Translate

mercoledì 14 ottobre 2015

Camporini: riflessioni pertinenti: siamo o non siamo?

La forza e le baionette 
Italia grande potenza oppure no 
Vincenzo Camporini
08/10/2015
 più piccolopiù grande
Stimare le capacità militari di un determinato Stato è uno degli esercizi più complessi e difficili con cui gli Stati Maggiori dei maggiori Paesi si misurano continuamente, investendovi significative risorse umane (a livello di analisti e di “intelligence”) e finanziarie.

Le capacità militari sono il prodotto di numerosi e diversi fattori, fra cui: la qualità e l’età media degli uomini impiegati, l’organizzazione e la struttura delle Forze Armate, la catena di comando, l’esperienza e l’addestramento, le modalità di reclutamento e di formazione, gli equipaggiamenti di cui è dotato lo strumento militare in tutti i campi (sorveglianza, acquisizione informazioni, comunicazione, elaborazione, sistemi di difesa e di attacco, capacità di trasporto e di supporto logistico, ecc.).

Anche limitandosi agli equipaggiamenti, incidono molteplici fattori, fra cui: età e modernità, standardizzazione e omogeneità, stato di usura, manutenzione, oltre che numero reale (cioè quanti sono effettivamente operativi e non quanti sono stati acquistati e magari sono ormai inutilizzabili o richiedono tempo per tornare disponibili).

La maggior parte di queste informazioni sono gelosamente custodite perché coinvolgono la sicurezza nazionale (anche sul piano della deterrenza) o semplicemente per ragioni di immagine. In ogni caso richiedono una grande competenza per poter essere tenute aggiornate e analizzate, fornendo valutazioni credibili sulle effettive capacità militari.

Si potrebbero, quindi, semplificare queste riflessioni sostenendo che queste capacità non si “contano” ma si “pesano”. La storia offre innumerevoli esempi contrari. Con gli “otto milioni di baionette” il Duce pensava di poter sfondare facilmente il confine italo-francese, “spezzare le reni alla Grecia”, occupare Malta, difendere le colonie: si sa come è finita. Nelle guerre arabo-israeliane, i Paesi arabi contavano sulla loro assoluta superiorità in termini di uomini e mezzi: non è servita a niente.

Il rapporto dell’Istituto di Ricerca del Credit Suisse
Stupiscono, quindi, solo in parte i dati riportati dal quotidiano Italia Oggi del 1̊ ottobre e attribuiti ad un rapporto dell’Istituto di Ricerca del Credit Suisse: sulla base di un discutibile paniere, che per di più si riferisce alle quantità di mezzi acquistati, è stata stilata una classifica della “potenza militare” dei vari Paesi, in cui l’Italia è collocata all’ottavo posto nel mondo e al secondo in Europa, davanti a Regno Unito e Germania.

Il paniere fa riferimento al personale e al numero di carri armati, aerei, elicotteri d’attacco, portaerei e sottomarini. Già questa scelta appare opinabile, ma, soprattutto, “datata”: con lo sviluppo tecnologico e le guerre asimmetriche, forse contano di più le capacità di sorveglianza (anche satellitare), di comunicazione, di guerra elettronica, di trasporto.

Ma resta sullo sfondo soprattutto una domanda: se il risultato di una determinata analisi è palesemente ai limiti del ridicolo, per lo meno per l’Italia, non dovrebbe sorgere il dubbio che la metodologia sia sbagliata?

Sulla base delle informazioni pubblicate, questo dubbio avrebbe dovuto sicuramente consigliare maggiore prudenza: se questa è la capacità di analisi dell’Istituto di Ricerca del Credit Suisse, sono ben felice di non avere mai affidato loro i miei risparmi.

In realtà l’Italia è, fra i Paesi Nato e dell’Unione Europea, fra quelli che spendono di meno per la difesa. Siamo da anni sotto l’1% contro l’1,5% considerato soglia minima nell’Alleanza Atlantica e riferimento internazionale. Poiché la moltiplicazione dei pani e dei pesci è di un altro mondo, non si capisce come con questi investimenti l’Italia potrebbe avere sviluppato la potenza militare che nel rapporto le sarebbe stata attribuita.

Forse anche per questo, la notizia non sembra aver destato grande curiosità. Ma magari, con questa scusa, qualcuno potrebbe pensare che in tempi di spending review permanente, il Bancomat della Difesa possa ancora essere utilizzato.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3188#sthash.usTRBjyV.dpuf

venerdì 9 ottobre 2015

Italia e Califfato . IV Il pensiero del gen. Mario Arpino

Impegno italiano contro il Califfo
Iraq, se per i nostri cambiano le regole di ingaggio
Mario Arpino
08/10/2015
 più piccolopiù grande
Ci risiamo. Il governo ha appena accennato all'eventualità, tuttora allo studio, che Tornado italiani possano partecipare - nell'ambito della coalizione di cui facciamo parte - alle operazioni contro l’autoproclamatosi “stato islamico” in Iraq, che i soliti noti si stanno scatenando.

Verrebbe da porsi anche una domanda: perché per l'attacco alla Libia, con mesi di bombardamenti sui nostri stessi interessi nazionali, nessuno ha avuto niente da dire? Mistero. Se si bombardano i tagliagole in Italia si protesta, se si bombardano i nostri interessi tutto va bene. Prendiamone atto, e ringraziamo chi di dovere.

Verso un maggior contributo italiano
Nel quadro delle operazioni contro il Califfato, il pattugliamento spetta al Centocom, il Comando Centrale Usa geograficamente competente, dove siedono permanentemente anche i rappresentanti dei partecipanti alla coalizione.

Il distaccamento svolge a supporto di questo Comando, quindi a beneficio di tutti gli alleati, un ruolo di rilievo fornendo in tempo reale buona parte dell’intelligence necessaria per le operazioni.

Ora che queste attività si stanno intensificando, è assai probabile - forse è già stato fatto nell'ambito della "secret diplomacy" - che sia richiesto anche all’Italia, che ha già sul terreno, in qualità di addestratori, paracadutisti della Folgore e carabinieri, di allargare il proprio contributo partecipando con gli stessi velivoli anche agli attacchi contro le forze dello “stato islamico”.

Tornado sull’Iraq
Nulla di nuovo: a venticinque anni da Desert Storm - quella che i piloti chiamano la “guerra dimenticata” - i Tornado forse ritorneranno a sganciare bombe sull’Iraq.

Di precisione, questa volta, come in Libia, visto che velivoli, armamenti, tattiche e addestramento da allora sono stati significativamente aggiornati.

Il Governo ha fatto sapere che questa è solo un’ipotesi da valutare, ma certamente l’Aeronautica Militare è pronta a farlo a poche ore dall'ordine, essendo i Tornado multiruolo, gli equipaggi polivalenti e l'armamento con ogni probabilità già disponibile in loco.

D’altro canto, mantenere prontezza immediata per ogni evenienza è compito di istituto delle Forze Armate. Sempre che continuino ad essere in condizione di svolgerlo, considerati i nuovi tagli già annunciati nelle incombenti leggi di stabilità.

Iraq e Siria, il diverso approccio italiano
Perché in Iraq forse interverremo a fuoco, ed in Siria no? Buona domanda.

Innanzitutto è questione di legittimità: il governo iracheno ha chiesto a tutta la coalizione di bombardare lo “stato islamico”, mentre la Siria lo ha chiesto solamente ai russi.

Secondo, perché, anche grazie al nostro contributo di intelligence, in Iraq la situazione sul terreno è molto più chiara. Quindi eventuali errori - sempre possibili - sono assai meno probabili.

I cacciabombardieri servono?
Visto che parliamo di bombe, sorgono spontanei altri interrogativi.

Si è mai accorto nessuno che ogni volta che il nostro Parlamento autorizza nelle varie coalizioni il contributo della nostra Aeronautica, da 25 anni invia i "cattivi" cacciabombardieri?

Chi ha partecipato alle operazioni belliche di Desert Storm in Iraq nel 1991 ricorda ancora le polemiche contro questo tipo di impiego. Tornado che, successivamente, assieme agli Amx-Ghibli hanno sganciato bombe contro le batterie che martoriavano Sarajevo e, ancora, per la liberazione del Kosovo. E così in Iraq, e poi ancora in Afganistan.

Allora, i cacciabombardieri servono o non servono? Sono o non sono gli strumenti della nostra politica più frequentemente utilizzati? E allora, dobbiamo uscire dal paradosso: o cambiamo politica, o la smettiamo con le lagne ideologiche sui cattivi cacciabombardieri. Incluso l'F-35 Joint Strike Fighter, unico successore di Tornado e Amx.

Fatte queste riflessioni, semplici e forse ingenue, è chiaro che ogni decisione in termini di intervento armato, di approvvigionamento dei mezzi e di reperimento dei fondi ricade nelle responsabilità del Parlamento.

Le forze Armate si faranno trovare pronte ed eseguiranno bene le missioni loro ordinate. Anche quelle sbagliate, come in Libia nel 2011.

Ufficiale pilota in congedo dell’aeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3190#sthash.AUAoYnwQ.dpuf

Italia ed Califfato. III Analisi della nostra partecipazione militare

Impegno italiano contro il Califfo
Chiarezza e paradossi sui Tornado anti-Isis
Alessandro Marrone
08/10/2015
 più piccolopiù grande
La questione di eventuali bombardamenti aerei italiani in Iraq, di cui ha parlato la stampa, senza però che ci sia stata, per ora, una conferma ufficiale, presenta diversi aspetti da chiarire e tre paradossi.

