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lunedì 28 aprile 2014

La fonte energetica russa per l'Italia

Gas russo per noi

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carta di Laura Canali
Le carte a colori di Limes 4/14 "L'Ucraina tra noi e Putin"


[Per ingrandire la carta scarica il numero su iPad]
Esiste Nord Stream, ma che ne sarà di South Stream? 

Una delle partite aperte dalla crisi ucraina riguarda il gas e le reti di gasdotti che collegano (o potrebbero farlo in futuro) la Russia con l'Europa occidentale. 

Il 50% del gas russo importato in Europa passa per l'Ucraina:transitano qui molti gasdotti di età sovietica (in arancione nella mappa), tra cui Brotherhood.

Le pipeline più recenti tuttavia, Nord Stream e Blue Stream (in rosa nella carta), sono lontane da Kiev: passano rispettivamente per il Mar Baltico e il Mar Nero.

Le recenti tensioni tra Russia e Occidente mettono in dubbio la realizzazione di South Stream (in rosa tratteggiato nella carta), che pure non passerebbe per l'Ucraina.

Nella carta sono rappresentati i paesi dell'Unione Europea, quelli extra-Ue e i territori sotto il controllo di Mosca.

Carta tratta da "Lo specchio ucraino",
editoriale di L'Ucraina tra noi e Putin
(23/04/2014)
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mercoledì 16 aprile 2014

Prato: orizzonti cinesi

Cinesi in Italia
Il dragone sommerso a Prato
Marco Sanfilippo
07/04/2014
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Un centro di ricerca a Prato per lo scambio tecnologico con la Cina nel settore tessile e dei nuovi materiali. Una collaborazione con alcune delle maggiori università e centri di ricerca cinesi. Un volo diretto Pisa-Shangai per collegare, senza intermediari, la storia del tessile italiano con una delle più importanti città dell’Asia e con la vicina Zhejiang, una delle più attive provincie della Repubblica Popolare nel campo dell’abbigliamento.

Sono i progetti che la Regione Toscana e le amministrazioni di Pisa, Prato e Firenze stanno mettendo in campo per dare sempre più corpo e basi legali a una partnership tanto proficua quanto problematica, che oggi ancora divide nell’analisi dei vantaggi e dei danni arrecati al settore tessile italiano dall’avvento del “Made in Italy cinese”.

Processo di agglomerazione
La prima vera ondata migratoria cinese a Prato si registra intorno all’inizio degli anni Novanta. Ciò coincide con una fase di declino e successiva ristrutturazione del distretto tessile, dovuta a una crisi del tipo di specializzazione locale (la lavorazione della lana rigenerata) e a una successiva ripresa accompagnata dallo sviluppo di un comparto a minor valore aggiunto (quello della maglia), che ha portato con sé un incremento della domanda di forza lavoro poco qualificata, specialmente per l’attività di cucitura.

Attratti dalla possibilità di inserirsi in un comparto lasciato libero dai lavoratori locali e caratterizzato dalla semplicità del processo produttivo e dal basso capitale necessario per mettersi in proprio, molti cinesi provenienti da altre parti d’Italia o d’Europa o direttamente dalla Cina (specialmente dalla cintura della città di Wenzhou, provincia dello Zhejiang) diedero vita a un rapido processo di agglomerazione, che nel giro di pochi anni ha visto aumentare esponenzialmente sia il numero di individui che il numero di nuove imprese.

Pronto moda
A livello imprenditoriale, è stato osservato come l’ascesa cinese a Prato sia interessante perché non va ad inserirsi all’interno della specializzazione che più caratterizzava il - distretto - quella tessile - ma in un tipo di produzione al tempo minore - l’abbigliamento - che si sviluppa su larga scala proprio grazie all’arrivo dei cinesi.

Ed è soprattutto grazie all’arrivo dei cinesi, tra l’altro, che a Prato si sviluppa un nuovo sistema produttivo, quello del cosiddetto “pronto moda”, che meglio si adatta alle nuove dinamiche dei mercati internazionali.

Ben presto, i primi gruppi di cinesi seppero crescere trasformandosi da semplici sub-fornitori a basso costo per le imprese locali a vere e proprie piccole imprese finali in contatto diretto con il mercato. L’esempio di questi primi nuovi imprenditori ha messo in moto un processo imitativo da parte di altri piccoli fornitori e nel giro di poco tempo ha sviluppato un vero e proprio modello di divisione del lavoro a livello locale che ha coinvolto un numero ancora maggiore di imprese cinesi.

Tra la fine degli anni Novanta e gli anni più recenti il numero di imprese cinesi è quasi quintuplicato, non solo grazie a un nuovo incremento di imprese finali e sub-fornitori nel settore, ma anche grazie allo sviluppo di attività complementari, specialmente nei servizi al commercio.

Lavoro sommerso
Oggi, a oltre vent’anni dall’insediamento cinese a Prato, molto ancora si dibatte sugli effetti economici, sulla componente sommersa e sulle questioni legate all’integrazione. Riguardo all'impatto economico, si rilevano almeno due tesi contrapposte: la prima è che l’arrivo dei cinesi a Prato abbia contribuito in modo significativo al declino del sistema produttivo locale; la seconda è che - al contrario - proprio grazie all’arrivo dei cinesi il distretto sia riuscito a ristrutturarsi in modo tale da poter affrontare al meglio le dinamiche dei mercati globali - e che quindi l’esistenza stessa del comparto sia stata salvata dall’arrivo dei cinesi.

Come spesso accade, la verità sta nel mezzo, ed è molto più complessa di quanto si possa derivare da queste semplici proposizioni. La componente “sommersa” della presenza cinese - quella delle migliaia di lavoratori giunti illegalmente (stimati in circa 7.000 unità) e impegnati in attività lavorative fuori controllo e spesso in situazioni estreme - è innegabilmente il fulcro della questione. È soprattutto a causa del sommerso che le statistiche tradizionali non sono finora riuscite a quantificare il peso reale della quota cinese sull’economia di Prato.

A questo riguardo, è da segnalare un recente lavoro a cura di un gruppo di ricercatori dell'Irpet che - combinando statistiche ufficiali con metodi di stima basati sul consumo delle risorse (come la quantità di acqua utilizzata nel processo produttivo) - ha stimato che l’attività delle aziende cinesi contribuisca per 14,3% della produzione totale e per il 10,3% del valore aggiunto della provincia, con un picco del 45% per il solo settore tessile.

