichi immigratori, non appaiono essere estranei quali risultati di manovre oltreoceano, l’Italia come pedina nei rapporti tra l’area germanica e gli U.S.A.

            La Banca centrale europea (BCE), quale clone della Bundesbank, ne ha ereditato la cultura della stabilità fondata sulla bassa inflazione e la stabilità del cambio, elementi inseriti in statuto, l’austerità contabile che ne è conseguita alla crisi del 2008 tende a scaricare sugli Stati Uniti l’onere della ripresa, con profonde problematiche per le aree periferiche, le cui difficoltà aumentano il potere del centro moderando ulteriormente l’inflazione e la diffidenza sia degli U.S.A. che di altre aree dell’U. E.

Solo la Francia forte del suo peso strategico resiste ad una accentuata austerità, ondeggiando nel suo rapporto con Berlino per la quale l’asse Parigi - Berlino è fondamentale per la stabilizzazione dell’U.E.

            La Francia da parte sua ha teso a compensare il dinamismo economico tedesco con la potenza militare e l’attività diplomatica, ma le crisi che si sono succedute dai primi anni Duemila con il rigetto da parte francese nel 2005 della costituzione europea, l’eccesso di tecnocrazia imposto all’U.E. con il Trattato di Lisbona del 2006, la crisi finanziaria del 2008, la non brillante gestione della primavera araba nel 2011, con la successiva collegata crisi migratoria, e le recenti crisi della pandemia e della guerra in Ucraina hanno reso evidenti oltre ai limiti francesi anche quelli dell’Unione, obbligando Berlino e Parigi a riconsiderare i loro rapporti, ancor più nel momento in cui la crisi europea si era già manifestata con la Brexit della Gran Bretagna.

            L’uscita dell’Inghilterra dall’U.E. e le difficoltà francesi nel gestire militarmente e diplomaticamente le crisi e i conflitti alla periferia dell’Unione, per non parlare della guerra all’Est, hanno dato nuova valenza al progetto “Ankerarmee” elaborato a Berlino e proposto alla conferenza della Sicurezza di Monaco del 31/1/2014.

Vi è la necessità ed opportunità di un maggiore impegno nella difesa comune, considerato il peso economico e geopolitico, ma vi è anche il rischio di creare tensioni vista la memoria storica, nasce pertanto la necessità di appoggiarsi sulla Francia per stemperare i timori ed evitare futuri conflitti, ma anche di mantenere una fedeltà alla Nato e cercare di continuare a coinvolgere la Gran Bretagna.

            L’impegno militare non può che accrescersi gradualmente evitando pericolosi eccessi, che destabilizzano tanto gli equilibri con gli altri partner dell’Unione che all’interno della stessa Repubblica Federale, dove è cresciuta una cultura che delega la difesa all’esterno con i relativi costi, concentrandosi solo sugli aspetti economici della produzione ed export.

Una cultura che con il tempo da punitiva e contenitiva si è rivelata conveniente alla nuova economia globale, eliminando parte delle spese militari improduttive e concentrando ricerca e sviluppo sull’export, fino ad esplodere con la fine della Guerra fredda.

            Nonostante la diffidenza l’offerta di Berlino di diventare “Ankerarmee” (esercito àncora), in modo da ottenere delle forze armate continentali specializzate per settori e con un potenziale industriale - militare autonomo, è stato già accolto da alcuni Stati dell’area germanica quali i Paesi Bassi e la Repubblica Ceca.

Ancora più interessante è l’istituzione dall’aprile del 2017 del Kommando Cyber und Informationsraum (Comando cibernetico e dello spazio informativo), con  base a Bonn, con il compito di ciberdifesa ed in futuro di sviluppare una potenzialità offensiva quale alternativa al potenziale nucleare.

            In questi scenari il “gruppo di Visagrad”, nel raccogliere quattro paesi dell’ex patto di Varsavia, si pone quale gruppo di pressione all’interno dell’Unione tra l’area occidentale e quella russa, depositari di una propria storia drammatica del Novecento e di una cultura condivisa sui valori e sui diritti forgiata dai drammi del secolo di ferro, d’altronde l’U.E. ha due linee di frattura: una ad Oriente con il mondo Russo e l’altra a Sud nel Mediterraneo, linee che si saldano nel Medio Oriente, di cui il mondo balcanico nella sua frammentazione ne è una rappresentazione.

            Il Mediterraneo considerato da sempre elemento di instabilità per il confluire e il raffrontarsi di culture diverse, interessi confliggenti e incrociarsi di vie di comunicazione, è per l’Europa una soglia estremamente delicata, i cui paesi europei che su di esso si affacciano possiedono una fragilità strutturale ed una cultura alternativa a quella del Nord.