Targeting, ovvero quasi bombardare
Chiariamo innanzitutto quali sonoi compiti svolti oggi dai velivoli italiani impegnati in Iraq. Gli aerei Tornado, ed i velivoli a pilotaggio remoto Predator, compiono sortite di intelligence, ricognizione, sorveglianza, ed acquisizione degli obiettivi (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance - ISTAR).

In particolare, l’acquisizione dell’obiettivo consiste nell’identificazione e localizzazione del bersaglio attraverso i sensori in dotazione ai velivolo, al fine di colpirlo e distruggerlo.

I Tornado non compiono questa ultima azione, che è invece svolta dai velivoli alleati a cui i caccia italiani passano, spesso in tempo reale, il compito. Se è quindi vero che i piloti italiani non effettuano bombardamenti, è altrettanto vero che sono pienamente integrati nelle operazioni svolte dal contingente internazionale. Il passo tra indicare il bersaglio da colpire (targeting) e colpirlo direttamente (bombing) è breve, in termini militari.

Il ruolo italiano nella coalizione internazionale
L’azione dei velivoli italiano si colloca in un più ampio contributo nazionale che vede anche la presenza significativa di addestratori delle forze armate irachene, le quali combattono sul terreno lo stato islamico, la fornitura di equipaggiamenti militari, ed altre forme di supporto, su richiesta del legittimo governo iracheno.

Una situazione politica, diplomatica e militare diversa da quella della Siria, fermo restando la forte interconnessione dei due teatri operativi.

In questo contesto, l’eventuale scelta di includere nei compiti dei Tornado anche quello di bombardare sarebbe in linea con l’azione dell’Italia svolta dal 2014 nel teatro iracheno, e con le relative decisioni prese a suo tempo dalle autorità politiche italiane.

È quindi paradossale parlare di “entrata in guerra” dell’Italia: il contingente italiano è già parte del dispositivo militare internazionale che da più di un anno combatte lo stato islamico.

È una questione politica…
Il fatto che passare dal targeting al bombardamento sia un passo militarmente breve non diminuisce la valenza politica di una eventuale scelta in tal senso. Si tratta infatti di collocare il contributo militare in una strategia volta sia a stabilizzare la regione del Mediterraneo, sia ad ottenere dagli alleati maggiore ascolto per le istanze italiane nelle aree di crisi più importanti per gli interessi nazionali, a partire dalla Libia.

In altre parole, si tratta di fare politica di difesa e politica estera, collocando ogni azione militare - con i suoi inevitabili costi e rischi - in una strategia che raccorda obiettivi, mezzi e modi per raggiungerli, considerando eventuali cambiamenti in teatro e/o nei rapporti con gli alleati.

Sarebbe quindi bello se, anche in Italia, la riflessione ed il processo decisionale si svolgessero in primo luogo nelle istituzioni competenti, quali il Ministero della Difesa, il Ministero degli Esteri e soprattutto la Presidenza del Consiglio.

Un dibattito che, a quel che pare, avviene al traino di anticipazioni giornalistiche che sembrano aver preceduto l’inizio dell’eventuale processo decisionale, è piuttosto paradossale e di certo non promette bene.

Il coniglio dal cilindro e i tagli alla difesa
Un terzo paradosso è costituito dalla disconnessione tra la fiammata di dibattito su eventuali bombardamenti italiani e le risorse necessarie per questa campagna militare, ed in generale per raggiungere gli obiettivi della politica di difesa - ed estera – dell’Italia.

Lo strumento rappresentato per l’Italia dalla sua partecipazione alla missione internazionale in Iraq, e concretizzato dai caccia Tornado, dai droni Predator e da assetti ed uomini dispiegati in teatro, non è un coniglio magicamente uscito dal cilindro di un prestigiatore.

È il frutto di un investimento fatto da un lato negli equipaggiamenti oggi in servizio e d’altro lato nella formazione e nell’addestramento dei militari oggi impegnati nelle missioni internazionali.

È quindi paradossale che si parli di ampliare i compiti dei militari italiani senza preoccuparsi dei tagli che negli ultimi anni hanno investito il bilancio della difesa, sia nell’acquisizione dei mezzi, sia nella formazione e addestramento delle forze armate, nella manutenzione degli equipaggiamenti e negli altri costi operativi.

Tagli che invece oggi andrebbero compensati da maggiori risorse, come fanno i maggiori Paesi europei viste le crisi in corso ai confini dell’Ue.

Se non si fa seriamente politica di difesa, l’attuale dibattito su eventuali bombardamenti italiani in Iraq rimarrà non solo paradossale, ma anche infondato e forse dannoso.

Alessandro Marrone è Responsabile di Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: Alessandro_Ma).
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3189#sthash.K8UDKN1L.dpuf

Italia ed il Califfato. II I bombardamenti: leciti o non leciti?

Impegno italiano contro il Califfo
La legittimità dei nostri Tornado in Iraq
Natalino Ronzitti
09/10/2015
 più piccolopiù grande
Nonostante la confusione che viene fatta, non solo nell’opposizione, ma anche nella maggioranza di governo, da quanti invocano a sproposito l’art. 11 della Costituzione o la Carta delle Nazioni Unite, Nu, la prospettiva di bombardamenti in Iraq solleva, da un punto di viso giuridico, tre problemi: a) la liceità dell’azione militare sotto il profilo del diritto internazionale; b) la necessità di coinvolgere il Parlamento nella presa di decisione; c) il rispetto delle regole di diritto umanitario.

Un’eventuale operazione di bombardamento contro le postazioni dell’autoproclamatosi “stato islamico” in Iraq è legittima e non necessita nessuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza Onu, ma solo la richiesta/consenso del governo iracheno.

Una risoluzione parlamentare, quantunque non strettamente necessaria, è secondo prassi opportuna e dovrebbe, auspicabilmente, delineare l’indirizzo della missione che dovrebbe rispettare scrupolosamente le regole di diritto internazionale.

Ma procediamo con ordine.

Azione militare e il diritto internazionale
Il conflitto attualmente in corso in Iraq è da configurare come un conflitto armato interno (o guerra civile), che oppone il governo costituito iracheno all’autoproclamatosi “stato islamico”.

I ribelli dell’Isil non sono altro che un gruppo insurrezionale (non uno stato, nonostante la dizione usata), che si oppone al governo legittimo o costituito. Niente di nuovo rispetto ad altri movimenti insurrezionali. Nuovi, si fa per dire, sono i metodi di combattimento dell’Isil, che impiega il terrorismo come principale arma di violenza bellica. L’Isil gode di una certa effettività, poiché controlla abbastanza stabilmente il territorio in cui è insediato, ma questo non lo rende ancora uno stato.

Secondo il diritto internazionale è lecito aiutare il governo costituito alle prese con l’insurrezione. Tanto più che il governo iracheno non è un esecutivo che si è macchiato di gravi crimini nella repressione dell’insurrezione come quello di Bashar al Assad in Siria.

Del resto l’Italia già accorda un sostegno logistico all’Iraq, avendo fornito armi ai curdi che combattono lo “stato islamico”, partecipando al loro addestramento insieme a quello della polizia irachena e con l’invio di Tornado in missione di ricognizione e illuminazione dei bersagli.

Ovviamente l’intervento a favore del governo costituito ne presuppone la richiesta o il consenso. Ciò che è avvenuto. Non è invece necessaria un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nu.

Risoluzione parlamentare di indirizzo
Lasciamo perdere l’art. 11 della Costituzione che vieta la guerra di aggressione e l’uso della forza come strumento di offesa alla libertà dei popoli, chiaramente non applicabile nella fattispecie. Lasciamo inoltre da parte l’art. 78 della Costituzione e la delibera dello stato di guerra da parte delle Camere, come pure l’art. 87 relativo alla dichiarazione dello stato di guerra da parte del Presidente della Repubblica.

Nel caso concreto non si tratterebbe di “guerra”, di cui alle disposizioni costituzionali, anche a supporre che si dovessero inviare i Tornado in missione di bombardamento.

Tecnicamente una risoluzione “autorizzativa” da parte del Parlamento non sarebbe strettamente necessaria per l’invio di truppe all’estero in conflitti non qualificabili come “guerra”. Ma ormai si è affermata la prassi di far precedere l’invio di truppe da un dibattito parlamentare, accompagnato da una risoluzione. Prassi, peraltro, non sempre seguita.

Attualmente si discute se la risoluzione votata a Commissioni congiunte (Esteri e Difesa) di Camera e Senato nell’agosto del 2014 per l’invio di materiale logistico in Iraq copra anche la partecipazione dei Tornado ad azioni di bombardamento. Probabilmente una risoluzione di indirizzo sarebbe opportuna, soprattutto per ribadire il rispetto del diritto internazionale umanitario.

Nessuna operazione ai danni dei civili
Le operazioni belliche sono soggette alle regole del diritto internazionale umanitario. Specialmente durante i bombardamenti aerei occorre attenersi strettamente al loro rispetto in modo da colpire solo gli obiettivi militari, senza coinvolgere i civili e limitare al massimo i danni collaterali, talvolta inevitabili.

Per quanto riguarda i conflitti armati interni, come quello attualmente in corso in Iraq, l’Italia è obbligata al rispetto delle regole contenute nel II Protocollo addizionale alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, mentre gli Stati Uniti non lo sono, quantunque abbiano spesso dichiarato di rispettare tali regole a titolo di diritto consuetudinario. Neppure l’Iraq ha ratificato il II Protocollo.

In una coalizione militare, la selezione degli obiettivi può comportare problemi e i Tornado italiani dovrebbero astenersi dal partecipare ad operazioni suscettibili di arrecare danni alla popolazioni civile. Il recente caso del bombardamento (per errore?) da parte degli Stati Uniti dell’ospedale dei Medici senza Frontiere in Afghanistan dovrebbe spingere alla massima cautela.