Oltre agli aspetti prettamente economici, il caso di Prato merita attenzione anche per gli aspetti legati al processo di integrazione sociale di una comunità cinesi oggi tra le più grandi d’Europa. Se fino a poco tempo fa vi era una netta separazione tra la comunità locale e quella cinese, l’espandersi all’interno del secondo gruppo di una generazione di nuovi nati nella provincia (un quinto degli attuali residenti, non potrà far altro che contribuire positivamente al processo di integrazione culturale, sociale ed economica negli anni a venire.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Marco Sanfilippo, research fellow, Robert Schuman Centre for Advanced Studies, Istituto Universitario Europeo.
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martedì 8 aprile 2014

Italia: non poteva andare diversamente.

Nato
Stoltenberg segretario, l’Italia aspetta ancora
Mario Arpino
04/04/2014
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Per terza volta negli ultimi dieci anni, il Segretario generale della Nato verrà dai paesi del nord. Nel pomeriggio del 28 marzo, il North Atlantic Council (Nac - organo permanente di governo formato dagli ambasciatori dei Paesi aderenti) ha infatti designato l’ex primo ministro norvegese Jens Stoltenberg al vertice della Nato.

Il 1° ottobre avvicenderà il danese Anders Fogh Rasmussen, che cesserà dalla carica di vertice dell’Alleanza dopo cinque anni e due mesi di mandato.

Tra i dodici stati fondatori, il mandato è stato affidato tre volte a Gran Bretagna ed Olanda, due volte al Belgio, una sola volta all’Italia (Manlio Brosio,1964-1971) e alla Danimarca e, oggi, per la prima volta alla Norvegia.

Particolare curioso: la Danimarca è anche nell’Unione europea, ma con l’option out (rinuncia) alla partecipazione militare, mentre la Norvegia, che non fa parte della Ue, aderisce alla Nato previe alcune riserve (mai armi nucleari sul territorio). Tra gli stati non fondatori, solo Germania e Spagna hanno sinora avuto il mandato. È giusto aggiungere, per completezza, che per oltre quarant’anni consecutivi (1971-2012) la silenziosa carica di vice Segretario generale è stata affidata ad un diplomatico italiano. L'ultima volta però il posto è andato ad un americano.

Italia maglia nera nelle spese per la difesa
Al di à delle statistiche, che pure sono indicative di una tendenza, la designazione di Stoltenberg si presta a considerazioni di ordine vario. Il Segretario generale esprime la voce della Nato, con un ruolo che - pur nel rispetto delle prerogative degli Stati membri - può influenzare in modo anche determinante il processo decisionale dell’Alleanza.

La quale - è bene non dimenticarlo - vive e si sviluppa con il contributo finanziario e di forze degli stati membri. Gli Stati Uniti - nonostante le recenti riduzioni - sono ancora il principale “azionista”, rendendo disponibile, da soli, poco meno del 50% di forze e risorse, mentre gli altri si dimostrano sempre più riluttanti a spendere.

Al contrario la Norvegia, che con il laburista Stoltenberg, per due volte primo ministro, ha gradualmente incrementato le proprie spese per la difesa, è oggi uno dei paesi membri con il più alto indice pro-capite.

L’Italia, maglia nera, si era stabilizzata attorno a un misero 0,8%. Pur rimanendo ancora il quinto contributore al bilancio Nato dopo Usa, Germania, Regno Unito e Francia, agli occhi del principale azionista potrebbe quindi non godere di altissima credibilità.

Questo in un momento critico in cui, da un lato, gli Stati Uniti stanno orientando altrove la propria attenzione e, dall’altro, spirano venti di crisi proprio ai confini di quell’Europa dove lascerebbero volentieri Nato e Ue a presidiare sicurezza e stabilità.

L’inconsueta fretta con la quale il Nac ha designato Stoltenberg, producendosi anche in un annuncio ufficiale che normalmente viene lasciato ad una seduta ministeriale del Nac, non può non collegarsi, oltre alle considerazioni appena fatte, alla recente e fugace visita del presidente Barack Obama.

Fallita la candidatura di Frattini
L’Italia aveva covato a lungo l’ambizione di acquisire questa carica di vertice e, cinquant’anni dopo la nomina di Manlio Brosio, riteneva che il momento fosse ormai maturo. Sull’esclusione della candidatura Franco Frattini si può dire tutto e di tutto, tranne che gli osservatori più attenti non se l’aspettassero. I segnali c’erano, bastava volerli leggere.

In primo luogo, la designazione della candidatura era sembrata prematura: non avevamo capito, o abbiamo finto di non capire, che questo lungo intervallo si sarebbe prestato molto bene a preparare altri giochi.

Secondo, le cariche internazionali, Nato e Unione europea (Ue) vanno sempre guardate in modo cumulativo. Ad esempio, la presenza di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea può aver contribuito a stimolare la cancelliera Angela Merkel ed altri europei a non favorire il candidato italiano.

Terzo, in cinque anni abbiamo cambiato cinque governi: non è una buona pubblicità. Quarto, era indicativa la doppia proroga di Rasmussen, tesa a consentirgli di presiedere il summit del 4 e 5 settembre a South Wales (Galles), dove, ancora una volta, la Nato rifletterà sulla propria identità.

Infine, sulla candidatura Frattini, a suo tempo annunciata in Italia a colpi di grancassa, da diversi mesi era calato un silenzio alquanto strano.

Niente paura, e nessun problema strategico: sotto questo profilo, Stoltenberg alla Nato invece di Frattini non è cosa destinata a cambiare il mondo. Anzi, insegnerà qualcosa a tutti. A noi, per esempio, ad essere un po’ più seri.

Giornalista pubblicista, Mario Arpino collabora con diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. Èmembro del Comitato direttivo dello IAI. *
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martedì 1 aprile 2014

Fucilieri di Marina: verso una soluzione?

Caso Marò
Per i fucilieri di marina meglio diplomazia che arbitrato 
Natalino Ronzitti
01/04/2014
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Dopo aver escluso l’applicazione della legge antiterrorismo al caso dei due Marò, la Corte suprema indiana ha ammesso il ricorso italiano volto ad impedire che la polizia dell’antiterrorismo (Nia, National Investigation Agency) prosegua le indagini e formuli i capi di accusa.

La Corte suprema si è però riservata di udire le controparti e ha fissato una nuova udienza tra quattro settimane. Con il rischio che il periodo feriale prolunghi di nuovo una decisione sulla vicenda.

Ma non è questo il punto. Occorre finalmente chiarire se l’Italia voglia difendersi nel processo oppure dal processo. Finora ha contestato la giurisdizione indiana nel processo, presentandosi alle udienze insieme ai due fucilieri di marina e di tanto in tanto ha sollevato la questione nei fori internazionali, ma senza ottenere risultati rilevanti.