La Spagna è stata vista dalla Germania, per un certo lasso di tempo, quale possibile alternativa all’Italia nel bacino del Mediterraneo, al fine di una eventuale stabilizzazione e integrazione dell’area, ma la speranza è andata a spegnersi a causa delle tensioni interne e delle crisi economiche, mentre la Grecia è finita commissariata.

Resta l’Italia con la sua storia particolare quale unico paese immerso nel Mediterraneo, vi è tuttavia una fragilità strutturale dello stesso dato dalle divisioni interne dovute anche dalle sue differenze storico – culturali, ulteriormente accentuatesi in questo momento di crisi.

            Già Luttwak prevedeva negli anni Novanta del secolo scorso il sovrapporsi del conflitto geo-economico al classico conflitto militare, un conflitto che si apriva anche tra gli ex alleati del fronte occidentale così da superare “la visione serafica dell’Europa di Maastricht propagandata dal massimalismo europeista”(87, L. Incisa di Camerana, La vittoria dell’Italia nella terza guerra mondiale , Laterza, 1996).

 L’Italia in questi nuovi scenari assumeva una visione universalistica tra una agenzia dell’ONU e la C.R.I. (1), senza una politica estera ben definita, seguendo la politica già perseguita durante la guerra fredda di un basso profilo militare, adeguandosi al clima politico e sociale esistente prevalentemente pacifista e ripiegato sulle dinamiche interne, tale da trasformare l’Italia in un possibile campo di battaglia socio-economico per Stati e potentati esteri, come nel XVI secolo in cui ad una ricchezza culturale ed economica corrispondeva una debolezza politico-amministrativa (2).

            L’Italia risulta quindi essere stretta tra  Germania e Stati Uniti, sottoposta a facili pressioni internazionali sia dirette che indirette, basti pensare alle ripetute crisi finanziarie del debito pubblico, alle pressioni migratorie e alle infiltrazioni cinese e russe, con una politica estera indecisa, in affanno nella difesa del proprio capitale industriale, percorsa da fremiti pacifisti, terzomondisti e idealisti nel pubblico ma fortemente individualista nel privato, sostanzialmente delocalizzata nel proprio intimo e quindi nell’impossibilità di inserirsi, se non occasionalmente, sia nel triangolo Parigi-Londra-Berlino che nel duopolio Parigi-Berlino, non in grado di assumere una politica europea coerente ed erede di una cultura in cui la “commendatio” è parte del proprio essere.

            Le tensioni e i conflitti finora descritti, sia interni tra visioni politiche differenti, che esterne, secondo un arco di crisi che va dal Baltico al Mediterraneo per estendersi all’Atlantico, hanno fatto sì che in mancanza di una forte legittimazione politica derivante dal voto delle popolazioni europee, prevalessero le tecnostrutture di Bruxelles e della BCE, espressione delle maggiori forze nazionali europee, creando dei poli naturali obbligati , ma mettendo a rischio nel tempo la tenuta della stessa U.E., non resta che rifarsi alla storia dell’Europa.

            Togliendo la struttura variabile propria della costruzione politica dell’Impero romano, già il cristianesimo ha originariamente manifestato una marcata autonomia culturale tra le diverse comunità, una fluidità istituzionale con centri direttivi paritari, dove esistevano “le Chiese” e non “la Chiesa”, solo lentamente si formò una struttura istituzionale più accentrata, ma comunque mai come quella che emerse dal Concilio tridentino nel XVI secolo.

Ne sono testimoni i vari concili ecumenici che si susseguirono nel IV e V secolo, tutti orientati per il prevalere politico della parte orientale dell’Impero, a cui si affiancarono i concili locali provinciali, ma anche alla dissoluzione dell’Impero d’Occidente una costellazione di regni romano-barbarici diedero origine ad una variabile notevole nei rapporti interni tra popolazione ed esterni con l’autorità formale dell’Impero, per non scordare dell’articolazione del Sacro Romano Impero e delle trasformazioni subite nella sua millenaria storia fino allo scioglimento napoleonico, come anche della pluralità dell’Impero asburgico.

            Vi è in altre parole nella genetica dell’Europa una varietà di forme e culture che ne determinarono una apparente fragilità ma che costituiscono quell’intreccio che ne rende resistente la matrice alle perdite e alle aggressioni, impedendo la nascita di un pensiero unico ma l’esistenza di una serie di pensieri complementari in osmosi fra essi.

Occorre pertanto evitare che il prevalere di una tecnostruttura autoreferente, non legittimata dalle popolazioni, conduca al dissolvimento dell’Unione per un autoritarismo implicito che tenda ad appiattire le comunità su un’unica visione prevalente, l’amalgama ci sarà ma avverrà spontaneamente e nei modi differenti da luogo a luogo, né devono trarre in inganno i facili entusiasmi dei momenti di crescita in quanto è nelle crisi che si vede la bontà di una costruzione.