Pertanto una risoluzione parlamentare di indirizzo dovrebbe impegnare il governo ad evitare che le operazioni militari possano provocare danni alla popolazione civile. Spetterà poi al governo e ai ministeri interessati dettare le regole d’ingaggio, che ovviamente sono riservate, ma possono essere dotate di meccanismi volti a evitare la partecipazione con gli alleati ad operazione rischiose sotto il profilo del diritto internazionale umanitario.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3191#sthash.ag5U45TM.dpuf

Italia e il Califfato. I

Impegno italiano contro il Califfo
Se l'Italia bombarda il Califfo
Stefano Silvestri
08/10/2015
 più piccolopiù grande
È possibile che l’Italia aumenti il suo impegno militare in Iraq nelle operazioni contro il cosiddetto califfato. È molto probabile che la Nato richieda un prolungamento della presenza militare in Afghanistan.

Le operazioni navali nel Golfo della Sirte si fanno più stringenti ed è possibile che un eventuale, difficilissimo accordo tra le varie fazioni libiche debba essere accompagnato da una presenza militare internazionale che potrebbe estendersi all’Italia.

Continuano altri impegni come la lotta alla pirateria nell’Oceano indiano e nel Mar Rosso, e la missione Unifil in Libano. In questi anni l’Italia era andata progressivamente riducendo il suo impegno militare oltremare, passando da un impiego complessivo di circa 10mila uomini ad uno di circa 4mila, ma il pendolo sembra nuovamente oscillare nella direzione opposta.

Riaffermare il ruolo e le posizioni italiane
Questa volta però l’impegno è politicamente molto più complesso. In passato si trattava essenzialmente di consolidare il ruolo e il rango dell’Italia negli equilibri internazionale come paese membro del G8 e del “primo cerchio” dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione europea.

Il contributo militare italiano alla gestione delle crisi e alla lotta al terrorismo era compreso in un ben consolidato discorso strategico globale. Oggi la situazione è per molti versi differente.

Rimane naturalmente l’obiettivo di riaffermare il ruolo italiano, fragilizzato dalla crisi economica e dagli sbandamenti nazionalistici di alcuni importanti alleati (nonché dalla posizione più defilata assunta dagli Stati Uniti), ma si delinea anche l’esigenza di dare maggiore credibilità ed udienza a posizioni italiane non sempre perfettamente in linea con quelle assunte dagli alleati.

Il vero e proprio movimento migratorio verso l’Europa scatenato dalla povertà e dai conflitti in corso in Africa e in Asia ha visto l’Italia investita in pieno, assieme ad altri paesi “fragili” dell’Europa, a cominciare dalla Grecia.

La ricerca della solidarietà europea è stata lunga e difficile e, anche se ora sembrano aprirsi consistenti spiragli, grazie al cambiamento di posizione del governo tedesco, si delinea l’esigenza di intervenire in modo più efficace nei paesi d’origine dei profughi e nei confronti dei criminali che speculano su queste tragedie: tutte cose che richiedono una strategia comune ancora ben lungi dall’essere delineata.

A questo si somma la crisi libica, resa più difficile dalle “sponsorizzazioni” esterne delle diverse fazioni in lotta nel paese.

È essenziale chiudere questo conflitto per evitare che esso si espanda al resto dell’Africa settentrionale (come è già accaduto in Mali), ma anche questo obiettivo richiede una linea comune europea.

Il governo italiano sembra finora aver puntato da un lato sulla mediazione delle Nazioni Unite e dall’altro sui buoni rapporti stabiliti con l’Egitto (e con Israele) e aver mantenuto aperto un dialogo con la Turchia. Essenziale però trovare un accordo in sede europea.

Ritorno della Russia in Medio Oriente
La crisi siriana - irachena ha visto l’entrata in campo della Russia, con modalità e fini almeno per ora poco conciliabili con quelli del resto della coalizione, ma l’Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di mantenere aperto un dialogo serio con la Russia che in qualche modo ne riconosca ed accetti almeno parte degli interessi sostenuti dal Presidente Vladimir Putin.

Su questo punto l’accordo tra gli alleati è ancora lontano, ed è certamente reso più difficile dalle iniziative offensive della Russia, dall’Ucraina al Medio Oriente. Persino l’idea, che sembrava delinearsi, della costituzione di un “gruppo di contatto”, simile a quello che aveva operato nel corso delle guerre balcaniche, sembra oggi allontanarsi.

Italia, pochi margini di iniziativa
In questa situazione l’Italia ha pochissimi margini di iniziativa e, se si limitasse a manifestare il suo dissenso dalle posizioni assunte dagli alleati resterebbe esclusa dalle loro decisioni e subirebbe l’iniziativa altrui.

È quindi importante recuperare spazi di dialogo e di credibilità. Questa potrebbe essere la logica dietro l’eventuale decisione di partecipare alle operazioni in Iraq e di confermare l’impegno italiano nella gestione delle crisi assieme con gli alleati.

Naturalmente però non basta.

È necessario anche riprendere le fila dell’iniziativa politica, innanzitutto in Europa e nell’Alleanza Atlantica, alla ricerca di una strategia più efficace e più rispettosa dei nostri oltre che degli altrui interessi e valutazioni.

Da questo punto di vista sarebbe errato mettersi a polemizzare con chi dirige le istituzioni comuni europee, a cominciare dall’Alto Rappresentante, Federica Mogherini. È inevitabile che la sua funzione la porti a prendere posizioni e iniziative non sempre in linea con quelle dell’Italia, ma è anche innegabile che un rafforzamento del suo ruolo comporterebbe un beneficio strategico per l’Italia, diminuendone l’isolamento.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3187#sthash.5HMD7zIe.dpuf

martedì 29 settembre 2015

Interessi Britannici e Interessi Italiani in Europa

Gran Bretagna verso referendum
Brexit: l’Italia è cauta su ipotesi
Eleonora Poli, Maria Elena Sandalli
25/09/2015
 più piccolopiù grande
Dopo la schiacciante vittoria dei conservatori alle elezioni politiche del 7 maggio 2015, David Cameron ha ribadito l’intenzione di indire un referendum entro la fine del 2017 sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea (Ue).

L’ipotesi di una Brexit non solo mina di per sé il progetto europeo di un’integrazione sempre più stretta, come previsto dal Trattato di Lisbona, ma potrebbe anche causare un effetto a catena, destando analoghe rivendicazioni in altri Stati membri, Italia compresa.

Il Regno Unito è la terza economia dell’Ue e, secondo un documento del tesoro inglese, nel 2014 il contributo netto del Regno Unito all'Ue è di 9.8 miliardi di sterline che equivale a 13.5 miliardi di euro.

Il governo italiano deve quindi valutare l’atteggiamento da tenere in una situazione così complessa. Da una parte, l’uscita del Regno Unito avrebbe ripercussioni politiche ed economiche tali da indurre ad accettare alcune richieste britanniche. Dall’altra, l’Italia non è favorevole a modificare i principi fondanti dei Trattati e sostiene piuttosto la necessità di riformare le istituzioni nel quadro di un’Unione più coesa.

Gli interessi italiani
Dal punto di vista economico, le relazioni commerciali tra Italia e Regno Unito sono solide. Il Regno Unito è il quinto mercato di sbocco dell'export italiano e nel 2014 ha accolto il 10% degli investimenti internazionali italiani. In caso di Brexit, al Regno Unito potrebbe essere negato libero accesso al mercato comune, causando un dirottamento delle sue relazioni economiche verso altre regioni.

Nel febbraio 2015 l’export britannico verso i Paesi extra-europei ammontava a 37,9 miliardi di sterline, in aumento del 4,2% rispetto al 2014.

In questo caso, la reintroduzione di dazi economici potrebbe costare all'Italia la perdita di un importante partner commerciale. Inoltre, il possibile restringimento della zona di libera circolazione risultante dalla Brexit potrebbe avere ripercussioni sugli oltre 600 mila italiani che lavorano nel Regno Unito.

Per l'Italia si stimano oltretutto perdite per 1,4 miliardi di euro in termini di maggiori contributi al budget europeo per compensare quelli perduti del Regno Unito.

Sul fronte politico, invece, è necessario evitare la Brexit per non fomentare le forze populiste e euroscettiche che rischiano di sgretolare l’unità europea, posizione che Renzi condivide con la Merkel e Hollande.

Se in Italia il Movimento 5 Stelle e Lega Nord hanno più volte chiesto un referendum sull’euro, in Francia e in Germania, partiti come il Front National ed Alternativa per la Germania sono fortemente scettici verso l’idea di un’unione politica e sostengono invece un’Europa di Stati sovrani con un mercato comune. Un rinegoziato della posizione britannica all’interno dell’Unione potrebbe dunque suscitare richieste affini da parte di questi partiti ai proprio governi.

Mano tesa a Cameron
I timori provocati dalla minaccia della Brexit spiegano l'alleanza, definita da Renzi come “non-ideologica”, tra Regno Unito e Italia. Se il governo italiano ha rifiutato ogni compromesso sulla revisione dei Trattati e dei principi fondamentali dell'Ue, esso ha invece accolto alcune richieste fatte da Cameron sulla necessità di snellire l'apparato burocratico per rendere le istituzioni più trasparenti e il mercato unico più competitivo.

A tale proposito, nel maggio 2015 il governo italiano ha inoltrato alla Commissione europea un documento sul rafforzamento e completamento dell'Unione economica e monetaria al fine di rilanciare l'innovazione e la crescita nel quadro di un interesse collettivo.

Tuttavia le modalità per mettere in atto tali riforme e implementare regolamentazioni più efficaci sono nettamente diverse da quelle proposte da Cameron. L’Italia punta ad un assetto istituzionale più integrato, mentre Londra desidera maggiore autonomia in campo normativo.