Ora si punta sull’internazionalizzazione della vicenda e addirittura si adombra qualche mossa “segreta”, che le autorità competenti non hanno voluto rivelare per evitare di fornire all’India la possibilità di preparare una contromossa!

Cosa vuol dire in concreto internazionalizzazione della vicenda?

Difendersi dal processo indiano
In primo luogo, il rifiuto di presentarsi alle udienze di fronte alla Corte suprema o di fronte ad altro tribunale indiano. “Nessun processino”, ha dichiarato il rappresentante speciale del governo italiano. Mettersi su questa strada significa non solo impedire che i due fucilieri si presentino in tribunale, ma anche ordinare che essi non si presentino più alle autorità indiane per la firma settimanale.

Questo, ovviamente, potrebbe comportare la revoca della libertà di movimento di cui attualmente godono. I Marò, quindi, dovrebbero starsene chiusi nella nostra ambasciata, luogo sicuro, dal momento che gli indiani non oserebbero invaderne i locali come fecero gli iraniani nel 1979 nei confronti dei locali diplomatici degli Stati Uniti a Teheran.

Non credo, d’altro canto, che l’India acconsentirebbe all’invio dei due Marò in Italia in attesa che si definisca la vicenda, come ha chiesto a gran voce il nostro governo.

Una volta rifiutato il processo in India, l’internazionalizzazione ha davanti due strade: l’arbitrato internazionale o il negoziato diplomatico, da condurre in un quadro multilaterale. Ambedue dovrebbero stabilire a chi spetti la giurisdizione, senza entrare nel merito della vicenda, senza stabilire cioè se i due fucilieri siano effettivamente responsabili della morte dei pescatori indiani.

Arbitrato internazionale
L’arbitrato è quello previsto dall’Annesso VII alla Convenzione del diritto del mare. Omettendo i dettagli tecnici, esso potrebbe essere azionato dall’Italia mediante un ricorso unilaterale. Nello stesso tempo l’Italia potrebbe chiedere al Tribunale internazionale del diritto del mare (Amburgo) una misura provvisoria volta al ritorno in patria dei due marò in attesa della decisione finale.

Richiesta sul cui esito positivo sono da nutrire seri dubbi, ma vorremmo essere smentiti. Quanto al Tribunale arbitrale, si tratta di un collegio di cinque giudici, due dei quali possono avere la nazionalità delle parti, cui spetta la nomina; gli altri tre stranieri, tranne che si decida diversamente.

L’annesso prevede una procedura in caso di stallo, incluso l’intervento del Presidente del Tribunale del diritto del mare. L’appello è escluso, ma le parti potrebbero preliminarmente ammetterlo. La Corte permanente di arbitrato, con sede all’Aja, potrebbe fungere da ufficio di cancelleria e mettere a disposizione le proprie “facilities”, inclusi i locali.

Gli handicap dell’arbitrato sono due: il merito e i tempi della procedura.

Le argomentazioni italiane fanno essenzialmente perno su due punti: il fatto che la sparatoria sia avvenuta in alto mare e l’immunità funzionale dei due marò. La prima argomentazione è debole. Esiste un concorso di giurisdizione poiché le vittime sono di nazionalità indiana ed è speciosa l’argomentazione secondo cui la giurisdizione spetti esclusivamente all’Italia, come sarebbe avvenuto se si fosse trattato di collisione o altro incidente della navigazione.

La seconda argomentazione è invece quella più convincente. I due Marò, anche se imbarcati su nave commerciale, hanno agito per una funzione pubblica e i loro atti devono essere imputati allo stato italiano che, eventualmente, ne risponderà secondo canoni della responsabilità internazionale.

L’unico problema è che si tratta di norma consuetudinaria, quindi non scritta, e che la questione dell’immunità funzionale è attualmente allo studio della Commissione del diritto internazionale delle Nazione Unite.

Il secondo handicap dell’arbitrato riguarda il tempo. Finora sono stati azionati nove procedimenti arbitrali nel quadro della Convenzione sul diritto del mare. Gli arbitrati terminati hanno richiesto almeno tre anni di tempo. Altri non si sono ancora conclusi, come quello tra Bangladesh ed india, iniziato nel 2009.

È vero, peraltro, che, durante la procedura, le parti potrebbero continuare a negoziare e trovare una soluzione prima che si giunga a sentenza.

L’alternativa della diplomazia 
L’alternativa all’arbitrato, sempre restando nel quadro dell’internazionalizzazione e rifiutando il processo indiano, è la negoziazione in un quadro multilaterale, facendo leva sugli alleati e presentando il caso nei fori multilaterali , a cominciare dalle Nazioni Unite, sollecitando anche l’intervento del Segretario generale.

Passi in questa direzione sono stati già fatti, ma occorre fare di più e, soprattutto, con costanza e coerenza, cioè abbandonando definitivamente il processo indiano. Strategie di natura tecnico-giuridica possono costituire un valido supporto al negoziato politico-diplomatico.

Ad esempio, in occasione del dibattito annuale in Assemblea Generale sui lavori della Commissione del diritto internazionale, occorre sollevare la questione dell’immunità funzionale degli organi dello stato impegnati in missione antipirateria, come i nostri marò.

L’Italia potrebbe inoltre farsi promotrice di una convenzione internazionale sulla disciplina del personale armato imbarcato sulle navi mercantili, dove dovrebbe essere inserite disposizioni ad hoc per il personale militare, volte a ribadire il loro status secondo il diritto internazionale attualmente in vigore. In materia esiste già un primo articolato, che potrebbe essere rinvigorito ed opportunamente adattato.

In conclusione, l’alternativa della soluzione diplomatica e della chiamata in causa della comunità internazionale sembra preferibile alla soluzione dell’arbitrato, a causa dei tempi lunghi che questo comporta e dell’alea del risultato finale.