Sebbene il nodo della rivisitazione dei Trattati rimanga tuttora irrisolto, l’Italia potrebbe adattare la sua posizione in base all’urgenza di evitare la Brexit, soprattutto a seguito di una possibile presa di posizione più favorevole a Londra da parte di Francia e Germania.

Nonostante prediliga la strada per una maggiore integrazione, l'Italia è infatti indotta da importanti interessi economici e politici a far sì che il Regno Unito resti nell'Ue.

Renzi strizza dunque l'occhio a Cameron senza darlo troppo a vedere. Si tratta di capire fino a dove le riforme invocate da entrambi i leader potranno spingersi senza colpire i principi portanti dell’Unione e, soprattutto, se i compromessi raggiunti convinceranno gli elettori britannici a non dire addio al Vecchio Continente.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.
Maria Elena Sandalli è stagista dello IAI
.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3175#sthash.3KaA3dYC.dpuf

mercoledì 23 settembre 2015

Un Europa che sta deludendo

Miti e realtà
L’Europa concreta che interessa ai cittadini
Federico Garimberti
18/09/2015
 più piccolopiù grande
Mettete per un attimo da parte Tsipras che pallido in volto lascia il summit europeo con in tasca un umiliante piano lacrime e sangue imposto da Frau Merkel. Ignorate momentaneamente l'egoismo di Budapest, Varsavia o Londra che, di fronte a migliaia di migranti in fuga da guerre o povertà, erigono muri di filo spinato o si voltano dall’altra parte.

E pensate per un attimo al fatto che, come se tutto ciò non bastasse, anche l’altra faccia dell’Europa - quella del progresso e del benessere di cittadini e consumatori - appare ai più solo un pallido ricordo. Il suo posto, nell’immaginario collettivo, è stato preso da un’Europa miope e asservita alle multinazionali, che ha progressivamente ingrassato le fila degli euroscettici e deluso quanti, ad un’Unione fondata su principi comuni, credeva e crede ancora.

È l’Europa ‘matrigna’ che impone il "formaggio senza latte", proibisce le vongole "micro" dell’Adriatico, "tassa" l'aria condizionata. E poco importa che nessuna delle tre notizie sia vera. Ciò che conta è che l'immagine dell’Ue, da anni ormai è in caduta libera. Un crollo di consensi che dipende più dalla cronica incapacità di spiegare i vantaggi dello stare insieme con regole condivise che dal braccio di ferro sul debito di Atene o dalla scarsa solidarietà dei singoli governi nell'accoglienza dei profughi.

Le bufale europee dell’estate italiana
Prendete i rilievi della Commissione contro la legge italiana che vieta l'uso del latte in polvere nei prodotti caseari, passata agli onori della cronaca con l’efficace slogan della Coldiretti: “un diktat per imporci il formaggio senza latte".

La campagna stampa dell'associazione dei coltivatori ha fatto passare in secondo piano il fatto che l'eurogoverno, rimuovendo un divieto lesivo della concorrenza, potrebbe fare gli interessi delle imprese italiane.

Senza quel vincolo, come ben spiegato da ilfattoalimentare.it, le aziende casearie avrebbero finalmente la possibilità di usare una piccola quantità di latte in polvere - già presente in decine di prodotti che consumiamo abitualmente - per ottimizzare i formaggi industriali, evitando di ricorrere a tecniche costose e poco efficaci. Il tutto senza che il parmigiano o la mozzarella di bufala corrano alcun rischio visto che proprio le norme Ue impongono per i formaggi tipici l'uso del latte fresco.

Discorso simile vale per la "tassa sul caldo" (copyright de 'Il Giornale'). Il (presunto) balzello è figlio di una norma varata dal governo Monti che, in ottemperanza a una direttiva Ue, impone controlli periodici per verificare l'efficienza degli impianti di condizionamento.

Le nuove disposizioni riguardano soltanto gli ambienti di grandi dimensioni, come centri commerciali e uffici. Ma è bastato che alcune associazioni di consumatori gridassero alla "stangata sull'aria fresca" per portare nuovamente l'Europa sul banco degli imputati, nonostante l'intento della direttiva sia unicamente quello di proteggere l'ambiente e - aspetto non secondario - ridurre le bollette degli utenti.

L'ultima polemica estiva nasce dal divieto di pesca per le vongole con diametro inferiore a 25 millimetri e atterra sulle tavole italiane spinta dalla giusta preoccupazione degli allevatori di molluschi nostrani che, per fattori naturali, non crescono più come prima.

Proteste che hanno un qualche fondamento nel mancato adeguamento dei parametri Ue alle mutate condizioni dell'ecosistema dell'Adriatico. Nessuno, però, si è preoccupato di ricordare che i 25 millimetri non sono il capriccio di qualche euroburocrate teso a favorire le vongole importate, ma piuttosto il risultato di studi scientifici - commissionati dai Paesi membri, Italia compresa - al solo scopo di salvaguardare la riproduzione dei molluschi e con essa il futuro dei 'vongolari'.

L’importanza trascurata della comunicazione
Questi pochi esempi - ma la lista potrebbe essere ben più lunga - mettono in luce un aspetto troppo spesso trascurato nel dibattito sul futuro dell'Unione europea: quello della comunicazione.

È difficile negare gli enormi benefici che i cittadini - soprattutto in Italia - hanno tratto dall'acquis comunitario. Basti pensare ai progressi sul fronte della tutela dei diritti dei consumatori, della sicurezza alimentare, della salvaguardia ambientale.

Per smentire alcuni luoghi comuni sull'Europa asservita a banche e multinazionali basterebbe ricordare le normative comunitarie che proibiscono le clausole vessatorie nei contratti bancari o gli interventi nel settore delle Tlc (dalla portabilità del numero di telefono al tetto sul roaming).

Sono centinaia le direttive e i regolamenti che hanno migliorato la vita di tutti noi, ma - Erasmus a parte - il grande pubblico ne sa poco o nulla. Il motivo è semplice: l'Unione è il bersaglio ideale di governi e partiti quando le cose vanno male ("È colpa di Bruxelles se non possiamo tagliare le tasse, non dell'incapacità a ridurre la spesa pubblica"), ma non le viene mai riconosciuto il merito quando risolve i problemi: la discarica di Malagrotta è stata finalmente chiusa grazie ad una direttiva comunitaria.

La verità è che i leader del Vecchio Continente hanno sempre meno interesse a dirsi europeisti. Men che meno sono disposti a difendere decisioni che (apparentemente) vanno contro gli interessi dei propri concittadini.

La miopia di questo atteggiamento rischia però di costare molto cara. Non si tratta di questioni secondarie. Poche cose sono più dannose per l'Europa dell'essere vista come un covo di burocrati lontani dagli interessi dei cittadini e succubi delle lobby. Un'immagine disastrosa che certo non gioverà nel momento in cui si dovranno prendere decisioni sul destino dell'Unione e dell'euro.

Perché mai italiani, francesi, irlandesi o polacchi dovrebbero auspicare un'ulteriore integrazione che conceda maggiori poteri a miopi funzionari che bandiscono gli spaghetti alle vongole e tassano l'aria condizionata? I leader europei, se vogliono davvero cambiare la percezione dell'Europa, dovrebbero capire che i cittadini sono più preoccupati dall'idea di mangiare "formaggio senza latte" che non della sorte di Tsipras.

Federico Garimberti, giornalista, già portavoce del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3171#sthash.6Am2YuB2.dpuf

giovedì 17 settembre 2015

CRESCITA ZERO IN ITALIA NEL 2014


Su comunicazione ITAT al 31 dicembre 2014 i residenti in Italia erano 60795602 con un aumento di 19444 unità rispetto al 31 dicembre 2013
Il movimento naturale della popolazione (nati meno morti) ha fatto registrare un saldo negativo di 100.000 unità, che è  il risultato peggiore ottenuto dal nostro Paese dal 1917-1918.

Massimo Coltrinari


lunedì 7 settembre 2015

Una storia infinita. I Fucilieri di Marina e L'India

Italia-India
Marò: dietro il caso, ambizioni marittime indiane
Fabio Caffio
02/09/2015
 più piccolopiù grande
‘Girone è ostaggio dell'India’ è stato detto davanti al Tribunale del diritto del mare (Itlos). In effetti è anche l'India stessa a essere ostaggio delle sue ambizioni marittime.

La decisione dell'Itlos consente ora di tirare le prime somme del caso Lexie: non un semplice incidente, ma il frutto di una visione distorta e strumentale del regime dei mari.

Nazionalismo marittimo
Alla base di quanto è (presumibilmente) accaduto quel 15 febbraio 2012 a 20,5 miglia dalla costa, c'è la pretesa indiana di sottoporre a sorveglianza di natura territoriale due zone sui generis di alto mare come la zona contigua (zc) e la zona economica esclusiva (zee).

Benché la Convenzione del diritto del mare (Cnudm) consenta allo Stato costiero di esercitare in tali zone limitati diritti funzionali per specifiche materie come immigrazione e protezione della pesca, l'India da decenni afferma una posizione dissonante.

Delhi non cerca proiezioni di potenza in mari lontani, ma tende a contrastare l'espansionismo commerciale cinese nell'Oceano indiano.

Nello stesso tempo esercita giurisdizione ultra vires al di là delle acque territoriali per blindare le coste da rischi terroristici e proteggere le attività dei propri pescatori spesso oggetto di attacchi da parte di Paesi vicini.

Una legge del 1976 prevede che nella zc siano esercitabili poteri per la "security of India"; ben prima del caso Lexie, nella zee indiana istituita con la stessa legge, era stata inoltre affermata la pretesa di avere preventiva notifica di esecitazioni navali e del transito di navi mercantili con armi, anche di autodifesa, a bordo.

Repliche ad Amburgo
Tali posizioni sono state replicate dall'India durante le udienze ad Amburgo trovando una sponda nel vice-presidente dell'Itlos, l'algerino Bouguetaia.

Questi, nella sua dissenting opinion alla decisione, ha riaffermato le tradizionali tesi indiane sul controllo di zc e zee rimarcando la posizione sul divieto di svolgere attività militari nella zee.

Il giudice ha inoltre insinuato che l'Italia non può reclamare lo status di immunità per il personale dei nuclei militari di protezione (nmp) presenti sulla Lexie in quanto la materia non è disciplinata dal diritto del mare.

La Zee dell’India (Fonte Indian Nio).

Libertà dei mari
Ad Amburgo è apparso evidente che il caso ruota sulla libertà di navigazione in alto mare di cui la pirateria rappresenta una minaccia.

Correttamente l'Italia ne ha affermato con forza la violazione, rivelando anche che la Lexie non solo fu ingannata con la richiesta di entrare a Cochin per riconoscere i pirati, ma in un certo modo fu costretta ad attraccare a Cochin.

La Guardia costiera indiana avrebbe difatti fatto ricorso a forme di coercizione circondando la nave con forze aeronavali a 36 miglia dalla costa, all'interno della zee. Il dirottamento della Lexie sarebbe altrimenti potuto avvenire solo con il consenso formale dell'Italia.

Soluzione di compromesso
La partita si sposta ora al costituendo Tribunale arbitrale dopo una decisione di compromesso che, pur riconoscendo la riconducibilità della controversia al diritto del mare, lascia impregiudicato lo status dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre come definito dalla magistratura indiana (varie sono le questioni aperte, anche sul fronte delle indagini italiane).

Il risultato è a noi favorevole sul piano del riconoscimento del concorso di giurisdizione, ma non, per ora, relativamente alla pretesa di immunità funzionale dei fucilieri.

La verità è che sullo sfondo della disputa resta la prassi dei nmp non ben consolidata durante i lunghi anni dell'emergenza pirateria.

L'India ha tra l'altro ricordato che, interpellata dall'Italia pochi giorni prima dell'incidente, si disse contraria a riconoscere con accordo la loro immunità in ipotesi di ingresso in acque territoriali indiane per trasbordo. Risulta che nello stesso periodo la vicina isola di Sry Lanka (da cui proveniva la Lexie) aveva invece acconsentito a ciò.

Area a rischio pirateria (Fonte Imo).

Prossime mosse
Le prossime udienze dinanzi al Tribunale arbitrale saranno incentrate, nell'ambito della ricostruzione dei fatti, sulla loro qualificazione come "incidente di navigazione" ai sensi della Cnudm e più in generale sul divieto di attività militari nelle zee (uno statement contrario dell'Italia è depositato alle Nazioni unite dal 1984).

L'India non rinuncerà all'occasione che le si offre per affermare la propria visione restrittiva del principio di libertà di navigazione sapendo di avere dalla sua vari Paesi.

Il caso Lexie dovrebbe essere, in definitiva, un evento fortuito maturato nell'ambito dell'applicazione delle misure antipirateria suggerite dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo) nella zona a rischio che si estende sino alle coste indiane.

Troppe sono però le incongruenze di quello che teoricamente può anche sembrare un casus belli da manuale che ha consentito sinora all'India di presentarsi come vittima di un'azione contro i suoi diritti e i suoi interessi marittimi.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3161#sthash.4bmIucJD.dpuf

martedì 18 agosto 2015

L'ascesa della Lockheed-Martin

Industria e difesa
Il nuovo gigante Lockheed Martin
Michele Nones
06/08/2015
 più piccolopiù grande
In luglio, Lockheed Martin (LM), il terzo gruppo mondiale nell’aerospazio, sicurezza e difesa con un fatturato di 34,4 miliardi di dollari (vedi “Bilanci e industria della difesa” su www.iai.it) ha definito con United Technologies l’acquisizione della società elicotteristica Sikorsky per circa 9 miliardi di dollari (di cui, però, 1,9 compensati fiscalmente).

LM arriverà così a superare i 40 miliardi di dollari di fatturato, il 60% di quello di Boeing e due terzi di quello di Airbus. Il vertice mondiale del settore si allarga in questo modo a un terzo attore, tanto più forte se si considera che gli altri due realizzano gran parte dei ricavi nei velivoli civili in cui LM non opera.

Si è trattato di un’operazione di dimensioni significative: basti pensare che corrisponde alla capitalizzazione in borsa di un grande gruppo europeo come Finmeccanica. E questo ci ricorda quanto è grande la differenza fra il mercato europeo e quello americano. Questa acquisizione rappresenta il secondo allargamento di Lockheed dopo quello nel settore elettronico attraverso l’integrazione con Martin Marietta venti anni fa. Adesso vi aggiunge l’elicotteristica.

Implicazioni non solo economico-finanziarie
Ma le implicazioni vanno al di là dell’aspetto economico e finanziario, anche se pochi sembrano avervi riflettuto. Quando dieci anni fa Agusta Westland (AW) vinse, alleata con LM, la prima gara per la costruzione dell’elicottero destinato al trasporto del presidente e delle autorità americane, superando la proposta del fornitore nazionale Sikorsky, qualcuno pensò che questo potesse sottendere un minore interesse americano verso questo settore che, a sua volta, aveva portato a una scarsa propensione all’innovazione tecnologica e, quindi, alla non adeguata maturazione della nuova macchina proposta.

Di fatto, in quel momento sul mercato internazionale si battevano due contendenti, AW e Eurocopter (oggi una divisione di Airbus). Qualcuno, più incautamente, teorizzò che l’elicottero sarebbe stato sostituito in futuro dal convertiplano (una macchina in grado di decollare/atterrare come elicottero e volare come aeroplano) e, quindi, di minore interesse strategico.

Altri, più saggiamente, intuirono che l’utilizzo dei competitori europei era indirizzato a spingere verso una maggiore efficienza una parte dell’industria americana, in particolare quella che si era adagiata sulle ricche commesse del Pentagono.

La successiva cancellazione di questa e di altre commesse assegnate ad imprese europee, fra cui quella per il velivolo da trasporto tattico C27J dell’italiana Alenia Aermacchi, hanno confermato che le imprese europee sono state utilizzate come “lepri” per rendere più competitive quelle americane. E così la seconda gara per l’elicottero presidenziale è stata vinta da Sikorsky insieme a LM che, nel frattempo, aveva cambiato partner.

Le motivazioni strategiche
L’interesse di LM per Sikorsky si è certamente consolidato attraverso questa esperienza che si è aggiunta all’essere il principale fornitore di Sikorsky nella famiglia degli elicotteri Black Hawk, uno dei maggiori successi nella storia del settore elicotteristico. Ma vi è anche una motivazione strategica, nella convinzione che l’integrazione nel terzo grande gruppo aerospaziale mondiale potrà avvantaggiare Sikorsky sul mercato internazionale.

In realtà l’impresa americana è già al secondo posto con un fatturato di circa 6,2 miliardi di dollari nel 2013, dietro Airbus Helicopters con 8,7 e davanti ad AW con 5,6 e a Bell con 4,5. Anche sul piano del margine operativo Sikorsky risultava seconda col 9,5%, dietro a Bell col 12,7 e ad AW con l’11,4, ma davanti ad Airbus Helicopters col 6,4.

Ma, fino ad ora Sikorsky ha lavorato molto sul mercato militare americano, che resta il maggiore a livello mondiale. Adesso potrà diventare più aggressiva anche su quello delle esportazioni.

Il mercato sembra, infatti, orientarsi sempre più verso operazioni in cui conta la capacità del fornitore sul piano finanziario e industriale (anche con l’offerta di un coinvolgimento diretto o indiretto delle imprese locali) e la capacità di supporto del proprio sistema-paese, non solo sul piano commerciale, ma anche su quello militare (con l’offerta di addestramento del personale operativo e tecnico e di sostegno logistico).

Ma conta anche la capacità del sistema-paese di favorire l’innovazione di prodotto e di processo, individuando le aree di eccellenza e perseguendo il loro rafforzamento.

Nel mondo sempre più globalizzato e competitivo, bisogna sostenere i forti e non disperdere le limitate risorse disponibili per cercare di difendere le imprese e i settori più deboli. Il rischio, altrimenti, è di perdere anche le proprie imprese di successo nei settori tecnologicamente avanzati.

È una lezione che i decisori italiani dovrebbero rapidamente imparare, evitando, come si continua a fare, una politica industriale e della ricerca a pioggia e prendendosi la responsabilità di decidere loro, e nessun altro, quali sono i settori strategici di interesse nazionale su cui puntare.

Michele Nones è Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3141#sthash.338oy2er.dpuf

lunedì 3 agosto 2015

Verso la conclusione della vicenda

Italia-India
Marò: l'arbitrato, una svolta nella vicenda
Natalino Ronzitti
16/08/2015
 più piccolopiù grande
Dopo titubanze e smentite, Roma ha rotto gli indugi e ha fatto ricorso all’arbitrato internazionale contro l’India per l’affare dei Marò. Il 26 giugno ha indirizzato all’India l’atto introduttivo del procedimento per la costituzione della Corte arbitrale e il 21 luglio ha chiesto al Tribunale internazionale del diritto del mare, con sede ad Amburgo, misure provvisorie in attesa della decisione della Corte.

Misure Provvisorie e Arbitrato Internazionale
Mentre il Tribunale internazionale del diritto del mare è una giurisdizione permanente, la Corte arbitrale, prevista dall’Annesso VII alla Convenzione del diritto del mare, è una struttura che deve essere costituita all’occorrenza.