La pirateria non è stata completamente sconfitta, ma gli attacchi pirateschi sono significativamente diminuiti da quando personale armato è stato imbarcato sui mercantili. L’Italia ha dato un contributo fondamentale alla lotta alla pirateria. Un merito da far valere al cospetto della comunità internazionale per porre fine ad una triste vicenda.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (LUISS Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
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sabato 29 marzo 2014

ENAC regola l'uso del pilotaggio remoto

UAV: regolamento da parte di ENAC

Il 22 gennaio 2014 è stato ufficialmente presentato il regolamento italiano sui sistemi aerei pilotati a distanza (CPT). Dopo l'introduzione del CPT nel "concetto di aeromobili" (cfr. art.743 del Codice della Navigazione italiano), l'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile (ENAC aka) alla fine ha elaborato un nuovo regolamento concernente tali sistemi aeronautici che sono sempre più popolando i nostri cieli.
Ai sensi del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio (CE) n 216/2008, il CPT di massa massima al decollo non superiore a 150 kg e quelle che sono progettati o modificati per scopi di ricerca, sperimentazione o scientifici sono ora messo sotto la responsabilità del ENAC.
Questo regolamento era necessario per irreggimentare le ops di questi sistemi aerei, oggi sempre più utilizzati da altri che gli attori militari per attività polivalenti.
Il documento cuciture di essere abbastanza esauriente, ma non comprende (citazione):
  1. Stato RPAS, di cui agli articoli 744, 746 e 748 del Codice della Navigazione;
  2. Sistemi con caratteristiche progettuali tale che il pilota non ha la possibilità di intervenire nel controllo del volo;
  3. operazioni CPT interni;
  4. d.      palloni utilizzati per le osservazioni scientifiche o palloni frenati.
La carta si rompe le regole sia per i sistemi aerei pilotati in remoto con massa massima al decollo "inferiore a 25 kg" e quelli con una massa "uguale o superiore a 25 kg" (ma meno di 150 kg).
Ops CPT, comprendono attività VLOS o BLOS in operazioni specializzate ed eventi sperimentali, gli operatori sono autorizzati ad operare, previa apposita autorizzazione rilasciata dall'ENAC o con una dichiarazione di operatore di ENAC in conformità con le disposizioni specifiche del regolamento.
Oltre a questo, molto interessante è la sezione riguardante aeromodelli che possono essere utilizzati solo per scopi ricreativi e sportivi. Il regolamento stabilisce norme specifiche per regolamentare il loro utilizzo al fine di garantire la sicurezza di persone e proprietà sul terreno.
In somma, essendo un documento abbastanza completo e chiaro, una lettura attenta si suggerisce a tutti gli operatori (la versione inglese è disponibile all'indirizzohttp://www.enac.gov.it/Servizio/Info_in_English/Courtesy_translations/info-1220929004.html ).
Fonte: A.Mucedola per AOS Fonte Ii Atlantic Organization Security Brief 2014 March 

venerdì 28 marzo 2014

Orizzonti Cina. Numero di febbraio 2014


Bentornati alla newsletter OrizzonteCina (ISSN 2280-8035). Il numero di febbraio  tratta di:
• Lo spettro del collasso ambientale

• Prospettive economiche per il 2014

• Classe media alla ribalta

• Pechino e la comunità uigura del Pakistan

• La marcia verso ovest attraverso la Via della seta

• Il “sogno cinese” e i rapporti con l’Italia. Intervista all’ambasciatore cinese in Italia, Li Ruiyu

Buona lettura!

mercoledì 26 marzo 2014

Difesa: nuove prospettive e nuovi orizzonti.

Dopo il Consiglio Supremo di Difesa
Produrre un Libro Bianco, istruzioni per gli operatori
Stefano Silvestri
24/03/2014
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Il Consiglio Supremo di Difesa ha deciso di varare un nuovo “Libro Bianco” , che delinei un profilo completo e coerente della politica di difesa italiana (ed europea) e serva da falsariga per la riforma delle Forze Armate. È una decisione importante, che però non sarà facile attuare in modo serio.

In Italia abbiamo avuto vari tentativi di produrre un libro bianco della difesa, in genere tutti miseramente falliti, con la sola parziale eccezione di quello a suo tempo (1985-86) prodotto quando Giovanni Spadolini si trovò alla testa della Difesa. Quel (parziale) successo fu dovuto ad una felice combinazione di cooperazione tra il Gabinetto del ministro e un piccolo gruppo di esperti civili, che riuscirono a “cortocircuitare”, in parte, la macchina amministrativa.

Di grande aiuto fu il fatto che quel ministro della Difesa non riteneva di dover rendere conto a nessuno, salvo forse il Presidente della Repubblica, di quello che faceva, per cui il lavoro proseguì indisturbato. Da ultimo fu un successo parziale perché gli estensori dovettero comunque tener conto della natura delle Forze Armate italiane e soprattutto della struttura della Nato, fortemente mutuata dal modello americano, che in sostanza prevedeva che ogni Forza Armata, di terra, di mare o dell’aria, combattesse la sua eventuale guerra in modo autonomo, per cui ogni tentativo di integrare e unificare i comandi e le operazioni era fortemente limitato in partenza.

Ciò non toglie che il seme fu comunque gettato (con la individuazione di cinque “missioni interforze”, tra le quali due lo erano realmente, e si rivelarono all’atto pratico le più rilevanti sul piano operativo) e riuscì a dare i suoi frutti dalla fine degli anni Novanta, con la creazione di un vero Capo di Stato Maggiore della Difesa, un vero Comando Operativo Interforze, eccetera.

LB nella realtà politica interna e esterna
Un Libro Bianco quindi può essere utile ed importante, ma deve essere pensato per innovare e provocare, non per servire come mediocre strumento propagandistico o per esprimere il consenso medio maturato nell’amministrazione. Se fa solo queste cose è semplicemente uno spreco di tempo e di carta.

Allo stesso tempo un Libro Bianco deve esprimere la volontà politica del Governo, poiché le sue formulazioni dovranno essere accettate e difese in sede politica, mentre le sue scelte dovranno diventare la falsariga su cui impostare la futura pianificazione della spesa e delle riforme necessarie.

Ciò significa quindi che il Libro Bianco non può ignorare il quadro politico e le posizioni dei vari gruppi. Tuttavia non può essere semplicemente il prodotto di un compromesso tra politici: deve avere una più alta coerenza analitica e propositiva.

Se il Governo non accetterà le proposte degli estensori, dovrà essere in grado di spiegare perché e trovare soluzioni alternative ugualmente soddisfacenti. In altre parole un Libro Bianco di peso non ignora la realtà politica, ma la mette alla prova. In questa direzione, ad esempio è andata la Francia, i cui due ultimi Libri Bianchi sono stati scritti da Commissioni create ad hoc, direttamente responsabili nei confronti del vertice politico.

Un Libro Bianco deve cominciare con il delineare le caratteristiche del quadro strategico (non solo le “minacce” o i “rischi” cui è esposto il paese, ma anche il quadro delle alleanze, degli impegni presi, delle possibili sinergie, eccetera) e deve poi stabilire quali siano le priorità cui si deve fare fronte.

È infatti del tutto improbabile che un paese come l’Italia possa pretendere di bloccare ogni minaccia e ogni rischio: deve quindi decidere cosa è veramente importante e cosa lo è meno, e proporre le soluzioni coerenti con tale scelta.

Malgrado il diverso peso specifico della difesa francese (che include anche la dimensione nucleare nazionale indipendente) rispetto a quella italiana, può essere utile ricordare come anche i Libri Bianchi prodotti in Francia abbiano sottolineato la centralità e l’importanza dell’integrazione europea, oltre che dell’Alleanza Atlantica.

Qualsivoglia politica e strategia italiana devono essere concepite per inserirsi pienamente in tale quadro: l’unico che può anche garantirne il successo in caso di gravi crisi. Si tratta quindi di stabilire quale contributo potremo dare e cosa dobbiamo chiedere in cambio. Se lo scambio sarà equo, esso sorreggerà anche l’autorevolezza italiana nelle sedi decisionali comuni.

LB come strumento di pianificazione
Un Libro Bianco è anche uno strumento di pianificazione amministrativa, finanziaria e di bilancio. Esso deve quindi calcolare le risorse necessarie, valutare le risorse disponibili e proporre la strada migliore per cercare di conciliare al meglio risorse quasi certamente insufficienti con i bisogni da soddisfare per poter attuare la strategia prevista.

E naturalmente questo non può essere stabilito sulla base del bilancio di un anno, o neanche di tre, ma quanto meno di un decennio (anche se poi le programmazioni annuali e triennali dovranno modulare tale quadro adattandolo al mutare delle circostanze): una volta approvato, ove il Governo o il Parlamento volessero mutare significativamente una tale pianificazione dovrebbero spiegare come e perché, assumendosi la diretta responsabilità delle scelte che ne conseguiranno. Eventualmente produrre un nuovo Libro Bianco.

Il gruppo di lavoro dovrebbe quindi essere direttamente collegato con il vertice politico, ed avere un rapporto quanto più possibile libero di costrizioni con l’amministrazione. Esso sarà tenuto alla riservatezza ed eventualmente al segreto, ma deve poter ottenere tutte le informazioni necessarie per svolgere il suo lavoro.

Poiché ciò sarà tutt’altro che evidente, il gruppo dovrà avere la collaborazione diretta e continuativa di rappresentanti personali dei vari Capi di Stato Maggiore, del Gabinetto del ministro e del Segretario generale, ma sarebbe probabilmente molto utile mantenere anche un rapporto stretto con la Presidenza della Repubblica, in particolare con il Consiglio Supremo della Difesa.

Cooperazione tra dicasteri
Infine, il comunicato del Consiglio richiede un Libro Bianco circoscritto alla Difesa, e questo potrebbe rivelarsi un problema, poiché ormai la distinzione tra sicurezza e difesa si è fatta sempre più evanescente sul terreno, ma resta forte sul piano amministrativo e delle competenze governative.

Il Libro Bianco francese coniuga ormai insieme i due termini. L’Unione europea, pur puntando ad una Politica di Difesa europea, di fatto si è soprattutto esercitata nell’area della sicurezza. La natura duale di buona parte delle tecnologie usate per la difesa e per la sicurezza, rende più forte tale commistione.

Bisognerebbe quindi valutare la situazione anche dal punto di vista italiano. Ciò naturalmente potrebbe complicare la vita al gruppo di lavoro, costringendolo a cercare la cooperazione di altri dicasteri, come soprattutto quello dell’Interno e quelli da cui dipendono altri Corpi armati dello Stato (anche se in molti casi potrebbe essere sufficiente una collaborazione diretta con tali Corpi). Ciò potrebbe richiedere l’attenzione della Presidenza del Consiglio, oltre che di quella della Repubblica.

Nel complesso però spetta in primo luogo al ministro della Difesa fissare i paletti, stabilire il gruppo di lavoro e assicurare il rispetto delle regole che possono consentire l’elaborazione di un prodotto realmente utile ed innovativo.

Egli dovrà certo consultarsi con la Presidenza della Repubblica, con quella del Consiglio e con il suo collega degli Esteri, così come indicato dal Comunicato del Consiglio Supremo di Difesa, ma il Libro Bianco riguarda in primo luogo la sua sfera di competenza e le sue responsabilità. È una sua creatura, e come tale ha tutto l’interesse a far sì che esso sia un successo.

Stefano Silvestri è direttore di Affarinternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
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lunedì 17 marzo 2014

Un altro tassello per la ripresa

Diplomazia culturale
“Marchio Italia” da rinnovare
Iacopo Viciani
10/03/2014
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L’italiano è la quarta lingua studiata al mondo, l’ottava più usata su Facebook, con un bacino potenziale d’interessati di 250milioni di persone. Molti sono gli italofoni influenti nei paesi, e la diaspora italiana, con 80-100 milioni di italo discendenti, è la più estesa dopo quella cinese e rappresenta un gruppo economico influente in molti paesi.

L’Italia ha un capitale di reputazione legato alla cultura, alla lingua e al turismo non intaccato dalla crisi, ma sottoutilizzato perché frammentato. La semplice concentrazione può generare immediati ritorni turistici, d’investimenti, di export e d’influenza.

Promozione culturale
Il “marchio Italia” ha già una sua identificabilità all’estero, vi concorrono a formarlo i vari elementi che rappresentano il sistema Italia all’estero: studenti, nuova e vecchia emigrazione, beni materiali e immateriali, prodotti creativi, patrimonio culturale, audiovisivo, letterario e linguistico.

Il marchio non è stato ancora assunto, valorizzato, monitorato e gestito a livello istituzionale. Il rischio è che la reputazione e l’immagine dell’Italia siano etero-determinate negativamente e che il Paese subisca un’immagine troppo stereotipata, eccessivamente ancorata al passato.

Solo la rete di promozione culturale e linguistica dell’Italia è presente in più di 250 città al mondo, ma la sua presenza potrebbe essere molto più estesa e il suo impatto maggiore se fosse gestita in maniera unitaria. Vi sono duplicazioni e obiettivi differenti, anche per la presenza di vari testi legislativi che disciplinano separatamente la promozione della lingua, la scuola e la cultura italiana all’estero.

La rete di promozione nel “marchio Italia” è composta dai circa 80 istituti italiani di cultura, dalle 140 istituzioni scolastiche all’estero, dalle 146 associazioni che insegnano la lingua italiana, dai 322 lettori di lingua italiana nelle università straniere, i 20 addetti scientifici per la promozione della ricerca italiana e i 28 uffici dell’Ente nazionale del turismo.