La Convenzione sul diritto del mare autorizza uno Stato parte della controversia a chiedere misure provvisorie in attesa di un pronunciamento della Corte arbitrale, la cui costituzione deve avvenire secondo tempi precostituiti, sufficientemente spediti.

Ma la pronuncia definitiva non è rapida e può richiedere anche due-tre anni. Si badi bene che la Corte arbitrale non dovrà pronunciarsi sulla colpevolezza o innocenza dei due Marò, ma su chi ha titolo di giurisdizione per farlo: Italia o India.

L’Italia ha infatti chiesto alla Corte che l’India cessi di esercitare la giurisdizione sui Marò attraverso i propri tribunali e nello stesso tempo che vengano censurati i comportamenti tenuti in violazione del diritto internazionale connessi alla pretesa di esercitare la giurisdizione sui due militari italiani.

In attesa che la Corte arbitrale decida, le misure provvisorie domandate al Tribunale di Amburgo consistono nella richiesta di permanenza in Italia di Latorre, cui è stata concessa una proroga di sei mesi per motivi di salute, e nel ritorno di Girone, costretto a rimanere in India e sottoposto all’obbligo di firma, nonché nella sospensione di ogni procedimento giudiziale e amministrativo in India nei loro confronti.

Il fallimento della soluzione diplomatica
Come si è giunti alla decisione di ricorrere all’arbitrato, da più parti suggerita, ma da altri scoraggiata (incluso chi scrive)?

Per oltre tre anni il Governo italiano, a parte i pasticci sulla riconsegna dei Marò recatisi in Italia in licenza elettorale, ha seguito un duplice binario: da una parte si è difeso, tramite i Marò, nel processo indiano, affermando l’incompetenza della giurisdizione locale; dall’altra ha tentato di risolvere la questione in via diplomatica, prima con l’intervento di un inviato speciale e poi, dopo un nuovo, reiterato e pressante interesse da parte del ministro degli Affari esteri, con l’intervento dello stesso presidente del Consiglio, che si è avvalso, una volta installatosi il Governo Modi, anche delle nostre strutture d’intelligence.

Sennonché, mentre è chiara la via giudiziaria, non molto(o niente) è dato conoscere dei contenuti della trattativa diplomatica, che per sua natura comporta reciproche concessioni. Sarebbe opportuno che il Governo sul punto facesse chiarezza.

L’alea delle misure provvisorie
L’ordinanza del Tribunale del diritto del mare è attesa per il 24 agosto. Si conoscerà quindi se le richieste italiane, cui l’India si oppone, verranno accolte o respinte, in tutto o in parte. La decisione del Tribunale potrà essere modificata, revocata o confermata dalla Corte arbitrale.

Il buon esito della richiesta di misure provvisorie è condizionato dall’urgenza della situazione e dalla dimostrazione che la Corte arbitrale in via di costituzione sarà competente, prima facie, a dirimere la controversia.

Punti che sono stati adeguatamente sceverati dagli avvocati delle due parti, che comprendono giuristi ed esperti di varie nazionalità (il team italiano annovera anche avvocati indiani, mentre quello indiano non conta nessun esperto italiano).

Si badi bene che la competenza sussiste solo qualora si accerti che la controversia abbia per oggetto l’interpretazione e l’applicazione delle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Punto che sembrerebbe lapalissiano, essendo l’incidente avvenuto “in mare”. Ma così non è, come ha tentato di dimostrare la difesa indiana,che ha contestato la rilevanza nel caso concreto delle disposizioni della Convenzione, sciorinate da uno degli avvocati dell’Italia.

Le cose non sono quindi semplici. Per contrastare la richiesta di misure provvisorie di rilascio dei due Marò, nel timore che essi non sarebbero restituiti all’India qualora la Corte arbitrale si pronunciasse a favore della giurisdizione indiana, sono state addirittura avanzate accuse di scarsa affidabilità dell’Italia per non aver inviato in India, contrariamente agli impegni presi al momento del rilascio della Enrica Lexie, i quattro Marò che facevano parte del team militare imbarcato sulla nave (auditi peraltro in videoconferenza) e per il tentativo di fare restare in Italia Girone e Latorre cui era stata concessa la licenza elettorale.

È stata ricordata anche la sentenza della Corte costituzionale, che si è pronunciata per la non esecuzione della sentenza della Corte internazionale di giustizia nel caso Germania c. Italia, costringendo l’agente del Governo italiano a ribattere che l’Italia onorerà la sentenza della Corte arbitrale, qualunque essa sia.

Il lungo cammino intrapreso
Come si è detto, indipendentemente dall’imminente pronuncia sulle misure provvisorie, la procedura per ottenere una decisione del Tribunale arbitrale è piuttosto lunga.

Le parti potrebbero continuare a negoziare e trovare una soluzione soddisfacente per chiudere la controversia. Gli esempi non mancano. La via sarebbe facilitata dall’ottenimento di una misura provvisoria per il rientro in Italia dei due Marò.

Uno degli avvocati di parte indiana ha affermato di essere stato autorizzato a proporre che la Corte speciale, chiamata a giudicare in India i due Marò secondo quanto disposto dalla Corte Suprema di New Delhi, concluda i lavori in quattro mesi qualora non vi fosse opposizione italiana. Ma tale proposta è inaccettabile una volta scelta l’opzione di difendersi dal processo e non nel processo.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3146#sthash.M2r5d2tJ.dpuf

venerdì 31 luglio 2015

Tendenza al ribasso per le spese militari italiane

Spese per la difesa
In Europa l’Italia canta fuori dal coro
Paola Sartori, Alessandro Marrone
22/07/2015
più piccolopiù grande
Il 2015 fa registrare trend in crescita per i bilanci della difesa dei principali Paesi europei, che hanno annunciato incrementi, anche consistenti, della loro spesa militare.

La Germania programma un aumento del 6,2% nei prossimi cinque anni, con un bilancio della difesa che dovrebbe arrivare a 35 miliardi nel 2017. Anche Parigi ha annunciato ad aprile 2015 un aumento consistente, di circa 3,9 miliardi, rispetto alle risorse precedentemente previste per il triennio 2016-2019. La Gran Bretagna infine ha recentemente disposto per un incremento annuo dello 0.5% in termini reali del bilancio della difesa fino al biennio 2020-2021.

Queste misure, che puntano a garantire adeguate capacità per affrontare le nuove sfide poste dalla crescente instabilità internazionale, rispondono positivamente all’impegno preso in ambito Nato di incrementare le spese per la difesa al livello di 2% del Pil entro il 2024.

Tendenza al ribasso per le spese militari italiane
L’Italia, invece, continua a tagliare la propria spesa per la Funzione Difesa, dai 14 miliardi del 2014 ai 13,2 miliardi del 2015 e poi, in base ai tagli previsti, a 12,7 miliardi nel 2017.

Inoltre, il Documento programmatico pluriennale 2015-2017 conferma un altro trend negativo: il persistere di una deleteria ed inefficiente ripartizione della spesa.

Infatti, se nel 2014 il 67,6% delle risorse è stato destinato al Personale, il 22,9% all’Investimento ed il 9,5% alla voce Esercizio, il taglio alla Funzione Difesa di circa 900 milioni di euro tra il 2014 e il 2015 va a pesare soprattutto sull’Investimento, con una riduzione di questa voce di circa un quarto.

Similmente, nel 2015 anche il budget destinato all’Esercizio subisce una decurtazione di circa il 14% rispetto all’anno precedente, mentre le risorse per il Personale non solo non subiscono tagli, ma registrano un incremento dell’1,6%.

Ben lontane dall’avvicinarsi all’ideale ripartizione 50-25-25 delle spese per la Funzione Difesa tra Personale-Esercizio-Investimento, le previsioni per il triennio 2015-2017 ne confermano lo squilibrio.

Mentre rimangono sostanzialmente invariate le spese per Personale ed Esercizio, gran parte - circa 400 milioni - della riduzione programmata per la Funzione Difesa va a gravare sugli Investimenti, che nel 2017 dovrebbero scendere, per la prima volta dal 2006, sotto i due miliardi, con una riduzione di oltre il 17% rispetto al 2016.

Le ripercussioni negative per lo strumento militare derivano, dunque, non solo dalla generale ristrettezza delle risorse, ma anche e soprattutto dalla loro distribuzione quanto mai sbilanciata, che rischia di avere serie ripercussioni in termini di capacità operative.

Rimbalzo positivo delle esportazioni dell’industria della difesa
Una nota positiva si registra, invece, per quanto riguarda l’industria italiana dell’aerospazio, sicurezza e difesa, relativamente alle autorizzazioni governative alle esportazioni italianenel 2014, in crescita rispetto all’anno precedente. Come riporta lo studio IAI Bilanci e industria della difesa: tabelle e grafici 2015, questo valore è salito a 2.313 milioni di euro, rispetto ai 1.522 del 2013 che ha rappresentato il dato peggiore dal 2005.

Nello specifico, i settori trainanti in questo senso sono stati aeronautica, elicotteristica, elettronica per la difesa e sistemi d’arma, con Agusta Westland, Alenia Aermacchi e Selex ES quali principali aziende destinatarie delle autorizzazioni.

Con riferimento all’area geopolitica di suddivisione delle esportazioni autorizzate, i principali acquirenti sono stati i Paesi Ue/Nato, per il 55,7% del totale, tra i quali la Gran Bretagna al primo posto con l’11,5%, seguita da Polonia (11,3%), Germania (7,6%) e Stati Uniti (7,2%).

Va evidenziato tuttavia che, nonostante questo rimbalzo dopo la caduta dell’export registrata nel 2013, nel 2014 i valori relativi alle autorizzazioni continuano ad assestarsi su livelli inferiori rispetto ai dati dei precedenti sette anni: tra il 2006 ed il 2012 la media delle autorizzazioni è stata infatti superiore ai 2.313 milioni di euro raggiunti di nuovo l’anno scorso.

In questo contesto, la continua contrazione delle spese per la Funzione Difesa potrebbe avere ricadute negative anche sull’industria nazionale dell’aerospazio, sicurezza e difesa, oltre che ovviamente sulla capacità operativa delle forze armate italiane e sulla posizione internazionale dell’Italia rispetto ad alleati europei che invece hanno ripreso a investire nella difesa.

Infatti, i recenti e prossimi tagli alla voce Investimento del bilancio della difesa determinano una contrazione della domanda interna per il rinnovamento degli equipaggiamenti e sistemi d’arma, mettendo a rischio i programmi industriali per lo sviluppo di prodotti e tecnologie.

Ciò ha inevitabili conseguenze anche sulle capacità di esportazione delle imprese nazionali, poiché la domanda interna rappresenta un impulso importante per lo sviluppo di prodotti innovativi e/o l’ammodernamento di quelli già commercializzati, mettendo quindi le imprese italiane in grado di competere sul mercato internazionale dove la competizione da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti si fa sempre più agguerrita.

Alla luce di questi dati, è ancora più evidente la necessità di un investimento nella difesa da un lato coerente con le necessità delle forze armate e gli obiettivi internazionali dell’Italia, dall’altro efficiente nell’allocazione delle risorse aumentando le spese per Esercizio e Investimento grazie ai risparmi possibili e necessari sul Personale.

Per l’efficienza e la qualità della spesa nella Funzione Difesa - come per molti altri aspetti dello strumento militare nazionale -, l’attuazione delle riforme previste dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa sarà a dir poco cruciale.

Paola Sartori è Assistente alla Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI. Twitter: @SartoriPal.
Alessandro Marrone è Responsabile di Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI. Twitter: Alessandro_Ma
.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3128#sthash.AC3D09iM.dpuf

giovedì 30 luglio 2015

Politica di Difesa Politica Industriale e fare sistema

Settori strategici a elevata tecnologia
Ue, Italia e politica industriale
Roberta Maldacea, Alessandro Marrone
19/07/2015
 più piccolopiù grande
“Non c’è politica di difesa senza industria della difesa”. Il commissario Ue per il mercato interno, l'industria, l'imprenditoria e le piccole e medie imprese, Elżbieta Bieńkowska, intervenendo alla conferenza organizzata da Avio e IAI lo scorso 1̊ luglio a Roma, ha esplicitato alcuni concetti forti riguardo alla politica industriale europea per il settore dell’aerospazio, sicurezza e difesa.

Fondi Ue per la ricerca nella difesa
Il commissario Bieńkowska è responsabile dei portafogli prima divisi tra due Direzioni Generali: quella che si occupava di mercato interno e concorrenza e quella che si occupava di industria. In più, ha un focus specifico sulle Piccole e Medie Imprese (PMI) e sulla politica spaziale europea.

Nel complesso, ha quindi il compito di combinare la logica concorrenziale del mercato interno Ue con il mandato istituzionale di sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo industriale anche con finanziamenti pubblici o misure ad hoc.

Si tratta perciò di un ruolo importante per i settori strategici ad elevata tecnologia, come l’aerospazio, sicurezza e difesa, che hanno una forte dimensione di politica industriale – nonché ovviamente di politica di difesa, in quanto assicurano la sicurezza degli approvvigionamenti alle forze armate europee e quindi la loro capacità di operare in autonomia.

In particolare, in questo perimetro il settore aereonautico racchiude eccellenze tecnologiche molto competitive, tra cui spicca il sito di Cameri, mentre il settore spaziale vede l’Europa alla frontiera della tecnologia e con una filiera europea molto integrata grazie a progetti come Copernicus e Galileo.

L’industria della difesa ha finora compensato una drammatica riduzione degli investimenti militari da parte della maggioranza degli Stati Ue con l’export in mercati terzi e sta cercando di ripartire anche attraverso la cooperazione civile-militare ad esempio nei progetti Horizon 2020 e in particolare con i finanziamenti per le tecnologie duali.

In questo contesto, è rilevante l’accento posto da Bieńkowska sulla finalizzazione della Preparatory Action Ue per il finanziamento alla ricerca nella difesa per il triennio 2017-2019: sarebbe la prima volta nella storia dell’Unione che parte del bilancio comunitario finanzi direttamente il settore militare.

Le proposte della Commissione riguardano inoltre il completamento del mercato interno, la digitalizzazione delle imprese e lo sviluppo di un contesto favorevole all’imprenditoria (ad esempio dal punto di vista normativo e di accesso al credito). Al riguardo il ruolo delle Pmi può essere risolutivo in quanto sono spesso all’avanguardia nel campo dell’innovazione tecnologica, ma soffrono per il limitato accesso ai programmi di finanziamento.

L’Italia e il fare sistema
Il caso specifico italiano vede un mercato interno di dimensioni relativamente piccole che subisce una certa dispersione dei finanziamenti, già ridotti in termini quantitativi. Pertanto, urge un piano complessivo che ripianifichi a livello quantitativo e qualitativo la distribuzione degli investimenti, soprattutto a medio e lungo termine.

L’obiettivo è un sistema che connetta meglio il mondo dell’industria e quello della ricerca, cercando nuove sinergie tra le eccellenze del Paese. Le tecnologie duali possono essere considerate come un punto di convergenza nella ridefinizione dei rapporti tra i principali attori privati eistituzionali, soprattutto in una fase in cui il settore pubblico non è in grado di sostenere autonomamente lo sviluppo tecnologico.

Ciò significa realizzare un sistema che crei un’osmosi tra pubblico e privato come avviene in altri Paesi quali ad esempio gli Stati Uniti, dove realtà private e civili quali Google stanno investendo su tecnologie satellitari cruciali anche per la difesa americana e hanno quindi il sostegno della Pentagono. In tal senso diventa fondamentale la capacità di dotarsi di sistemi organizzativi flessibili, e di modelli che stimolino tutti i livelli di produzione e incoraggino il cambiamento.

La presidenza del Consiglio riveste in questo senso un ruolo istituzionale di cruciale importanza. Specialmente nei settori strategici ad alta tecnologia, ha il compito infatti di fungere da catalizzatore e cabina di regia per creare un terreno favorevole alla collaborazione tra eccellenze nazionali e investimenti esteri.

Ad esempio, una proposta sul tappeto riguarda le sinergie tra gli attori istituzionali italiani, attraverso la costituzione di gruppi di utenti comprendenti diversi ministeri che possano aggregare la domanda per lo sviluppo di nuove tecnologie duali, compresi gli aeromobili a pilotaggio remoto.

Per quanto riguarda in particolare il Ministero della Difesa, come auspicato anche dal Libro Bianco, si tratta da una parte di individuare le tecnologie strategiche sulle quali investire e dall’altra di tenere conto della loro applicazione anche in campo civile nonché della loro esportabilità. Ancora una volta le tecnologie duali possono essere risolutive.

L’ottimizzazione delle risorse disponibili da parte governativa, l’aggregazione della domanda tra utenti pubblici, l’interconnessione tra realtà industriali e mondo dell’università e della ricerca per incrementare lo sviluppo di nuove tecnologie, ed un lavoro di sponda tra Roma e Bruxelles sono i tasselli di un puzzle che sta al sistema-Paese comporre, e sul quale si gioca la capacità dell’Italia di attirare investimenti stranieri e rimanere competitiva nel mercato mondiale.

Roberta Maldacea è tirocinante nel Programma Sicurezza e Difesa IAI. Alessandro Marrone è Responsabile di Ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa IAI (Twitter: Alessandro_Ma).
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3125#sthash.avHtnRjO.dpuf

venerdì 17 luglio 2015

Verso una difesa europea

Dopo il Vertice di giugno
Difesa europea: se non ora, quando?
Giovanni Faleg
10/07/2015
 più piccolopiù grande
Come ci si attendeva, il Consiglio europeo del 25 e 26 giugno ha invitato l’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, a continuare la preparazione di una nuova Strategia europea di sicurezza, a 12 anni dalla prima dottrina strategica elaborata da Javier Solana (European Security Strategy, 2003).

Ciononostante le conclusioni del Vertice sono state deludenti: s’è parlato prevalentemente dei flussi di migranti provenienti dal Mediterraneo - tema certamente prioritario nell’agenda politica europea -, ma e’ mancata una presa di posizione forte - altrettanto necessaria - sulla necessita’ di maggiore integrazione nel settore della difesa. Il testo del Consiglio contiene una lunga lista di iniziative volte a rafforzare la cooperazione nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa comune (Psdc), senza pero’ fornire un quadro condiviso e una roadmap ben definita. Se si esclude la riflessione strategica, quindi, pochi passi avanti sono stati fatti rispetto al Consiglio della Difesa del 2013.

Eppure, una difesa europea più integrata ed efficace e’ resa quanto mai necessaria dal clima di instabilità nel vicinato europeo (in particolare, nel Mediterraneo e in Ucraina) e dalla mancanza di capacita’ militari a livello nazionale. Se l’Europa non e’ capace di sviluppare un piano d’azione ora, allora quando?

La task force del Centre for European Policy Studies, presieduta da Javier Solana, ha recentemente pubblicato un rapporto sulla creazione di una European Defence Union, o Unione di Difesa europea (Ude), sulla modello del processo che ha portato all’Unione monetaria. Il rapporto, presentato in varie capitali europee a partire da marzo 2015, propone un upgrade della Psdc attraverso un pacchetto di riforme istituzionali, armonizzazione delle capacita’ militari e aggiornamento strategico, unite da un framework comune. La realizzazione della Unione di Difesa si dovrebbe effettuare in fasi progressive e sulla base delle raccomandazioni di un comitato indipendente di esperti, simile al Comitato Delors. Una difesa integrata permetterebbe all’Unione europea di disporre dei mezzi appropriati per risolvere le crisi nel Mediterraneo e Medio Oriente, e di sostenere la Nato nel contenere la minaccia russa ad Est.