A questi si aggiungo i comitati Dante Alighieri, associazioni private, che possono essere inserite in una strategia di sistema, così come le azioni di promozione territoriale degli enti locali e i comitati degli italiani all’estero.

Rete limitata
La rete è troppo concentrata in Europa, risultato della sua stratificazione storica nata nei luoghi d’aggregazione dell’emigrazione degli inizi del ‘900 e del dopo guerra. È ben posizionata in America Latina e nel nord Africa, ma resta limitata nel Golfo Persico e in Asia. Le recente proposta della chiusura di otto istituti italiani di cultura hanno alleggerito la presenza in Europa e mantenuto la copertura su 60 paesi.

Le competenze sono in capo al Ministero degli affari esteri (Mae), inclusa la gestione del personale degli insegnanti. Manca un coordinamento strutturato con le amministrazioni del Ministero dei beni e delle attività culturali e turismo (Mibact), del Ministero dell’università e della ricerca (Miur), e con altri soggetti pubblici attivi nella promozione linguistica e culturale.

La situazione è peggiorata a seguito dell’abolizione della consulta nazionale per la promozione della cultura nel 2011 che era un organismo che con il tempo si era sclerotizzato. Oggi manca un luogo di discussione condiviso per l’elaborazione di una strategia pluriennale di promozione culturale, intesa in senso ampio.

Francia, Spagna, Regno Unito e Germania dedicano maggiori risorse alla promozione linguistica e culturale e hanno una struttura più autonoma dalla rete diplomatica, affidata a fondazioni o agenzie. In questi paesi la struttura centrale elabora gli spunti strategici e fornisce sostegno tecnico alle sedi nei paesi.

Nella scorsa legislatura alcuni parlamentari hanno presentato proposte di modifica della sola legge relativa agli istituti italiani di cultura, puntando ad aumentarne l’autonomia e a creare una sorta di agenzia autonoma, senza portare a sistema gli altri aspetti legati alla promozione della lingua, disciplinati da altri testi normativi.

Proposta
È possibile utilizzare la rete per aumentare un flusso turistico-culturale-linguistico e di domanda d’Italia, permettendo a chiunque di fare esperienza d’Italia a 360°, evitando la separazione troppo netta tra lingua, cultura, scienza, beni di consumo, regioni e turismo.

È importante monitorare e contribuire a formare la reputazione dell’Italia nei differenti paesi, utilizzando la rete e la nuova emigrazione, intervenendo in casi di criticità dannose politicamente ed economicamente. Questa più ampia rete potrebbe lavorare in sinergia con il nuovo Istituto nazionale per il commercio estero, ma non si configurerebbe per il servizio alle imprese.

La proposta è di nominare una figura politica con un forte mandato che si avvalga del dipartimento del turismo del Mibact, della direzione promozione del sistema paese e della Direzione italiani all’estero relativamente all’emigrazione italiana, entrambe del Ministero degli affari esteri.

Il primo obiettivo è quello di riattivare un luogo di programmazione strategica complessiva che coinvolga esperti del turismo, cultura, istruzione, enti locali, ricerca scientifica.

Contemporaneamente, si miri ad attivare programmi di sensibilizzazione di studenti e ricercatori in partenza per l’estero sul loro ruolo di “Ambasciatori dell’Italia nel mondo”, in collaborazione con scuole, università e organizzazioni di scambio studentesco, prevedendo che al programma partecipino anche esponenti delle comunità straniere che ritornano nei paesi di origine e coinvolgendo le élites straniere “italofone” che hanno studiato e conoscono l’italiano.

Importante è anche realizzare la prima rilevazione mondiale sulla reputazione dell’Italia nel mondo e convocare un Forum periodico sull’immagine e reputazione dell’Italia nel mondo a cui partecipino anche operatori economici, sportivi, della solidarietà ed enti territoriali attivi nel mondo.

Infine, l’obiettivo che richiede il maggiore investimento politico è riformare il sistema di governance complessivo dell’Ente nazionale per il turismo, Istituti Italiani di Cultura, scuole d’italiano, e associazioni per la promozione dell’Italia all’estero e comitati italiani all’estero in un'unica agenzia di diritto privato o in una Fondazione pubblico privata, vigilata dalla Presidenza del consiglio.

Le articolazione nelle città del mondo dell’agenzia sarebbero dei “Palazzi Italia”, luoghi dove fare incontro e esperienza d’Italia, intesa in senso ampio dalla cultura, all’economia, enogastronomia, conoscenza dei territori, scienza e design.

Iacopo Viciani è senior policy officer presso Actionaid.
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sabato 15 marzo 2014

Ucraina: la presa di posizione dell'Europa. Conseguenze per l'Italia?


ucraina 142

L’Unione Europea (UE) e il G7 hanno dichiarato che l’eventuale annessione della Crimea alla Federazione Russa costituirebbe una violazione al diritto internazionale e per questa ragione, il referendum di domenica 16 marzo è da considerarsi illegittimo e illegale qualsiasi sia il suo risultato. Negli ultimi giorni UE e Stati Uniti hanno preso in considerazione la possibilità di applicare sanzioni economiche contro la Russia per tentare di dissuadere il Presidente Putin dal proseguire le operazioni in Crimea e riconoscere l’esito del referendum.
Il Congresso americano, a seguito dell’incontro del 12 marzo tra il Presidente Barack Obama e il Primo Ministro ucraino Arseni Iatseniuk, ha approvato misure contro funzionari e banche russe coinvolti nella questione crimeana, mentre l’UE si è dichiarata pronta ad inasprire le sanzioni contro il Cremlino, aggiungendo alle restrizioni sui visti e al congelamento degli assetti finanziari m! isure di interdizione commerciale e finanziaria.
Le sanzioni, a cui la Russia si è dichiarata pronta a rispondere, sono state accompagnate dalla radicalizzazione dello scontro diplomatico internazionale e dal preoccupante e provocatorio susseguirsi di esercitazioni militari russe ai confini ucraini. Inoltre, le aree orientali ucraine, in particolare Donetsk, sono state oggetto di scontri tra manifestanti filo-russi e filo-ucraini, terminati con 4 morti e diversi feriti. Nonostante la crescente tensione delle ultime ore, la Comunità Internazionale continua a cercare una soluzione pacifica alla crisi, rifulgendo qualsiasi possibilità di intervento armato.

Fonte CESI

venerdì 7 marzo 2014

Comunicazione

COLORO CHE INTENDONO USUFRUIRE
PER LE RICERCHE DI QUESTO BLOG SONO PREGATI DI SCRIVERE AL SEGUENTE INDIRIZZO:
 

giovedì 6 marzo 2014

Italia: il ruolo di Londra nella finanza islamica e le opportunità per il Bel Paese

Paolo Gaspare Conforti Di Lorenzo Geoeconomia 0 commentI
Il ruolo di Londra nella finanza islamica e le opportunità per l’Italia
Un quarto della popolazione mondiale è musulmana – 2 miliardi circa di individui – ma solo l’1% delle attività finanziarie mondiali è conforme alla Sharia’a. La finanza islamica, a livello globale, cresce del 50% più veloce della finanza tradizionale, come sottolinea il premier inglese David Cameron, ma anche in Italia ci sono i primi indizi.

Si è tenuta a Londra, dal 29 al 31 ottobre 2013, la nona edizione del “World Islamic Economic Forum”, la più importante conferenza annuale a livello globale sulla finanza islamica, per la prima volta in una piazza finanziaria al di fuori del “mondo mussulmano”.
Fortemente voluto dal premier David Cameron, questo evento ha visto la partecipazione di 1.800 persone provenienti da 115 Paesi e un certo numero di leaders mondiali, tra cui il re Abdullah II di Giordania e il sultano del Brunei Hassanal Bolkiah.
Lo stesso primo ministro britannico, intervenendo al forum, ha espresso il desiderio che Londra possa diventare, al pari di Dubai e Kuala Lumpur, una delle più grandi piazze finanziarie islamiche di tutto il mondo, e ha annunciato, nella stessa occasione, che la Gran Bretagna sarà la prima nazione occidentale a emettere sukuk sovrani (erroneamente perché nel 2004 in Germania è stato emesso il primo Sukukeuropeo dal valore di 100 milioni di euro, su iniziativa del Land della Sassonia-Anhalt) ossia “bond islamici” conformi alla Sharia’a, la legge religiosa islamica, che non permette il carico o il pagamento di interessi; ma questi strumenti1, offrono agli investitori profitti dalle attività.
Inoltre, contestualmente, la Borsa di Londra lancerà un indice per identificare le opportunità di investimento conforme ai principi islamici, che mirerà a capitalizzare la forte crescita del settore. Il previsto “Islamic Market Index”, quindi, identificherà le aziende che soddisfano i principi di investimento tradizionali islamici e aiuterà Londra a consolidare la sua posizione e a diventare il più grande centro per la finanza islamica fuori del mondo islamico. Inoltre, la Gran Bretagna ha già rimosso la doppia imposizione sui mutui islamici e ha esteso sgravi fiscali sui mutui a persone fisiche e giuridiche. Già il 2011 è stato un anno prevalentemente orientato alla ricapitalizzazione e al riordinamento strategico del settore finanziario islamico.
“Quando la finanza islamica è in crescita al 50 % più veloce del settore bancario tradizionale e quando gli investimenti islamici globali sono destinati a crescere a 1,3 trilioni di sterline (1500 mld. €) entro il 20142dobbiamo puntare ad assicurarci che, una grande proporzione di quel nuovo investimento, sarà fatto qui in Gran Bretagna”, ha detto David Cameron al forum. Anche il cancelliere dello scacchiere britannico, George Osbourne, ha scritto, in un editoriale del “Financial Times” pubblicato lunedì 28 ottobre, che è giunto il momento di “cementare la reputazione della Gran Bretagna” nel mondo islamico3.
Un quarto della popolazione mondiale è musulmana – 2 miliardi circa di individui – ma solo l’1% delle attività finanziarie mondiali, sono conformi alla Sharia’a. In tutto il Medio Oriente e Nord Africa, meno del 20% degli adulti hanno un deposito formale del credito.
La finanza islamica si basa sul pilastro concettuale coranico che il denaro non genera da sé altro denaro, esso non ha alcun valore intrinseco e deve essere utilizzato solo come una misura della pena, precludendo il coinvolgimento di investimenti speculativi (principio di Maisir) o l’adozione e la ricezione di interesse (principio di Ribā). Pertanto, gli investimenti Shari’a compliant (conformi alla Shari’a), sono invece strutturati sullo scambio della proprietà dei beni o di servizi tangibili.
L’emissione del sukuk “britannico” nel 2014 che, come preannunciato dal primo ministro, avrà valore di 200 milioni di sterline (circa 236 mil. €), è sicuramente considerata una piccola emissione ed è probabilmente da interpretarsi come una mossa politica, segnalando agli investitori che la Gran Bretagna vuole un pezzo del mercato finanziario islamico, dato che, negli ultimi 5 anni, la Borsa di Londra ha ospitato annunci di sukuk dal valore di oltre 34 miliardi di dollari (circa 25 mld. €), come riporta un comunicato dell’ufficio di gabinetto del governo britannico.
Circa il 60% dei sukuk al mondo è emesso dalla Malesia, secondo il Malaysia International Islamic Financial Centre. La legge coranica proibisce il prestito a interesse (Ribā), oltre all’investimento in bevande alcoliche, tabacco, carni di maiale, pornografia e gioco d’azzardo, ragione per cui, a differenza dei bond tradizionali, i sukuk devono corrispondere a un progetto ben determinato, generalmente di natura infrastrutturale o immobiliare, e rappresentano una quota dei profitti; quindi i sukuk sarebbero più propriamente titoli, denominati in materia finanziaria tradizionale asset-backed, ossia obbligazioni la cui emissione ha come fine la realizzazione di attività reali sottostanti.
Tuttavia, Londra è già il centro trainante della finanza islamica con più di venti istituti di credito cui sono state concesse le “Islamic windows” (uffici e sportelli ad hoc)4 ossia la possibilità di creare conti correnti speciali che utilizzano la compartecipazione agli utili al posto della garanzia sul valore nominale del deposito attraverso i tassi di interesse, vietati dalla Shari’a.
La stretta del credito, in questi ultimi anni, ha giocato a favore della finanza islamica, resa sempre più attraente dai suoi principi e dalle sue regole, ancorate a un’etica in virtù di rigorosi precetti morali, che escludono quei fenomeni speculativi che sono stati in parte causa della crisi economica mondiale. In Europa non solo l’Inghilterra, anche Francia e Germania hanno cominciato ad aprirsi, recentemente, alla finanza islamica. In particolare in Francia (dove vivono 6 milioni di musulmani, con un potenziale di mercato retail di circa 1,5 milioni di clienti), a partire da giugno 2011 la Chaabi bank ha cominciato a offrire conti deposito per clienti, arrivando a 500 nuovi depositi registrati ogni mese e a un tasso di acquisizione in continua crescita.
Il predetto divario, tra finanza tradizionale e finanza islamica, rappresenta una grande opportunità economica per il Regno Unito, ma anche per l’Italia. Per il nostro Paese dovrebbe risultare un obiettivo da raggiungere quello dell’integrazione economica islamica, in considerazione degli storici rapporti con i popoli arabi che fin dall’antichità sono stati uniti da un sottile filo rosso che arriva sino ai nostri giorni, sussumibile dall’interesse che gli investitori internazionali, provenienti dalle aree a sud del bacino del Mediterraneo, mostrano verso il Belpaese.
La popolazione islamica residente in Italia costituisce il 24,4% della presenza straniera e l‘1,4% della popolazione italiana, pertanto non dovrebbe accadere che un musulmano in Italia, a differenza degli altri paesi, non debba sentirsi in grado di avviare un’impresa perché non può ottenere un prestito di start-upsemplicemente a causa della sua fede (o l’accensione di un comune mutuo per l’acquisto di una casa). In uno Stato di diritto, ciò non dovrebbe accadere finanche per responsabilità sociale pubblica e per giustizia sociale.
Questo segmento risulta agli albori, anche se si stanno moltiplicando i segnali di attenzione e interesse da parte di operatori del settore finanziario per favorire forme di integrazione economica. Attualmente, per l’investitore italiano è disponibile un solo fondo “Shari’a compliant” (l’Az multi asset global sukuk), lanciato recentemente sul mercato italiano da Azimut Investments, che investe in titoli obbligazionarisukuk. Inoltre, l’AIAF, sigla italiana degli analisti finanziari, recentemente, ha messo a punto un indice islamico della Borsa di Milano “Potremmo proprio chiamarlo Ftse islamic italian index”, afferma Enrico Giustiniani, analista di Banca Finnat e responsabile del progetto per conto dell’associazione, “si tratta di un paniere di società quotate che rispondono ai requisiti richiesti”. Insomma, un basket, per ora solo virtuale ma che ambisce ad avere un riscontro pratico5.
Lo stesso Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, nell’aprile 2013, in occasione del quarto forum della finanza islamica, tenutosi a Roma, diceva: “L’opportunità di attrarre capitali stranieri e l’intensità di legami commerciali e finanziari con la sponda sud del Mediterraneo rende sempre più importante, per il nostro paese e il suo sistema finanziario, essere preparato alla conoscenza e agli strumenti operativi per interagire con quei sistemi che obbediscono ai principi della finanza islamica”6. Esistono, nondimeno, tre fattori che limitano lo sviluppo di questo segmento oggi in Italia: 1. la struttura dell’Eurosistema che si basa su strumenti finanziari fondati sul tasso di interesse; 2. l’obbligo da parte delle banche europee di garantire uno schema di assicurazione dei depositi (non permesso dalla giurisprudenza islamica); 3. la responsabilità unica del consiglio di amministrazione della banca, in contrasto con lo “Shari’a board” che ha il compito di certificare che i prodotti finanziari siano conformi alla Shari’a
Nel mondo si muovono fondi sovrani7 o fondi pensione, società di gestione del risparmio o finanziarie che fanno capo a ricchi emiri, proprietari di giacimenti petroliferi, che guardano costantemente l’occidente per cercare buone occasioni di investimento.
L’Italia non dovrebbe rifuggire da investimenti esteri, tirando su “ponti levatoi” e in modo particolare verso il mondo mussulmano, per l’enorme liquidità di denaro posseduta. La società italiana, ancora oggi, osservando gli investitori stranieri, che investono nelle nostre imprese, finanziando la nostra infrastruttura e l’industria del paese, riflette sulla seguente domanda “Non dovremmo fare qualcosa per fermarli?”. La risposta è evidentemente “No”, poiché si correrebbe il rischio di restare indietro e non si può perdere altro tempo, per ritrovare quel ciclo, in cui, noi italiani, saremo gli stessi investitori indigeni della cara Italia, oggi ferma e priva di forze sullo scacchiere economico globale.