Europa mai così insicura negli ultimi 20 anni
Rispetto a dodici anni fa, l’Europa e’ oggi circondata da un arco di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa, attraverso il Medio Oriente, il Caucaso e fino alle frontiere dell’Europa orientale. Le minacce non sono solo militari, ma variano dalla proliferazione di armi di distruzione di massa agli attacchi cyber, che mettono a repentaglio la sicurezza energetica ed economica. La radicalizzazione e gli estremismi nel vicinato europeo, inoltre, rendono più difficile la separazione fra le sfide interne ed esterne ai confini europei: l’uso del fenomeno migratorio come serbatoio del terrorismo di matrice jihadista (Isis) ne e’ un chiaro esempio.

Allo stesso tempo, l’aggressione della Russia in Ucraina ha rimesso in discussione l’ordine regionale post-guerra fredda, risvegliando paure di attacchi armati e occupazioni negli Stati membri dell’Est europeo. Le azioni militari e ibride dei russi hanno messo in evidenza la fragilità dell’Unione e la difficoltà di mantenere stabili approvvigionamenti energetici.

Di fronte a queste sfide e all’aggravarsi degli scenari di crisi, l’Europa e’ rimasta divisa e incapace di reagire. Interessi e culture strategiche differenti hanno fino ad ora impedito di rafforzare le strutture comuni, migliorare le procedure in ambito di politica di sicurezza e di difesa ed incrementare le capacita’, militari e civili. Il Parlamento europeo ha stimato che i costi della non-Europa della difesa potrebbero aumentare da 26 miliardi di euro (2013) a 130 miliardi nei prossimi anni, a fronte di un vicinato strategico più instabile. In aggiunta al fattore economico, imperativi politici, morali e strategici dovrebbero spingere l’Unione a sviluppare un piano per una difesa integrata.

Verso l’Unione di Difesa europea
Il Trattato di Lisbona permetterebbe di sviluppare un’Unione di Difesa europea senza modificare i trattati, cominciando da una serie di modifiche istituzionali che stabiliscano un nuovo sistema di governance, più forte dell’attuale politica comune di sicurezza e difesa (Pcds). Punto cruciale della nuova unione e’ l’utilizzo della cooperazione permanente strutturata, al fine di permettere agli stati volenterosi di procedere con il piano di integrazione, come del resto e’ stato fatto nel caso dell’Euro.

Altre misure prioritarie sono la creazione di un quartier generale permanente dell’Unione (attualmente “prestato” da alcuni stati membri secondo le necessita’ operative); un aumento delle responsabilità del Parlamento europeo in materia di difesa, attraverso la creazione di un comitato parlamentare apposito; l’introduzione di un Eurogruppo dei Ministri della Difesa; il rafforzamento delle competenze del Servizio diplomatico europeo e della Agenzia europea di Difesa nel definire linee guida comuni per la pianificazione strategica e l’armonizzazione delle capacita’ militari degli stati membri, in particolare attraverso progetti “pooling and sharing”.

Lo nuova strategia di sicurezza deve rappresentare il primo passo di un processo più’ ampio, volto alla realizzazione di un’Unione della difesa “a tappe”, secondo il modello dell’Unione monetaria. L’attesa o l’indecisione possono comportare costi molto alti, anche in termini di vite umane. Mentre si parla di difesa, il terrorismo colpisce Tunisi e Parigi. L’Europa deve imparare a difendersi, dalle minacce esterne e dalle proprie esitazioni.

Giovanni Faleg, Consulente di ricerca IAI e rapporteur del Rapporto CEPS “More Union in European Defence”
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3116#sthash.9DDkHFl2.dpuf

giovedì 2 luglio 2015

Giustizia Militare: verso la riforma

Libro bianco
La giurisdizione militare 
Antonino Intelisano
24/06/2015
 più piccolopiù grande
Il “Libro bianco per la sicurezza internazionale e la Difesa”, di recente pubblicazione, costituisce la base per lo sviluppo delle soluzioni attuative, che dovranno essere affinate e realizzate in tempi rapidi, per rendere lo strumento militare adeguato ad affrontare le nuove realtà che lo scenario internazionale presenta.

Momento essenziale della revisione è l’individuazione del modello organizzativo, che consenta di affrontare con successo le sfide odierne e in una prospettiva di medio termine.

Ma che cos’è un ‘libro bianco’? Un saggio di sociologia dell’organizzazione, con annessi piani di ingegneria istituzionale? Un insieme ragionato di propositi di realizzazione? Uno strumento di programmazione?

Non ‘libro dei sogni’, ma direttiva ministeriale
È ragionevole ritenere, sinteticamente, che i profili suddetti concorrano a delineare la natura proteiforme di simili documenti. Se si guarda all’esperienza italiana, in generale, non in ambito Difesa, i libri bianchi sono stati qualche volta definiti i “libri dei sogni”.

I compilatori del documento pubblicato dal Ministero evidentemente sono consapevoli del pericolo e nella parte finale dell’elaborato, gli attribuiscono la natura di direttiva ministeriale per tutte le articolazioni dell’Amministrazione della Difesa, sicché gli obiettivi indicati, ove riconosciuti come raggiungibili a normativa vigente, “vanno immediatamente perseguiti”.

L’elaborazione di dettaglio per la revisione della governance, l’adeguamento del modello operativo, una nuova normativa in materia di personale, la politica scientifica, industriale e di innovazione tecnologica saranno oggetto specifico di attività di una apposita struttura e di commissioni di alto livello tecnico giuridico, secondo un cronoprogramma definito.

In tale quadro si inserisce la revisione complessiva delle disposizioni normative e regolamentari esistenti, al fine di rinnovarle, semplificarle e adeguarle alle nuove esigenze.

Giustizia militare, una sorte segnata
Le previsioni concernenti la giurisdizione penale militare sono affidate a poche righe nel capitolo “Cittadini e forze armate”, par. 252: “Il Governo intende proseguire lo sforzo di maggiore efficienza del sistema e di razionalizzazione studiando anche la possibilità di forme giuridicamente evolute basate sul principio di unicità della giurisdizione penale e che prevedano di dotarsi, in tempo di pace, di organi specializzati nella materia penale militare incardinati nel sistema della giustizia ordinaria”.

La sorte della Giustizia militare appare segnata. Nessuna sorpresa: è già accaduto, senza traumi istituzionali, in Francia e Belgio.

Sostenere che la Costituzione, a normativa invariata, non consenta la riforma è una mistificazione, perché l’esistenza di organi specializzati di giurisdizione sarà assicurata con modalità ordinative differenti.

Come sanno gli esperti di diritto pubblico, la funzione non si identifica con la sua “copertura amministrativa”, anche se qualcuno cercherà di fare credere il contrario.

Le resistenze delle derive corporative
È dal 1956 che la giurisdizione penale militare, a seguito della drastica riduzione dell’area di competenza, vivacchia. Falliti i molteplici tentativi di ridarle fiato, mediante il recupero di classi di reati comuni, “militarizzandole”, il dibattito tra innovatori e conservatori si è stancamente trascinato fino ai giorni nostri.

È facile prevedere derive corporative alla programmata riforma. Sono nel conto le resistenze e la vischiosità degli apparati, nella dialettica tra pulsioni di categoria e travestimenti verbali, nella quale buona parte della magistratura militare non si riconosce: chi vive come problema professionale l’ossimoro della insostenibile leggerezza della materia riservata alla giurisdizione militare e non condivide la concezione minimalista dei cultori dello status quo.

La realizzazione di nuovi moduli organizzativi consentirà, nell’indirizzo del Governo, non solo la soluzione dei problemi della speciale giurisdizione, ma anche il reimpiego di risorse umane e di professionalità nell’ambito della Giustizia ordinaria, in affanno per note cause.

Sostenere che il mantenimento della conformazione attuale giovi alla speditezza o comunque propizi la ragionevole durata dei processi costituisce strumentale artificio dialettico.

Potenziali effetti positivi della riforma
I dati relativi alla “produttività” nell’ambito della giurisdizione militare sono al limite dell’insignificanza statistica, non per inerzia degli addetti, ma per la pochezza numerica e qualitativa del contenzioso penale. La sospensione, o se si preferisce, la fine del sistema di reclutamento obbligatorio, la leva, ha determinato la caduta verticale delle infrazioni, dovuta, sul piano qualitativo, anche ad altro fenomeno.

Il volontariato comprende soggetti, psicologicamente motivati, che molto frequentemente aspirano al passaggio nei corpi di polizia ad ordinamento militare o civile e informano la loro condotta in servizio a standard di correttezza non paragonabili a quelli sperimentati in regime di leva obbligatoria.

Quanto alla particolare attitudine della giurisdizione speciale a interpretare valori e principi dell’ordinamento militare, si tratta di una considerazione di principio, corretta in via tendenziale ma inattuata, ove si consideri che i reati di maggior gravità ricadono dal 1956 nella giurisdizione ordinaria.

La riforma, con un paradosso solo apparente, potrebbe porre le premesse per una revisione complessiva anche della parte sostantiva della normativa penale militare, facendo cadere preclusioni e riserve di fatto registratesi in materia.
*Articolo pubblicato dalla rivista on-line “Rassegna della Giustizia Militare”, Ministero della Difesa.

Antonino Intelisano è procuratore generale militare presso la Cassazione.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3104#sthash.Wx2IkMHr.dpuf