Paolo Gaspare Conforti Di Lorenzo è un professionista nel settore legale presso lo Studio Legale Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher LLP, per il partner Fabrizio Petrucci, nelle pratiche di Infrastructure and Energy, International Contracts, Islamic Finance, Merger and Acquisitions, Private Equity and Sovereign Wealth Fund.

(1) Non sempre viene accettata la denominazione di “bond islamici” o “obbligazioni islamiche” rifacendosi a motivazioni puramente linguistiche. Sukuk è il plurale di “sakk” che significa “strumento”.
(2) Per saperne di più: International Business Times - “Finanza islamica: previsti 1,8 trilioni US$ nel 2013 di beni bancari islamici a livello globale” – Paolo Gaspare Conforti Di Lorenzo - http://it.ibtimes.com/articles/44131/20130303/report-ernst-young-banca-islamica-sukuk-finanza-islamica-indonesia-egitto-iraq-libia-arabia-saudita.htm#ixzz2jwniJav0
(3) Financial Times - “London can lead the world as an Islamic finance hub” - George Osborne - http://www.ft.com/intl/cms/s/0/42766334-3fc2-11e3-a890-00144feabdc0.html#axzz2jlTYFtmG
(4) Inizialmente concentrata nei Paesi del Golfo Persico, la finanza islamica moderna si è poi diffusa dal 2000 anche a livello internazionale in paesi anche non musulmani (ad esempio negli Usa, nel Regno Unito e successivamente nel resto d’Europa). Molte banche d’investimento internazionali (i.e. HSBC, Citibank, BNP Paribas, ABN Amro, Société Generale, UBS, Pictet&Cie, Barclays) hanno aperto singole divisioni, sportelli islamici e filiali che operano conformemente alla Shari’a (islamic banking units), in risposta alla crescente domanda di prodotti finanziari islamici strutturati da parte dei consumatori.
(5) Per saperne di più: Il mondo - “Ecco le aziende italiane quotate che soddisfano i criteri della finanza islamica” - Fabio Sottocornola - http://www.ilmondo.it/finanza/2013-06-14/il-mondo-ecco-aziende-italiane-quotate-che-soddisfano-criteri-della-finanza-islamica_275360.shtml
(6) “IFSB FORUM – THE EUROPEAN CHALLENGE”, Opening address by Governor Ignazio Visco http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2013/visco-09-04-13.pdf
(7) Per saperne di più: International Business Times - “Fondi Sovrani, nuovi orizzonti geoeconomici internazionali” - Paolo Gaspare Conforti Di Lorenzo - http://it.ibtimes.com/articles/38511/20121118/swf-sovereign-wealth-fund.htm
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